Intervista a Gaetano Rebecchini
Siro Mazza
lunedì 19 novembre 2007 

Le sfide del XXI secolo


Intervista a Gaetano Rebecchini
Presidente del Centro di Orientamento Politico
a cura di Siro Mazza – 19 novembre 2007


Compito precipuo del Centro di Orientamento Politico è  quello di affrontare, per studiarle, analizzarle e proporne le soluzioni, quelle  che lei suole definire le “grandi sfide” della nostra epoca. Ma per farlo, occorre un punto di riferimento, una visione generale, un posizionamento politico e culturale. In tal senso, le categorie di “destra” e “sinistra” sono ancora valide e attuali?

Vede, con il tramonto delle grandi ideologie, il quadro è cambiato, e davanti a tali mutamenti, espressioni come “destra” e “sinistra” possono  risultare desuete. L’accezione corrente di questi due termini ha di vecchio e potrebbe creare  confusione, pertanto sarebbe quanto mai opportuno sostituirli con altri. Ma vedremo. Tuttavia, ritengo  che, tale dicotomia potrebbe mantenere ancora  una sua  validità nell’attuale contesto se riferita alle sfide di tipo etico: in tal senso, “destra” e “sinistra” verrebbero a definire in politica , o meglio in ambito culturale, due distinte “visioni del mondo”.
E’ quindi interessante approfondire  questo tema, un’  operazione che – ripeto - è culturale prima che politica.

Quale quindi il significato di fondo dei due termini? E come può manifestarsi il confronto?

A livello di principio, possiamo dire, che il termine “destra” caratterizzi  un atteggiamento di  particolare attenzione alla tradizione, o meglio ai valori trasmessi dalle passate generazioni,  mentre il termine   “sinistra” evidenzi la propensione all’innovazione  ed  una logica mutevole -  non a caso infatti coloro  che a questo termine si richiamano si definiscono “progressisti” -  e la tendenza al cambiamento li sospinge spesso  verso mete non logiche quando  non addirittura utopistiche, ed aggiungo che non accettando  – almeno a livello di principio – il concetto di “Assoluto”, tutto è per costoro tendenzialmente mutevole e relativo.
Ciò detto, un’organizzazione che si dichiara di destra  e quindi sostenitrice  della tradizione, delle radici, della memoria,   facilmente accoglie i principi di “diritto naturale” e di conseguenze li sostiene  contrapponendosi a chi, spinto dal desiderio di innovare - anche se con l’apprezzabile  intento di “modernizzare” –  tende  a modificarli sino anche ad intaccare gli stessi caposaldi della   “natura dell’uomo”, e sottolineo  “dell’uomo”.
Ecco, solo  così interpretate le categorie di “destra” e “sinistra” avrebbero  interesse e validità, anche in campo politico qualora, come ripeto,  il confronto dovesse svolgersi su  temi di carattere etico, su ciò che noi chiamiamo “i valori”; cosa oggi assai frequente. Terreno  questo delicatissimo sul quale   si giocano le sorti non solo della nostra civiltà ma anche della stessa  natura umana. Ed in proposito è preoccupante l’indirizzo culturale preso in questo inizio  dell’era post-moderna dove con impressionante velocità si diffondono  teorie come quelle di Ernst Haeckel, (la “religione della scienza”), di Alfred Kinsey (“Comportamenti  sessuali”),  di John  Money (“l’identità di genere”) Nick Bostrom (“Il transumanesimo”) e di altri .

Mi dica perché  ha voluto prima sottolineare tanto fortemente l’espressione “natura dell’uomo”?

 Si, ho rimarcato l’espressione   “natura dell’uomo”, non limitandomi semplicemente a dire “natura” per evidenziare che la natura dell’uomo si contraddistingue per la sua doppia dimensione ontologica: quella fisica e quella metafisica.  Purtroppo è proprio  la perdita della consapevolezza di questa duplice dimensione della natura umana la principale causa della crisi morale e antropologica del nostro tempo.
Pertanto, quando, riferendosi all’uomo, si parla di “natura”, non ci si limita a un orizzonte biologico o zoologico, bensì si fa riferimento al suo essere nel suo complesso, qualitativamente diverso, rispetto alla semplice dimensione naturale, che è  propria di qualsiasi altro essere vivente. Da ciò discende la dignità incomparabile della persona umana, rispetto al resto del creato.
Questa per me è una premessa chiarificatrice fondamentale, che va con forza ribadita.

