Europa e Stati Uniti: un solo Occidente?
giovedì 27 gennaio 2005
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: Amb. Ferdinando Salleo,  D.ssa Marta Dassù,  Gen.le Carlo Jean,  Ing. Gaetano Rebecchini,  On.le Gianfranco Fini, Ministro per gli Affari Esteri,  P.pe Sforza Ruspoli,  Prof. Antonio Saccà,  Prof. Charles Kupchan inglese,  Prof. Charles Kupchan italiano,  Prof. Vittorio E. Parsi, 

Moderatore: Gen.le Carlo Jean

Ing. Gaetano Rebecchini


Eccellenze, autorità, ospiti ed amici tutti  del Centro di Orientamento Politico  Vi ringrazio per  aver accolto l’invito a questo nostro Convegno che si compone di due parti.
Nella prima parte avrà luogo la “Tavola Rotonda” condotta dal Gen.le Prof. Carlo Jean, Presidente del Centro Studi di Geopolitica economica della SOGIN, ed alla quale  prenderanno parte il Prof. Charles Kupchan della George Town University, Direttore di studi europei al Council on Foreign Relation  di cui oggi è pubblicato un lungo articolo sul “Corriere della Sera”, la Dott.ssa Marta Dassù, Direttore di Aspenia, la prestigiosa rivista dell’ Aspen Institute Italia ed il Prof. Vittorio Emanuele Parsi, Direttore dell’Alta Scuola di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano.
 Nella seconda parte ci sarà l’intervento particolarmente atteso del  Vice Presidente del Consiglio On.le Gianfranco Fini che ci parlerà nella sua nuova veste di Ministro per gli Affari Esteri del Governo Italiano e che sentitamente ringrazio, unitamente agli oratori della Tavola Rotonda.
 L’argomento dei rapporti Stati Uniti ed Europa è stato più volte trattato da questo Centro. Ricordo  in particolare due Convegni: il primo svoltosi il  29 gennaio 2003 al quale parteciparono il Prof. Joseph Nye, Rettore della Kennedy School of Government della Harvard University, S.E. Mons. Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense e il Prof. Ernesto Galli della Loggia,  storico e noto editorialista del “Corriere della Sera”; il secondo, tenutosi il   10 ottobre dello stesso anno, al quale presero parte  l’On. Gianfranco Fini ed il Prof. Charles Kupchan, che questa sera riascolteremo, e l’ex Presidente del Consiglio   Sen. Prof. Giuliano Amato.
 Oggi, in un momento particolarmente importante della crisi irachena (*), torniamo ancora una volta sull’argomento con il tema :  “Europa e Stati Uniti: un solo Occidente?”. Ed il nodo da sciogliere è proprio quel punto interrogativo che mi auguro possa essere presto cancellato, disponibili quindi per un eventuale quarto incontro senza punti interrogativi di sorta.
Ed ora, prima di dar corso alla Tavola Rotonda, desidero ringraziare i sostenitori del Centro di Orientamento Politico, e tra questi l’Ing. Enzo Benigni Presidente della società Elettronica, che vedo qui di fronte e che sentitamente saluto.
Prego adesso il Gen. Carlo Jean di prendere la parola.


(*) L’incontro ha avuto luogo  tre giorni prima delle elezioni in Iraq; e di certo  il successo della partecipazione al voto non potrà non contribuire anche al miglioramento dei rapporti USA-Europa.

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Gen.le Carlo Jean


Questo incontro avviene in un periodo importante per le relazioni transatlantiche, in ordine alle quali si avranno maggiori ragguagli quando a febbraio il Presidente Bush verrà in Europa. E non è certo ipotizzabile alcun ordine mondiale senza relazioni transatlantiche.
I due Occidenti di cui si parla in realtà si ridurrebbero ad uno solo, l’Europa, che non si può fare contro gli Stati Uniti, ma neppure senza di essi. Ne sono chiari esempi la crisi irachena e quella ucraina; in quest’ultimo caso, agendo  in maniera concertata, senza dar luogo a ulteriori tensioni Europa e Stati Uniti hanno ottenuto risultati notevoli, risolvendo un problema essenziale per la stabilità europea.
Si è in un’epoca di grandi cambiamenti e nel quadro geopolitico europeo e mondiale particolare rilievo hanno la rielezione del Presidente Bush; quanto si verifica nel vicino Oriente tra israeliani e palestinesi, con la scomparsa di Arafat e il ritiro isreaeliano da Gaza; i problemi tuttora aperti in Iraq, dove con le elezioni molto verosimilmente le cose si assesteranno, almeno nel senso afgano del termine, e dove comunque è in atto un processo di stabilizzazione; la situazione  nel Golfo, in particolare in relazione ai tentativi dell’Iran di dotarsi di armamento nucleare. Ma cambia la stessa Europa, che si è allargata e si sta assestando. L’Europa a 25 è sicuramente molto differente dall’Europa a 15, per non parlare di quella a 6, e negli Stati europei sta attenuandosi quell’antiamericanismo che aveva caratterizzato determinati periodi della crisi irachena.
L’agenda dei rapporti euro-americani comprende temi d’importanza fondamentale, che presentano serie difficoltà. Ma insieme si riuscirà forse a conciliare le differenti visioni delle due parti dell’Atlantico, poiché sulle questioni irachena, iraniana e israelo-palestinese una cooperazione sarebbe estremamente producente. I temi affrontati dal Presidente Bush nel suo discorso inaugurale, per cui  dall’asse del male si passa alle avanguardie della tirannide, fanno immaginare una visione addirittura messianica del futuro del mondo, corrispondente alle tradizioni e al retroterra culturale degli Stati Uniti, che dovrà essere precisata nel prossimo periodo.
Nel breve termine i temi particolarmente esplosivi sono l’esportazione di armi e la Cina, nonché la collocazione della Turchia in Europa, che modificherà totalmente la geopolitica europea ponendo l’UE a contatto con quello che è divenuto il centro della conflittualità mondiale. Su tali temi verteranno gli interventi, in due successive tornate, dei componenti il gruppo di lavoro, esperti di relazioni internazionali. La prima tornata riguarderà questioni di carattere generale: come sono cambiati gli Stati Uniti; come è cambiata l’Europa; quali le previsioni di ulteriore evoluzione nell’interno degli Stati Uniti e dell’Europa, e nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. La seconda tornata sarà più specificamente legata ai temi di questa agenda transatlantica.
Invito dunque il prof. Kupchan ad introdurre le questioni più generali relative agli Stati Uniti e all’Europa: come gli Stati Uniti vedono l’Europa e quali sono i rapporti tra Stati Uniti ed Europa nella sua visione.

 

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Prof. Charles Kupchan inglese


Thank you, Carlo. Let me begin by thanking Gaetano Rebecchini for hosting us all this afternoon, and for this kind invitation to visit Rome. Even though it is a little colder than I was suspecting, it is always a delight to be here, and to see Gaetano and other friends.
I would do to begin our discussion   is to start briefly with a description of the state-of-play -  where do I think we are in Atlantic relations, second, I would like to share with you some thoughts about the second Bush  term. And it is too early to draw any definitive conclusion as to whether there will be a significant change, but I will give you my sense as to opening  a window of opportunity, if you will, for Europe to reach out the Bush  administration and mend fences in a significant way.
Then I’ll be switched to this side of  the Atlantic and I will talk a little bit about the state-of-play here and what I see the urgent tasks ahead for the EU, and then I’ll end with the evaluation of  concrete steps for the immediate future, and I do mean immediate, because I think that President Bush’s trip to Europe next month does represent a crucial moment for the Atlantic relationship.  And I hope that public and elites on both sides sees that moment to arrest the erosion in the relationship that we have witnessed over the last 4 years.
I believe that the relationship between Europe and the United States remains in  very precarious shape and that the forces that have pushed the two sides of the Atlantic apart are very relatively deeply rooted in geopolitical realities - the end of the cold war and the degree to which the  United States and European priorities shifted, the evolution of the European Union and the adoption of a stance that is more independent from the United States and that aspires to greater autonomy and more influence in the world, and also 911, and the degree to which that led to a transformation in the United States in a way that it did not on this side of the Atlantic. There is also, I believe, a consequential political shift taking place both on the United States and Europe. 
In the United States, the World War II generation, that deeply embraced the internationalism of the Cold War, is at this point generally retiring from active political life. And that generation is being replaced by Americans who probably will never have served in the military, who will not have deeply embedded views of the world and atlanticist spirit.
And on this side of the Atlantic, I see, there is a similar generational change taking place, in which younger Europeans do not see the United States as the partner that older European see. And I think that could be problematic, especially because if we don’t do something in a relatively urgent fashion, younger Americans and younger Europeans will not enter political life with the same affinity for one another as  older generations.
I do think that we have a window of opportunity to reverse the current  trends that have pushed the two sides of the Atlantic apart. And that window of opportunity is afforded primarily by what appears to be the beginning of a shift back toward the centre in American foreign policy. I see several signs that President  Bush  and those around him are sincerely trying to mend fences with Europe, and those signs are first of all that President  Bush , Colin Powell, Condoleezza Rice and those around them have stated repeatedly and explicitly that this is a top priority of the second term.
Bush’s first meeting after the re-election was  with the NATO Secretary General. His second meeting was with Tony Blair. He has met Prime Minister Berlusconi in the Oval Office. His first trip after inauguration will be to Brussels, to Europe. In that sense, the White House is prepared to expend political capital to try to reclaim this relationship, and that’s new.
In his first term he had much more a dismissed attitude: it now appears to have realised the danger in that course.
Second, there seems to be a personnel shift that would suggest the return of a more centrist foreign policy. Condoleezza Rice has turned to Bob Zellit(?) and to Nick Burns (?) as her No. 2 and 3.  Bob Zellit represent the traditional internationalist wing of the Republic Party, he is an Atlanticist if there ever was one. The  fact that she chose him, I think, speaks volumes on her own agenda in trying to repair the relationship. Nick Burns, someone whom I worked with during the Clinton administration, is the current Ambassador to NATO, he too is someone who has very strong relationships with his counterparts in Europe.  I also heard a few minutes ago from an Intelligence source that will remain nameless, although he is sitting somewhere over here, a dog fight is leading sometime in the near future that would suggest that the so-called neo-conservative group that was in part responsible for the hard edge in foreign policy in the first term is beginning to lose its strength within the Bush administration. Finally, I think that there is a new pragmatism in Washington that is born of the trouble in Iraq, and that pragmatism will force the Bush  administration to reach out and to look for help in the world, whether it is in Iraq, or other parts of the Middle East, and I think there is no region in the world would better be able to offer that help than Europe. And so, even if there it is no great ideological shift in Washington , there is a shift that is driven by pragmatism, to try to reach out to the European.
On the other side of the ledger, I would caution Europeans, and those in the United States who have been somewhat uncomfortable with  Bush’s foreign policy,  not to expect too significant a change.  And I make that comment based on the following observations:
1. The team that formulates foreign policy in the second term will essentially be the same team that formulated it in the first term, minus the main voice of moderation, Colin Powell. That would suggest that there will be not a huge shift in the general orientation of Bush’s foreign policy;
2. We know that Condoleezza Rice hails more from the centrist internationalist wing of the Republican Party than from the neo-conservative wing of the Party, but we don’t know a lot about where she stood for the last 4 years. And I do think that her positions on many issues did change after September 11, and in that respect she may not have the same views on foreign policy that Colin Powell did;
3. We did get a taste of the President’s own views on these issues in this inaugural address. And I think it is fair to say that the statements that he made there certainly jive with the foreign policy that continues to be very aggressive and continues to focus on the expansion of democracy in a way that lines up fairly closely with  the agenda of the first term.
And finally I think there is a deeper change taking place within the foreign policy community in the United States (I alluded too at it to some extent earlier), and that is that the traditional wing of the Republican Party that Europeans are more comfortable with, i.e.  the wing represented by father Bush, Henry Kissinger, Bren Stonecraft (?) is losing its influence. And that’s simply because there is a generation alternative that is taking place, and this is affecting the Democratic Party as well. And so the fundamental bi-partisan fundamentalist coalition between moderate Democrats and moderate Republicans that was the foundation for American foreign policy from Roosevelt to Clinton, that coalition is gone.
 And that leads me to believe that we will continue to see a hard edge to American foreign policy, until that coalition is re-built.  And my guess is that will not happen any day soon. So, my overall evaluation of the second term is as follows: there will be a significant but not dramatic shift toward more moderation in the Bush White House, but the main source of that moderation will not be driven by a change in ideology but by pragmatism, and the need for the United States to find help from others on the many challenges that it faces; and this means in my mind a true opening to Europe, because such help best comes from this side of the Atlantic.
 Let me switch to a quick assessment of Europe and the United States and whether I think Europe is up to this task of trying to grasp the opportunity afforded by the second term. I remain a euro-optimist, not so much because of what  I read in the daily newspapers about Europe, because  if you read the daily newspapers you will probably be a euro-pessimist.  There is more bad news on a daily basis than good news: about the Constitution, about Britain not joining in the Euro Zone, about these corruption scandals, but my optimism is really one that  is borne on history. Particularly on the history of my country. And when I look on how long and difficult America’s own  integration was, when I see that it took the United States well over a hundred years to cohere as a serious union with  geopolitical ambitions, then I see that Europe, 50 years old, have  made enormous accomplishments.
We take for granted that the United States are a strong Federation with a strong military budget and military force, but there is simply one quick fact : in 1890, a hundred and ten years after the United States became a union, the size of the US army was 25,000, the US ranked 14 in the world in military power, just after the major great power, Bulgaria; its Navy was No. 17 in the world. That’s 110 years into its life as a Federation.
That Europe, that today is still struggling with  these issues, trying to appoint a single Foreign Minister, trying to move forward on defence reform, does not strike me as a sign of Europe’s weakness. In historical comparative terms, Europe in my mind is well ahead of schedule.  I would also point out that the  EU today has 450 million people, compared to America 295, the Euro has been rising steadily against the Dollar and would like to take its place alongside the Dollar as a global reserve currency, and the EU is flexing its muscles on other friends as well - replacing NATO as the dominant peace-keeping force in the Balkans, the EU was the main arbiter in the recent political crisis in Ukraine, and with  its enlargement eastward, the EU is becoming the main actor in the strategic heartland of Eurasia.
 I do think that Europe has to move forward more resolutely on acquiring more traditional geopolitical capability, and by that I mean military force. And I do believe that if the EU moves in that direction and becomes stronger, more unified on foreign policy, the relationship with  the United States will improve, and I base that assertion of five quick arguments.
One is that I believe that the current division of labour is ultimately unsustainable – that is the United States fights war and the EU comes in with  the brooms to clean up. Over time, that will make Americans resentful of Europeans for not carrying their fair share, and Europeans will be resentful of Americans  because  of their  diminished influence in the word.
Two, as I mentioned, the United States need help, desperately. We are in deep trouble in Iraq. We are over-extended militarily in Iraq. And that means that there is a desperate need for others to help, not just in Iraq but in other places as well. If the EU can  bring to the table concrete, tangible resources, Washington  will listen to it in ways that it has not.
Three, I think a stronger and a more capable EU will ultimately share a greater alignment of threat perception and interest with  the US, because capability to some extent determines outlook.
Fourth, I think that there will also be  less anti-American sentiment in Europe, if Europe becomes stronger, in part because  the anti-American sentiment emerges from a certain frustration - for its inability to be taken seriously by Washington - and a EU that is able to assert itself is an EU that, I think, drains some of the sources of anti-American resentment.
Final point, I think the EU needs to become more militarily able for its own sake. And that’s because it is clear that the United States is ending its days as Europe’s protector. Its main combat troops are leaving Germany never to return. And that means that Europe itself has to be prepared to fill the gap as the US departs.
Let me end with  a forward-looking agenda - what I think  both Europeans and Americans need to focus on over the next few weeks and months, as this diplomatic effort to repair the relationship moves forward. At the institutional level, the level of vision, I believe that we should be investing a great deal of energy in new US-EU linkages, building perhaps a new Secretariat of high-standing officials, because  ultimately, as the EU evolves and becomes more collective, US-EU relationship are - I think - the right place  for the partnership, not through  NATO and not bilaterally. In fact,  NATO, despite the fact that it remains an important institution, is no longer able to be the main transatlantic link. Too much of what Americans and Europeans need to do is not on the NATO traditional military agenda. A second point is that the US needs to stop to try to divide Europe, but should get behind a more unified Europe. And in the same respect, the Atlanticist countries of the EU need to work harder not just to align themselves with  Washington, but to shape the trajectory of Europe, because  if the evolution of the EU is left to France and Germany, the EU may well define itself in opposition to the United States. If the Atlanticist countries of Europe – Italy, Britain, Poland – play a greater role in shaping the trajectory of Europe and how Europe defines itself, Europe itself is likely to be much more Atlanticist in its orientation.
 Final point: I think this partnership needs to be rebuilt more on concrete cooperation than on US-EU discussions about institutional theology. And in that respect I would urge Europeans to make concrete offers of help, particularly on the questions of Iraq and the Palestinian Authority and if you are trying to take advantage of the window of opportunity  in Washington  I would urge you to make two proposals, very seriously.
One, an explicit, ambitious effort to get more involved in training the Iraqi army, so that the US and Britain can give as much power as possible back to the Iraqis and get out. And two, to help out with  the training of the Palestinian security forces and perhaps even considering the deployment of the new peace-keeping force in Gaza. They would move in, in step with  Israeli withdraw, because  I think that type of concrete proposals and assistance to the peace process is exactly the type of offer that would win a great deal of  respect and goodwill from Washington. Thank  you.

