Intervista Gaetano Rebecchini:Novi scenari e antiche questioni
Siro Mazza
sabato 15 febbraio 2014 

Prefazione

A poco più di sei anni di distanza dall’uscita del volumetto “Le sfide del XXI secolo” , a cura del Centro di Orientamento Politico che ho l’onore di presiedere, ho avuto occasione di incontrare nuovamente l’amico Siro Mazza per elaborare insieme a lui un’ulteriore serie di riflessioni concernenti gli scenari politici, etici, culturali e spirituali che la nostra epoca si trova a dovere affrontare.
Sono lieto di questo incontro, che, fra l’altro, mi dà modo di evidenziare come le considerazioni sviluppate nel nostro colloquio di sei anni fa fossero giuste ed opportune, e di giorno in giorno sempre più chiaramente confermate.
Il tono confidenziale della conversazione e l’uso della seconda persona singolare è testimonianza della salda amicizia e della lunga collaborazione politico-culturale maturata negli anni  con il mio interlocutore.

Gaetano Rebecchini


 
D: Gaetano, nel nostro precedente lavoro trattammo il problema relativo all’uso, ormai desueto, dei termini “destra” e “sinistra”: se, al giorno d’oggi, un loro impiego da parte dei media e nel linguaggio comune è tanto persistente quanto fuorviante e obsoleto, resta comunque il fatto che, nella realtà, una netta demarcazione fra diverse ed opposte visioni del mondo sia più che mai evidente.

R: Senz’altro. Anzi, all’inizio di questo nostro lavoro, per prima cosa desidero decisamente ribadire la validità della nostra riflessione circa un “bipolarismo dei valori” oggi esistente in seno alla politica e alla cultura occidentali. E a questo proposito, ritengo utile che, come già dicevo nell’intervista del 2007, pur considerando superati i termini “destra” e “sinistra”, che rievocano concezioni ideologiche non più attuali, è pur tuttavia necessario evidenziare la dicotomia delle due posizioni relative a ciò che oggi è “il problema dell’ora presente”:  “la questione antropologica”.
Questa infatti rappresenta l’oggetto del discrimine che inevitabilmente dà, e sempre più darà, luogo a due diversi orientamenti di fondo, o meglio a due diverse “weltanschauung” e di conseguenza a due schieramenti politici. Come accennavo nell’intervista sopraddetta, questi due orientamenti potranno definirsi rispettivamente “realista”, e ciò per la specifica attenzione ai valori della tradizione e al connesso principio di realtà, e “progressista”, così definito per la particolare  tendenza all’innovazione, al cambiamento, al mutamento, con la connessa negazione dell’immutabilità dei princìpi di riferimento, culturali e morali.

D: Credo che sia opportuno sottolineare come tali schieramenti, facenti rispettivamente riferimento a una concezione giusnaturalistica il primo, e ad una opposta ideologia utopistico-relativista il secondo, possano essere “politici”, come tu dici, ma non certo “partitici” o “parlamentari”: in effetti, ogniqualvolta si è discusso di leggi e provvedimenti che concernessero il diritto naturale, o la sua negazione, si sono formati fronti trasversali rispetto agli schieramenti di maggioranza e opposizione.

R: Sì, Siro, è così, ed è una delle tante ragioni che rendono inopportuno, e foriero di confusioni, un uso superficiale e propagandistico dei termini “destra” e “sinistra”: purtroppo, per quanto riguarda l’Italia (ma lo stesso discorso vale quasi dappertutto, in Occidente), ad una contrapposizione partitico-parlamentare non corrisponde una medesima dicotomia per ciò che concerne i valori di riferimento. Per cui, come hai osservato, si è visto formarsi in circostanze, potremmo dire “eticamente sensibili”, alleanze diverse da quelle politiche: nell’ambito del centrodestra, molti parlamentari non condividono il riferimento alla legge naturale, mentre nel centrosinistra, benché purtroppo in modo più sfumato e con un peso minore, la componente moderata non sempre risulta restia a condividere tendenze e battaglie cosiddette “progressiste” in nome di sempre nuovi, ambigui e presunti “diritti”.
Devo aggiungere, comunque, che tale situazione è ancora e almeno preferibile rispetto a quella di altri paesi, dove ormai il pensiero unico relativista e nichilista domina e controlla entrambi gli schieramenti: si pensi, ad esempio, alla “patria del bipartitismo”, l’Inghilterra, dove proprio i conservatori (i famosi “tory”), guidati da Cameron, hanno introdotto il cosiddetto “matrimonio omosessuale”, attuale cavallo di battaglia di tutti i partiti progressisti.

