"Il cambio di paradigma: la rivoluzione del gender"
Gaetano Rebecchini
lunedì 28 maggio 2007 

Il Cambio di  Paradigma
La rivoluzione del “gender”

 

Il ‘68 è passato da quasi quarant’anni, ed ha lasciato dietro di sé una serie di fallimenti ma,  per i protagonisti, il risultato è stato, sì di sconfitte ma anche di successi.
Di sconfitte, poiché gli scopi della rivoluzione sessantottina, sono falliti: niente “dittatura del proletariato”, niente fine del capitalismo, niente  fine dell’ “imperialismo americano”.
Ma, come dicevo, anche di successi, perché i  giovani protagonisti di allora sono diventati i leaders dell’establishment politico, mediatico e culturale di oggi. E l’oligarchia così formatasi tenta ora di imporre alla società neo-liberale dell’occidente,  un  “cambio di paradigma”, con  sconvolgimento della morale tradizionale e l’affermazione  di pseudo-valori, in  parte già presenti nell’utopia pacifistico-ugualitaria comunista. Siamo, come vedremo, di fronte ad una vera e propria rivoluzione culturale ed antropologica.
Dimenticate le lotte per i deboli e gli sfruttati, gli aneliti di giustizia sociale, e quell’umanitarismo laico che aveva caratterizzato la tradizione socialista occidentale, i neo-rivoluzionari sospingono l’attuale società post-moderna verso il soddisfacimento di desideri, di impulsi, di istinti individuali, in un trionfo  edonistico senza limiti (il “primato del corpo”).
Un cambiamento di indirizzo  intuito da Augusto Del Noce, che lucidamente  preannunciò la metamorfosi del comunismo e più in generale della sinistra in “partito radicale di massa”.
Motore del “cambio di paradigma”  è  la “rivoluzione sessuale”, mediante  la quale viene  scardinato un modello etico -  culturale, mentale, spirituale – formatosi nell’arco di almeno quattromila anni. Modello  che ha  radici nella tradizione indoeuropea, culminata nella civiltà ellenico-romana. Ed è dall’incontro provvidenziale di questa civiltà con quella   ebraica vetero-testamentaria che nasce la civiltà cristiana, e  quella  sintesi cattolica che, come ricordava  Papa Leone XIII, “plasmava e governava l’intera società”, e di cui anche significativi esponenti del mondo laico se ne sentivano parte, e basterebbe ricordare  il “non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce. 
Civiltà cristiana che, è bene ricordare,  poggia  sul principio di oggettività ( religiosa, civile, etica,  scientifica) e quindi  su quel principio di realtà, che il soggettivismo delle nuove tendenze  utopiche,  tende   a soppiantare dando luogo a “relativismo” e “nichilismo”, sui quali   pone la sua preoccupata attenzione Sua Santità Benedetto XVI;  e rinnegando il principio di realtà, viene anche meno il principio di identità e di non-contraddizione,  fondamento di tutta la  aristotelica logica occidentale, e cade altresì  il suo corollario, ossia quel sistema binario sul quale la realtà si modula: vero/falso, bene/male, giusto/sbagliato, unità/molteplicità; e, passando, in campo antropologico, perde forza  anche il sistema binario, maschio/femmina, in cui i termini delle contrapposizione non hanno, ovviamente, significato di opposto valore (come, ad esempio, quello di bene/male), ma costituiscono la bipolarità su cui si basa la natura umana,  che da detta bipolarità non può prescindere, pena la sua stessa estinzione. Bipolarità per definire la quale usiamo da sempre il termine “sesso”, la cui stessa  etimologia richiama alla necessità di una specificazione: sesso maschile e sesso femminile.
Questa rivoluzione culturale post-moderna si accompagna anche ad un ingannevole cambiamento linguistico  basato sull’eufemismo semantico, e ciò al fine di facilitare l’affermazione della rivoluzione stessa.  Vengono così formulati nuovi termini o “giri di parole” per rendere più soft l’impatto e più  accettabile il contenuto.  Per fare qualche esempio:  il termine “aborto” viene sostituito con l’espressione  “interruzione volontaria della gravidanza”; i metodi che impediscono l’impianto dell’embrione, come la “pillola del giorno dopo”,  non vengono più definiti “abortivi” ma “contraccettivi”;   il micidiale “kit” per procurare l’aborto viene presentato come  “kit di emergenza per la salute riproduttiva” ; e, seguendo la medesima linea eufemistica,  l’essere umano appena concepito,  viene chiamato   “pre-embrione”.