 

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Prof. Charles Kupchan italiano


Vorrei iniziare il mio intervento con una breve descrizione  della situazione attuale, spiegando a che punto sono, a mio parere, le relazioni atlantiche; in secondo luogo vorrei condividere con voi alcuni pensieri riguardanti il secondo mandato del Presidente  Bush. E’ ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive sulla possibilità che si manifestino dei cambiamenti significativi, ma vi esporrò il mio parere riguardo alla possibile apertura  di un ventaglio di opportunità per l’Europa, che le offrirebbero vari modi estremamente utili per ottenere un riavvicinamento all’amministrazione Bush e per ricucire gli strappi.
 Esaminerò poi la situazione da questa parte dell’Atlantico, parlando brevemente della situazione attuale in Europa e indicando quali siano i compiti urgenti che l’Unione Europea  dovrà affrontare ed esporrò la mia valutazione sui passi concreti per il futuro immediato. A questo proposito, intendo dire realmente immediato perché sono convinto che il viaggio del presidente Bush in Europa, previsto per il mese prossimo, rappresenti un evento cruciale per le relazioni atlantiche  e mi auguro che le élite dalle due parti dell’ Atlantico colgano l’opportunità per far cessare l’erosione di queste relazioni, a cui tutti abbiamo assistito negli ultimi quattro anni.
Sono convinto che le relazioni fra Europa e Stati Uniti continueranno a rimanere in una situazione molto precaria e che gli eventi che hanno determinato questo loro allontanamento siano radicati  in modo molto profondo in alcune realtà geopolitiche: la fine della guerra fredda e la notevolissima differenziazione fra le priorità dell’ Europa e quelle degli Stati Uniti, l’evoluzione dell’Unione Europea e l’adozione da parte sua di un atteggiamento di maggiore indipendenza dagli Stati Uniti, finalizzato a raggiungere una maggiore autonomia e una maggiore influenza nel quadro mondiale, e inoltre gli eventi dell’11 settembre e la misura in cui essi hanno comportato  negli Stati Uniti una trasformazione che non si è invece verificata da questa parte dell’Atlantico. Come conseguenza, sia negli Stati Uniti sia in Europa, si è determinato uno spostamento politico.
Negli Stati Uniti la generazione della Seconda Guerra Mondiale che aveva abbracciato profondamente l’internazionalismo della guerra fredda, in linea di massima sta oggi allontanandosi dalla vita politica attiva, e questa generazione viene man mano sostituita da americani che probabilmente non conosceranno mai la vita militare, che non saranno mai stati profondamente a contatto con i punti di vista sulla guerra che hanno contraddistinto la generazione precedente.
Da questa parte dell’Atlantico, a mio parere, vi è una generazione simile di giovani europei, che non vede gli americani come partner, diversamente da quanto facevano gli europei della precedente generazione, e io ritengo che questo potrebbe far nascere dei problemi, soprattutto perché, se non si prenderanno provvedimenti con una certa urgenza,  i giovani americani e i giovani europei non entreranno nella vita politica con la stessa affinità reciproca che ha contraddistinto le generazioni precedenti.
Sono convinto che sia disponibile un ventaglio di opportunità che permetterebbero di ribaltare la tendenza all’allontanamento fra Unione Europea e Stati Uniti, e questo ventaglio di opportunità è costituito principalmente da quello che, nella politica estera americana, sembra presentarsi come l’inizio di un ritorno verso il centro. Ho notato molti segnali da parte del Presidente Bush e dei suoi collaboratori, che fanno ritenere vi sia una sincera intenzione di ricucire gli strappi, e ho osservato che il Presidente Bush, Colin Powel e Condoleeza Rice e altri collaboratori hanno ripetutamente ed esplicitamente dichiarato che questa è una delle priorità fondamentali del secondo mandato.
 Il primo appuntamento del Presidente Bush  dopo la rielezione è stato quello con il Segretario Generale della NATO. Il secondo appuntamento è stato quello con Tony Blair. Ha incontrato il primo ministro Berlusconi nell’ Ufficio Ovale. Il suo primo viaggio dopo l’insediamento ufficiale sarà quello a Bruxelles e nel resto d’ Europa. In questo senso, la Casa Bianca ha intenzione di spendere un capitale politico per cercare di risanare queste relazioni, e questa è una novità.
Durante il primo mandato, il Presidente aveva dimostrato un atteggiamento di distacco molto maggiore, mentre ora sembra aver preso coscienza dei pericoli insiti in questo comportamento. In secondo luogo, mi sembra che le sostituzioni di personale a cui abbiamo assistito suggeriscano la possibilità di un ritorno ad una politica estera più centrista. Condoleeza Rice ha scelto come suoi numero due e numero tre Bob Zellit  e Nick Burns .  Il primo rappresenta l’ala internazionalista tradizionale del Partito Repubblicano, è un atlanticista, se mai ve n’è stato uno, e il fatto che lei lo abbia scelto, a mio parere, la dice lunga sulle priorità di lei e sull’intenzione di migliorare le relazioni con l’ Europa. Nick Burns, insieme al quale ho lavorato personalmente durante l’amministrazione Clinton, è  attualmente Ambasciatore presso la NATO, e vanta anche lui forti relazioni con le sue controparti Europee. Inoltre, proprio qualche minuto fa, ho saputo da una fonte dell’Intelligence che non nominerò anche se è qui presente fra noi, che è previsto in futuro un duro scontro, poiché si prevede che il cosiddetto gruppo quasi-conservatore che è in parte responsabile della linea dura della politica estera durante il primo mandato di Bush stia perdendo terreno all’interno dell’amministrazione Bush.  Infine, ritengo che a Washington stia germogliando un nuovo pragmatismo che è nato dai problemi in Iraq. Questo pragmatismo indurrà l’ amministrazione Bush a cercare aiuto in tutto il mondo, per la situazione in Iraq, o in Medio Oriente, o in altre parti del Medio Oriente. E a mio parere non c’è in tutto il mondo una regione che più dell’ Europa sia in grado di offrirgli questo aiuto. Pertanto, anche se a Washington non si è manifestato un grande spostamento ideologico, siamo in presenza di uno spostamento dovuto al pragmatismo che spinge gli Stati Uniti a rivolgersi verso gli  europei.
Per quanto riguarda l’altro lato dell’ Atlantico, vorrei avvertire tanto gli europei quanto coloro che negli Stati Uniti vivono con un certo disagio la politica estera del Presidente Bush che non è il caso di aspettarsi un cambiamento troppo rilevante. Questa mia valutazione si basa sulle seguenti osservazioni:
1) Il team che ha formulato la politica estera per il secondo mandato sarà composto essenzialmente dalle stesse persone che hanno formulato quella del primo mandato, con l’esclusione della voce moderata di Colin Powell: questo fa ritenere che non vi sarà un cambiamento enorme nell’impostazione generale della politica estera  del Presidente Bush.
2) E’ noto che Condoleeza Rice riceve più consenso dall’ala centrista internazionalista del Partito Repubblicano che dall’ala più neo-conservatrice del Partito, ma non sappiamo molto sulle sue reali propensioni durante gli ultimi quattro anni, e io ritengo che le sue posizioni su molti argomenti, dopo l’11 settembre, siano cambiate. Sotto questo aspetto, lei potrebbe non avere, in politica estera, le stesse vedute di Colin Powell.
3) Abbiamo avuto un assaggio del parere personale del Presidente su questi argomenti durante il suo discorso inaugurale. E credo che sia giusto affermare che le dichiarazioni che ha fatto in tale occasione certamente in contrasto con una politica estera che continua ad essere molto aggressiva e continua a concentrarsi sull’espansione della democrazia in un modo che si allinea piuttosto da vicino con   l’agenda del primo mandato.
E infine, ritengo che si stia manifestando un cambiamento più profondo all’interno della comunità degli addetti ai lavori della politica estera negli Stati Uniti. Ho fatto accenno a questo pochi istanti fa. Intendevo dire che l’ala tradizionalista del Partito Repubblicano, con la quale gli europei si trovano più a loro agio, l’ala rappresentata da Bush padre, Henry Kissinger, Bren Stonecraft  sta perdendo la sua influenza  (e il ricambio generazionale, che sta avendo luogo anche nel Partito Democratico, non è l’unico motivo),  e quindi la fondamentale coalizione bi-partitica tra moderati  democratici e moderati repubblicani che è stata a fondamento della politica estera  americana da Roosevelt a Clinton, non esiste più.
 Questo mi porta a credere che continueremo a vedere un duro scontro in merito alla politica estera  americana, fino a quando questa coalizione non rinascerà. Ma ho l’impressione che questo possa succedere da un momento all’altro.  Quindi, la mia valutazione globale per il secondo mandato è questa: si assisterà ad uno spostamento notevole, ma non sensazionale, in direzione di una maggiore moderazione della Casa Bianca di Bush. Tuttavia, le forze principali di questa moderazione non saranno spinte da un cambiamento dell’ideologia, ma bensì dal pragmatismo, e dalla necessità, per gli Stati Uniti, di trovare aiuto presso gli altri paesi, in relazione ai molti mutamenti che sarà necessario affrontare. E questo, a mio parere, si tradurrà in una vera e propria apertura verso l’ Europa perché quell’aiuto può arrivare nel modo migliore proprio da questa parte dell’ Atlantico.
Vorrei passare ora ad un rapido esame della situazione nell’Unione Europea,  chiarendo il mio parere sulla possibilità che l’ Europa riesca a cogliere l’opportunità offerta da questo secondo mandato. Io continuo a rimanere un euro-ottimista, non tanto per quello che leggo sui quotidiani a riguardo dell’ Europa, perché in tal caso sarei probabilmente un euro-pessimista. Ogni giorno le cattive notizie sono più numerose di quelle buone: riguardo alla Costituzione, riguardo al fatto che la Gran Bretagna potrebbe non entrare nella zona dell’Euro, riguardo alla questione degli scandali per corruzione. Nonostante questo, il mio ottimismo nasce dalla storia, e in particolare dalla storia del mio paese, dal ricordo di quanto si sia rivelata difficile l’integrazione dell’America. Tenuto conto che per gli Stati Uniti ci sono voluti più di cento anni per diventare una vera unione, con ambizioni geopolitiche, ritengo che l’ Europa, dopo soli cinquant’anni, abbia realizzato imprese enormi.
 Si dà per scontato che gli Stati Uniti siano una federazione forte, con un bilancio militare enorme e una forza militare enorme. Ma  è  altrettanto vero che nel 1890, 110 dopo che gli Stati Uniti erano diventati un’unione, le dimensioni dell’esercito statunitense erano di 25.000 effettivi. Gli Stati Uniti erano al 14^ posto nel mondo, dopo la maggiore potenza militare dell’epoca, cioè la Bulgaria. La loro marina militare era al 17^ posto nel mondo. E questo, 110 anni dopo essere diventati una federazione di Stati.
 L’ Europa di oggi sta ancora confrontandosi con questi problemi, per riuscire a nominare un unico Ministro degli Esteri, per mandare avanti la riforma della difesa, e questo a me non appare come un segno di debolezza dell’ Europa.  In termini di paragoni storici, l’ Europa a mio parere è in anticipo sui tempi. Vorrei inoltre sottolineare che l’ Unione Europea  conta 450 milioni di abitanti  contro i 295 degli americani, che l’ euro è cresciuto ininterrottamente rispetto al dollaro con l’obiettivo di prendere posto accanto al dollaro come valuta di riserva globale, e che l’Unione Europea  sta mostrando i  muscoli anche ad altri amici, che insieme alla NATO è stata la principale forza di pace nei Balcani, che è stata l’arbitro principale nella recente crisi politica in Ucraina e allargandosi ad Est diventerà l’attore principale nel cuore strategico del continente eurasiatico.
 Io sono convinto che l’ Europa debba muoversi più risolutamente verso l’acquisizione di capacità geopolitiche più tradizionali,  e con questo intendo dire forze militari. E sono persuaso che se l’Unione Europea  andrà in questa direzione diventando più forte e maggiormente unita in politica estera, le relazioni con gli Stati Uniti miglioreranno, e questa mia affermazione si basa su cinque argomentazioni che vi esporrò brevemente.
Una è il fatto che a mio parere la divisione attuale del lavoro (cioè il fatto che gli Stati Uniti combattano le guerre,  e alla fine dei conflitti l’Unione Europea  si incarichi dei “lavori di pulizia”) sia in ultima analisi insostenibile. Con l’andar del tempo, gli americani finiranno col risentirsi contro gli europei perché questi ultimi non si assumono la loro parte nei conflitti, e gli europei finiranno col risentirsi contro gli americani per via della diminuzione della propria influenza.
In secondo luogo, come ho accennato, gli Stati Uniti hanno disperatamente bisogno di aiuto. Abbiamo gravi problemi in Iraq, dove siamo super impegnati dal punto di vista militare, e questo vuol dire che abbiamo disperatamente bisogno di aiuto da parte degli altri. Questo vale non soltanto per l’ Iraq, ma anche per molte altre regioni del mondo. Se l’ Europa potrà mettere sul tavolo risorse concrete, tangibili, Washington la ascolterà come non ha mai fatto prima.
In terzo luogo, io credo che una Unione Europea  più forte e più capace finirà con il condividere un maggiore allineamento con gli Stati Uniti nel modo di percepire le minacce e gli interessi poiché, in una certa misura,  la capacità determina la prospettiva.
 In quarto luogo, io sono anche convinto che se l’ Europa diventerà più forte, fra gli europei diminuiranno i sentimenti anti-americani, in parte perché questi sentimenti derivano da una certa frustrazione, dall’incapacità di essere presi sul serio da Washington, e una Unione Europea  che sia in grado di farsi valere è una Unione Europea  che a mio parere prosciugherebbe alcune delle fonti di risentimento contro gli americani.
 Infine, io ritengo che l’Unione Europea  debba diventare più capace militarmente, proprio per la cosa in sé, e non perché ormai è diventato chiaro che il periodo in cui gli Stati Uniti fungevano da protettori per l’ Europa è giunto alla fine. Le sue principali truppe da combattimento stanno per lasciare la Germania per non farvi più ritorno, e questo significa che l’ Europa deve essere in grado di riempire il vuoto che gli americani lasceranno alla loro partenza.
Vorrei terminare con un ordine del giorno innovativo, un elenco delle cose su cui l’ Europa e gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, man mano che lo sforzo diplomatico per porre rimedio alle relazioni conquisterà terreno. A livello istituzionale, al livello della visione globale, io ritengo che dovremmo profondere una notevole quantità di energia nei nuovi legami fra Unione Europea  e Stati Uniti, ad esempio creando un nuovo Segretariato, di rappresentanti ai massimi livelli. 
A mio parere,  man mano che l’Unione Europea  si evolverà, diventando più collettiva, il territorio giusto per una partnership, sarà rappresentato dalle relazioni fra Stati Uniti ed Unione Europea, non dalla NATO o dagli accordi bilaterali. Infatti, secondo me, la NATO, pur restando una istituzione di grande importanza, non è più in grado di rappresentare l’unico legame. Una parte troppo grande di quello che gli americani e gli europei devono fare non rientra nella tradizionale agenda militare della NATO. In secondo luogo, gli Stati Uniti devono smettere di cercare di  dividere l’ Europa, e sforzarsi invece di favorire la sua unificazione. E i paesi atlanticisti dell’Unione Europea  devono lavorare assiduamente, non allo scopo di allinearsi con Washington, ma per dare forma alla traiettoria dell’ Europa, perché se si lasciasse l’evoluzione dell’Unione Europea  alla Francia e alla Germania, l’Unione Europea  potrebbe definirsi in opposizione agli Stati Uniti.  Se i paesi atlanticisti d’ Europa: Italia, Gran Bretagna, Polonia, assumeranno un ruolo di maggior rilievo nel dare forma alla traiettoria dell’ Europa e al modo in cui essa si definirà, l’ Europa stessa avrà probabilmente  un orientamento molto più atlanticista.
 Per concludere, ritengo che questa partnership dovrebbe essere ricostruita più sulla collaborazione concreta che non sulle discussioni fra Stati Uniti e Unione Europea  sulla teologia delle istituzioni. E sotto questo aspetto, vorrei invitare caldamente gli europei ad offrire aiuto concreto, in particolare per quanto riguarda l’ Iraq e l’Autorità Palestinese.
 Se voi deciderete di cogliere qualcuna delle opportunità presentate da Washington, vi invito caldamente a prospettare molto seriamente due proposte. La prima dovrebbe essere uno sforzo esplicito e ambizioso per mettere in atto un maggiore coinvolgimento nell’addestramento dell’esercito iracheno, in  modo che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna possano restituire agli iracheni il massimo di potere e lasciare il paese. La seconda proposta dovrebbe essere quella di aiutarci nell’addestramento degli agenti di polizia e delle forze di sicurezza, prendendo anche in considerazione l’eventualità di una forza di pace dell’Unione Europea  nella striscia di Gaza, che potrebbe arrivare sul posto al momento del ritiro degli israeliani. Io ritengo infatti che una proposta concreta di assistenza nell’ambito del processo di pace sia esattamente il tipo di offerta che riceverebbe una notevole quantità di rispetto e buona volontà da parte di Washington.