D: Credo che in questo caso il liberismo economico-sociale, propugnato da una destra di stampo anglosassone (ben diversa dalla destra di matrice europea), sia pervenuto alle sue estreme conseguenze, traducendole in ambito etico-sociale: la comunità politica è un artificio, solo l’individuo esiste, ogni mio desiderio è un mio diritto, lo Stato è un nemico e non deve impicciarsi dei fatti miei, Dio è un’entità astratta che va confinata in cielo, i vizi privati vanno di pari passo con le pubbliche virtù. Paradossalmente, una visione alquanto “sessantottina”…


R: A onor del vero, bisogna riconoscere che nel mondo anglosassone nella difesa dei valori non negoziabili il quadro è molto variegato. Ad esempio negli Stati Uniti un'importante componente del partito repubblicano, di formazione cattolica o evangelica protestante, combatte con vigore il pensiero unico relativista. Diversi Governatori hanno introdotto legislazioni anti aborto a livello statale. Il Presidente Bush vietò  il finanziamento pubblico per la ricerca sugli embrioni e introdusse  una legislazione restrittiva sull’aborto. Le associazioni pro-life americane sono molto attive e mobilitano imponenti quantità di persone nelle loro manifestazioni in difesa della vita. Lo stesso episcopato americano denuncia pubblicamente con molto coraggio la legislazione relativista dell’amministrazione Obama, molto più di quanto non facciano i vescovi europei.
Il fenomeno di cui tu parli,  verificatosi oltre la Manica, è comunque il rischio che corre l’intero Occidente: la dittatura di un pensiero unico nichilista che accantoni non dico una visione comune e universale fondata sulla tradizione e il diritto naturale (i “valori non-negoziabili”), ma pure lo stesso “bipolarismo valoriale” di cui si parlava, che vede ancora la sussistenza, rispetto e contro i sostenitori di quello, di una minoranza “conservatrice” sul piano morale e culturale, presente anche nell’agone politico e parlamentare.

D: Resta il fatto che, alla luce di quanto si diceva prima a proposito della stessa dicotomia destra/sinistra, negli ultimi anni essa ha subito una forte mutazione, e, per certi aspetti, addirittura un rovesciamento di posizione e di parametri di riferimento.

R: Già nel nostro precedente dialogo, come ricorderai, ponemmo in evidenza  come fosse in corso un vero e proprio ribaltamento di riferimenti culturali e sociologici: infatti la “destra” per antonomasia, quella cioè che si richiama al diritto naturale, tende sempre più ad assumere una dimensione “comunitaria” (si veda, ad esempio, la  difesa della famiglia e dei corpi intermedi), mentre la “sinistra” viene sempre più ad acquisire un connotato relativista ed individualista – direi addirittura “solipsista” - che la “rivoluzione antropologica” in corso tende ogni giorno di più a rendere evidente.
Se una volta il ruolo e le istanze del singolo individuo venivano associati al termine “destra” ed alla “sinistra” si attribuiva il primato della collettività, oggi si verifica un vero e proprio “cambio di paradigma”, un rovesciamento di prospettiva che tende ad invertire i rispettivi ruoli, per cui la “destra” viene a privilegiare il bene comune oggettivo, fondato sul principio di realtà e sul diritto naturale, mentre la “sinistra” si caratterizza nel promuovere i desideri individuali, ed in proposito basterebbe aver presente i continui attacchi a “vita” e “famiglia”.

D: Ciò conferma, ancora una volta, la profetica intuizione di Augusto Del Noce circa l’evoluzione (o involuzione…) dell’allora Partito Comunista Italiano in senso soggettivistico-borghese (dove la “borghesia” in questione è quella, “illuminata”, “democratica” e “politicamente corretta”).

R: Proprio così, il che invita a sottolineare il grande intuito di Augusto Del Noce per aver proposto per il  frutto di quella metamorfosi il nome di “partito radicale di massa”, al fine di porre in evidenza i forti connotati libertari che avrebbero caratterizzato il nuovo organismo politico, connotati tipici dello storico partito radicale.
E quella intuizione dell’autore del “Suicidio della rivoluzione” è oggi ripresa ed attualizzata da intellettuali come Marcello Veneziani, Danilo Castellano e Roberto de Mattei, che sviluppano nei propri specifici campi di azione e di ricerca,  riflessioni sulla trasformazione della sinistra in senso edonista, individualista e  libertaria.

D: Ed ancora peggio, sempre più si rende evidente il possibile avvento di quel “totalitarismo della dissoluzione” ipotizzato dal medesimo Del Noce.

R: E non si tratta, semplicemente – e già sarebbe grave – dell’affermazione di quella “dittatura del relativismo”  che fa di questa un “credo”,  pena l’accusa di “oscurantismo” o “integralismo”, ma dell’avvento dell’aberrante idea – che sempre più va affermandosi in Europa – secondo la quale  determinati soggetti, gruppi o   supposti “diritti” – siano (per dirla come Orwell) “più uguali degli altri” e pertanto debbano essere oggetto di una legislazione ad hoc.  A volte si tratta solo di campagne di pressione (vedi le aziende che scelgono come “target” la famiglia con padre, madre e figli), ma  a volte si arriva anche a proporre la repressione poliziesca (il decreto contro la cosiddetta “omofobia” va proprio in questo  senso).
In generale, e in definitiva, la definizione di Del Noce da te ricordata indica un sistema apparentemente democratico, ma di fatto totalitario, nel quale viene emarginato e  perseguito chi si oppone al nichilismo, riconosciuto e tutelato da uno Stato che, in quanto tale, non può che risultare la parodia di se stesso.

