Gli Stati Uniti e l'Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo
mercoledì 29 gennaio 2003
Rassegna Stampa
 
Intervento di apertura: Dr. Salvatore Rebecchini

Relatori: Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Dr. Salvatore Rebecchini,  Mons. Rino Fisichella,  On.le Rocco Buttiglione Ministro per le politiche comunitarie,  Prof. Ernesto Galli della Loggia,  Prof. Joseph Nye jr. ( versione inglese),  Prof. Joseph Nye jr. ( versione Italiana),  Prof. Stefano Silvestri, 

Moderatore: Dr. Salvatore Rebecchini

Dr. Salvatore Rebecchini


A nome dei soci fondatori del Centro di Orientamento Politico saluto gli illustri ospiti e tutti i partecipanti e ringrazio gli sponsors che hanno contribuito a questa manifestazione: la Soc. Elettronica presieduta dall’Ing. Enzo  Benigni e la Fondazione Salvatore Rebecchini.
Il presente incontro del “Centro” si inscrive come i precedenti nel filone delle riflessioni sull’era della globalizzazione, ma dai precedenti si discosta in parte.
Nei nostri precedenti convegni è stato più volte affermato che la globalizazzione richiede di essere governata perché possa esplicare i suoi effetti migliori. E’ sembrato opportuno quindi  promuovere questo incontro per riflettere -  per discutere - non tanto delle cause e delle conseguenze della globalizzazione, quanto piuttosto di due importanti protagonisti cui compete la responsabilità di governo dell’era globale: gli Stati Uniti e l’Europa.
Dalle  scelte, dalle politiche, dalle decisioni che essi assumeranno dipenderà in maniera considerevole – seppur  non esclusiva – l’esito delle sfide che l’umanità deve affrontare nel secolo appena iniziato.
Al riguardo vorrei formulare un’osservazione e una domanda per orientare, se possibile, la discussione.
L’osservazione è che le sfide sono numerose. Non si esauriscono nei problemi oggi più appariscenti: la questione irachena, la lotta al terrorismo globale. I problemi con cui dovranno confrontarsi e cooperare Stati Uniti e Europa  sono anche altri: gli squilibri socio/economici; i fenomeni migratori; l’emergere di nuovi influenti protagonisti  (Cina,  movimenti  no-global,…); la tutela dell’ambiente; il rapporto delle democrazie occidentali con i paesi di cultura islamica.
La domanda è la seguente. Di fronte a queste sfide certamente di  non facile soluzione quanto forte è la solidarietà tra Stati Uniti e Europa? La differenza di opinioni - che sembra accrescersi in questi ultimi tempi - è destinata a mantenersi nell’ambito di un sano confronto competitivo, oppure siamo di fronte a un processo di divisione insanabile tra le due sponde dell’Atlantico?
E’ incomprensione o è frattura? E se di frattura si trattasse quali le conseguenze per la pace, la sicurezza, la prosperità economica?
Sarebbe utile, per altro, che la risposta a questi grandi quesiti venga formulata con un approccio che tenga conto della dimensione etica e culturale di questi problemi.
Di questo e di altro ancora  sono invitati a parlare i convenuti, in primis gli oratori che ho l’onore di presentare. Nell’ordine: S.E Mons Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense; il prof. Joseph Nye, rettore della Kennedy School of Government, Harvard University; il Prof. Ernesto Galli della Loggia, ordinario di Storia Moderna all’Università di Perugia.


 