 

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Gen.le Carlo Jean


Il prof. Kupchan ha dimostrato come un americano possa essere molto euro-ottimista,  e per essere tali è necessario essere euro-atlantisti; per contro, gli euro-gollisti inducono al pessimismo.
A fronte di interessi e di una visione comuni, è necessario individuare i meccanismi istituzionali con i quali assicurare la cooperazione, e il prof. Parsi, che ha ampiamente approfondito il significato di unilateralismo e multilateralismo, unipolarismo e  multipolarismo, ed è esperto di tali meccanismi istituzionali, potrà indicare come i legami possano essere ristabiliti.

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Prof. Vittorio E. Parsi



In qualunque discorso che abbia al suo centro il futuro dell’Occidente e  le prospettive della sua unità politica credo che occorra partire da una precisazione preliminare. E’ necessario cioè riconoscere che il concetto di Occidente acquista una valenza politica netta, di attore sostanzialmente unitario sulla scena della grande politica mondiale in un momento storico ben individuabile: cioè la fine della Seconda guerra mondiale. E con l’affermarsi dell’egemonia americana, che nasce quella comunità transatlantica che conferisce al concetto di Occidente una valenza politica del tutto nuova, caratterizzata da un’unità di azione fino ad allora sporadica. Il sorgere della comunità transatlantica trasforma l’Occidente: da mero spazio politico come precedentemente era stato, per lunghi secoli terreno di azione di soggettività politiche gelosamente sovrane e reciprocamente rivali nella lotta per la leadesrship mondiale o regionale, l’Occidente diventa un soggetto politico sostanzialmente unitario.
Ecco perché, parlando di “Occidente e Occidenti”, dobbiamo fare attenzione a decidere se si preferisce declinare una valenza politica o quella culturale del concetto. Come sappiamo, infatti, la valenza culturale è antichissima, risale alla Grecia classica e arriva a noi attraverso Alessandro e Roma, il cristianesimo e il Sacro Romano Impero, l’umanesimo e l’illuminismo. La valenza politica, nel senso che abbiamo appena precisato, è viceversa  decisamente recente. Certo, anche in passato la comune appartenenza culturale, spesso avvertita come ancora più salda di oggi e sicuramente ben più esclusiva ed escludente, ha determinato esiti politici. In particolar modo riguardo alle altre forme di civilizzazione con cui quella occidentale si è incontrata e scontrata, il sentirsi parte di una koiné ben determinata ha condizionato lo stile dei rapporti anche politici. Non c’è dubbio che l’origine stessa del contemporaneo concetto di sistema politico internazionale, e del diritto ad esso relativo, affonda in una comune appartenenza culturale e religiosa (la christiana res publica). E però, questa condivisione non fu mai in grado di porre un argine sostanziale ai rapporti conflittuali tra gli Stati che ad essa si richiamavano. Persino nel periodo aureo del colonalismo europeo, tra Otto e Novecento, quello in cui maggiormente si diffondono i miti della “missione civilizzatrice” e del “fardello dell’uomo bianco” e in cui le comunità occidenteli sparse nel vasto mondo coloniale appaiono più coese, gli Stati europei non cesseranno di farsi la guerra. Per nulla paradossalmente, i due conflitti mondiali che segneranno il tramonto della centralità politica europea sul mondo saranno anche quelli in cui la comune appartenenza occidentale verrà maggiormente sfigurata. E sarà sfigurata anche a causa del demone di quelle ideologie razziste che, al loro sorgere, si erano presentate come lo strumento del dominio dell’uomo bianco e occidentale sul mondo e che invece ne decreteranno la fine.
Il concetto politico di Occidente ha una storia molto più recente. Eppure, nei suoi pochi decenni di vita, esso ha conosciuto già più di una fase in cui ci si è interrogati sul suo possibile tramonto. Proprio perché così connotato dalla forza dell’egemonia americana, i dubbi (timori per alcuni, speranze per altri) intorno alla sua sopravvivenza sono sempre stati legati ai segni del possibile declino di tale egemonia. Negli anni Settanta, la sconfitta patita dagli Stati Uniti in Vietnam, la denuncia degli accordi di Bretton Woods, la crisi petrolifera e l’impasse del “dopo-Watergate” produssero decine e decine di  volumi dedicati al tema della fine della supremazia americana. Negli anni che hanno visto la fine della Guerra fredda ci si è interrogati sulla possibilità che la coesione occidentale tenesse nonostante il venir meno del nemico (l’Unione  Sovietica) che l’aveva sicuramente rafforzata.   Avrebbe l’America avuto ancora un interesse prioritario a mantenere rapporti solidi e istituzionalizzati di cooperazione politica con l’Europa? La nuova erigenda Unione Europea avrebbe finito col determinare un allentamento della relazione transatlantica? Ciò che qui vorrei sottolineare è un punto, come dire, curioso. Per anni ci siamo chiesti se l’Occidente sarebbe sopravvissuto al possibile declino della capacità egemonica americana (magari per rinuncia volontaria a sostenerne i costi economici e politici). Oggi ci rendiamo conto che forse sarebbe meglio concentrare la nostra attenzione su un problema all’apparenza speculare, ovvero: la capacità di tenuta del concetto di Occidente sopravviverà all’estensione dell’area egemonizzata dagli Stati Uniti e al mutare, per alcuni aspetti, dello stile della leadership americana?
Da questo punto di vista la situazione oggi è paradossale: siamo in un mondo in cui l’egemone non sembra curarsi più di tanto sugli aspetti della legittimità del suo potere. La conseguenza di un potere che si atteggia come se credesse di “bastare a se stesso” è semplicemente devastante: il potere degli Stati Uniti non è più avvertito come benigno e rassicurante non solo dalle opinioni pubbliche, che secondo recenti sondaggi giudicano gli Stati Uniti il più pericoloso attore della scena politica internazionale, ma anche da parti consistenti delle classi politiche europee. Attualmente, gli Stati Uniti corrono il rischio di essere percepiti come free-rider, che è quanto di peggio si possa immaginare dal punto di vista di un leader, il quale, mentre da un lato cerca di assicurare la leadership ormai non solo ai propri alleati ma al sistema nel suo complesso, è contemporaneamente percepito come colui che mina le colonne portanti del sistema: norme, istituzioni, comportamenti condivisi. D’altronde, anche a considerare la questione con occhio benigno, anche a voler dare credito alle ragioni americane, appare evidente che gli Stati Uniti siano entrati in un circolo vizioso di crisi della legittimità, per cui esercitano sempre più potere – per alcuni aspetti devono farlo – che però è avvertito come sempre meno legittimo. La domanda cruciale, per le sorti della stabilità del sistema stesso, diventa allora: come uscire da questo circolo vizioso ed innescare invece un circolo virtuoso?
Dal punto di vista degli Stati Uniti la risposta è stata formulata, per lo meno a metà: si tratta di enunciare con chiarezza i principi in nome dei quali si esercita l’egemonia. Il richiamo costante ai valori della libertà e della democrazia, e alla universalità di questi principi, rappresenta il tentativo di andare indietro, ai fondamenti della legittimità di una grande potenza democratica, di richiamare e insieme ridefinire una piattaforma di valori senza la quale verrebbe meno persino la premessa per la condivisione delle policies e della relativa agenda. A mio avviso, l’esigenza di recuperare il senso della grande potenza liberale e democratica spiega i toni attuali con cui vengono enunciati gli obiettivi della politica estera americana: non solo lotta contro il terrorismo e i nemici della democrazia, ma sostegno attivo per la promozione della libertà. Giustamente, il prof. Kupchan ha parlato dei toni wilsoniani che hanno caratterizzato il discorso tenuto dal presidente George W. bush in occasione dell’inaugurazione del secondo mandato. Si è trattato in effetti di un discorso che ha volutamente ripreso le corde dell’idealismo wilsoniano, ancor più di quelli dell’internazionalismo di Roosevelt o Kennedy. In questo senso il presidente Bush ha voluto anche simbolicamente sottolineare il “nuovo inizio” della propria politica estera. È però insufficiente il richiamo ai principi condivisibili e condivisi della democrazia, se questi ultimi non sono perseguiti attraverso lo strumento del multilateralismo, che non deve essere inteso come un “bene in sé”, ma piuttosto come un “bene strumentale”. Il multilateralismo rappresenta la prassi delle democrazie, la prassi dell’azione politica, tipica delle democrazie. Il multilateralismo non attiene cioè tanto al modo di definire gli obiettivi, ma piuttosto alla via migliore per conseguirli.
Dal punto di vista dell’Europa, anche a voler considerare la questione con la massima benevolenza, stupisce una contraddizione logica. L’Europa critica gli Stati Uniti talvolta in nome del realismo più cinico (quindi accusando gli americani di essere troppo pericolosamente ingenui e sprovveduti), e talaltra in nome dell’idealismo più sfrenato (quindi imputando agli USA una politca immorale). Ma, o gli americani sono più cinici di noi, e dunque devono correggere in maniera idealista la loro politica; o sono più ingenui di noi, e allora devono correggere in maniera concreta la loro politica. Di sicuro, non possono sbagliare contemporaneamente nelle due direzioni. Come europeo, è questo l’aspetto che più mi colpisce delle critiche che dall’Europa vengono mosse agli Stati Uniti. Anche perche questa ambiguità rappresenta un problema grave ai fini stessi della ridefinizione dell’alleanza, sulla quale neppure da parte europea vi è sufficiente chiarezza. Concepiamo il rapporto con gli Stati Uniti in maniera sostanzialmente difensiva, sottolineando quindi la necessità di individuare un nemico comune, come ai tempi della Guerra fredda? Oppure siamo disposti a enfatizzarlo come rapporto propositivo tra democrazie che hanno un’agenda globale, responsabilità globali da condividere nella realizzazione, ma che nei principi, negli scopi, non possono essere oggetto di trattativa politica? È necessario chiarirsi su questo snodo, perché solo a condizione di scegliere risolutamente la seconda risposta l’agenda del sostegno alla libertà diventa effettivamente condivisibile.
A mio avviso, la questione emerge con evidenza nell’infinita querelle sul multilateralismo, talmente ossessiva da oscurare persino il dibattito degli anni precedenti sulla good governance, che verteva più sui principi da realizzare che sulle modalità, e poteva essere sintetizzato nell’idea che nessun attore dovesse essere liberato dal peso, dalla responsabilità e dai benefici che una governance globale comporterebbe. Il multilateralismo viene spesso confuso con un ritorno al multipolarismo, a mio parere difficile da ipotizzare almeno nei prossimi vent’anni. Possiamo discutere se questo sia un mondo unipolare “classico”, con una sola potenza dominante, o se invece sia, come direbbe Nial Fergusson, un mondo “apolare”, in cui nemmeno la massima concentrazione possibile della potenza, riesce ad asssicurare l’ordine del sistema politico internazionale. Quello che è certo è che un mondo multipolare, con tante potenze che si bilanciano tra di loro, non solo non è in vista, ma qualora lo fosse, non sarebbe neppure auspicabile. Non ritengo di fare una dichiarazione eccessivamente filoamericana o antieuropea affermando che, se il multipolarismo deve essere ottenuto attraverso la crescita della rilevanza politica internazionale della Cina “così com’è”, ovvero autoritaria, e della Russia “così com’è”, ieri di Eltsin, oggi di Putin, domani chissà di chi, ma comunque illiberale, allora è di gran lunga preferibile vivere in un mondo malamente unipolare come quello odierno.
Occorre a tal proposito pretendere ed assicurare la massima franchezza, a partire dalle dichiarazioni di principio e sui principi, che in politica internazionale contano tanto quanto contano gli interessi concreti. Riflettendo sul multilateralismo oggi possibile, in un assetto unipolare, non ritengo abbia molto senso pensare al precedente storico del concerto delle potenze europee, concretamente sperimentato nel XIX secolo. Quello era un autenico sistema multipolare, un sistema in cui nessun attore, neppure la Gran Bretagna, era sufficientemente potente per decidere da solo, per imporre la propria visione e cercare di realizzarla. In quel mondo, necessariamente, si doveva cercare di decidere insieme: quando ciò si verificava era la pace, in caso contrario era la guerra. Il multilateralismo in un mondo multipolare è il metodo obbligato, quello che comunque non garantisce della pace, ma senza il quale la guerra è certa. Questa è la tradizione europea teorizzata dal cosiddetto realismo, che ha portato a due guerre mondiali in quarant’anni, la prima delle quali, in buona sostanza, frutto di errori di calcolo e di percezioni macroscopicamente sbagliate. Ma oggi è invece fondamentale pensare in maniera nuova al multilateralismo, definito innanzitutto come procedura di lavoro, come metodo che invera proprio quei principi –  della promozione della libertà e della diffusione della democrazia – che oltre Atlantico vengono dichiarati per la prima volta con tanta forza dall’Amministrazione di George W. Bush. Si tratta allora di non sciupare tutto in nome di quella sindrome europea che si direbbe fatta di rinuncia e di debolezza nelle prospettive politiche più ancora che negli strumenti diplomatici e militari. Si tratta di rinunciare per una volta a essere, come troppo spesso accade a noi europei, maestri insieme di retorica e di cinismo. Si tratta di essere piuttosto realisti e insieme idealisti: guardare le cose per quello che sono, e insieme continuare a credere che la politica è anzitutto suprema capacità creatrice del domani, e non mera amministrazione dell’esistente.
Se vogliamo davvero costruire lo spazio di un multilateralismo efficace in un sistema unipolare, dobbiamo partire da quello che non è un adagio inventato dall’Amministrazione Bush, ma che è invece la quintessenza della conduzione della politica estera da parte di tutte le Amministrazioni americane, comprese quella di Bill Clinton: “l’America sarà multilaterale quando può, unilaterale quando deve”. Sta a noi, partner privilegiati degli Stati Uniti, aumentare le possibilità del multilateralismo e restringere quelle in cui l’America ritenga politicamente di non avere altra via che l’unilateralismo, per conseguire gli obiettivi della propria sicurezza e di quella del sistema politico internazionale nel suo complesso. Sta a noi non dimenticare che l’una e l’altra sono sfidate e minacciate dal medesimo nemico. Il terrorirismo internazionale di matrice islamista radicale Sta a noi evitare di svolgere il ruolo di “donne delle pulizie del sistema globale” – secondo un’espressione del prof. Kupchan – ed evitare che il continuo parlare di multilateralismo sia percepito come o effettivamente sia la comoda via per sfuggire alle responsabilità della politica internazionale.
Riguardo a ciò che ha affermato il prof. Kupchan, devo dire con franchezza che condivido maggiormante la parte per così dire “prospettica”, ma un po’ meno le premesse anlitiche sulla comparazione tra la storia degli Stati Uniti e la vicenda che ci ha portato a dare vita all’Unione Europea. È vero che gli Stati Uniti sono arrivati con estrema gradualità all’esperienza federale, che si è formata in un cammino durato oltre un secolo e al costo di una sanguinosissima guerra civile. E specularmete potremmo dire che l’Europa ha conosciuto la sua guerra civile negli anni tra il 1914 e il 1945, in seguito alla quale il processo federativo ha preso avvio, attraverso strappi e intoppi, rallentamenti e accelerazioni fino al varo del Trattato Costituzionale. Ma come dimenticare che nell’800 gli Stati Uniti erano in una condizione di splendido isolamento dal resto del mondo, che non è quella in cui l’Europa ha mai vissuto o mai potrà vivere. Proprio nel periodo cruciale di trasformazione del sistema politico americano da poco più che confederale (caratterizato da un debole centro) a decisamente federale (caratterizzato da un forte centro), nessuno minacciava la sicurezza degli Stati Uniti, se non dall’interno. La controprova sta nel fatto che quando l’Unione si spacca, con la Guerra civile, immediatamente c’è il ritorno degli europei, con la spedizione napoleonico-asburgica in Messico. Di tale presenza gli Stati Uniti non potranno liberarsi se non dopo la fine della Guerra civile. Ma questa è l’esperienza americana, e del fatto che non sia ripetibile il prof. Kupchan è ben consapevole. L’Europa unificata si realizza in forza della ragioni interne alla sua monca sopravvivenza politica sovrana dopo la Seconda guerra mondiale. Ma si realizza almeno nella stessa misura a causa della pressione che viene eserciata sui propri confini: dalla minaccia sovietica e dalla spinta americana.
Non va poi dimenticato che, persino dopo gli incredibili successi di integrazione politica perseguita per via pacifica, in Europa gli Stati continuano ad esistere. Su una questione decisiva come la guerra in Iraq l’Europa si è divisa secondo linee di frattura determinte dalle legittime scelte sovrane dei governi nazionali. Su questo punto va detto con chiarezza che nessun governo ha agito in disprezzo dell’erigenda identità europea e del comune interesse europeo. E’ un non senso parlare di un “partito europeista” contrapposto a un “partito atlantico”. Assai più sobriamente bisogna ritenere che alcuni Stati ritenessero che l’interesse europeo andasse in una direzione e altri ritenessero che andasse in un senso opposto. Non c’è stata una posizione europeista ed una antieuropeista; vi è stato invece chi ha creduto che l’identità europea fosse già forte e stagliata al punto tale che, per farla emergere, occorresse solo prosciugare almeno parzialmente il mare dell’egemonia americana, togliere l’acqua dell’Atlantico. Viceversa c’è chi ha ritenuto che solo la protezione di questo Oceano Atlantico – vero “mare interno” d’Occidente – consentisse a un’identità europea, ancora debole, di formarsi in relativa sicurezza. Anche su tali basi, a mio avviso, sono state operate le scelte dei Governi che si sono schierati con Bush o contro Bush, nel caso della guerra in Iraq.
Vorrei concludere queste breve considerazioni con due parole a proposito della legittimità nell’ordine internazionale. A mio avviso siamo oggi di fronte a una crisi – accentuata ma non provocata esclusivamente dai fatti dell’11 settembre e dalle conseguenze successive – circa la crescente distanza percepita tra ciò che è legale e ciò che è legittimo, tra ciò che si può fare e ciò che è giusto fare. Il rapporto tra legalità e legittimità è sempre stato insieme ricco e ambivalente. Nell’esperienza storica esso si risolve grazie al concetto di “Stato sovrano”. La sovranità dello Stato è infatti lo snodo concettuale che ha consentito di tenere in equilibrio, di ridurre a contraddizione, tra logica politica e logica giuridica. La sovranità di cui lo Stato è titolare ha infatti tanto una valenza giuridica quanto una valenza politica, dove il riconoscimento della prima non può prescindere – se non per periodi limitatissimi e straordinari – dalla effettività della seconda. Solo se ai requisiti della sovranità giuridica corrisponde la soddisfazione dei requisiti della sovranità politica, allora la sovranità nel suo complesso diventa anche un efficace strumento per la sicurezzza collettiva.  In particolare dopo l’11 settembre mi sembra di poter dire che gli Stati Uniti abbiano denunciato l’insostenibilità del concetto di sovranità proprio come strumento cardine di un efficace sistema di sicurezza collettiva,. Lo hanno fatto partendo dalla constatazione che i gruppi terroristici e i loro adepti provenivano da aree del mondo in cui gli Stati locali sono caratterizzati da una bassissima sovranità politica, perché ormai essa è considerata pienamente legittima solo se è associata al regime democratico. Pertanto, quando consideriamo l’agenda della libertà di Bush dobbiamo intendere che non si tratta di un programma puramente e velleitariamanete “ideologico”, ma di una risposta sostanziale alla sfida che il terrorismo transnazionale pone alla sicurezza collettiva. Se agli occhi dei propri cittadini gli Stati dell’area hanno una legittimità talmente periclitante da essere sfidati su questo terreno da gruppi terroristici ispirati all’Islam radicale, l’unica soluzione è aiutare la regione ad avere Stati legittimi perché democratici. Bisogna cioè rinunciare alla prospettiva, comoda ma imefficace, di accontentarsi di avere “Stati deboli” perché non democratici, magari servili ma inadeguati per la lotta che ci attende lotta al terrorismo. Occorre invece correre il rischio della libertà, cioè favorire la loro sostituzione con “Stati forti” perché democratici, e quindi responsabili e potenziali alleati e partner nella lotta contro il terrorismo.

 

 

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Gen.le Carlo Jean


La dott.ssa Dassù ci illuminerà su come tradurre concretamente nel campo politico i rapporti tra Stati Uniti ed Europa.