Considerate le  specificità della natura umana consegue la necessità, per chi si definisce di  “destra”, a conformarsi, sotto il profilo politico, giuridico ed etico, alle leggi che  determinano e caratterizzano quella specificità. Di conseguenza, esiste una correlazione fra “destra” e diritto naturale?

Così almeno  dovrebbe essere e all’origine era. In effetti, se vogliamo trovare altre formule   per esprimere i precedenti concetti, potremmo sostituire il termine  “sinistra” con  “soggettivismo”e talvolta anche con “utopia”,  ed il termine “destra” con  “oggettività”, o con   “realismo”.

Concetti questi affermati e dimostrati con efficacia da Thomas Molnar nei suoi libri. Quanto al realismo, così come da Lei espresso, non è questa  una   eredità del pensiero classico ?

Certamente. Un realismo che è un’ eredità del pensiero classico (ellenico e romano) come anche  di quello cristiano-cattolico, e faccio questa precisazione perché, ortodossi a parte, i cristiani non-cattolici, a cominciare dai luterani, ricadono spesso nel soggettivismo.
 Un realismo  che comporta l’accettazione di un ordine naturale, precedente il divenire storico e che si esprime in una legge la cui scienza e applicazione si definisce “diritto naturale”. Diritto che ha valore e validità  universali, cioè è conoscibile da ogni uomo, di ogni tempo e di ogni luogo. Non è un mistero che a parlarne, prima ancora di Gesù Cristo e della filosofia cristiana, come da Lei accennato,  furono i Romani, e  Cicerone in testa. Ed è per tali sue caratteristiche che esso travalica i confini della Chiesa e tocca – o può toccare – la mente di uomini anche non cristiani, o addirittura atei. Lo si è visto chiaramente in questi ultimi anni, quando battaglie a tutela del diritto naturale – a torto liquidate come “integraliste” o “confessionali” – sono state condotte o appoggiate anche da non cattolici.

In altre parole, lo spartiacque tra destra e sinistra, rispetto alle “grandi sfide”, di cui parliamo è quindi  costituito dal “diritto naturale”?

Proprio così. Certo, tale quadro è a volte eccessivamente schematico e non  sempre applicabile a situazioni contingenti. Mi spiego meglio: se, ad esempio,  guardiamo il panorama politico italiano, non sempre la “destra”,o meglio, singoli suoi esponenti  si pongono a difesa del “diritto naturale”, così come  alcuni  membri della “sinistra” lo osteggiano. Esistono in seno anche ai partiti dell’attuale “destra” nel nostro Parlamento, tendenze e pulsioni, legate a una “visione del mondo” in controtendenza rispetto al quadro di riferimento qui enunciato. Così come, fra i banchi dell’attuale “sinistra” parlamentare siedono esponenti politici risolutamente schierati contro le tendenze e le proposte avverse all’ordine naturale.
Ecco perché, in ambito politico,  sarebbe consigliabile, come prima accennato, sostituire i termini “destra” e “sinistra”. Troppo volte, infatti, abbiamo dovuto constatare  una non corrispondenza tra il significato del termine e quanto in suo nome sostenuto. Da questo punto di vista è apprezzabile che almeno  il termine “cristiano” non compaia più come elemento distintivo tra i maggiori partiti politici italiani.

In effetti, si è assistito spesso al formarsi di alleanze trasversali, rispetto agli schieramenti politici, ogniqualvolta ci si è posti di fronte a questioni di carattere morale.

E’ innegabile.  Purtroppo questa è la situazione. Situazione che diviene particolarmente delicata e difficile quando, come Lei dice, ci si trova di fronte a temi legati ai “valori”, ed a due distinte “visioni del mondo” che costituiscono – come già detto e come  più oltre approfondiremo – il “nodo gordiano” della politica di oggi e che ancor più lo sarà di domani.

In questo caso, tuttavia, ci si rifugia spesso nel “limbo” della “libertà di coscienza”.