D: Quanto tu affermi ci porta allora ad affrontare il grave problema di un’ulteriore dicotomia, quella cioè, che so starti particolarmente a cuore, fra legalità e legittimità. Non trovi, Gaetano?

R: Proprio così. La sinistra, particolarmente quella italiana, è fortemente impregnata di giacobinismo. Tuttavia, questa retorica della legalità si scontra con ben altro principio, quello di legittimità. Così come il continuo, assillante desiderio di dare “veste legale” a qualsiasi desiderio e pretesa ( “matrimoni gay” con relativa adozione, eutanasia e via dicendo) si scontra inevitabilmente con la sua intrinseca illegittimità.
Il contrasto legalità/legittimità è anch’esso figlio del relativismo e di ciò che è al tempo stesso causa ed effetto di quest’ultimo, vale a dire il positivismo giuridico. Da quando esso domina le legislazioni occidentali, è sorta una spaccatura sempre più marcata fra legge e diritto,  tra norma e verità, fra ciò che è legale  e ciò che è morale: gli esempi sono tantissimi. Di ciò ha parlato mirabilmente Papa Ratzinger, nel suo intervento al Parlamento Federale tedesco, il 22 settembre del 2011, oggi riportato nell’interessante volume a più mani “La legge di Re Salomone. Ragione e diritto nei discorsi di Benedetto XVI” (edito da Bur).
E’ nel corso di quel discorso che l’allora Sommo Pontefice ha evocato le fondamentali parole di San Paolo, contenute nella Lettera ai Romani: “Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi […] sono leggi a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza”. Si tratta di una magnifica evocazione di quel “diritto naturale” che abbiamo trattato nel nostro precedente colloquio, e che continua a costituire la “cartina  tornasole” rispetto a ogni comportamento ed ordinamento umano.

D: Oggi, tuttavia, il termine “coscienza” è diventato ambiguo: molto spesso cela solo la pretesa di agire secondo i propri desideri: ha, in altre parole, assunto una connotazione relativista. Come ci si può allora rettamente orientare?

R: Credo che, ancora una volta, una saggia chiarificazione provenga dall’insegnamento di Benedetto XVI. In un suo saggio, “Elogio della coscienza” , egli ha fra l’altro evidenziato come la coscienza – innata nell’uomo in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio – possa alterarsi fino a corrompersi a contatto di cattive influenze culturali o sociali. E ciò sino a trasformarsi anche in “malacoscienza”. Per porre una netta distinzione fra sana e corrotta coscienza, l’attuale “Papa emerito” ha ritenuto opportuno – rifacendosi a un’antica concezione platonica – impiegare per la “coscienza allo stato puro” il termine “anamnesi”  e ciò allo scopo di non confonderla nel generico nome “coscienza” che comprende qualsiasi stato della stessa.

D: Ragione, coscienza, natura: sono i cardini del magistero di Benedetto XVI: in effetti, nel precedente libretto, scritto ai tempi del suo pontificato, abbiamo ragionato sul tentativo svolto da Joseph Ratzinger di conciliare fede e ragione, il sacro e la scienza. Ma questo incontro, questa sintesi, è realizzabile non solo nelle discipline umanistiche o giuridiche, ma sullo stesso terreno delle cosiddette “scienze esatte”.
In tal senso, recentemente, hai avuto modo di parlarmi di un libro, scritto dal prof. Flew, in cui hai trovato spunti “ratzingeriani”. Potresti, a beneficio mio e dei lettori, sinteticamente riassumerlo?

R: Antony Flew, morto recentemente,  è stato un notissimo  studioso inglese,  docente presso diversi prestigiosi atenei (Oxford, Aberdeen, Keele, Reading, e la York University di Toronto) dove ha per anni professato l’ateismo. L’ultimo suo libro “Dio esiste”    è frutto di incontri e  dialoghi avuti con diversi uomini di scienza, che hanno determinato in lui un totale cambiamento di vedute. Ebbene quel libro che rappresenta una sorta di testamento spirituale in quanto  indica la meta ultima della sua vita di studioso e ricercatore, è suddiviso in tre parti. Nella prima parte intitolata “La mia negazione del divino”, Flew descrive  quello che è stato il contenuto delle sue lezioni e quindi  gli argomenti da lui sostenuti da posizioni ateistiche. Nella seconda parte intitolata “La mia scoperta del divino” parla della sua  “conversione”, avvenuta per il contatto ed il confronto da lui avuto  con uomini di scienza, che  lo hanno indotto a ritenere come la scienza, pur straordinaria e sempre capace di nuove scoperte, non sia però in grado di rispondere a tutte le domande dell’uomo, eludendo in particolare proprio  le più importanti ed estreme.
E’ giusto però qui  dire che  quando Flew parla di “conversione”, non intende l’approdo a una specifica fede religiosa, benché riconosca come, fra tutte le religioni, quella cristiana sia la più attraente. Egli fa solo professione di “deismo”, riconoscendo, per vie razionali, l’esistenza del “divino”, ossia di una realtà metafisica che trascende la scienza.
C’è infine  una terza parte (una sorta di appendice) in cui lo stesso Flew replica, polemizzando con alcuni  suoi allievi, fra i quali è significativo segnalare il famoso Richard Dawkins, autore di un celebre libro, tradotto anche in italiano, e molto diffuso, il cui titolo è  “L’illusione di Dio”.