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Mons. Rino Fisichella


Vorrei ringraziare, anzitutto, il prof. Nye per questa analisi provocatoria e ricca di riflessioni raccolta nel suo ultimo volume. A onor del vero, il sottotitolo nella traduzione italiana mi aveva, ad un primo impatto, allarmato: "Perché l'unica superpotenza non può più agire da sola". Era quel "più" che mi preoccupava, perché di fatto lasciava percepire che prima lo poteva fare ed era scontato che lo facesse, mentre ora non era più opportuno. Fortunatamente, il sottotitolo originale dice Why the World's Only Superpower Can't Go It Alone. La traduzione italiana, insomma, già interpretava ciò che l'autore non aveva detto; ed io potevo sentirmi più libero da precomprensioni nella lettura della sua analisi.
Lasciarsi provocare da questo testo equivale a riflettere su temi che non toccano solo il presente, sulle cui analisi siamo tutti più o meno esperti, ma impegnano a definire qualcosa su come costruire il futuro. E' questa una sfida che ci piace accettare perché partecipiamo l'ansia di quanti desiderano che si progetti e si guardi con maggior lungimiranza al futuro, senza distogliere lo sguardo dal presente, ma neppure rimanendo esclusivamente legati a una gestione del quotidiano. Mai come nell'attuale frangente storico si può affermare che il cambiamento culturale che stiamo vivendo abbia tutte le caratteristiche per essere definito epocale. Ci lasciamo alle spalle la modernità, con le sue conquiste e i suoi fallimenti, mentre procediamo a passi lenti verso una post modernità i cui tratti risultano ancora fievoli e dubbiosi. Se da una parte, l'incertezza sembra avere il predomino e con essa l'inevitabile timore; dall'altra, nessuna generazione più della nostra ha avuto in sorte di vivere questo momento come carico di significato per la sua portata di nuove e rivoluzionarie scoperte e per la sua forza progettuale. Se non fosse per una stanchezza e debolezza del pensiero che sembra prefiggersi mete troppo modeste e appare incapace di compiere un balzo in avanti o, per usare le parole di Giovanni Paolo II, che sembra godere nel rimanere ricurvo su se stesso (cfr Fides et ratio nn. 6.56), si potrebbe pensare a questo momento come a una delle fasi più entusiasmanti della storia dell'umanità.
Certo, non si può dimenticare che il mondo, con le sue distanze sempre più accorciate, mostra il volto di un piccolo paese di provincia dove tutti conoscono tutto di tutti. I "grandi" delle nazioni, di conseguenza, diventano sempre più "piccoli". La necessità di relazionarsi si impronta più all'esigenza di sopravvivenza economica che alla convinzione di una riscoperta della propria identità, ed è per questo soggetta alle più svariate interpretazioni e manipolazioni che fanno emergere il relativismo sottostante. Se lo sguardo, poi, si posa sulle grandi questioni che toccano l'umanità nel suo insieme, dobbiamo chiederci con quale concetto di natura rifletteremo nei prossimi decenni, con quale concetto di uomo e di società, con quale concetto di vita e di Dio stesso? Solo alcune esemplificazioni per attestare che le sfide che viviamo sono cariche di provocazioni che richiedono sia la necessità di un pensiero con un forte spessore speculativo, che sappia farsi carico del peculiare momento di cambiamento culturale, sia l'urgenza per una convergenza di intenti che sappia riappropriarsi dell'unità del sapere come fondamento dell'unità del proprio agire. E' un impegno a pieno titolo "politico", perché richiede da tutti l'attenzione e il pathos nel voler costruire una polis più coerente e migliore.