Se per libertà di coscienza si intende che ciascuno è libero di aderire o no a progetti di legge che negano o contrastano  “principi e valori non negoziabili”, allora la libertà di coscienza è solo un alibi per seguire i propri desideri ed i propri interessi od impulsi soggettivi;  e pertanto è inaccettabile.
Certo, fra cose opinabili e moralmente indifferenti – come potrebbe ad esempio essere il  ponte sullo stretto di Messina – vi è ovviamente, libertà di scelta. Ma assolutamente mai dovrebbe esserci  la libertà morale,di fronte ad  una alternativa fra crimine e giustizia, di optare per il crimine e contro la giustizia, magari proprio in nome  della “libertà di coscienza”. E ciò, penso bene, valga per tutti.
Ci sono però anche questioni più delicate e difficili. Prendiamo il caso dell’embrione umano: che il concepito sia già individuato cromosomicamente, è una verità scientifica indiscutibile. Ebbene  dalla presa d’atto di tale realtà discende, per quella nuova vita, il riconoscimento dello statuto etico e giuridico che compete all’essere umano. Presa d’atto che dovrebbe essere recepita da tutti,  in quanto  basata anche su un accertamento scientifico incontestabile. E davanti a realtà oggettive non c’è libertà di coscienza che tenga.
Va altresì qui fatto presente che un leader politico, di fronte  a questioni etiche che toccano la coscienza morale della persona, non può imporre ai parlamentari del suo gruppo di  votare nel modo da lui desiderato, ma deve lasciare loro libertà di coscienza. Ovviamente questo non vuole assolutamente essere invito perché ciascuno faccia quel che gli pare ma affermare che ogni singola persona è responsabile della propria libertà morale.

Qualcuno non  potrebbe parlare  di confusione fra fede e politica?

E perché mai? Innanzitutto quanto sopra  enunciato è vero in ogni ambito e quindi anche in quello politico. Ed aggiungo che sarebbe molto grave  ritenere la politica sganciata dalla morale.
E poi quale confusione tra fede e politica? Ho costantemente fatto riferimento ai principi di diritto naturale, e non ho fatto richiamo ad alcuna fede. Colgo però l’occasione per dire chiaramente che anche la Chiesa Cattolica fa riferimento a quegli stessi  principi, conferendo così agli stessi  particolare forza e significato; principi che, torno a ripetere, sono anche accolti da  non cristiani e da non credenti. 

A questo proposito mi viene in mente quanto afferma de Tejada e precisamente che la prima tappa della rivoluzione anticristiana è stata la separazione tra etica e politica. E non è proprio questo il fatto che ha generato la modernità?

Attenzione, qui specificherei: “….  che ha generato  questa modernità”, in quanto altre sarebbero state possibili; e ciò lo sottolineo con forza.  Vediamo di non fare confusione:  rispettare i principi di diritto naturale  non significa  affatto  essere contrari alla modernizzazione ed allo sviluppo, ma semplicemente pretenderne l’umanizzazione.
 E’ comunque indubbio che la  rivoluzione anticristiana, come è stato più volte detto e scritto, si ha con Lutero che scinde la fede dalla ragione e con Machiavelli che separa la morale dalla politica. Tutto ciò, per l’uomo tradizionale, antico o medievale, sarebbe risultato inconcepibile. In realtà, il legame della politica all’etica rappresenta un principio irrinunciabile che appartiene da sempre e per sempre all’identità stessa della nostra tradizione romano-cattolica. Lo ricordava con forza Antonio Rosmini, uno dei più grandi filosofi italiani dell’ottocento, recentemente eletto Beato: …. è pei doveri morali che la società esiste e tutti i beni con essa; le cognizioni non sono che conseguenza della società, come l’esistenza della società non è che conseguenza della morale”. In altre parole, il discernimento fra una buona o una cattiva politica, fra una buona o cattiva economia, fra una buona o cattiva scienza, e via dicendo , è la sua sintonia coi princìpi della morale, e non di una morale espressione di un’ideologia (c’è anche, infatti, o meglio si pretende che ci sia, un’etica laicista, o marxista, o liberale), bensì di una morale stabile.

Mi sembra che la questione della “libertà di coscienza”, a cui prima si accennava, costituisca un punto di fondamentale importanza, che merita un adeguato approfondimento. Anche  perché, come si è già detto, i contrasti politici intorno a temi etici sono e saranno sempre di maggiore importanza e la “libertà di coscienza”, rettamente o erroneamente concepita, sarà spesso all’ordine del giorno. Possiamo  quindi  ritornare sull’argomento?

Innanzitutto cosa è la coscienza? La coscienza è la capacità di giudizio che l’uomo possiede di conformare la sua azione al “bene” al quale si orienta per natura,  “ bene” che non è ovviamente determinato dal soggetto. La coscienza infatti non si identifica  con i propri desideri o coi propri gusti e meno ancora può identificarsi con ciò che è politicamente più vantaggioso o con ciò che è di opinione corrente.
Per questo non è  accettabile, come già accennato,  la concezione neo-illuminista e progressista che intende la  “libertà di coscienza” in senso relativistico: in questo caso, infatti, la coscienza verrebbe  ridotta alla soggettività, che, alle sue estreme conseguenze,  potrebbe portare  a giustificare anche il nazista o il bolscevico che eliminano il “diverso”, in quanto la loro “coscienza” lo identifica quale nemico di razza o di classe!
 