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D.ssa Marta Dassù


Vorrei compiere un passo indietro e rifarmi alla domanda posta dal titolo di questa Tavola rotonda. È vero che America ed Europa sono ormai due mondi a parte, come hanno sostenuto molti studiosi di questo periodo, primo fra tutti Bob Kagan con la sua famosa metafora di Marte e Venere, che vi sono tali differenze di valori, ad esempio sul rapporto fra religione e politica o sui rispettivi modelli di società, che una volta perduto un nemico comune – la grande rottura dell’89 - siamo destinati ad allontanarci divenendo società post-atlantiche?
Io credo che in parte sia vero: le differenze esistono e forse per troppo tempo abbiamo finto che non esistessero, ma dal punto di vista della cooperazione politica questo a mio avviso non ha un gran peso. Infatti, l’Europa del ’45 non era certo l’America del ’45, ma questo non ha impedito di collaborare.
Credo pure che in parte non sia vero e che di nuovo ci troviamo di fronte a dei miti. Ad esempio, esiste davvero un modello economico, sociale e culturale europeo? Io non lo credo, e basta considerare la successione Prodi-Barroso alla guida della Commissione Europea per rendersi conto quanto ciò non sia vero. Analogamente agli Stati Uniti, esiste invece anche in Europa un cambio generazionale. Ma in che senso? In modo netto i sondaggi evidenziano che i giovani europei sentono di appartenere a una realtà che si chiama Europa (probabilmente ha ragione il prof. Kupchan quando afferma che agli europei sembra più scricchiolante che agli americani) e in grande maggioranza (70%) vorrebbero che diventasse una potenza europea. Tale percentuale però si riduce (40%) se a quegli stessi giovani si chiede se sono disposti a sostenere i costi necessari (aumento dei bilanci della difesa, delle spese militari).
In effetti sembra che i giovani credano in una sorta di potenza civile, e questa conclusione è rafforzata dal fatto che essi vogliono una potenza europea non contrapposta, ma cooperante con gli Stati Uniti; e questo testimonia una certa abitudine a delegare agli Stati Uniti una parte importante della nostra sicurezza internazionale. Tale volontà dell’opinione pubblica è un elemento forte a favore della tesi che un’Europa più forte è comunque un’Europa anche americana, ma per il pubblico non è così.
Con riguardo ai Governi, il vero cambiamento sta nella politica interna europea. Fino all’89, e per trascinamento fino al 2001, in particolare in Germania, ma anche in Italia, il legame americano è stato un fattore decisivo di legittimazione della nostra leadership politica: nessun Primo Ministro avrebbe potuto aspirare al governo dell’Italia su una posizione non fortemente atlantica. In proposito, in Germania è avvenuto un cambiamento decisivo, spiccatamente visibile nel 2002. Per la prima volta nella storia della politica estera tedesca, con una rottura clamorosa, Schroeder ha vinto delle elezioni sostenendo una posizione antiamericana su una questione decisiva di uso della forza. A questo punto il rischio, a mio parere, sta nella possibilità di passare dal fattore americano come grande legittimazione delle nostre politiche, a un uso strumentale di politica interna della Carta antiamericana. Il rischio si concretizza solo quando esistono situazioni particolarmente contestate di uso della forza, come nel caso della crisi in Iraq, mentre in condizioni normali l’uso della Carta antiamericana non è pagante e non serve. Per questo motivo sono ottimista per quel che riguarda i rapporti Stati Uniti-Europa, nel breve termine.
Ritengo che l’Europa si stia già ricollocando, e ciò vale proprio per i Paesi che sono stati ostili all’America sulla vicenda irachena. Chirac vuole recarsi in America prima che Bush venga in Europa, e forse intende farlo, come asserisce il prof. Kupchan, non perché ha cambiato idea sul mondo, ma perché ha un oppositore che gioca la Carta atlantica in modo del tutto diverso. È evidente che Schroeder è deciso a ricucire il rapporto Stati Uniti-Germania, e questo avverrà in forma eclatante a febbraio, quando è prevista una tappa tedesca nel viaggio di Bush in Europa.
A proposito della Germania, che considero un Paese chiave, vorrei fare una riflessione. Mentre sulla questione irachena ci si aspettava che la Francia assumesse una posizione gollista, la Germania ha fatto la differenza, ma la sua posizione critica nei confronti dell’America non ha fatto da pendant alla posizione tradizionalmente europeista di Berlino, ma piuttosto a una nuova posizione di assertività nazionale, diversa dalla tradizionale politica europea della Germania, che si riflette in altri segnali, come l’aspirazione ad un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che a noi pone dei problemi.
Per le ragioni su esposte sono dunque ottimista per quanto riguarda il breve termine. Ritengo che la fase radicale della crisi sia stata superata e che, per convinzione o per necessità, la seconda Presidenza Bush non sarà identica alla prima. Non sono però altrettanto ottimista a lungo termine. Concordo con il prof. Kupchan che in futuro sia impossibile un forte rapporto atlantico se l’Europa non sarà un partner rilevante.  Il rischio, a mio avviso, non è che l’Unione diventi un competitore rivale degli Stati Uniti, ma al contrario, che essa non sia capace di diventare forte ed entri in una fase di declino; allora finirebbe anche il rapporto atlantico.
Indicherò le cinque condizioni che ritengo necessarie perché l’Europa non si indebolisca. Prima condizione essenziale è che eviti una nuova crisi istituzionale, che potrebbe essere determinata dalla mancata ratifica della Costituzione europea, ad esempio a seguito dell’eventuale esito negativo del referendum nel 2006 in Gran Bretagna. Dal punto di vista dei rapporti atlantici questo sarebbe veramente grave, perché è evidente che non ci si può permettere di perdere Londra, una delle economie più dinamiche del continente europeo e una delle residue potenze militari in Europa.
Per quel che riguarda l’Unione del futuro e il suo peso in politica estera, il prof. Kupchan ha affermato l’esigenza di un nuovo Foro, per esempio un segretariato fra Unione Europea e Stati Uniti. Io, però, non penso che sia la formula adatta, poiché questi summit annuali Unione Europea-Stati Uniti risultano privi di interesse. Certo, la NATO non è il foro strategico di cui abbiamo bisogno; occorrerebbe qualcosa di radicalmente nuovo, una sorta di gruppo di contatto dei principali Paesi, cui si aggiunga Solana. D’altra parte, la politica estera di sicurezza dell’Europa allargata già oggi funziona con un mandato europeo e con alcuni Paesi guida a seconda delle aree di responsabilità geografica. La mia idea è di pensare piuttosto in termini di una maggiore flessibilità.
La seconda condizione è data dalla ripresa della crescita e, soprattutto, dall’arresto dell’attuale tendenza autodistruttiva all’invecchiamento della popolazione, senza il quale si è in una condizione di declino annunciato. Peraltro, la struttura economica dell’Unione Europea guarda all’indietro e il bilancio è strutturato in modo del tutto obsoleto, come dimostra la battaglia che su di esso si annuncia, insieme alla riforma del Patto di stabilità.
La terza condizione è la capacità di investire nella politica di difesa. Si spende circa la metà degli Stati Uniti, disponendo di una infinitamente minore capacità di dispiegamento di forze utili. Non si tratta soltanto di spendere di più, che è certamente difficile, ma per lo meno di spendere meglio, che invece sarebbe possibile.
In quarto luogo, dobbiamo accogliere la Turchia nell’Unione, a condizioni precise, forse nel 2015. Si tratta di  un’occasione che non ci si può permettere di perdere per motivi demografici, geografici, geopolitici.
Come quinta condizione, io credo nella capacità di costruire un rapporto con la Russia, che tenga conto delle potenzialità: è decisivo il dialogo energetico, ma occorre avere presente i problemi reali. Fino alla crisi ucraina abbiamo finto di non vedere la svolta autoritaria di Putin; la Russia è il nostro nuovo confine orientale, e questo è un problema decisivo da affrontare.

 

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Gen.le Carlo Jean


Tra le varie condizioni che la dott.ssa Dassù ha posto vi è la ripresa dell’Europa. Occorre però ricordare che  all’apice della sua potenza, nel 1913, l’Europa vantava il 27 per cento della popolazione mondiale, che attualmente è intorno al 9 per cento e, se non si invertirà il trend, nel 2050 sarà del 5,4 per cento. Questa è una ragione in più per essere maggiormente europei, e le condizioni per l’unità dell’Occidente passano attraverso il rafforzamento dell’Europa e la sua possibilità di essere global player a livello mondiale, o quanto meno un attore efficace a livello regionale.
Nell’agenda dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa vi sono molti temi, dall’Iraq all’Iran e al Medio-Oriente, ecc., che io pregherei i componenti del gruppo di lavoro di esplorare. A conclusione vi sarà il commento dell’on.  Ministro degli Affari Esteri. Nel quadro complessivo è interessante considerare gli orientamenti della politica estera italiana, che ritengo abbia ricevuto un nuovo impulso soprattutto da alcune decisioni dell’inizio del XXI secolo, dopo il periodo di appannamento di tutto l’arco degli anni ’90.

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Prof. Charles Kupchan inglese


My sense is that the central forum for the United States and Europe to come together  in the foreseeable future is going to be the Middle East.  And that’s in part because I think one of the issues that separated the United States and Europe outside the Middle East will continue to separate the United States and Europe. If you were to ask me what two issues apart from the Iraq war most bother Europeans about the American policy since Bush  took office,  I would probably point to two:  Washington’s policy on the Kyoto Protocol and its effort to undermine the International Criminal Court. Is there any chance that Bush  would reverse his position on either of those two issues?  No.  
And in that respect I don’t see that there is much room for a convergence on a whole set of issues that have separated the United States and Europe, and that’s why I think the Middle East is the one place where there is room for greater partnership. That’s a little troubling, because  the Middle East is not a part of the world that lends itself to immediate success. I see one reason to be optimistic about the situation there and two  reasons to be less optimistic.
The one opening that’s credibly before us is on the Palestine-Israeli front, where the new Palestinian leadership does seem to crack down on militancy, where there is a level of dialogue - and perhaps even trust, although it is too soon to tell – between Sharon and Abu Mazen, and it is conceivable that, over the course of this year and the next, we may actually see very steady and concrete progress toward an Israeli withdraw from Gaza and toward the emergence of a Palestinian Authority that functions and that takes concrete steps to prevent continuous terrorist attacks on Israelis. I am not someone who believes that the Middle East conflict, that the Palestine-Israel conflict, is the root of all problems in the world. It is not. If Israel disappeared tonight, there would still be a great deal of trouble throughout the Middle East.  But I do think that inasmuch as this issue divides Americans and Europeans more than any other issue, progress on it will work to the benefit of the Atlantic partnership.
 One thing that continues to worry me, however, that is the dramatically different perception of this conflict in Europe and the United States. When I am in Italy, or France, or Germany, I turn on the television and watch coverage of what’s going on in the Palestine-Israeli conflict and there is absolutely no resemblance to media coverage in the United States. And I am sure when you go the United States and watch our media, you ask to yourself: “What conflict are they talking about?” We do really think Americans and Europeans reside in two different worlds. I am not exactly sure that’s the case. But I do believe that our leaders, our media, our publics, need to work on a greater consensus on their perception on this issue, because it is one that will be with us for a long time.
 I am less optimistic about the two other “I”, Iraq and Iran.  On Iraq, I fear that this election is way too premature, that the conditions in the country do not lend themselves to moving forward with the democratic election, simply because the State doesn’t function. How can one talk about having a free and fair election when average people can’t even go out for a walk? When the American Embassy has closed the road from the Green Zone to the airport, because  it is too dangerous? When candidates for election have not even declared themselves openly because  they were afraid they would be assassinated?  These conditions strike me as ones which would say: “Let’s postpone this”. But we are moving ahead in any case, and I sense this is because the Coalition, and the Bush administration in particular, would like to be able to say “We have had an election. Iraq is a democracy. The invasion was a success”.  I hope that this is not going to provide an excuse for the Bush  administration to say: “Our job is over, we are going home.”  Because, if that happens, my guess is Iraq will descend into civil war relatively quickly. But I think that we are by no means anywhere near some stable end-point in Iraq, and that we all need to find ways to contribute to the emergence of security forces and functioning institutions in the country.
 Finally, on Iran, I think the EU3 have done a very impressive job moving down the road of diplomacy, and that it is certainly preferable to see Iran give up its nuclear weapons through diplomacy than see the military options be exercised. My sense is that in the United States there are two different factions  within the Bush  administration, that have diametrically opposed views of this problem. One  faction would like to bomb Iran yesterday, and that’s because  they believe that even if  Iran signs an agreement it will use the agreement abide time to make nuclear weapons. It will just do it in a covered way. And that the only way to prevent a nuclear Iran is to take out its nuclear facilities through military forces. There is another wing within the Bush  administration that does not favour a military option, but views that the threat to use force needs to be there to induce compliance on behalf of Iranians, which is probably a responsible position. But I think that the Iranian issues will be with us for a long time to come. My own sense is that Iran wants a nuclear weapon, and it will likely continue to strive to get one. In that case, if you asked me which of two evil is worse, a nuclear Iran or a Middle East in the aftermath of an American bomb in Iran,  I don’t know which is worse.  I am not sure that we are yet prepared to make that decision. I fear that we will have that decision before us some time in the near future, and it is something that we all need to begin to think about before it is upon us. Thank you.


 

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Prof. Charles Kupchan italiano


Ritengo che l’argomento centrale su cui gli Stati Uniti e l’ Europa si troveranno a dialogare sarà il Medio Oriente. Questo è anche legato al fatto che alcune delle questioni che hanno separato gli Stati Uniti dall’ Europa al di fuori dal Medio Oriente continueranno a tenerli separati. Se mi si chiedesse quali sono gli argomenti della politica americana – a parte la guerra in Iraq - che hanno maggiormente infastidito gli europei dall’inizio del primo mandato del Presidente  Bush, probabilmente ne indicherei due: la politica di Washington  riguardo al Protocollo di Kyoto e i suoi sforzi per indebolire la Corte Penale Internazionale. E se qualcuno mi chiedesse se ci siano possibilità che la politica del Presidente  Bush ribalti la propria posizione su questi due argomenti, risponderei: no. A questo proposito, ritengo che non ci sia molto spazio per una convergenza su tutta una serie di questioni che hanno tenuto separati l’ Europa e gli Stati Uniti.
E’ per questo motivo che sono convinto che la questione del Medio Oriente sia il terreno che offre le opportunità per una maggiore partnership. Questo fatto è un po’ preoccupante, dato che il  Medio Oriente  non è una regione del mondo che si presti ad un successo immediato. A mio parere, esiste un motivo per cui si può essere ottimisti sulla situazione in quella regione, e ne esistono due per essere un po’ meno ottimisti.
 L’apertura che si manifesta chiaramente davanti ai nostri occhi è quella del fronte israelo-palestinese, dove la nuova leadership palestinese appare determinata ad un giro di vite riguardo alla militanza, dove si assiste ad un certo grado di dialogo – accompagnato forse anche da un certo grado di fiducia, benché sia ancora presto per affermarlo – tra Sharon e Abu Mazen. E’ presumibile che  entro uno o due anni potremo assistere ad un progresso regolare e concreto verso il ritiro degli israeliani da Gaza e alla nascita di un’Autorità palestinese che funzioni davvero, e prenda misure concrete per prevenire i continui attacchi terroristici contro obbiettivi israeliani. Personalmente, non sono fra coloro che credono che il conflitto israelo-palestinese in Medio Oriente sia la radice di tutti i problemi nel mondo. Se anche Israele scomparisse in una notte, rimarrebbero sul tappeto molti problemi in Medio Oriente, tuttavia ritengo che nella misura in cui questo problema divide gli americani e gli europei più di qualsiasi altro, i progressi in questo senso si dimostreranno vantaggiosi anche per la partnership atlantica.
Tuttavia, una cosa che continua a preoccuparmi è l’enorme differenza fra il modo di percepire questo problema in Europa e negli Stati Uniti. Quando assisto ai servizi giornalistici televisivi in Italia, in Francia o in Germania, mi rendo conto che affrontano la questione in modo completamente diverso da quello adottato dai media statunitensi, e sono certo che qualunque europeo riceve la stessa impressione quando assiste ai servizi giornalistici dei nostri media. Non possono evitare di chiedersi: “Di che conflitto stanno parlando? Europei ed Americani viviamo davvero in due mondi diversi!”  Io non sono del tutto certo che questo sia vero, ma ritengo che i nostri leader, i nostri media, le nostre opinioni pubbliche, dovrebbero cercare di raggiungere un maggior consenso sul modo di interpretare questa realtà, perché si tratta di una questione che ci accompagnerà per molto tempo.
Per contro, sono meno ottimista in merito all’ Iraq e all’ Iran. Per  quanto riguarda l’ Iraq ritengo che queste elezioni siano molto premature, e che le condizioni del paese non si prestino al progresso verso elezioni democratiche, semplicemente perché lo Stato non funziona. Come si può parlare di elezioni libere ed imparziali, quando il cittadino medio non può neppure uscire a fare una passeggiata? Quando l’ambasciata degli Stati Uniti ha chiuso la strada dalla Zona Verde fino all’aeroporto, perché è troppo pericolosa? Quando i candidati alle elezioni non si sono neppure mostrati in pubblico perché temevano di essere assassinati?  In queste condizioni, personalmente, avrei optato per un rinvio. Ma ho l’impressione che la coalizione, e in particolare l’ amministrazione Bush vorrebbero poter dire: “Le elezioni hanno avuto luogo. L’ Iraq è una democrazia. L’invasione è stata un successo.” Mi auguro che questo non fornisca all’ amministrazione Bush una scusa per dichiarare: “Il nostro lavoro è finito e ce ne andiamo a casa”, perché in questo caso, ritengo che in Iraq la guerra civile scoppierebbe entro tempi relativamente brevi. Sono convinto che in Iraq si sia ben lontani dalla stabilità, e che sia interesse di tutti ricercare ogni modo possibile per contribuire alla creazione di forze di sicurezza e istituzioni funzionanti in quel paese. 
Infine, per quanto riguarda l’  Iran, credo che il Vertice UE3 abbia svolto un compito importantissimo, nel campo della diplomazia, e che sia chiaramente preferibile che l’ Iran abbandoni i programmi di armamento nucleare in favore della diplomazia, piuttosto che esercitare l’opzione militare. Personalmente, ho l’impressione che negli Stati Uniti, all’interno dell’ amministrazione Bush siano presenti due schieramenti che vedono questo problema in maniera diametralmente opposta. Uno schieramento avrebbe voluto intervenire bombardando l’ Iran già da tempo, perché è convinto che anche se l’ Iran firmasse un accordo, utilizzerebbe il tempo concesso dall’accordo per continuare a produrre le armi nucleari di nascosto, e che l’unico modo per impedire che l’ Iran si trasformi in una potenza nucleare sia quello di eliminare i loro mezzi di produzione delle armi nucleari attraverso un intervento militare. L’altro schieramento non è favorevole all’intervento armato, ma ritiene tuttavia che sia necessaria la presenza di forze armate per indurre gli iraniani al rispetto dei patti, e ritengo che questa sia una posizione responsabile. Ma sono convinto che la questione iraniana rimarrà in piedi ancora a lungo. Personalmente, penso che l’ Iran voglia disporre di un’arma nucleare e che sia intenzionato a continuare i suoi sforzi in tal senso. In questo caso, non saprei proprio dire quale sia il minore dei mali, se un Iran trasformato in potenza nucleare o un Medio Oriente sottoposto ad un bombardamento da parte degli Stati Uniti. Non sono neppure sicuro che noi siamo pronti a prendere una simile decisione. Temo però che saremo costretti a prenderla in un futuro non troppo lontano. E ritengo sarebbe opportuno che tutti noi cominciassimo a riflettere su questo argomento prima di essere costretti a farlo dalle circostanze.