 Se il compito, quindi, è quello di farsi carico del cambiamento epocale che stiamo attraversando, allora riteniamo che, in primo luogo, debba crescere la consapevolezza circa l'esigenza di un cammino da percorrere che permetta ai vari popoli di ritrovare una matrice comune che permetta loro di perseguire verso una meta unitaria. Nessuno in questo frangente può arrogarsi la pretesa di un'autosufficienza culturale pena l'illusione di avere lavorato invano. I processi culturali, che richiedono lo scorrere di molto tempo per divenire patrimonio di vita e di comportamenti, hanno bisogno di una solidità di modelli che non si impongono con mezzi più o meno sofisticati di convincimento, ma si realizzano nella misura in cui esprimono al meglio la libertà personale. Ciò che è posto in gioco sta tutto qui: la capacità di corrispondere a una esigenza di libertà che trova la sua piena esplicitazione solo nella verità. Si tratta di capire se abbiamo ancora il coraggio di porci dinanzi alla verità e di recepirla non come un'ipotesi di lavoro dettata da varie indagini sociologiche più o meno scientifiche, ma piuttosto come elemento normativo che consente di ritrovare la propria identità e il proprio mistero. Si apre qui il grande capitolo di cosa è giusto nel mondo contemporaneo. Noi partiamo dal presupposto che tutti debbano avere una forma di diaconia nei confronti della verità che consente a rappresentanti di popoli e interessi diversi di trovare un criterio che consenta loro di essere credibili.
Noi, in Europa, abbiamo un patrimonio che pochi possiedono. Certo, non abbiamo una sola lingua, non possediamo un'unica legislazione e i confini non sono ancora del tutto abbattuti. Viviamo, tuttavia, di una ricchezza culturale di duemila anni di storia che affonda le sue radici oltre se stessa, perché ha saputo valorizzare e mantenere in vita il grande patrimonio greco-romano. Se non fosse stato per il concetto di verità proprio del cristianesimo, che vedeva in ogni cultura la presenza di una verità che tende al suo compimento, oggi non avremmo il patrimonio di tradizione e di progresso di cui possiamo essere fieri. Senza tradizione non c'è storia e senza storia non esiste progresso, perché non potremmo capire né chi siamo né dove stiamo andando. Il grande pericolo che possiamo correre è quello dell'indifferenza dinanzi a questa tradizione bimillenaria oppure della sua emarginazione a favore di scelte ideologiche che sembrano dettate più dalla nostalgia che dalla forza propulsiva che possiedono.
A me sembra che sia richiesto, da parte nostra, l'ardire per un'azione che permetta la possibilità di influire a tal punto da orientare gli eventi perché non restino in balia del caso o, peggio, di movimenti anonimi che non permettono il pieno sviluppo della libertà personale. Comprendiamo che è giunto il momento di porre sul tappeto della storia la necessità e l'urgenza per la costruzione di una nuova antropologia. Questa, da una parte, deve essere capace di fare tesoro delle grandi e positive conquiste che hanno segnato fino ad oggi la nostra storia; dall'altra, deve essere in grado di salvaguardare la dimensione del mistero personale. La vita umana non è un esperimento da laboratorio, ma un'esperienza in cui si coglie il mistero di sé e del proprio rapporto con la natura, il mondo e Dio. L'uomo ha bisogno di sentire se stesso ancora chiamato a svolgere una missione che lo coinvolga responsabilmente nell'attiva e libera costruzione della sua vita e del mondo in cui è inserito. Se tutto gli è prefissato e determinato, allora tutto diventa uniforme e piatto: linguaggio, arte, architettura, politica, economia… e l'uomo perde la voglia di vivere. Insomma, abbiamo il compito di produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un'epoca che darà forma alle future generazioni permettendo loro di vivere nella genuina libertà perché sempre proiettati verso la verità.
Non è necessario essere classificati "conservatori" se si osserva che uno sguardo del tutto peculiare deve essere gettato sui alcuni comportamenti che oggi sembrano dominare e che non favoriscono la crescita desiderata. Sostenere una sorta di relativismo etico per non impegnarsi con legislazioni coerenti e impegnative non giova se poi lo Stato si vede costretto a distribuire a scuola la "pillola del giorno dopo" alle bambine di 11 anni perché si hanno ogni anno 90.000 minori che rimangono incinte. Se lo spazio dell'agire etico è dato solo dal sentimento che tutto tende a sopire, e non è sostenuto da una razionalità forte, allora è possibile pensare, senza essere pessimisti, che questa fase è già stata sperimentata nelle epoche passate e la civiltà romana del III secolo ne sono una esperienza diretta. Una notizia