Chiariti dunque i presupposti culturali a cui fare riferimento, passiamo allora a enunciare specificamente gli attuali  problemi prioritari: quali sono, in definitiva, le “grandi sfide” della nostra epoca?

Direi che si possono suddividere in due categorie: da una parte, gli scenari politico-strategici internazionali, direi “geopolitici”, con tutto il carico di problemi ad essi connessi  (globalizzazione, immigrazione, terrorismo, fondamentalismi religiosi, instabilità, sottosviluppo, fonti energetiche, ecc.); dall’altra parte,   cosa che personalmente considero di particolare interesse, “la nuova questione antropologica”, tema relativo  all’essenza della persona umana e che  coinvolge  principi, valori,  istituti, e quindi la stessa identità dell’uomo, aprendo, per la prima volta nella storia dell’umanità, un baratro sul suo futuro: e già si diffondono teorie quali il  “transumanesimo” e la  “postumanità”. Un fenomeno questo di cui è doveroso  approfondire le possibili evoluzioni, ma anche le origini e i presupposti ideologici, fenomeno che  è   l’estremo esito di quel nichilismo che purtroppo già da tempo infetta   la cultura del mondo  occidentale.

 


Ma su questi temi è possibile fornire un “orientamento politico”?

Non solo possibile, ma necessario. Certo, se continueremo a concepire la politica e lo Stato -  o il consesso fra Stati -   alla stregua di una amministrazione condominiale allargata, avranno  il sopravvento la tecnocrazia scientista, il nichilismo etico ed  un’economia non certo al servizio ma contro l’essere umano. Al contrario, se torneremo a concepire la politica come il governo degli uomini e delle Nazioni e come  il terreno di tutela ed applicazione dei dettami etici, allora potremo immaginare un futuro nel quale lo stesso  progresso tecnologico  si sposi con il “bene comune” e con il rispetto della dignità umana. Mi piace qui riportare ciò che un pensatore americano – di certo non accusabile di “dirigismo” o “autoritarismo” – ebbe modo di proporre alla riflessione dei lettori del suo saggio “L’uomo oltre l’uomo”: “Saranno le decisioni politiche che prenderemo nei prossimi anni a proposito del modo di rapportarci con queste tecnologie, che decideranno se entreremo o no in un futuro post-umano e nel potenziale abisso morale che un tale destino ci prospetta”.
L’ha scritto Francis Fukuyama, che partecipò come relatore, insieme a mons. Fisichella e a Giuliano Ferrara, al nostro convegno su “Natura umana e biotecnologie”, tenutosi nell’ottobre del 2005.

Si deve dunque dare atto al Centro di Orientamento Politico di essere stato all’avanguardia, in Italia, nella proposizione di determinate questioni nodali.

Posso soltanto dire che prendo atto con soddisfazione delle attestazioni di stima  giunte alla nostra associazione da tante persone del mondo della  cultura  ed anche della politica. Per quanto riguarda poi  il mondo cattolico, che costituisce il nostro punto di riferimento principale, le nostre riflessioni trovano il loro modello in ciò che il Card. Ruini ha sintetizzato essere “il cuore” dell’insegnamento di Benedetto XVI proposto alla ragione del nostro tempo.

Benedetto XVI che fu relatore in uno dei vostri convegni.

Sì, quando ancora tale non era, ma prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. In tale veste, l’allora Cardinale  Ratzinger fu relatore, insieme al prof. Galli della Loggia, all’incontro su “Storia, politica e religione”, svoltosi nell’ottobre del 2004. In quel contesto, facendo riferimento all’enorme e rapida crescita del potere che la tecnoscienza pone oggi nelle mani dell’uomo, il futuro Papa rilevò come “a questa capacità di fare, a queste conoscenze della ricerca che arrivano fino alle radici dell’essere, non ha fatto riscontro una pari crescita del nostro senso morale”. Cito sovente questa riflessione, perché ritengo che sintetizzi magnificamente il cuore dei problemi che stiamo trattando.

Con ciò, in riferimento al magistero di Papa Benedetto XVI, veniamo a toccare un tema fondamentale della nostra epoca, la cui soluzione è la sola a consentire risposte efficaci e legittime alle questioni più sopra elencate: il rapporto fra fede e ragione, fra religione e scienza.