D: Dawkins, un “apostolo dell’ateismo”.

R: Sì, e in tal senso è un po’ il maître-à-penser dell’italiano Piergiorgio Odifreddi, che abbondantemente lo cita. Ma qui è bene sottolineare  il fatto che lo stesso maestro di Dawkins abbia  dichiarato come  tutto quello che aveva insegnato era da rivedere, il che  conferma  come  anche attraverso le vie della scienza sia possibile  arrivare a Dio. Anzi, più la scienza è ad alto livello, più ciò avviene facilmente e qui torno all’affermazione di Louis Pasteur, che già in altre occasioni ho citato:  “poca scienza allontana da Dio, ma la grande scienza riporta a Lui”.

D: Quali sono le più importanti tematiche che il prof. Flew affronta per suffragare le sue tesi?
R: L’autore, riassumendo gli argomenti che l’hanno condotto a questa scelta, al suo riconoscimento dell’esistenza di una “mente superiore”, sembra quasi adombrare il Prologo del Vangelo di San Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Sia chiaro: non lo cita esplicitamente, ma il suo ragionamento sembra seguirne una sorta di versione “laica”. A suo avviso, tre sono i punti che determinano nell’uomo di scienza una conversione deistica, corrispondenti a tre campi della ricerca scientifica: il primo concerne la questione che lasciò perplessa - e continua a farlo, come dice - gran parte degli scienziati, e cioè l’incredibile complessità delle leggi della natura, in tutti gli ambiti, e in particolare nell’essere umano: siamo costruiti in modo tale che tutto il nostro organismo è regolato da leggi che, se non vengono rispettate, determinano alterazioni. Laggi che, solo ad averle pensate, c’è da rimanerne storditi per quanto siano complesse. E tale complessità è tanto maggiore quanto più  vai avanti nella ricerca e più approfondisci la ricerca stessa. La seconda considerazione a suo avviso fondamentale è il fatto di come sia possibile originare la vita dalla non-vita. Questo passaggio non è possibile: le sperimentazioni sono state tentate in tutti i modi. Dunque, non è sperimentalmente provata la possibilità di passare dalla non-vita alla vita.

D: Non a caso, fu proprio il Pasteur da te prima citato che, perfezionando i precedenti studi di Lazzaro Spallanzani (un gesuita), enunciò il principio secondo il quale non era possibile la generazione spontanea della vita, ma che tutto ciò che vive proviene necessariamente da altri esseri viventi: “omne vivum ex vivo”.

R: Esattamente. E forse furono proprio quegli esperimenti, da cui trasse il principio da te enunciato – e che gli valsero un alto riconoscimento da parte dell'Académie Française – a spingerlo alle conclusioni  sintetizzate nell’affermazione prima citata.
D’altra parte, gli ulteriori studi e le ricerche più perfezionate – a cui Flew fa riferimento – dimostrarono in seguito che, non soltanto gli organismi complicati non si generano spontaneamente, ma non lo fanno neanche le più piccole entità viventi come i batteri e i virus. Deve dunque per forza esistere, conclude il docente inglese, un “artifex vitae”, una realtà superiore che crei la vita “ex-nihilo”.
Infine, la terza riflessione di Flew, che d’altronde è la più diffusa ed immediata, concerne l’origine dell’universo. In che modo è nato? D’accordo il Big Bang, e via dicendo: ormai è un luogo comune da tutti dato per assodato. Ma come ha potuto verificarsi e perché è avvenuto in un determinato momento?  E prima cosa c’era? E così avanti …
E’ poi da sottolinare il dato per cui tutti gli scienziati aperti al trascendente -  fra cui coloro che hanno condotto Flew al capovolgimento delle sue precedenti convinzioni -  fissano la loro attenzione proprio sulla critica a quelle due nozioni di “caso” e “necessità” che costituiscono il caposaldo della “scuola” darwinista. Tutti giungono  inevitabilmente ad ipotizzare  un’entità creatrice o almeno ordinatrice (il “demiurgo” platonico, potremmo dire), che viene definita “mente di Dio”, una mente superiore che ha dato luogo a tutto quello che per noi credenti,   lo ribadisco e sottolineo,  è il “Verbo”,  il “Creator Spiritus” ( lo “Spirito Creatore”) ossia  il Logos.

D: Sta di fatto, Gaetano, che ogni volta che la scienza si crede, direi prometeicamente , capace di comprendere ogni cosa, di arrivare alla radice di ogni problema, in realtà viene a sua volta sconfessata da successive scoperte: è il caso, ad esempio, del codice genetico. In un recente articolo, il giornalista e scrittore Maurizio Blondet  ha constatato come la scoperta del DNA, che si riteneva fosse in grado di dirci tutto sulla realtà umana, in realtà è stata ridimensionata proprio per la sua relatività. In altre parole, ci si è resi conto che il patrimonio genetico non spiega tutto dell’uomo in quanto  al di là di esso c’è ben altro!