  I promotori della nuova rivoluzione  hanno infatti capito che senza la “battaglia delle parole”, e quindi  restando  ancorati all’evangelico “sì,sì, no, no” o al detto popolare   “pane al pane, vino al vino” – in altri termini, continuando a chiamare le cose con i propri nomi – i  rivolgimenti sociali e culturali perseguiti  sarebbero stati più difficilmente accolti .
Ebbene, questa tecnica fu in particolare adottata alla  “Conferenza mondiale sulla donna” indetta dall’ONU  a Pechino nel 1995, dove per la prima volta fu introdotto il termine “genere” (“gender”) in sostituzione del termine  “sesso” . Ed è interessante fare presente, come agli inizi di quella  Conferenza molti dei partecipanti, ed in particolare i rappresentanti schierati in difesa della famiglia, non riuscivano a comprendere il perché di quel cambiamento, e fu proprio l’accanimento con cui le “femministe radicali”, presentatrici  della cosiddetta “Agenda di genere”, ne richiedevano l’approvazione ad allarmare prima, e, poi a far capire quali conseguenze rivoluzionarie quel semplice cambiamento di termine avrebbe comportato.
La scrittrice Dale O’Leary, che partecipava a quel Convegno,  spiega molto bene tutta la vicenda nel suo libro-documento (1) . Mi limito qui solo a segnalare  che  mentre  la parola “sesso” rimanda a quell’oggettività naturale su cui si fonda l’antropologia classico-cristiana,  il termine “genere” indica invece un’identità non precostituita, ma frutto di convenzioni ed evoluzioni storico-culturali.  Nel detto libro  si legge  infatti ( pag. 110) “genere è un concetto che si riferisce ad un sistema di ruoli e di relazioni determinati non dalla biologia ma dal contesto economico, politico e sociale. Il sesso biologico di una persona è dato dalla natura; mentre il genere è costruito……”. In altre parole, secondo questa concezione,  l’essere maschio o femmina è solo una distinzione culturale: non  si nasce, o “uomo” o “donna”, ma lo si diventa, perché è un’opzione soggettiva, e ciò vale anche  per  ogni altro tipo di “identità di genere”: “pederasta”, “lesbica”, “bisessuale”, “transessuale” e domani, chissà cosa mai.
Avete quindi ben capito quale nuovo scenario ci viene oggi posto   di fronte?
Ma vediamo, seppur brevemente, come e quando questo processo rivoluzionario ha avuto origine. Quale  gli antefatti, quali  i promotori, e quale  il ruolo dell’ONU.
Intorno al 1968 alcuni personaggi  lanciarono l’allarme che le risorse del globo non sarebbero state presto più sufficienti a sostenere la popolazione mondiale  in continua crescita; in Italia probabilmente ricorderete i nomi di  Adriano Buzzati Traverso e di Aurelio Peccei, Presidente del Club di Roma ed anche il  suo   documento “i limiti dello sviluppo”.
Ebbene, a parere di quei signori, bisognava  intervenire quanto prima  per disinnescare la cosiddetta  “bomba demografica”. Ebbe così inizio  una massiccia campagna a livello mondiale sostenuta da “lobbies” fortissime di tendenze neo-maltusiane, le quali, tramite  ONG  appositamente costituite, (e tra queste mi limito a segnalare la fortissima IPPF (2) di simpatie eugenetiche), conquistarono  all’ ONU un enorme influenza, talvolta anche  superiore a quella degli stessi Stati componenti, e ciò sino al punto di  incidere sullo  spirito di fondo di quella organizzazione mondiale che in più occasioni è apparsa  non tenere in considerazione la stessa  “dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948.