Ho recentemente ripreso in mano il libro di Jean Guitton “Dio e la scienza”, che avevo letto una quindicina di anni fa, quando ancora mi interessavo a temi di carattere scientifico sulla scia di quella che era stata la mia prima attività di  docente presso la facoltà di Ingegneria dell’ Università di Roma. Ebbene, di quella lettura mi erano rimaste impresse alcune affermazioni quale quella, attribuita a Louis Pasteur, secondo cui “un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a Lui”. Un’affermazione che gli sviluppi della fisica subnucleare venivano a confermare. Ripercorrendo quelle pagine - che aprono con la domanda “perché c’è qualcosa anziché niente?”, ed in particolare soffermando l’attenzione su quelle relative a ciò che lo stesso Guitton definisce l' “infinitamente piccolo”, ossia a livello dei "quark"  - ci si sente trasportati verso un mondo diverso, dove le leggi e le certezze della fisica classica (della fisica newtoniana), relative alla  materia, allo spazio ed al tempo cambiano a tal punto da farci apparire la stessa realtà quasi un'illusione. E per quanto poi concerne l’ “inconoscibile”, si badi bene: non l’inconosciuto, ma l’inconoscibile che si tenta di interpretare con la “fisica quantistica”, sorgono inevitabili le domande: “perché quei confini della conoscenza?”, “cosa c’è al di là di quei confini?”,  “cosa c'è oltre quell’invalicabile muro di Plank?”

E Guitton si dà una risposta?

In qualche modo sì, presentando la proposta del “metarealismo”, con la quale intende superare le frontiere tra spirito e materia; un modo nuovo di pensare la realtà, che fa intravedere la convergenza tra il sapere teologico e la conoscenza fisica, e quindi  tra fede e ragione.
Vede, la scienza e la religione sono due forme di conoscenza, due discipline, che riguardano due magisteri distinti, dove la prima (la scienza) cerca di conoscere come funzionano le cose mentre la religione, così come del resto la filosofia, cerca di capire il senso profondo di quelle ed il fine del tutto. Quindi il rapporto tra i due magisteri non può che essere  positivo, ma a condizione che le due discipline si mantengano sempre nei rispettivi ambiti.

Perché questa condizione ?

Per evitare che avvenga l’invasione di campo così come, ad esempio si verifica purtroppo  per la questione  relativa all’ “evoluzione”, dove cultori di “scienze naturali” tentano di annullare la “metafisica”, (e quindi la stessa idea di Dio) al fine di dare del mondo una spiegazione strettamente fisica, elevando l’evoluzionismo ad una sorta di “filosofia prima” che dovrebbe spiegare tutta la realtà.

Ma torniamo a Guitton ed alla sua proposta.

Ebbene,  se è vero che nella comunità scientifica il dibattito attorno al “metarealismo” non può dirsi  concluso, resta comunque il grande fascino di quella  proposta, ed in proposito basterebbe riflettere sulla sua tesi di fondo che può così essere riassunta: “la scienza  aiuta a vedere la realtà come  il frutto di un ordine trascendente che sottostà alla realtà stessa”! Una tesi che richiama quell’armonia tra Dio e scienza teorizzata da San Tommaso e che in qualche modo ritroviamo  in queste parole di  Giovanni Paolo II: “la scienza ha radici nell’immanente, ma porta l'uomo verso il trascendente”.

Dunque è effettivamente possibile un incontro, una convergenza fra religione e scienza?

Alle condizioni sopra poste, ritengo  proprio di sì, e non solo per quanto ci ha detto Jean  Guitton. Oggi infatti,   ricercatori di fisica e di astronomia si aprono sempre  più al riconoscimento di un mistero insondabile, davanti a cui la mente nulla può più dire. Sempre con riferimento alla fisica sub-nucleare è strabiliante il comportamento delle   cosiddette “entità fondamentali”  della materia, che si manifestano come infinitesime “quantità di energia” di tipo corpuscolare e  contemporaneamente  di tipo ondulatorio. Ed  il fatto che quelle  “entità fondamentali” siano tutte identiche e per tutta la materia sia inerte che vivente ( noi stessi compresi) ci porta ancora a riflettere sulla teoria evoluzionista e quindi sulla questione della “forma dell’essere” che attiene ai problemi dello spirito.