R: E’ vero.  Si presumeva infatti che il numero dei geni di un essere umano, data la sua complessità,  fosse notevolmente superiore a quello di tutte le altre specie viventi. I primi studi sul genoma sono stati effettuati su un particolare moscerino della frutta e così venendo a conoscenza che il numero dei suoi geni  sono circa quindicimila per ogni cellula. Ebbene, dopo anni ed anni di studi e di ricerca, il gruppo di scienziati guidati dal noto genetista americano  Francis Collins,   ha reso noto come il numero di geni dell’essere umano sono risultati essere meno di trentamila, quindi meno di un decimo di quelli presunti e cosa stupefacente si è accertato che  alcune facoltà dell’uomo vengono trasmesse in modo misterioso. Un fatto che lo stesso  Blondet da te citato poneva in particolare evidenza nel suo articolo, tanto da indurlo ad affermare “il mistero del DNA non sta nel DNA”. C’è infatti qualcosa di incomprensibile, una sorta di energia non solo fra gli uomini, ma fra gli esseri viventi in generale, che la scienza non è ancora in grado di comprendere e spiegare . Il che conferma: più la scienza avanza, più le cose da capire aumentano!

D: In tal senso, mi ricordo che mi parlasti di una suggestiva immagine che ti propose un illustre uomo di scienza da te conosciuto.

R: Sì, accadde circa sessant’anni fa,  un’epoca anche quella di notevole sviluppo e grandi progressi, con aspetti e risvolti inquietanti: si pensi all’energia atomica. Ebbene, essendo allora da poco assistente universitario  di elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma, affascinato proprio dal vorticoso aumento delle conoscenze umane in campo scientifico, ebbi occasione di chiedere al grande matematico  Francesco Severi  , dove mai saremmo potuti arrivare. Ed egli così mi rispose: immagina che tutte le conoscenze umane vengano  via via immagazzinate in una sfera, un’immensa  sfera immersa nel mistero, che ovviamente aumenta di volume con l’aumentare delle conoscenze in essa raccolte. Ebbene se il volume della sfera aumenta, aumenta anche la superficie del suo involucro e quindi aumentano i punti di   contatto con il mistero. In altre  parole, paradossalmente, il progresso della scienza non diminuisce il mistero ma lo  ingigantisce!

D: E’ una strada infinita…

R: Sì,  in effetti, con quella meravigliosa e appropriatissima figura, Severi mi fece capire che non arriveremo mai a capire tutto. Per cui l’idea che attraverso la scienza l’uomo possa diventare una sorta di semi-dio è un’assurdità. La superbia intellettuale di certi esponenti dell’ideologia positivista – si pensi ad alcuni personaggi resi noti dalla  televisione – è veramente fuori luogo. L’autentico uomo di scienza, proprio alla luce dell’immenso mistero con cui si trova a confrontarsi, dovrebbe caratterizzarsi per un senso di misurata e umile consapevolezza della sua finitezza.
Devo dire che tanti studiosi, anche non credenti, hanno dimostrato rispetto per questo “Oltre”, che c’è al di là delle scienze positive. Ho già citato Pasteur, ma potrei anche ricordare Blaise Pascal, filosofo e teologo, ma anche matematico e fisico, per il quale “l’ultimo passo della ragione umana sta nel riconoscimento che vi sono infinite cose che la superano”. O ancora: “La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa è l’immagine di Dio e ha dei difetti per mostrare che ne è solo un’immagine”.

D: Quest’ultima riflessione, che dimostra la possibilità dell’intuizione del creatore attraverso la creatura, è presente, mutatis mutandi, in tutte le culture e in tutte le civiltà. Mi piace a tal proposito riferire a mia volta questo pensiero, presente nel misterioso “Corpus Hermeticum”, (trattato IX, Nous a Ermete), che così tanto ha influito sulla sapienza tardo-antica e poi umanistico-rinascimentale: “Eppure tu dici: Dio è invisibile? Non dire sciocchezze. Chi è più evidente di lui? E’ proprio per questo che ha creato tutte le cose: perché tu possa vederlo attraverso tutti gli esseri. Questo è il bene di Dio; questa è la sua immensa virtù, manifestarsi attraverso tutte le sue creature. Nulla, infatti, è invisibile, nemmeno tra gli incorporei. L’intelletto si rende visibile nel pensare, Dio nel creare”.