Per ridurre il numero delle nascite furono, come dicevo,  investiti miliardi di dollari e praticati tutti i sistemi, anche i più ignobili (aborti, sterilizzazioni di massa, ecc..),  in particolare tra le popolazioni di alcuni Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ciò nonostante i risultati non furono però considerati soddisfacenti: il tasso di fertilità non  diminuiva nella misura desiderata e pertanto  si imponeva un cambio di  strategia. E qui, eravamo agli inizi degli anni ’70, come scrive Eugenia Roccella  nel libro (3) da lei scritto con Lucetta Scaraffia, intervenne un nuovo personaggio: Mrs. Jean Dullop, collaboratrice di John Rockfeller, presidente dell’ IWHC (4). La Dullop - che aveva capito la portata rivoluzionaria della  svolta compiuta dal  movimento femminista alla fine degli anni ’60, svolta incentrata sulla separazione tra sessualità e procreazione -  propose di coinvolgere nell’operazione antinatalista il rinnovato movimento femminista affermando che:“il cuore delle politiche demografiche sono le donne;  dunque bisogna coinvolgerle puntando sui loro diritti” .
E da allora il movimento dei “diritti delle donne” diventa l’elemento principe delle politiche antinataliste, movimento che prenderà poi l’eufemistico nome di “movimento per le politiche dei diritti riproduttivi”, accolto purtroppo anche  dalla Comunità Europea.
Il movimento delle donne, nato con tutt’altre finalità circa un secolo prima, veniva così sopraffatto dalla politica radicale, a sua volta influenzata da diverse correnti ideologiche tra le quali quella di matrice marxista espressa da Engels nel suo trattato sulla famiglia (5) che la Dale O’Leary così riassume: “le donne sono la prima proprietà privata e  l’oppressione delle donne da parte degli uomini è la prima oppressione di classe”. La prima lotta di classe nasce quindi nella famiglia e di conseguenza  all’interno della famiglia deve essere fatta esplodere.
Credo che tutto ciò sia più che sufficiente per ben comprendere   quale sia la portata del  processo rivoluzionario in corso.
Quindi con l’intenzione di frenare l’aumento demografico sono state battute tutte le strade ed usati tutti i  mezzi, dando via libera  agli egoismi più insensati,  alle passioni più sfrenate e favoriti gli accoppiamenti  sterili più diversi;  contemporaneamente, si è dato corso ad una campagna aggressiva nei confronti  della famiglia, perché colpevole di rendere la donna  schiava della maternità,  e nei confronti della Chiesa perché da sempre schierata a  difesa della famiglia, della maternità e della vita.
Ed ora, l’utopico “cambio di paradigma” comincia a dare i suoi frutti. E così, mentre cresce l’avversione  dei popoli del Terzo Mondo nei confronti dell’Occidente che si presenta ai loro occhi egoista, cinico e corruttore, si rende di giorno in  giorno più evidente una vera e propria  “eterogenesi dei fini”. Infatti è   proprio nei   Paesi dell’Occidente,  e particolarmente in Europa, che si  manifesta in misura grave quel fenomeno della denatalità, che si voleva provocare nei Paesi-cavia del Terzo Mondo. Un fenomeno questo che è indice di   decadenza  e che non a  caso si accompagna  ad un forte incremento dell’immigrazione. 
E ciò è allarmante; perché  la  fisica ci insegna che  “se si forma un vuoto qualcuno lo riempie”; e la storia ci ricorda che “ se  una civiltà entra in decadenza  un’altra inesorabilmente la sostituisce”.
Questo purtroppo è quanto sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi.
 Ma non voglio concludere  con queste nere previsioni e ciò  non per voler essere ottimista a tutti i costi, ma perché non posso credere che i figli della civiltà cristiana abbiano del tutto  smarrito  la via della  “recta ratio”  ed anche perché,  eventi recenti  quali il “Family day” a Roma ed in Francia l’elezione di Sarkozy (che dichiara chiusa l’era del ’68), consolidano la nostra fiducia nell’evangelico “non prevalebunt”.

 

 

 

 

 

 

Note:
(1) Dale O’Leary:  “Maschi o femmine?” prefazione di Dina Nerozzi – edizioni Rubettino
      anno 2006.
(2) IPPF: International Planned Parenthood Federation
(3) “Contro il Cristianesimo” edizioni Piemme -  anno 2005
(4) IWHC: International Women’s Health Coalition
(5) Frederich Engels: Der Ursprung der Familie, des Privateigentums und des Staates 
     (1884) (L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato)

 

 

 

 

 

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