 

 

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D.ssa Marta Dassù


Su Israele e Palestina non intendo esprimermi e lascio che sia il Ministro degli Esteri a indicare le proposte per la Conferenza di Londra. Sono in ogni caso d’accordo con quanto proponeva il prof. Kupchan.
Non penso vi sia un’opzione migliore rispetto a quella di fare oggi le elezioni; ben conosco tutti i contro-argomenti che si possono avanzare, e condivido un certo scetticismo sui possibili risultati, ma posporre le elezioni non mi sembra una soluzione. Quando le elezioni sarebbero adatte? Non possiamo dirlo. L’impegno da prendere è nel senso di fare le elezioni e contribuire in misura molto maggiore all’addestramento delle forze irachene, che sta procedendo davvero a rilento. Nel suo intervento al Senato, Condoleeza Rice è stata smentita sul numero delle forze irachene pronte a garantire la sicurezza, e questo è un ambito nel quale i Paesi europei hanno un ruolo da svolgere.
Quanto all’Iran, non sono pessimista. Qualunque sia il regime, che vorrà dotarsi di armi nucleari è un fatto che tutti gli esperti sostengono, aggiungendo però che è molto probabile che mantenga una posizione del tipo della Svezia di un tempo, che starà sulla soglia. Per impedire che tale soglia sia superata, ritengo fondamentale un accordo transatlantico più solido. L’Europa deve essere fortemente convinta della necessità di ritorsioni ferme, qualora la situazione volga al peggio, e deve dichiararlo. Gli americani invece, da parte loro, devono dirsi pronti a riprendere le relazioni diplomatiche, nel caso la situazione proceda positivamente. Un sistema di scambio tra le parti sarebbe utile.
Parimenti utile sarebbe che l’Europa, che professa di credere nel multilateralismo efficace, vada alla Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione, nel marzo prossimo, con una posizione molto più realistica. Il Trattato non funziona, come abbiamo constatato nel caso della Corea del Nord, perché oggi un Paese può legalmente dotarsi di tecnologia nucleare e decidere di passare la citata soglia semplicemente ritirandosi dal TNP e dichiarando di essere diventato un Paese nucleare; non esiste alcuna vera sanzione. Il Trattato è dunque troppo debole, ed io ritengo indispensabile integrare il protocollo e rafforzare il sistema di ispezioni.
Infine il nodo caldo, nell’ambito dei rapporti transatlantici, rischia di essere la questione dell’embargo della vendita di armi alla Cina, su cui l’Europa ha una posizione univoca. Del resto, le sarebbe difficile considerare la Cina alla stregua di Paesi come la Birmania e il Sudan. Vi è poi un altro aspetto: per noi la Cina non rappresenta un problema strategico, quale è invece per gli Stati Uniti, che la considerano un potenziale rivale strategico nell’area asiatica e sul piano globale. Per noi essa è essenzialmente un grossissimo partner commerciale e, pur difendendo la logica della revisione dell’embargo e di un codice di condotta che tranquillizzi gli americani, ritengo che da parte nostra sia molto importante un passaggio di visione.

 

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Prof. Vittorio E. Parsi



Proprio con Charles Kupchan, negli incontri che dalla fine degli anni Novanta Georgetown University organizza nella sua residenza fiesolana di “Villa le Balze”, ci siamo trovati a riflettere sul fatto che l’unico punto di vero attrito nella relazione transatlantica avrebbe potuto essere una crisi in Medio-Oriente. Questo si è puntualmente verificato, ed è paradossale ma positivo che oggi l’unico punto da cui potrebbe ripartire la relazione transatlantica è un job sharing in Medio-Oriente. Questo però significa che molto del lavoro è sulle spalle dell’Europa, che il percorso è accidentato e richiederà molta buona volontà e capacità di resistenza.
Sono d’accordo con quanto è stato detto a proposito del fatto che l’America probabilmente può giocare meglio la carta tra Palestina e Israele da un lato, e la questione irachena dall’altro, e finalmente accettare il punto di vista europeo, che il Medio-Oriente non può andare dal Marocco fino alla Tailandia, ma contemplare una sorta di paratia stagna tra Iraq e Palestina. Proprio questa rifiuto americano di collegare le problematiche mediorientali in un unico sistema ha rappresentato Sarebbe il principale ostacolo alla credibilità complessiva della politica americana nei confronti del mondo arabo-islamico. Le elezioni che si sono tenute in questi mesi in Afghanistan, nei Territroi Palestinei e in Iraq ci dimostrano che l’intera area deve vincere a sfida della democrazia e della sicurezza. Su questo punto va sottolineato che per la prima volta gli Stati Uniti sembrano non considerare più la demcratizzazione come un problema in più per la stabilizzazione della regione, ma come lo strumento principale per conseguire la stabilità.
Quanto all’Iran, sono d’accordo con il prof. Kupchan che a sfavore di una soluzione pacifica c’è l’esperienza storica degli anni ’80 e il ruolo molto forte (e ostile al regime) che i neocons giocano sulla questione iranaiana. D’altra parte è difficile immaginare che USA e Gran Bretagna intendano aprire un fronte ulteriore con l’Iran, mentre la situazione in Iraq è ancora lontano dall’essere soddisfacente. Certo, la questione iranaiana è estremamente complicata. L’Iran finanzia formazioni terroristiche e procede sulla via dello sviluppo di un programma nucleare militare. D’altronde occorre riconoscere che l’Iran è un attore che non fa mistero di volere ottenere il riconoscimento di uno status di potenza regionale. Questo, in un’area fittamente popolata da potenze nucleari, da Israele al Pakistan, all’India, alla Russia, alla Cina, rende concettualmente debole l’argomento che gli nega la possibilità di dotarsi di armi nucleari. Per questo, mentre credo che debbano essere compiuti tutti i tentativi possibili per favorire la rtransizione liberale del regime, ritengo anche che la revisione dei principi del Trattato di Non Proliferazione Nucleare debba essere presa in considerazione e non più trattata non come un tabù.
Sulla Cina, infine, concordo totalmente con la dott.ssa Dassù. Se considero la politica europea nei confronti della Cina sulla questione delle armi, mi viene il dubbio non che l’Europa non veda la Cina come un rivale strategico globale, ma piuttosto che, nemmeno a medio termine, l’Europa riesca a concepire se stessa come un attore strategico globale. Di conseguenza, l’Europa non ha una posizione politica su come sarà il mondo tra vent’anni, se la Cina conterà di più o di meno e dove si collochi la nostra convenienza, come cambierà il suo futuro nel mondo in base alla posizione della Cina. Il nostro maggior limite è proprio quello di non saperci proiettare nel futuro in uno scenario diverso dalla mera continuazione dell’esistente, e così non sappiamo che ragionare sulla piccola politica commerciale.

 

 

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On.le Gianfranco Fini, Ministro per gli Affari Esteri



