Presentazione Riflessioni su "LA MODERNITA"
Rocco Pezzimenti
martedì 12 febbraio 2013 


Queste brevi, ma densissime, pagine analizzano in modo pacato e apparentemente distaccato i grandi temi della modernità e la sua crisi che, oggi, nessuno può più nascondere. Il tono consente così di affrontare i problemi in maniera serena, ma non per questo superficiale. Si potrebbe anzi dire che questo tono è oggi l’unico possibile per far dialogare le diverse generazioni che, per ovvie ragioni, hanno del mondo in cui vivono visioni diverse, ma non per questo contraddittorie.
Lo stile è piacevole e intrigante come può essere quello conviviale, vale a dire familiare, per questo intimo e profondo come sanno essere le discussioni fatte in casa, tra mura che proteggono ma nello stesso tempo aiutano a sviscerare i problemi come non è possibile altrove. Le pagine sembrano tanti appuntamenti ai quali i convenuti arrivano depositando le tematiche “solo” quotidiane, per vedere come queste si proiettano nel futuro generando problemi che cercano soluzioni. Qui, dall’interiorità della casa si passa all’interiorità della coscienza nella quale, in fondo, per dirla alla Sant’Agostino, come si anticipano le crisi, si dovrebbero anticipare anche le sia pur difficili soluzioni.
La prima conversazione La civiltà occidentale e la crisi dei valori, non solo funge da introduzione, ma costituisce il motivo portante, almeno a mio parere, dell’intero lavoro. La ragione della crisi è individuata con chiarezza: è la perdita di quel senso del limite che non riguarda solo la scienza, anche se questa lo pone in modo più drammatico e stringente, ma l’intera società civile e, quindi, la stessa politica.
Da qui nasce il tema che anima il secondo incontro: Radici della crisi e centralità dell’essere umano. Giusto quel richiamo alla bellezza visto in rapporto alla verità e alla divinità. Il legame di questi termini appare inscindibile tanto che ci consente di capire perché la nostra epoca vive “il sempre più frequente abbandono della teologia”, che, a sua volta, genera la trascuratezza della dimensione ontologica e, come conseguenza, di quella spirituale. Da qui, l’approdo alla prospettiva nichilista e, per altri versi, a quella scientista, appare inevitabile, tanto da essere per molti quasi naturale approdo.
Positivismo, scientismo, principio antropico e altro sono i temi del terzo incontro che si muove nella direzione di una ricerca di senso. Molto opportunamente questo non è ricercato in una prospettiva estranea al tema trattato, ma all’interno dello stesso. Il richiamo alla “sfera del sapere” del professor Severi, mi ha riportato alla mente la teoria dell’inconoscibile di Spencer. Fu proprio un positivista come il pensatore inglese a dire che la scienza non avrebbe mai eliminato il bisogno religioso negli uomini perché la crescita e l’ampliarsi del conosciuto vedevano crescere in modo corrispettivo l’inconoscibile. Per questo, come ci ricorda l’autore, “la conoscenza è un’esigenza inestinguibile”. Mai, da parte degli addetti ai lavori, si sottolinea questo risvolto che fa della conoscenza un processo senza fine e perciò sempre legato all’infinito. Interessante, in questo contesto e in rapporto alla critica del non senso, è il “sussidio” dato dall’entropia totale che dovrebbe ricordare, anche ai distratti che “se l’universo ha avuto un’origine avrà anche una fine”.
Sono queste considerazioni che dovrebbero consigliare una cammino di introspezione. Per questo, il tema del quarto incontro è La coscienza. Qui l’autore sembra recuperare la solenne voce dei Padri, convinti che proprio lì, nella coscienza, nascono le crisi, come quella economico-finanziaria che, della crisi, “è solo un aspetto, se volete il più appariscente”. Non si tratta però di un richiamo generico alla coscienza perché, lo dice Benedetto XVI, per uscire dalla crisi occorre recuperare una “coscienza ancora pura e incontaminata”. Come? “Dobbiamo impegnarci tutti nel recupero di quei valori non negoziabili”, che sono il fondamento di ogni vivere civile. In questo la Chiesa offre la sua “maieutica” e Santi come Thomas More la loro prova di testimonianza.
Solo dopo queste premesse si può tornare ad affrontare la quotidianità ed ecco il tema del quinto incontro: Il Bipolarismo e il discrimine del confronto. Qui la questione si fa antropologica. È il tema cruciale del confronto nella e della modernità. Tema di capitale importanza, che l’incontro imposta nel discrimine tra “le due ben note alternative concezioni liberista o dirigista”, ma al quale dedica l’incontro successivo: La questione Antropologica. Sono qui richiamate le tesi di Marx su Feuerbach, a dimostrazione di quanti abbiano, in fondo, ritenuto ineludibile il problema. Qui la chiarezza dell’impostazione cristiana riporta l’antropologia alla questione della verità, e non poteva essere altrimenti. Verità che, nella prospettiva presentata, si incrocia con la carità. Termini indissolubili non solo per l’attuale Pontefice, ma per tutta l’autentica tradizione cristiana. Basterebbe ricordare quanto sostenuto dallo stesso Sant’Agostino, a parere del quale ogni uomo può avere, in qualche momento, il desiderio di ingannare, ma neppure lo sfiora quello di voler essere ingannato.
È proprio la ricerca della verità che ci pone davanti all’interrogativo del penultimo incontro: verso la fine di un era storica? L’autore, al di là di ogni pessimistica conclusione, ribadisce qui il suo essere cristiano auspicando, in concomitanza con l’Anno della Fede, il recupero di quei presupposti che possono garantire, come fu già all’epoca di San Francesco, il cammino della speranza.
La stessa serenità mi sembra trasparire anche nel conclusivo incontro nel quale, dal campo politico, si passa a quello metapolitico. Il “transumanesimo” – serpeggiante anche nel mondo della scienza – ripropone in versione aggiornata una delle tentazioni ricorrenti dell’utopismo politico: l’eugenetica. Certo, oggi, il fenomeno si presenta ancora più accattivante grazie a “quella via biotecnologica, che lo straordinario progresso scientifico in corso può consentire”, ma le conseguenze potrebbero risultare fuori controllo, generando mostruosità irreparabili. Del resto i primi a porsi questo problema dovrebbero proprio essere coloro che credono che la realtà sia un prodotto casuale. Una realtà siffatta può, infatti, generare ogni esito e, quegli più drammatici, debbono essere messi sicuramente in conto. Solo chi, come l’autore, ricorda che lo stesso Darwin parlava “dell’impossibilità di concepire l’universo e l’uomo come il risultato del mero caso e di una necessità cieca”, può e deve denunciare i pericoli insiti nelle attuali visioni eugenetiche. Eugenetica e casualità, del resto, sono seduzioni spesso ricorrenti nella storia, anche se, a volte, si presentano con varianti solo apparentemente innovative, come è il caso della teoria di Monod.
A conclusione di quanto detto, si può perciò sicuramente affermare che gli otto incontri costituiscono un vero e proprio cammino di rinnovamento, un itinerario di rinascita di cui si sente tanto il bisogno.

 

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