Ma a proposito di quelle “infinitesime quantità di energia” non ritorna  - almeno sul piano terminologico - all’attributo che nell’antichità Aristotele e Plotino diedero all’Uno metafisico e a quella “energheia”,  al centro della riflessione teologica  all’inizio del VII secolo?


 Possiamo dire che dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, domina la coscienza di un mistero trascendente, di cui anche la ricerca più aggiornata non può che tenere conto. Ed è auspicabile che  su questo possibile rinnovato incontro fra le varie discipline del sapere possa svilupparsi  una retta e coscienziosa riflessione così da poterne poi trarre   conseguenze positive anche sul piano politico.

A questo proposito, non ritiene che la vittoria astensionistica contro il referendum sulla fecondazione assistita del giugno 2006 sia anche dovuta a valutazioni strettamente scientifiche quali il DNA e l’unicità e l’alterità  dell’embrione rispetto alla madre?

Proprio così. E’ infatti la scienza che ci informa come, sin dal concepimento, un embrione possieda in nuce tutte le caratteristiche e le qualità di un nuovo individuo che, senza soluzione di continuità, cresce giorno dopo giorno nell’utero della madre, ma da lei distinto, sino al momento della nascita.
Sconcerta, quindi,  il fatto che vi siano persone, anche nel mondo medico, che pur   consapevoli di ciò tanto da  proporre , nella fecondazione artificiale, l’esame di preimpianto  (per individuare nell’embrione mali che potrebbero manifestarsi anche a distanza di anni),  non intendono però riconoscere all’embrione la dignità di soggetto umano, sì da  richiederne l’utilizzazione per  sperimentazioni e manipolazioni.
E lo sconcerto aumenta quando si riscontra che quelle persone dal comportamento tanto contraddittorio ed illogico sono  spesso le stesse che si permettono di dare lezioni di razionalità alla Chiesa ed anche di accusarla  di oscurantismo.

La Chiesa oscurantista è quindi solo una delle tante leggende della vulgata illuminista, che viene riproposta oggi agli inizi  della post modernità?

 La complementarietà fra fede e ragione, che – rilanciata da Giovanni Paolo II con una delle sue più belle e significative encicliche – è oggi il tema dominante del magistero del regnante Pontefice. Non costituisce certo una novità o uno dei tanti – veri o presunti – “aggiornamenti” ecclesiastici. Fides et ratio, in realtà, sono gemelle e sinergiche lungo l’intero arco della storia della Chiesa e della civiltà da essa forgiata: dai Padri della Chiesa, che  si richiamano alla filosofia greca ed alla pratica saggezza romana per dare corpo a dottrine ed  istituzioni ecclesiastiche; da san Tommaso d’Aquino, nel cui mirabile sistema la natura non è negata, bensì perfezionata dalla grazia; dalla Chiesa di Trento, che respinge l’errore luterano; da un Rosmini che si chiede retoricamente: “che cosa dunque più ragionevole della fede?”, fino a San Pio X e a Pio XII,  le cui lotte contro il modernismo e la nouvelle théologie costituiscono la difesa della ragionevolezza della fede, contro gli errori contrapposti del razionalismo e del fideismo.
 E’ dunque paradossale che passi per “oscurantista” la Chiesa cattolica,  un’istituzione, che si pone anche oggi all’avanguardia rispetto agli scenari epocali della post-modernità, con  intelligenza, lungimiranza, ed una misura, frutto di esperienza e di  saggezza bimillenarie. Ebbene, a fronte di  tale enorme  risorsa ed insuperabile  patrimonio è francamente avvilente constatare la modestia, la faziosità e  la presunzione che contraddistinguono  gran parte della nostra attuale classe dirigente. 

Quindi anche la nuova questione antropologica, cui prima accennavo dovrebbe essere  affrontata a livello politico?

Per farlo la  “classe politica” dovrebbe innanzitutto spogliarsi della sua arrogante presunzione e, con umiltà, sottoporsi ad  un  approfondito esame della situazione attuale e delle prospettive future. Se ciò fosse fatto con animo sereno ed il dovuto senso di responsabilità, risulterebbero ad essa evidenti i gravi pericoli che incombono. Di certo la nostra cultura dalle  profonde radici  - che già suggerì a  Benedetto Croce il “non possiamo non dirci cristiani” -  non mancherebbe di rendere evidenti quei “valori non negoziabili” necessari ad indicare  le linee guida di una giusta azione politica.

Ma queste parole non potrebbero essere interpretate come l’apertura ad una sorta di   “teocrazia?