Rivolgo anzitutto un doveroso quanto sincero apprezzamento per gli organizzatori di questo Convegno, che ci propone – e sono particolarmente onorato di poter interloquire con così autorevoli ospiti – un tema, quello della duplicità o meno dell’Occidente, che da un lato è una provocazione intellettuale stimolante e dall’altro può dare, almeno a me, l’opportunità per tentare di mettere a fuoco alcuni aspetti del complesso rapporto tra l’Europa e gli Stati Uniti, che consentano poi di confutare qualche luogo comune.
Oltre che un’espressione geografica, occorre ricordare che il termine “occidente” descrive un concetto politico e, al tempo stesso, un orizzonte di civiltà. Ed è un concetto che ha una lunga storia. Limitandosi a considerare l’epoca moderna, l’idea di Occidente ha ispirato innumeri riflessioni: basti pensare a quella di Goethe o di Spengler, che non a caso basò sul termine “occidente“ la sua celebre teoria di un tramonto ormai irrimediabilmente alle porte. Per inciso, l’Occidente porta nella radice stessa del suo nome l’idea di tramonto e, aggiungo sempre per inciso, è interessante osservare che Spengler ha teorizzato il tramonto dell’Occidente poco meno di un secolo fa, proprio quando, come poi la storia ha dimostrato, l’Occidente era all’alba delle sue potenzialità di sviluppo. Dico questo per invitare alla cautela prima di dare per affossato, travolto dall’evoluzione storica questo concetto di Occidente, che invece ha una forse inaspettata capacità di rinnovarsi.
Almeno in termini politici, oggi il termine “Occidente” sta ad indicare il legame tra gli Stati Uniti e l’Europa, fatto di storia, di convergenza di interessi, di impegni reciproci in un’alleanza militare, ma soprattutto di rapporti umani e culturali, e in primo luogo di valori condivisi. Non a caso nel mondo i grandi valori della libertà, della democrazia, della tolleranza, del rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali sono noti come valori dell’Occidente. Soprattutto chi ha responsabilità istituzionali deve sempre avere presente che in nome di questi valori gli Stati Uniti hanno soccorso l’Europa dalle macerie di due conflitti mondiali, le cui cause scatenanti non sono da individuare in America, bensì “laggiù in Europa”, come spesso si dice negli Stati Uniti pensando al nostro vecchio continente. Laggiù in Europa sono scoppiate due guerre mondiali che hanno messo in discussione alcuni valori legati oggi al concetto di Occidente. Nel nome di questi valori ci siamo trovati insieme nel periodo della guerra fredda, e  va ricordato che anche in quel periodo furono proprio gli Stati Uniti, ancor più di noi europei, a dare un impulso importante a quel processo di integrazione che qualche tempo fa ha visto nella firma, a Roma, del Trattato costituzionale, il momento più saliente.
Credo che tutto ciò spieghi perché ancora oggi, agli albori del XXI secolo -  nonostante tutti i grandi sommovimenti della fine del ‘900, l’archiviazione della guerra fredda, l’insorgere sulla scena internazionale di nuovi poli E  nonostante il fatto che ciò che ci è dinanzi in molti casi rappresenti un rischio anche nell’analisi, DATO CHE molte dinamiche non sono ancora chiare -  su entrambi i versanti dell’Oceano viene riconosciuta la fondamentale importanza della cooperazione euro-americana. Non a caso, ad esempio, nel Documento conclusivo della riunione del 17 dicembre a Bruxelles del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, che entrerà nelle cronache e forse nella storia per aver dato il via libera, sia pure a certe condizioni, all’avvio dei negoziati di adesione della Turchia a partire dal 3 ottobre, è stato chiaramente indicato che il carattere della cooperazione euro-americana merita un solo aggettivo: insostituibile. Pure non a caso ritengo che il Presidente Bush abbia deciso di visitare il mese prossimo l’Europa, come prima tappa d’inizio del suo secondo mandato che, condivido con il prof. Kupchan, sarà diverso rispetto al precedente.
Per le leadership europee la visita del Presidente Bush dovrà essere occasione per rafforzare la cooperazione e l’amicizia, ma anche per tentare di mettere a punto una strategia all’altezza delle sfide  dei tempi che viviamo condivisa tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Unione Europea. A mio parere, che a fronte delle sfide che ci sono dinanzi possa esservi una collocazione diversa di Europa e Stati Uniti è un’evenienza  difficile e, peggio ancora, profondamente negativa.
Se dovessi definire  la strategia - che è qualcosa di più della cooperazione,  della storica azione di amicizia nel nome di valori comuni tra l’Europa e gli Stati Uniti - l’esempio di immediata comprensione è quello della medaglia che ha le due facce che si integrano e non si possono dividere l’una dall’altra.
L’idea di due Occidenti, che circola in Europa in misura forse più diffusa che negli Stati Uniti, tende al contrario a mettere l’accento non sull’integrazione, ma sulla separazione, e non ritengo sia peregrino tentare di comprenderne il motivo. Penso che ciò dipenda dal fatto che si confondono le  divergenze tra l’Europa e gli Stati Uniti, con  le differenze. Le divergenze riguardano soprattutto alcune questioni di politica, mentre le differenze risalgono a questioni più profonde, di tipo culturale, storico.
È a mio parere sbagliato minimizzare le divergenze, poiché momenti di incomprensione ci sono stati, anche clamorosi, su una serie di temi importanti:  sulla legittimità o meno della pena di morte; sul  Protocollo di Kyoto; sulla Corte penale internazionale; sulla percezione di oltre Atlantico circa ciò che significa la crescita della politica di difesa europea; su ciò che può determinare la crescita del pilastro europeo della NATO nella natura stessa dell’alleanza militare ieri, politico-militare oggi. Ma queste divaricazioni vanno guardate con realismo e senso della proporzione, avendo ben chiaro che ciò che unisce l’Europa agli Stati Uniti oggi - non ieri, non vent’anni fa - è di gran lunga più rilevante delle divergenze che si possono determinare su alcuni dossier. Anzi, direi che le divergenze sono fisiologiche, proprio per il fatto che il rapporto esistente fra l’Europa e gli Stati Uniti ha un altissimo grado di interdipendenza in tutti i campi, e anche perché vi è una proiezione comune di interessi globali.
Ritengo che una gestione preventiva, sinergica, armoniosa delle divergenze sia non solo possibile, ma costituisca anche l’antidoto che una classe dirigente europea, consapevole dell’importanza del rapporto strategico con l’istituzione americana, deve mettere in campo. Ad esempio, la crisi in Ucraina avrebbe non solo potuto nuovamente incendiare una parte del vecchio Continente, perché sarebbero sorte difficoltà nel rapporto tra l’Unione Europea e la Russia, con  il rischio di un arretramento di certe garanzie minime di rispetto dei valori democratici, della identità delle persone umane, del principio, sovrano in una democrazia, che chi governa deve essere scelto dal popolo. La gestione della crisi, per quanto abortita ma certamente di un certo rilievo, che vi è stata tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, è stata oculata e all’Europa è stato riconosciuto un ruolo.
Condivido con la dott.ssa Dassù che la politica estera dell’Europa già funziona così e che Solana ha svolto un ruolo nel disinnescare la crisi ucraina ma, per ragioni connesse alla geografia più che alla storia, non si poteva pensare che i Paesi baltici, la Polonia non fossero nella linea di testa dell’azione che l’Unione Europea conduce anche attraverso gli Stati nazionali.
Con gli amici americani viene quasi naturale sottolineare il fatto che l’Unione Europea non è una confederazione di tipo statunitense, ma un’unione in cui gli Stati nazionali continuano ad essere liberi e sovrani, e decidono di mettere in comune alcune quote di sovranità.
Passando da una materia squisitamente politica ad una di tipo economico-commerciale, ritengo che anche l’esempio che viene fornito dall’apertura del negoziato tra Europa e Stati Uniti circa i sussidi alle grandi compagnie aeromobili civili, dimostri che sarebbe sbagliato negare le divergenze.  Ma con un approccio equilibrato e coordinato vi è motivo di pensare che le divergenze possono essere superate e quindi di ribadire il concetto che anche oggi ciò che unisce è molto più profondo di ciò che divide.
Condivido pienamente la tesi del prof. Parsi che la solidarietà transatlantica è un valore talmente rilevante, che è doveroso sottrarlo a generalizzazioni e luoghi comuni, dei quali uno dei più ricorrenti è il fossato che dovrebbe separare gli Stati Uniti, unilateralisti, dall’Europa, multilateralista. In proposito dico soltanto che l’Europa deve accordarsi con se stessa; infatti, non può un giorno contestare alla politica statunitense di essere cinica, priva di scrupoli e legata agli interessi delle multinazionali, e un altro giorno accusarla di essere messianica, missionaristica, ingenua e sprovvista di qualsiasi ancoraggio con la realtà. Sono estremizzazioni che contrastano con la verità, che è ben diversa.
La diatriba tra approccio multilaterale e di tipo diverso non ha ragion d’essere se si pensa che tanto per noi quanto per gli Stati Uniti il multilateralismo ha ragione di esistere unicamente se funziona. Esso non è di per sé un valore ma uno strumento, una via per garantire una risposta alle crisi che si aprono nel pianeta. La verifica si avrà quando ciascun Paese sarà chiamato a mettere sul tavolo le rispettive posizioni non tanto in ordine alla riforma delle Nazioni Unite, quanto in particolare a quello del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Mi sia consentita una modesta digressione. Chi giustamente sostiene la necessità di un approccio multilaterale, poi non può non sentire un dovere di coerenza. Approccio multilaterale vuol dire partnership indivisa delle Nazioni Unite, riforma che non determina esclusioni, ed è questa la ragione per la quale, fermo restando che non vi è alcuna remora da parte dell’Italia rispetto alla legittima aspettativa tedesca, giapponese o indiana di entrare per nomina nel Consiglio di sicurezza come membri permanenti, noi pensiamo che sia molto più agevole una riforma che renda le Nazioni Unite maggiormente capaci di essere il foro multilaterale per eccellenza; in sostanza, che sia molto più agevole seguire la cosiddetta “opzione B” del documento presentato dai saggi nominati da Kofi Annan, che certo non debbo illustrare a questa platea, sufficientemente a conoscenza delle questioni internazionali. Non si può dividere la membership, e mi spiego con un esempio clamoroso: come si può pensare, con l’India nominata nel Consiglio di sicurezza e con l’ovvia “polemica” da parte pakistana, di poter garantire soprattutto in alcune aree del mondo, come il Sud-Est asiatico, che vi sia un Consiglio di sicurezza più capace di essere il foro multilaterale per eccellenza? La questione è ancora più evidente se si pensa al rapporto Cina-Giappone in tutta la fascia non solo dell’estremo Est asiatico, ma anche al rapporto Pacifico-Stati Uniti.
Credo dunque sbagliato collocare in una logica di contrapposizione l’Europa multilaterale e gli Stati Uniti, prigionieri di una visione unilaterale.
 Tra l’altro, in un recente intervento alla Commissione Esteri del Senato, Condoleeza Rice ha pronunciato una frase, consegnandola a tutti coloro che non vogliono aprire gli occhi di fronte alla realtà, che così testualmente recita: “La nostra interazione con il resto del mondo deve essere una conversazione, non un monologo”.
Ancora più autorevolmente, nel discorso di insediamento, il Presidente Bush si è rivolto agli alleati degli Stati Uniti dicendo testualmente: “Onoriamo la vostra amicizia, facciamo affidamento sui vostri consigli, dipendiamo dal vostro aiuto”. Non credo che tali frasi dimostrino come con  con questa Amministrazione gli Stati Uniti siano i campioni di unilateralismo; al contrario, credo che dimostrino che è riconosciuta l’importanza delle relazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati, in particolar modo l’Europa. Ma dimostrano anche chiaramente che gli Stati Uniti chiedono che l’Unione Europea si renda capace di assumere maggiori responsabilità.
Non possiamo continuare a chiederci retoricamente che cosa fanno gli Stati Uniti. Se vogliamo essere coerenti con quanto abbiamo scritto nel Trattato costituzionale e con quanto quasi quotidianamente affermiamo circa la necessità di costruire una potenza civile accanto a quella militare, se le affermazioni con cui sostanziamo i nostri interventi devono avere una ricaduta di coerenza, questa non può che consistere nel fatto che l’Europa deve essere capace di assumersi delle responsabilità, perché questo si presuppone in un partenariato serio, e non si può sempre e comunque delegare.
Numerosi momenti della recente politica internazionale dimostrano la validità di questo concetto, ma anche una certa difficoltà dell’Europa ad assumere responsabilità di partnership. L’esempio più clamoroso è dato dalla crisi scoppiata pochi anni fa nei Balcani, con violenze, genocidi, stravolgimento dei diritti umani, massacro dei valori occidentali.  In quel caso, senza l’intervento della NATO, ma soprattutto senza l’impulso degli Stati Uniti, l’Europa non è sembrata capace di intervenire con la mediazione, con i suoi valori, con i programmi economici, e neppure con la forza dissuasiva delle armi, con la presenza di soldati nel cuore del nostro continente. Ed io sono convinto che quest’area, nei confronti della quale adesso c’è una sorta di disattenzione, perché ben altri sono gli scenari a cui si guarda, deve continuare a meritare la vigilanza della comunità internazionale e almeno questo dovremmo farlo noi europei. In proposito vi sono stati anche alcuni segnali simbolici, come il passaggio delle consegne, simboli compresi, tra la forza multinazionale sotto l’egida della NATO, e il primo nucleo di un esercito europeo per una politica di difesa europea.