R: Molto bello! Da parte sua, l’enciclopedista Denis Diderot, che pure è fra i massimi esponenti dell’illuminismo, riconobbe che “l’occhio e l’ala di una farfalla bastano per annientare un ateo”. Tale frase potrebbe costituire la chiosa alla prima delle tre summenzionate riflessioni di Flew! E, infine, ci tengo a ricordare ciò che una volta disse Albert Einstein, tanto più significativo, dal momento che questi rappresenta, anche per il comune sentire, una sorta di “archetipo” dello scienziato contemporaneo: “La scala della scienza è come quella di Giobbe: finisce ai piedi di Dio…”

D: Tutte queste belle massime mi fanno tornare a mente  un altro fenomeno, correlato al precedente, concernente la hybris, tanto orgogliosa quanto fuori luogo, di esponenti dell’odierno scientismo. La recente pubblicazione del carteggio fra il “Papa emerito” Benedetto XVI e il già citato Odifreddi ha messo in luce l’imbarazzante ignoranza (lo dico nel senso etimologico del termine, senza alcuna intenzione offensiva) di tale scienziato in campi quali la teologia e la filosofia. Lo stesso Ratzinger, con la bonomia e l’educato rispetto che lo contraddistinguono, rimprovera cortesemente il suo interlocutore di essere totalmente digiuno di nozioni sulle quali si permette di pronunciare sprezzanti sentenze. A sua volta, Eugenio Scalfari, nelle sue famose domande che hanno dato luogo alla presunta “intervista” al regnante Pontefice, dimostra una carenza non dico teologica, ma persino catechistica a dir poco disarmante!

R: Sì, sono personaggi che non sono disposti a cercare di vedere oltre il proprio campo di ricerca specifico. Oggi la figura dello “scientista” si sostituisce a quella classica del “sapiente”. D’altronde, Ratzinger, che tu giustamente citi, nei suoi scritti ed interventi lo ribadisce sovente: la scienza ci potrà far capire, sempre più e meglio, circa le cose materiali, ma al di là di questa prospettiva “orizzontale”, non è la scienza che ci può aiutare, ma la metafisica o, a un altro livello, la religione; ed aggiunge, che se ci si arresta al dato di fatto corporeo, noi limitiamo le nostre possibilità di esseri umani, in quanto  ci limitiamo al dato “positivo”, ossia a ciò che è confermabile sperimentalmente.

D: E’ un problema che, a tuo avviso, investe solo le “scienze esatte”?
 
R: Niente affatto, purtroppo. Tieni conto che tale ragionamento riguarda tutti i campi dell’azione e del sapere umano: più sopra abbiamo accennato alla  differenza fra legalità e legittimità. La questione è sempre la stessa: se ci si arresta al positivismo , in questo caso al “positivismo giuridico”, avremo sì l’elaborazione di una legge, ma non è detto che essa risponda a oggettivi criteri di legittimità. Le leggi sono valide e solide se hanno un fondamento di legittimità. E’ questa che convalida e fonda la legalità, e non il contrario. A parte la legge divina, che concerne la sfera religiosa e spirituale, a dare legittimità a un ordine giuridico – lo ripeto ancora una volta – è il “diritto naturale”; è la sua aderenza alla legge naturale, valida sempre ed ovunque, perché universalmente ed eternamente insita nel cuore dell’uomo.

D: D’altronde, in quanto eredi – benché indegni – del retaggio classico-cristiano e, in particolare, figli (degeneri) della civiltà romana, queste cose le dovremmo ben sapere, dovrebbero essere l’ “abc” della nostra coscienza civile e morale.

R: Sì, in quanto europei ed italiani, la nozione di “diritto naturale” dovrebbe essere come connaturata al nostro essere; potremmo quasi dire che  fa parte del nostro DNA! Quel diritto naturale che, come diceva San Tommaso “muovendo dall’antichità ebraica e greco-romana, è arrivato sino a noi attraverso la tradizione della scolastica, della filosofia perenne, che riduce il diritto naturale a pochi, sommi princìpi, che non possono mai essere violati, ma sono suscettibili di diverse applicazioni storiche nei casi particolari, e bisognosi di essere determinati nei contenuti, integrati nelle istituzioni, fatti rispettare anche con congegni più positivi” .

D: Più volte, durante le nostre discussioni, ci siamo soffermati a esaminare il carattere propriamente “romano” di tali nozioni. Basti pensare all’opera di Cicerone, che non fa che “sistematizzare” il patrimonio giuridico-filosofico del suo popolo. Del resto, la frase di San Paolo precedentemente citata si riferisce proprio a loro. E chissà che l’ “apostolo delle Genti”, da uomo colto qual era, non avesse letto le opere del Tuscolano… Secondo te, Gaetano, come nasce questa consapevolezza?