Solo la malafede potrebbe interpretarli in questo senso. Ed aggiungo che se l’invito a  recuperare principi etici nell’esercizio dell’azione politica dovesse essere così interpreatato, significherebbe auspicare  una politica senza  morale , se non addirittura contro la morale che non porterebbe che  al caos. 
 Teocrazia si ha quando il potere politico è esercitato direttamente dalla casta sacerdotale. Qui il contesto è del tutto differente: ognuno, secondo il principio fondamentale del diritto romano  “suum cuique tribuere”  deve occuparsi delle cose del suo stato, deve cioè fare il proprio  mestiere. Si tratta quindi di rispettare anche la gerarchia di rapporti tra attività diverse ed   in particolare, per quanto attiene ai vertici della comunità: “l’economia deve riconoscere il primato della politica e questa rispettare i principi morali”.  

E’ questa una posizione che potrà essere accolta?

Questa è l’unica via di uscita. E’ inutile addolcire la pillola. In particolare dico che per quanto riguarda la questione  antropologica – e mi riferisco qui non solo alle biotecnologie, ma all’ideologia del “genere”, all’eutanasia, all’eugenetica al  transumanesimo, eccetera  -  è  questione paradigmatica. Si tratta del destino di un concetto intorno al quale si gioca il futuro stesso dell’umanità: quello, cioè, di “natura dell’uomo”. 
Qui  la propaganda tecnocratico-scientista e radical-progressista ha poco da giocare ed è fin troppo chiaro da che parte sta la ragione! Al punto in cui siamo arrivati, compromessi e moderatismi sono soltanto cedimenti di fronte ad una deriva , che ha il solo  sbocco in una nuova barbarie.
 Lo scenario post-umano è l’iceberg contro il quale rischia  di schiantarsi l’arrogante e folle Titanic della post-modernità. Per chi ha a cuore le sorti dell’essere umano, la soluzione è solo quella fondata sul rispetto della persona umana nella sua doppia dimensione ontologica, come  più volte detto, che invita  tutti, credenti e non credenti ad accogliere i principi universali del diritto naturale.

Abbandonando  per un momento queste forti considerazioni  desidero fare  una breve digressione e chiederLe qualcosa a proposito della  “battaglia culturale” condotta a colpi di parole. Di che si tratta, specificamente?

E’ una vecchia, ma sempre efficace tecnica della propaganda rivoluzionaria, fin da quando i francesi esportarono gli “ideali” giacobini all’insegna delle suadenti parole “liberté”, ed  “égalité”.  Ed è facilmente riscontrabile  come, più di recente, la contestazione  condotta dai giovani sessantottini nelle scuole e nelle università abbia non solo dato l’avvio ad una crisi degli studi classici e del latino in particolare, ma abbia altresì provocato un vero e proprio shock psicologico-culturale, di cui paghiamo oggi le conseguenze, tra le quali quel rovesciamento linguistico caratterizzato dall’eufemismo semantico quando non addirittura dalla menzogna, per cui ad esempio l’aborto oggi si definisce “interruzione volontaria della gravidanza”, la pillola del “giorno dopo” non viene indicata  come “abortiva” bensì -  ed ecco l’inganno -  “contraccettiva” e così via . Senza questa  “battaglia delle parole”, ma restando invece ancorati all’evangelico “sì,sì, no, no” od al detto  “pane al pane, vino al vino” del buon senso di una volta – in altri termini, continuando a chiamare le cose coi propri veri nomi – tanti rivolgimenti sociali e culturali sarebbero stati assai meno facilmente accettabili e accettati.

In definitiva, riprendendo le fila del discorso da cui eravamo partiti, il nodo gordiano da sciogliere è quello del conflitto fra visioni del mondo  tra loro  incompatibili.

Proprio così, ed è uno scoglio che si potrà superare solo con un grande rivolgimento morale, psicologico e antropologico. Le civiltà che ci hanno preceduto nella storia non conoscevano al loro interno questo tipo di conflitto: democratici e oligarchici ad Atene, patrizi e plebei a Roma, guelfi e ghibellini nel Medio Evo si combattevano per ragioni diverse, ma si riconoscevano in uno stesso orizzonte di valori: Mario e Silla, così come Federico Barbarossa e Alessandro III si ritrovavano in un idem sentire, nel medesimo quadro etico-religioso. Persino i due emblematici personaggi, inventati da Guareschi, don Camillo e Peppone, sempre politicamente agli antipodi, non avrebbero mai litigato sul concetto di “famiglia” e sulla liceità dell’eutanasia. Anzi, aprendo una parentesi, il P.C.I. di allora considerava cose come la sodomia o il divorzio “degenerazioni borghesi”. Oggi è tutto diverso, a causa del “cambio di paradigma” avvenuto negli anni ’60 del secolo scorso, e che ha raggiunto il potere – nei campi della cultura, della politica, dell’etica e del diritto – con la già menzionata contestazione  sessantottina,  prima rivoluzione culturale dell’occidente,  venti anni dopo la seconda  grande guerra che aveva sconvolto l’Europa, e non solo. Per questo è necessaria una contro-rivoluzione che sappia recuperare una comune concezione del mondo e dell’uomo, che sappia riproporre la complementarietà fra fede e ragione, che sappia proporre un nuovo, antico sapere organico.