Condivido la tesi di chi sostiene che la vicenda irachena ha diviso non tanto le due sponde dell’Atlantico, bensì ancora una volta noi europei, e questa è la riprova che la solidarietà transatlantica, la condivisione di certi valori occidentali è una delle ragion d’essere della capacità dell’Unione Europea di essere tale.
Ci siamo divisi, ma bisogna considerare le cose con ottimismo. La Conferenza di Sharm el Sheik ha segnato il punto di svolta, e oggi non credo sia giusto parlare di valutazioni diverse tra Unione Europea – compresi  i Paesi più importanti dell’Europa - e l’Amministrazione statunitense circa il percorso che l’Iraq deve seguire per arrivare  all’autodeterminazione, ed alla democrazia -  valori dell’Occidente proiettati nell’area irachena – in forza dei quali l’Iraq appartiene agli iracheni e il Governo deve essere espressione diretta, libera e sovrana della volontà popolare. A Sharm el Sheik l’Europa, ma più in generale la comunità internazionale, è stata capace di lasciarsi alle spalle le divisioni passate e di individuare un percorso condiviso.
Oggi si può affermare che tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti non c’è divaricazione, perché siamo tutti convinti dell’importanza delle elezioni irachene che avranno luogo tra tre giorni il 30 gennaio. Certo, saranno elezioni che per mille ragioni apriranno dei problemi, ma se non avvenissero, i problemi sarebbero maggiori. Non possiamo pensare si svolgano come in Pennsylvania, in Baviera o in Svizzera e dobbiamo interrogarci - e abbiamo iniziato a farlo - su cosa la comunità internazionale dovrà fare dopo le elezioni perché non venga meno uno dei punti fondamentali del Documento di Sharm ossia:  che tutte le componenti etnico-religiose e culturali dell’Iraq siano rappresentate nell’Assemblea. La partecipazione sunnita è in dubbio e oggi il Presidente del Parlamento turco mi ha rappresentato la forte preoccupazione perché nella zona di Kirkuk  sembra esservi un’affluenza sospetta, liste gonfiate di elettori curdi che potrebbero prefigurare un ridimensionamento della presenza turcmena. Non c’è dubbio che per la Turchia, che fa dell’integrità territoriale dell’Iraq uno dei punti fermi di qualsiasi soluzione a quella crisi, si possono aprire  prospettive inquietanti.
Non ha senso, oggi, che gli europei si dividano dagli Stati Uniti sulla legittimità di quell’ intervento; semmai si deve discutere insieme di cosa fare perché l’Assemblea Costituente, che pur con tante manchevolezze verrà eletta il 30 gennaio, abbia quel ruolo che la comunità internazionale aveva individuato, e sia dunque la sede in cui, nel pluralismo della realtà irachena, nascerà la Costituzione, che porterà il popolo iracheno al voto entro il 2055. Nel Documento di Sharm non solo gli Stati Uniti e l’Unione Europea, il G8, ma anche i Paesi confinanti, l’Iran, la Turchia, la Siria hanno riconosciuto l’importanza strategica delle elezioni del 30 gennaio e il valore assoluto della indivisibilità dell’Iraq e della stabilità regionale. Non si può infatti pensare – e su tale questione ci si deve confrontare – di associare una potenza come l’Iran -  che ha velleità non solo di potenza regionale, ma anche di altra natura e per questo è ambigua sul nucleare -  alla gestione della crisi irachena, nello stesso momento in cui siamo timidi nel dare garanzie che la soluzione della crisi non alteri minimamente gli equilibri di quell’area. Questi esempi ritengo che possano confermare il mio ragionamento, e cioè che possono esservi divergenze, ma anche la capacità di un approccio ad esse all’interno di una strategia volta a valorizzare le ragioni dell’unione.
Il Medio-Oriente costituisce uno dei dossier che a mio avviso va riaperto immediatamente, e l’Italia lo sta facendo perché per noi la questione mediorientale  non è una delle tante, ma è ciò che accade alla porta di casa nostra. È innegabile che esiste oggi una finestra di opportunità da spalancare, ma non possiamo pensare che tutto dipenda esclusivamente dalle decisioni del Presidente Bush. Gli Stati Uniti hanno un ruolo che sarebbe sciocco negare: basti pensare al rapporto con Israele talmente stretto da rendere ineludibile che la soluzione alla crisi, e quindi la pace tra Israele e il mondo arabo-musulmano, passi per Washington.
Ma è mai possibile che noi europei non sentiamo il dovere di dimostrare che passa anche per Bruxelles, non in alternativa alla strategia di Washington, ma in sinergia tra la nostra strategia e quella statunitense, proprio perché sono comuni quei valori che fanno da mastice alla politica transatlantica, alla solidarietà occidentale?
Da questo punto  di vista l’Europa deve avere più voce in capitolo, non perché è stata inserita nel quartetto che deve far procedere la road map, ma per ragioni molto più profonde.
  Nel contesto europeo io credo che oggi l’Italia possa giocare una carta in più, per avere una credibilità aggiuntiva, in quanto non vi è dubbio che la politica italiana degli ultimi dieci anni è stata caratterizzata dalla capacità di comprendere le giuste rivendicazioni del popolo palestinese, e l’idea di uno   Stato palestinese è ampiamente condiviso dal popolo italiano. Ma accanto a questo pregresso della politica, o della diplomazia italiana, rivendico all’attuale Governo il merito che l’Italia oggi è capace non solo di comprendere le ragioni per le quali è giusto l’impegno per dare una Patria, uno Stato ai palestinesi, ma anche di comprendere quelle sacrosante e altrettanto legittime dello Stato di Israele.
Per molto tempo sulla questione mediorientale la politica europea ha avuto un approccio sostanzialmente unilaterale: metteva giustamente in evidenza il diritto del popolo palestinese di avere una Patria e uno Stato, ma non era altrettanto convinta del diritto israeliano di vivere in sicurezza. Il fatto che oggi l’Italia sia interlocutore credibile di entrambi gli schieramenti non ci può indurre a ritenere di giocare la partita da soli, poiché saremmo velleitari; ma all’interno dell’Unione Europea dobbiamo far sentire la nostra voce e dare un contributo non solo di idee ma, se necessario, anche di mezzi economici e di assunzione di responsabilità.
La dott.ssa Dassù chiedeva qual è la posizione italiana per la Conferenza di Londra. Va anzitutto precisato che non si tratta di una Conferenza di pace e il fatto che Israele non vi partecipi non deve essere motivo di disdoro o polemica. Forse oggi non ci sono le condizioni per la Conferenza di pace, perché pace non vuol dire cessazione della guerra, dell’intifada armata, vuol dire assetto definitivo di quell’area e dunque capacità di sciogliere nodi complessi, quale lo status di Gerusalemme, o il diritto o meno dei palestinesi di tornare all’interno dei confini del loro Stato, quando lo avranno, e quali saranno i confini di quello Stato. Se la comunità internazionale oggi dovesse discutere tali questioni, la pace si allontanerebbe.
La Conferenza di Londra serve alla comunità internazionale per dimostrare ai palestinesi che oggi è in condizione di aiutarli perché, come ha affermato Sharon, c’è una leadership  palestinese che con i fatti dimostra di voler lavorare per la pace, di volersi impegnare per arginare il terrorismo e di avere ben chiaro che per l’avvenire del popolo palestinese è necessario cancellare per sempre la suggestione che l’intifada migliori le condizioni di quel popolo. Per quel che ci riguarda, noi europei oggi dobbiamo dar corso a quel Piano Marshall per la Palestina richiamato dal Presidente del Consiglio qualche tempo fa. Se vogliamo aiutare Abu Mazen non dobbiamo soltanto garantire l’addestramento delle forze di polizia palestinesi per contrastare il terrorismo, ma dobbiamo dimostrare che rifiutando l’intifada armata il popolo palestinese migliora le proprie condizioni di vita; e così facendo tagliamo l’erba sotto i piedi di chi auspica il ricorso al terrorismo. Andare a Londra per l’Italia significa anzitutto ribadire che oggi l’aiuto non riguarda soltanto problemi di  sicurezza, ma è anche di tipo economico.
Anche se apparentemente non collegata con quanto detto prima , la parte conclusiva del mio ragionamento riprende il concetto iniziale. Ho affermato che esistono divergenze di tipo politico che a volte possono essere acute, ma disinnescarle e lavorare per giungere a degli accordi è compito delle classi dirigenti più avvertite sull’importanza della solidarietà transatlantica. Ma accanto alle divergenze ci sono delle differenze, e in proposito io colgo problemi di fondo rispetto a molte analisi  fatte. Intanto, va sottolineato che le differenze esistono anche all’interno dell’Unione Europea, come pure all’interno degli Stati Uniti, ma tra Europa e Stati Uniti indubbiamente esistono differenze di modello e di stile di vita che abbracciano molti campi: culturale, economico, demografico, sociale. Basti pensare alle responsabilità che i cittadini europei chiedono allo Stato di assumere, ai servizi che chiedono allo Stato di erogare, e confrontarli con la richiesta che il cittadino medio statunitense rivolge alla sua Amministrazione. Le spese governative negli Stati Uniti sono pari al 30 per cento del PIL, mentre in Europa superano il 45 per cento. In rapporto al PIL, gli Stati europei impiegano il 10 per cento in più di spesa sociale: scolarità, assistenza medica, pensioni, disoccupazione, ammortizzatori sociali. Questa è la ragione per la quale un docente di Harvard di origine italiana ha osservato che è molto meglio essere poveri, o vecchi, o marginali in Europa, piuttosto che negli Stati Uniti.
Ma c’è un rovescio della medaglia: il maggior carico fiscale che l’Europa sopporta per la più alta spesa sociale, soprattutto nell’attuale congiuntura economica internazionale negativa, diviene un freno alla crescita, mentre negli Stati Uniti il maggior dinamismo del sistema economico e la maggiore mobilità del lavoro rendono più forte la possibilità che la condizione di povertà o di disoccupazione sia transitoria.
Seppure schematica, questa è la differenza tra l’Europa come continente delle tutele, e gli Stati Uniti come continente delle opportunità. Il modello americano si fonda sulle risorse individuali, sul “fai da te”, mentre quello europeo su un concetto di solidarietà molto più radicato. È una diversità storica, ma anche una diversità che possiamo definire geografica.  In Europa infatti  le frontiere erano chiuse quando negli Stati Uniti erano talmente aperte che il mito della nuova frontiera offriva una serie di opportunità in più rispetto all’Europa, per quel che riguarda l’iniziativa e l’intraprendenza individuale.
Qual è il punto di caduta del mio ragionamento? È inutile negare o banalizzare le differenze; cerchiamo di comprenderne la ragione storica, culturale e geografica. Ma davvero queste differenze autorizzano ad affermare che ci sono due Occidenti? Io sostengo la tesi opposta, vale a dire che la diversità, il pluralismo di posizioni è la caratteristica vincente dell’Occidente, che è vitale proprio perché non propone un modello granitico, perché mette a profitto le sue diversità e integra le differenze, sicché rappresenta un modello anche per tanti popoli che non rientrano nelle categorie dell’Occidente. Si tratta, per l’appunto, di unità nella diversità, che si ritrova non soltanto nel primo articolo del Trattato costituzionale europeo, ma anche in quel “e pluribus unum” che campeggia nei simboli degli Stati Uniti d’America.
Le differenze esistenti nell’Occidente non autorizzano a parlare di due Occidenti. In termini più politici, vi è chi sostiene che l’alleanza tra Europa e Stati Uniti sia destinata a venir meno nel corso del tempo, perché sono cambiate alcune condizioni. Diverse ipotesi meritano di essere approfondite: il fatto che gli Stati Uniti sono orientati più verso il Pacifico che verso l’Europa; che la composizione demografica degli USA sta cambiando, ed è sempre meno rilevante il ruolo che esercitano coloro che hanno radici europee; che nell’attuale situazione il tema delle identità finisce per riempire di contenuti anche la politica. Tutto questo è vero, ma non credo che sia di per sé uno degli elementi che può portare ad una divaricazione, anche perché le radici dei valori americani affondano nella storia europea, ed io ritengo che noi europei dobbiamo sempre ricordare e rivendicare questa primazia, senza che appaia iattanza o immotivata superiorità.
Cosa intendo, affermando che i valori americani affondano nella storia europea? L’Impero della legge, il cosmopolitismo non nascono con l’Impero Romano? Non è al Cristianesimo che si deve l’elaborazione del concetto di persona, sviluppato prima dall’Umanesimo e poi dal Rinascimento italiano ed europeo? E i valori della tolleranza, della libertà religiosa, dei diritti di cittadinanza non nascono in Europa nel secolo dei lumi? Non so se questo sia sufficiente per affermare che l’Europa non è vecchia, come qualche volta ci viene rimproverato, bensì antica, e saggia.
Pensare che l’Europa possa sentirsi altra nel suo destino rispetto all’altra parte dell’Atlantico significa non soltanto commettere un grave errore di politica internazionale, ma anche avere una visione errata della realtà storica. Ed è per questo che concludendo sulla domanda: “due Occidenti, o no?”, la risposta non può che essere che l’Occidente è uno con delle differenze; ma nella capacità di portare a sintesi quelle differenze sta la grandezza e il fascino dei valori occidentali.