R: I Romani erano un popolo di agricoltori per eccellenza. Una volta a scuola si additavano gli esempi di Cincinnato e di Catone. Anche la loro religione, prima delle contaminazioni ellenistiche ed orientali, era largamente “agreste”, nei culti  come nelle divinità. I Romani, insomma, sono gli “inventori” (nel senso etimologico, cioè scopritori) della “legge naturale” perché popolo di contadini che conoscevano  la natura e sapevano utilizzarla per il bene dell’uomo. L’agricoltura è in fondo questo: la natura umanamente ordinata. Non dimentichiamoci del resto che il concetto di natura va sempre coniugato con quello di ragione. E cosa c’è di più “ragionevolmente naturale” che il lavoro dei campi?
D’altra parte, non è certo un mistero che una stretta relazione con la natura favorisca la spiritualità, e alcune frasi celebri prima riportate lo confermano. San Bernardo da Chiaravalle diceva di trovare maggiore sapienza in un bosco che in una biblioteca. E, per tornare al summenzionato Catone, questi affermava: “I nostri avi per lodare un galantuomo lo lodavano come buon contadino e buon agricoltore; e chi veniva così lodato, si riteneva che avesse la più grande delle lodi. Dai contadini nascono gli uomini più forti e i più validi soldati: è là che si realizza il più giusto guadagno, il più saldo, il meno esposto al malanimo altrui, e chi è occupato in questa attività è alieno più di ogni altro da cattivi pensieri”. Columella , da parte sua, sosteneva che “l'arte dell'agricoltura è vicinissima alla sapienza e, per così dire, sua consanguinea”, mentre lo stesso Cicerone riteneva “niente di meglio della coltura del campo, niente di più fecondo, niente di più dolce, niente di più degno di un uomo libero”. E potremmo continuare a lungo…

D: Questa relazione, poi, impediva loro di cadere in quella che i Greci chiamavano “hybris”, la tracotanza e l’eccesso oggi al contrario imperanti. Una divinità agreste del loro pantheon primigenio era Terminus, che non era solo il dio tutelare dei confini, ma anche del limite in senso etico e psicologico.

R: E’ chiara dunque, date simili premesse, l’attenzione, direi sacra, per la legge naturale e la sua applicazione. Ma ciò che dici mi consente di tornare al “senso del limite” largamente andato perduto. In ciò, la cultura dominante è certamente responsabile. Eppure, se essa fosse coerente con se stessa, avrebbe mille motivi per assumere ben altri atteggiamenti. Già prima abbiamo affrontato il coraggioso lavoro di Flew, ed ora vorrei aggiungere un altro tema di riflessione, riallacciandomi ancora una volta alle riflessioni del “Pontefice emerito” Benedetto XVI, secondo il quale, con il loro superbo, ma limitato e limitante, modo di procedere, gli uomini di oggi, e molti scienziati in particolare, si trovano come chiusi in un bunker, le cui pareti impediscono loro di vedere “Oltre”. Ebbene, questo “muro” che impedisce loro di vedere più lontano mi fa venire in mente, per contrasto, un ben diverso muro, quello di Planck…

D: Di che cosa si tratta?

R: Max Planck fu un fisico tedesco, vissuto fra il 1858 ed il 1947. A lui, fra l’altro si deve la scoperta, appunto, del cosiddetto “muro di Planck”. Esso è la più piccola dimensione temporale possibile, ovvero 10 alla meno 33 secondi. Riguarda però anche la dimensione spaziale (altezza, lunghezza, profondità), ovvero 10 alla meno 33 metri. In pratica è la dimensione (temporale ma anche spaziale) più piccola possibile: al di sotto di essa spazio e tempo cessano di esistere. In altre parole, al di sotto del muro di Planck (così definito proprio perché è impossibile da superare) le quattro dimensioni spazio-temporali cessano di esistere: è difficile da capire e immaginare, ma è  così!

D: E allora  cosa c’è “dopo”?

R: E’ proprio questo a cui volevo arrivare. Oltre c’è il mistero, il non-tempo, il non-spazio, l’infinito e l’eternità. La sapienza di tutti i popoli e di tutte le civiltà si è affaticata a dare risposte in questo senso. I pensatori greci, indù, cristiani e musulmani hanno cercato di porre in termini filosofici la questione : si pensi alle pagine delle “Confessioni” di sant’Agostino, che il vescovo di Ippona dedica al tema del tempo. Oltre il tempo c’è l’eternità, prima del mondo, e al di fuori di esso, il tempo non esiste.
Ecco, Siro, ti ho fatto solo un esempio, ma per me estremamente eloquente e significativo, di come la scienza possa rendersi propedeutica a più alte forme di conoscenza, invece di chiudersi orgogliosamente in se stessa ed anzi porsi prometeicamente al servizio di  ideologie e pratiche tecnocratiche.

D: Allora aveva proprio ragione Dostoevskij: “Se Dio non c’è, tutto è permesso”!

R: Proprio così: l’attuale crisi che attanaglia la nostra civiltà è figlia dell’ateismo, pratico  e teorico (potrei dire – e poi ne darò spiegazione – pratico perché teorico). Riprendendo l’aforisma di Dostoevskij , Etienne Gilson ebbe a scrivere: “Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare, perché se tutto ciò che è stato un tempo, lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene”. Dunque, tutte le aberrazioni che ci scandalizzano e ci turbano, gli “uteri in affitto”, i “matrimoni gay” con relative adozioni, l’uomo ridotto a materia da laboratorio, le migliaia di aborti giornalieri – veri e propri sacrifici umani legalizzati, secondo le severe parole di Papa Francesco -, l’imbarbarimento dei costumi, la deliberata corruzione delle nuove generazioni: ecco, tutto ciò, insomma, è “ateismo pratico” che  discende precisamente ed inesorabilmente dall’ “ateismo filosofico”, dal ripudio dell’Essere e dal ribaltamento di prospettiva fra l’uomo e la realtà.