Vale a dire?

Dopo l’ubriacatura progressista e scientista che ha dominato la modernità, portando l’uomo a grandi scoperte e realizzazioni, ma anche ai disastri immani del secolo scorso, quando scienza e tecnica sono state usate per causare catastrofi mai prima avvenute, è tempo che si torni a quella che Rosmini, definì “l’unità delle scienze”. Dopo la frattura fra discipline “umanistiche” e “scienze - cosiddette – esatte”, si torni a quel sistema organico che caratterizzò la filosofia classica e cristiana, e nel quale fisica e metafisica, medicina e antropologia, politica e economia, arte e teologia, matematica e morale, diritto e cosmologia non sono scienze fra loro  opposte o semplicemente estranee, ma costituiscono un tutto omogeneo, concordante e gerarchico.


Ma il rivolgimento da lei prima auspicato non è utopico, o addirittura apocalittico?

Come sappiamo, da sempre le civiltà nascono, crescono, decadono e muoiono. E’ superfluo rimandare alle grandi visioni storico-filosofiche di un Vico, di uno Spengler, di un Huizinga, di un Ortega y Gasset. Non vedo perché la civiltà occidentale così come oggi sembra indirizzata debba costituire un’eccezione. D’altronde, non è certo un caso che uno studioso come il già citato Fukuyama, che all’inizio degli anni ’90 del XX secolo scriveva la “fine della storia” sia lo stesso pensatore che oggi si scagli con fermezza e passione contro il “transumanesimo”. Credo che tale sua evoluzione intellettuale – nella quale, chissà, ha forse anche agito il contatto con Roma e con la sua forza spirituale – possa costituire per noi uno sprone e un modello.
Non bisogna, infatti, di fronte a scenari spesso oscuri, se non terrificanti, quali quelli prima esaminati, porsi in stato di resa, vinti dal pessimismo e dalla rassegnazione. Occorre invece rimboccarsi le maniche, ben consapevoli che più grandi sono i guasti, maggiore dovrà essere il nostro impegno per affrontarli e risolverli. Questo, in fondo, è anche il senso del lavoro del Centro di Orientamento Politico: individuare i problemi, capirli, e sollecitare quindi studi e risposte per la loro soluzione. Siamo sempre i figli – magari un po’ prodighi e ingrati - di una grande cultura e di una grande civiltà, e soprattutto confidiamo nella forza che ci viene dallo Spirito!
Del resto, accanto a tanti fatti negativi, vedo  oggi più di ieri, elementi di speranza, cambiamenti positivi: un rinnovato e più profondo dialogo fra fede e ragione, una sempre maggiore presa di coscienza, da parte di tanti laici, delle ansie della Chiesa sui destini dell’uomo, nonchè un rinnovato vigore della Chiesa stessa e del laicato cattolico .

Allude anche al “Family day”?

Senz’altro: è stato un evento significativo, così come la grande  vittoria astensionistica nel referendum sulla legge 40.

Anche questo nuovo Pontificato reca con sé semi di speranza?

Benedetto XVI è un Pontefice di levatura intellettuale straordinaria, che, come già il suo predecessore,  ci sollecita ad essere  ottimisti  e che ci ha tra l’altro ridato anche la gioia e lo stupore sublime dell’antica liturgia tridentina, capace di riportare – per la sua potenza spirituale e per il suo rigore dottrinale (lex orandi, lex credendi) – la piena ortodossia assai più e meglio di mille prediche. Di tutto ciò dobbiamo essere grati, sapendone fare tesoro, consapevoli  del fatto che, in quanto creatura dotata di libero arbitrio, l’uomo è in grado di forgiare, per sé e i suoi discendenti, un futuro migliore e un mondo più giusto.

 


 

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