 

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Gen.le Carlo Jean


Il signor Ministro sarà lieto di rispondere alle domande che verranno poste. Il suo intervento è caratterizzato dalla speranza, dall’ottimismo e dal calore umano.
Nel suo discorso inaugurale il Presidente Bush ha ripetuto 23 volte il termine “libertà”, una volta il termine “democrazia”, e non ha menzionato il terrorismo e l’Iraq.
Considerando i discorsi molto più positivi e pragmatici che caratterizzano di solito la politica europea, non si può che concludere che una differenza piuttosto profonda esiste. Si tratta di vedere come gettare un ponte su tale differenza.

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Amb. Ferdinando Salleo


Sono sorpreso che non sia stato menzionato un argomento importante, caratteristico del rapporto transatlantico, e cioè l’integrazione dell’area economica, che comprende entrambe le parti dell’Atlantico, Europa e Stati Uniti, e non è dovuta soltanto alla mano invisibile del mercato. Sappiamo che ogni anno ci sono circa 2.500 miliardi di dollari di interscambio, perché ciascuno vuole comprare meglio e al minor prezzo. Ma le cifre del Dipartimento del commercio americano forniscono due indicazioni interessanti: negli ultimi otto anni gli Stati Uniti hanno investito in Olanda dieci volte più che in Cina, e il doppio che in Messico, Paese NAFTA confinante e con manodopera a bassissimo prezzo.  Questo dovrebbe far riflettere sul fatto che le profezie pessimistiche sulla divaricazione,  sull’Atlantico più largo, andrebbero riscontrate con quella che sembra essere la volontà politica della comunità imprenditoriale dai due lati dell’Atlantico. Il 75 per cento dell’investimento diretto dall’estero negli Stati Uniti si deve agli imprenditori dell’Unione Europea.
Qual è l’altro versante? L’Europa, come ha dichiarato a Blumberg il Ministro delle Finanze francese, ha sopportato il maggior peso della ripresa economica, con la rivalutazione dell’euro nella misura del 52 per cento rispetto alla rivalutazione dello yen solo del 28 per cento, mentre le altre divise asiatiche sono rimaste sostanzialmente agganciate al dollaro. Abbiamo fatto un sacrificio consapevole? È una politica della BCE o a questo ha portato il non effettuare una politica del cambio?
Fra una settimana i Ministri finanziari del G7 si riuniranno a Londra, e sarebbe il momento di abbandonare le recriminazioni in ordine al fatto che non si cresce abbastanza, o che non si risparmia abbastanza, che i servizi sociali sono troppo costosi, per gestire insieme l’equilibrio complessivo, senza il quale non potrà aver luogo quella crescita di cui tutti abbiamo bisogno.

 

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On.le Gianfranco Fini, Ministro per gli Affari Esteri


Non aggiungo nulla, Ambasciatore, poiché condivido la sua riflessione.

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P.pe Sforza Ruspoli


Vorrei chiedere se le diversità evidenziate oltre che essere di natura storica e geografica, siano anche di tipo politico. Un forte Partito Comunista ha governato in questo Paese insieme ai sindacati e alla Democrazia Cristiana, sperperando migliaia di miliardi per sostenere industrie assistite, tra cui quelle produttrici di armi.
La domanda è: la nostra è una diversità sul tipo di indirizzo, siamo più orientati verso il sociale, o facciamo autarchia bancaria per continuare la politica della vecchia IRI e impoverire sempre più gli italiani?

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On.le Gianfranco Fini, Ministro per gli Affari Esteri


È una domanda che meriterebbe una conferenza ad hoc; quindi al principe Ruspoli la preghiera di scegliere un altro momento per un chiarimento di fondo su questi aspetti.

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Prof. Antonio Saccà


Non si capisce quale ruolo abbia la Russia nei rapporti internazionali. Poiché in questa sede si è dato per scontato che l’aumento di potenza dell’Europa stabilizzerebbe positivamente i rapporti con gli Stati Uniti, questi potrebbero considerare rischioso un avvicinamento dell’Europa alla Russia? Il Ministro degli Esteri, che svolge un ruolo chiave per gli equilibri internazionali, come considera il rapporto con la Russia dal punto di vista non italiano, ma europeo?

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On.le Gianfranco Fini, Ministro per gli Affari Esteri


Sono molte le chiavi di lettura per rispondere alla domanda, e ne sceglierò una.
La minaccia che dopo l’11 settembre ha chiamato la comunità internazionale ad unire le energie è rappresentata dal terrorismo integralista che, non va dimenticato, ha colpito anche la Russia. Basti pensare alla tragica vicenda della scuola di Beslan. Pertanto, alcune decisioni del Presidente Putin andrebbero giudicate non tanto nel senso di un rischio di involuzione rispetto agli standard minimi di democrazia, ma al contrario, almeno l’Unione Europea e gli Stati Uniti dovrebbero ritenerle la risposta obbligatoria nel momento in cui il terrorismo ha colpito in quel Paese, con il rischio di destabilizzare un’area che può diventare una polveriera. In altri termini, sono convinto che oggi al rapporto transatlantico e all’Occidente serva una Russia stabile, e tutto ciò che serve per stabilizzare la Russia è positivo, compresa una certa propensione dell’Unione Europea a riconoscere quel Paese come partner non soltanto strategico, ma confinante.
Ritengo che sul ruolo dei confini non ci si sia soffermati ancora a sufficienza. L’Unione Europea a 25 o a 27 ha una dimensione continentale. I Paesi confinanti, soprattutto se entrerà la Turchia, sono collocati in un altro continente, e non soltanto la Russia, ma l’Ucraina, la Bielorussia portano verso l’Asia. Si può pensare che un’Unione Europea così vasta geograficamente, economicamente così protagonista e ambiziosa - perché almeno nel Trattato costituzionale c’è l’ambizione di un ruolo attivo per quel che riguarda la politica estera, la politica di difesa - abbia nei confronti di Mosca lo stesso approccio che avevamo noi europei occidentali qualche tempo fa, quando l’Europa era divisa in due; quando c’era una contrapposizione ideologica e la competizione era tra visioni del mondo radicalmente opposte?
Io non credo che ci si debba meravigliare se l’Europa cerca un partner nella Federazione russa. Comprendo che questo può dar luogo a qualche supplemento di analisi da parte degli Stati Uniti, ma se l’Occidente ha questi due pilastri, Europa e Stati Uniti, e come è di tutta evidenza che il pilastro americano tende a privilegiare il Sud-Est asiatico, il Pacifico, il rapporto con il Giappone, perché non pensare, soprattutto in prospettiva, che il pilastro europeo non debba privilegiare l’Africa? È universalmente affermato nei convegni che l’Africa è una bomba che rischia di determinare le più gravi crisi per la comunità internazionale, ed io penso che una forte azione dell’Europa, gigante politico con 25 Paesi, verso l’Africa e verso Est aiuti a stabilizzare, e quindi a garantire un approccio multilaterale alle crisi, che è appunto uno degli elementi centrali del dibattito. Negli Stati Uniti non tutti sono di questa idea, ma io ritengo che noi europei dobbiamo esercitare una certa dialettica e tentare di garantire non solo gli interessi generali, ma anche i singoli interessi europei.

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Gen.le Carlo Jean


Ringrazio il signor Ministro degli Esteri, che con tanta dignità ed efficacia rappresenta l’Italia nelle sedi internazionali, l’ingegnere e la Fondazione Rebecchini, il Centro di orientamento politico e i partecipanti a questo gruppo di riflessione.

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