di alcuni giorni fa ha attratto la mia attenzione in modo particolare. Essa dava risposta a una questione che il Prof. Nye poneva verso la fine del suo libro (cfr p. 168 ss). La riportava International Herald Tribune: "Hispanics overtake blacks as largest U.S. minority". Secondo le ultime statistiche ufficiali del Census Bureau la popolazione latino-ispanica si aggira sui 37 milioni a differenza dei 36 milioni di negri. La cosa interessante è che secondo gli studi compiuti questa popolazione cresce con una percentuale del 4,7% a differenza, dell'1,5% di quella negra e 1,2 % dell'intera popolazione americana. La lettura di questi dati fa sorgere l'inevitabile domanda: come saranno gli USA nei prossimi decenni? Cosa farà da collante in una popolazione che oggi si aggira sui 196 milioni? L'american dream? Il fatidico I'm american? O cos'altro? Se è valida l'osservazione di Nye secondo cui il 90% di questa popolazione tende a conservare la propria cultura (p. 170), bisognerà in ogni caso saper rispondere come si coniugheranno le due espressioni culturali? Rifugiarsi nel fatto che si è una popolazione multirazziale non convince se ognuno permane nella sua propria tradizione e si rinchiude settariamente nel proprio piccolo mondo. Sfuggire alla domanda non è possibile; ci si deve porre nella condizione di comprendere come riportare in una unità l'identità personale pur inserita in un contesto completamente nuovo, ma che non può essere estraneo.
 Ciò che contraddistingue la presenza cristiana è il nostro porci dinanzi ai popoli e alle culture alla luce del comando pietrino; vogliamo cioè dare ragione della speranza che è in noi facendolo con “dolcezza e rispetto” (1 Pt 3,15), senza per questo venire meno al principio della verità che ci è stata donata e che abbiamo obbligo di annunciare a tutti. E' questa la forza di convincimento che ci contraddistingue ed è la caratteristica della nostra credibilità. E' la forza trainante che ha ispirato la nostra cultura, formato i popoli che fino ad oggi conservano la fede e hanno trovato in essa la forza per non stancarsi di progettare il futuro! E’ questo che ci consente di essere critici su diversi aspetti presenti nelle culture contemporanee. E' sempre questo che ci fa dire che non potremo mai accontentarci di una pace come semplice "assenza di guerra". Questa strada ci sembrerebbe troppo limitata, precaria e incapace di vero benessere. Ciò che sogniamo ha una sua pallida analogia nella grande pax augustea che fu foriera di civiltà, di arte e di progresso. Riteniamo che ogni sforzo debba essere fatto perché i popoli possano vivere l'uno per l'altro come espressioni di complementarità e non di competizione. Una pace come questa non lascia nulla di intentato, ma tutto esamina, tutto sperimenta, tutto percorre fino allo stremo pur di affermare che la ragione non ha tralasciato nulla di quanto era in suo potere. Per questa concezione di pace, possiamo fare nostre le parole del primo fondatore di una scuola cristiana a Roma, il martire Giustino, il quale nella sua prima Apologia diretta all'imperatore Antonino Pio, per far conoscere gli intenti che muovevano i cristiani scriveva: "Più di tutti gli uomini noi vi siamo utili ed alleati per la pace". Questo è un cammino difficile da seguire, non c'è spazio per visioni ireniche quando si gioca il destino dei popoli; è richiesto il realismo più crudo accompagnato da una speranza che sa andare oltre se stessa. I valori che presentiamo ci permettono di essere ancora oggi convincenti ed esercitare una positiva influenza sul nostro contemporaneo che è spesso confuso per la mancanza di proposte chiare e certe su cui impegnare il proprio futuro.
La strada che siamo chiamati a percorrere non è semplice. Le sfide che si pongono sul nostro cammino richiedono di essere affrontate, analizzate e studiate in modo tale da creare una progettualità che possa corrispondere ad un vero progresso per tutti. Un compito peculiare, comunque, ci è chiesto: evitare di camminare da soli. Non potremmo farlo, non ne siamo capaci, per natura siamo cattolici cioè aperti a tutti e desiderosi di accompagnarci ad ognuno per offrire la compagnia della fede.