D: Come e quando è avvenuto tale rovesciamento?

R: Cornelio Fabro, grande teologo italiano (1911- 1995) studiò a fondo il problema, individuando nel filofoso e matematico francese René des Cartes (Cartesio) il promotore della  corrente di pensiero che rinnegando il fondamento dell’ “essere” aprì la strada a quella  deriva filosofica che, via e più crescendo, investe oggi l’intero mondo occidentale.
E’ con Cartesio infatti che, come dice Fabro, “incipit tragoedia hominis moderni”: il suo “cogito ergo sum” non è una banale formuletta latina , ma il tragico rinnegamento del fondamentale  Prologo di San Giovanni (“in principio era il Verbo ……” ) che abbiamo più volte citato.
Al centro, o meglio all’inizio, non c’è più l’Essere, ma l’io pensante: non è più l’Essere che crea il pensiero, ma il pensiero che crea l’essere .
Tutto lo sviluppo della filosofia occidentale moderna è la storia della rivolta del soggetto contro la metafisica classica e, in definitiva, contro Dio. Si tratta, come ha scritto l’autore citato in nota, “di una filosofia che ha rovesciato la relazione fra il pensiero e l’essere, fra la creatura e il creatore”.
Il “cogito” di Cartesio non è che il primo passo  di un percorso che proseguirà col sensismo britannico, col razionalismo illuminista, con l’hegelismo, con il positivismo, per giungere drammaticamente a Nietzsche, a Freud al nichilismo ed alla cosiddetta “età secolare”, titolo anche della voluminosa opera del filosofo Charles Taylor di cui abbiamo parlato nel corso del 9° incontro con i giovani del gruppo “Conciliazione 22”.
L’ateismo si afferma oggi  perché è stata rovesciata la prospettiva classica. Dio diviene un prodotto della coscienza umana: è l’uomo che “crea” Dio.
E’ ovvio che, da quelle premesse, il risultato non poteva essere diverso. E da lì, discende, altrettanto inevitabilmente, il passaggio dall’ateismo teorico all’ateismo pratico, da quello “di élite” a quello di massa, e chi lo pratica  ne è vittima  senza neppure rendersene conto…

D: Non è certo un panorama incoraggiante… Ci sono possibilità di cambiamento, c’è ancora qualcosa che può – o vale la pena – di essere salvato?

R: Questa la situazione in cui ci troviamo.
Ritenere pertanto - come il quotidiano bombardamento dei media sembra volerci confermare - che la crisi sia soltanto di carattere economico-finanziario è da sprovveduti. Purtoppo, sono molti, fra politici, intellettuali e giornalisti, che paradossalmente e senza rendersene conto si lamentano della “crisi” ed al tempo stesso la promuovono sotto il profilo sociale, civile, etico e culturale.
La crisi è totale, investe tutti i campi della vita umana. E’  una  “crisi di civiltà”. E come è possibile uscirne?
Una  prima missione da compiere per salvare il salvabile,  è  il  rilancio della  “famiglia” e della “solidarietà”.
La famiglia, l’unica degna di tale nome, è la base stessa della società.  Giambattista Vico evidenziò come l'inizio della civiltà avviene nel momento in cui una comunità umana riconosce e attua tre istituti: “il culto religioso”, “il matrimonio” e “la sepoltura dei morti”.Ed ancora  il sociologo Pierpaolo Donati   ci dice che “le tombe più antiche delle età preistoriche in tutti i continenti ci mostrano sepolti assieme un uomo e una donna, con o senza figli. Segno che la coppia è all’origine del processo di civilizzazione”.
Difendere quindi la famiglia naturale dai continui attacchi ai quali è oggi  sottoposta è un dovere direi sacro. Ed a questo proposito voglio dire che  l’attuale battaglia condotta  in Francia da “Manif pour tous” è la dimostrazione che reagire è possibile.
Quanto  poi a la solidarietà : non vi accorgete che nella nostra società gli anziani sono sempre più soli ed abbandonati, che diminuiscono le nascite ed aumentano i poveri?
 Riscoprire il senso di appartenenza, riaffermare i legami sociali e contrastare la diffusione dell’individualismo egoistico, queste le cose sulle quali dobbiamo  impegnarci  e delle quali,  desidero sottolinearlo, quotidianamente ci parla  Papa Francesco.
Solo così il nostro popolo  potrà essere “comunità di destino”.

Tornano intanto  alla mente gli scritti su le cause e le dolorose vicende della caduta dell’Impero Romano e della fine del mondo antico. Quando Alarico, nel 410, saccheggiò Roma vi entrò senza colpo ferire, ad aprirgli le porte dell’Urbe furono  mercenari goti che avevano ormai sostituito i legionari di un tempo.
Ma voglio anche qui ricordare come proprio  alla notizia di quello storico “sacco” a   S. Agostino venne l’illuminazione di comporre il  “De civitate Dei”, architrave del millennio medievale europeo e furono poi i Padri della Chiesa a compiere il salvataggio dell’eredità culturale etica e spirituale di Roma.

 

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