Progresso scientifico, regresso morale
Siro Mazza
venerdì 30 maggio 2008 

Progresso scientifico, regresso morale


Già spumeggiante portavoce del Family day ed ora sottosegretario al Welfare con delega alle questioni etiche, Eugenia Roccella ha ultimamente stigmatizzato la deriva anti-umana che la ricerca scientifica ha preso, in relazione alle tecniche di manipolazione genetica ed embrionale, tale da condurci, “attraverso le utopie dell’autodeterminazione e della libertà di scelta”, a una sorta di “totalitarismo genetico”. L’esponente del governo, in tal senso, non si è peritata di evocare il nazismo, e non a torto, se, astraendoci dal contesto storico, ne consideriamo l’essenza nichilista e superomistica.
Il problema evidenziato dalla Roccella rientra in quella “nuova questione antropologica”, che fu una delle emergenze su cui si concentrò l’azione pastorale del card. Ruini, nel corso della sua presidenza della Cei. Più vastamente, si tratta di uno dei più gravi problemi del tempo presente, caratterizzato da un’impetuosa accelerazione sul versante del progresso tecnologico-scientifico, non accompagnata, tuttavia – o, ancor meglio, “supportata” – da un pari avanzamento sotto il profilo etico-culturale. Al contrario: la tecnocrazia scientista procede di pari passo con un crescente  imbarbarimento dei costumi, del sentire e dell’agire umani, al tempo stesso causa ed effetto della sua prometeica tracotanza. Lo stesso Santo Padre è ben consapevole di tale squilibrio: ancora cardinale, ad esempio, nel corso di un convegno promosso nel 2004 a Roma dal Centro di Orientamento Politico, e facendo riferimento all’enorme e rapida crescita del potere che la tecnoscienza pone oggi nelle mani dell’uomo, egli rilevò come “a questa capacità di fare, a queste conoscenze della ricerca che arrivano fino alle radici dell’essere, non ha fatto riscontro una pari crescita del nostro senso morale”.
Non si tratta, si badi bene, di un esito scontato, come un certo determinismo storicista può a torto far credere. Due esempi storici lo dimostrano: l’inizio della storia moderna, caratterizzato da scoperte geografiche e scientifiche che rivoluzionarono l’Occidente, fu accompagnato da una profonda riflessione giuridico-morale, intrapresa soprattutto dalla Scuola di Salamanca (la cosiddetta “Seconda Scolastica”), che, incentrata sui principi della legge naturale, elaborò una concezione dei diritti dell’uomo e dei popoli che furono alla base dello ius gentium e del diritto internazionale moderni. Ancor prima, e in un contesto nemmeno cristiano, la Grecia classica – lo rileva, in un testo edito dal Mulino, lo storico inglese John Davies – conobbe, parallelamente al suo sviluppo politico, letterario, artistico, economico, un uguale “ampliarsi degli orizzonti morali”, soprattutto per azione dei suoi filosofi, tanto che un termine come “areté”, che il poeta arcaico Pindaro utilizzava in un ambito di primato agonistico, assunse il ben noto significato di “virtù”, così come Socrate, Platone e Aristotele hanno concepito e insegnato.
L’arduo compito dell’uomo postmoderno non è dunque quello di abbandonare il patrimonio scientifico accumulato, per tornare a idilliaci, quanto improponibili orizzonti arcadici, ma piuttosto colmare il solco creato fra sapere tecnico-scientifico – in sé buono e positivo, se applicato per l’uomo, e non contro di esso – e civiltà morale. La loro complementarietà darà luogo a un futuro migliore, il conflitto del primo contro la seconda aprirà le porte – lo sta già facendo - a una nuova barbarie.


Siro Mazza

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