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Ringraziamo Sua Eccellenza Fisichella per queste importanti parole, che hanno determinato il quadro per continuare il nostro dibattito-convegno con un richiamo alla dimensione etica ed alla dimensione culturale dei problemi. La parola al professor Nye.

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Prof. Joseph Nye jr. ( versione inglese)


Thank you very much, Mr. Gaetano Rebecchini, and a thank you also to the Colonna family for opening this wonderful house for our event this evening.          
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  I would like to say that I agree very much with Monsignor Fisichella on the question of relativism when it comes to terrorism.
I will try to keep my remarks relatively brief, so that we can have time in a second round to answer your questions. Let me remind you that when we think of the question of terrorism  in relation to the Twin Towers, we should have a certain amount of humility about our capacity to make projections for the future. If we had been living in this wonderful palace 15 years ago, the conventional wisdom would have been that the US was in decline. Indeed, I remember that during the political campaign of 1992, one of the American Senators said "The Cold War is over, and Japan has won." The conventional wisdom was that the US was going the way of Philip II in Spain in the 1500’s, and the new rising powers were Japan and Germany.  So, we should be very careful not to project too far the current situation and believe that this is something that will last forever. I wrote a book at that time, called "Bound to Lead", which challenged the conventional wisdom in the '90s and said that I thought the US would become the dominant power of the 21st Century.
And the reason I wrote this new book is to challenge the new conventional wisdom that says the US is on top, will stay there forever and can do whatever it likes. I believe this new conventional wisdom is just as dangerous and misguiding as the old conventional wisdom. The '90s was a very odd decade. It was a decade in which you saw the collapse of the Soviet Union, which had been the heart of the balance of power for some 40 years after World War II, and for our history there has always been a balance of power. When the Soviet Union collapsed there was no more bipolarity, there was no more balance of power. This is very rare in human history. The US had built up this tremendous super power to balance the dangers of Soviet Union. The Soviets vanished and you had this super power alone. Many people call this unipolarity.
There were two types of reaction to this.
One was to say in the words of a  Washington Post columnist "We should complain about a new unilateralism. The US is now so strong, so unopposed that we can do as we as we wish." And it would appear that they had the facts on their side. Indeed, I think, it is fair to say that not since the days of the Roman Empire no one state has been so powerful compared to the others. Look at the American military budget: it is equal to that of the next 12 countries combined. Look at the American  economy: it is equal to that of the next  four national economies, and  American culture is spread across the world. So, the new unilateralists argue that if that is the case, we should not be constrained by other countries. Like Gulliver, we should no longer allow the Lilliputians to tie us down. We should decide what our interests are and just go ahead and pursue them.
The other strand of thinking, in reaction to the end of the balance of power, was the reaction of the traditional realists, who said that the balance of power is like a law of nature. In a world that is organized around independent states, each fearing the loss of their sovereignty, sooner or later, and usually sooner, another country or coalition comes to balance the great power, so that  the others preserve their independence. This is nothing new to tell an audience in Italy, where Machiavelli described this so beautifully centuries ago. This group of realists said that what is going to happen after the end of the balance of power is that there will be a new challenge to the US, so this period of unipolarity will not last. And indeed in Washington in 2000 and 2001, listening to the debates on foreign policy, a good deal of the time was spent asking who the new challenger was going to be, who was going to challenge the US.
The usual candidate that was nominated to this was China. Because China had been growing at an extraordinary rate. It had tripled its gross national product in two decades, at the end of the 20th  century. And people projected that and said "China will be to the US what the Kaiser's Germany was to Great Britain a century earlier", the rising power which challenges the dominant power and creates a great war.
The trouble of that argument is that it did not fit the facts well. Nonetheless, you will remember that  in the campaign of 2000, President Bush made a point of saying we are going to have a more realistic foreign policy, and unlike President Clinton who called China a strategic partner, he would regard China as a strategic competitor.
The problem with the numbers is that if you look back historically, the Kaiser's Germany had already surpassed Great Britain in industrial production by 1900, long before 1914, and if you look at China today, it has continued growing at the same fast rate that it does now and America's growth is only 2%. China will not equal the size of the US economy until 2025 and according to the per capita income, which is a better measure of the sophistication of the economy, China will not equal the US until 2065.
So, the analogy to the 20th century Kaiser's Germany was mistaken. But I think the real problem about the debate about the way the US should go now that the balance of power is over, is that it failed to look at these two deep trends which were profoundly transforming world politics. And those two trends were revealed on September 11th, 2001. They did not start then, but their implications were revealed on September 11th. The two trends were the information revolution and globalisation.
Now, they are large abstractions, so let me pause and illustrate what I mean by each one. By information revolution, I simply mean the dramatic decrease in the cost of computing and communications. In 1970, for example, if you had a semi-conductor chip, and an automobile, and you looked at what's happened to the prices of the two, they have declined a thousand times for the semi-conductor chip by 2000 and if the automobile declined as quickly, or at the same rate as the semi-conductor chip, you would be able to buy an automobile today, a nice new FIAT, for 5 Euros. This is an extraordinary change. Now, when you reduce the price of something that dramatically, economists will tell you it reduces the barrier to entry. Many more players have entered the stage of world politics, not replacing the nation state, not overcoming sovereignty, but crowding the nation state on the stage of world politics. Most of these, you might say, are international non- governmental organizations, the NGO's.  They increased dramatically in the '90s, from, let's say 6.000 or so in 1990 to about 26.000 by the end of that decade. And part of the reason was that it became so cheap for them to organize at global distances.
In 1970, if you wanted to have instantaneous global communications you needed to have a large bureaucracy and a pretty large budget, like a government or a multinational corporation or an organized church. Today, anybody who can access a computer and a modem can have instantaneous communications at virtually no cost at all. And that has allowed these NGO's, the non-state actors, to play a much larger role. You might say "Yes, but they have no power". If they really have no power, how do you explain an enormity like the fact that the coalition of the NGO's, using the Internet, is able to coordinate and to produce the treaty to ban anti-personnel land mines over the opposition of the Pentagon, the strongest bureaucracy in the strongest government in the world? What is perhaps more dramatic than the rise of NGO's, is of course another type of non-state actor, which is the trans-national terrorist network.
Terrorism is not new. We can see it revealed nicely in 19th century literature: the mind of the terrorist is explored by Dostoyevsky and by Conrad but what has happened is that terrorists are now empowered in ways that they were not in the past. They can now use these new technologies for  greater destruction. And what we have seen is an increase in the lethality of terrorism. In the '70s terrorists at the Munich Olympics killed the Israeli athletes in the tens, in the 80's the worst terrorists were the Sikh extremists who bombed an Air India airliner and killed 350. By 2001, it went from the tens to the hundreds, to the thousands. And if one extrapolates a decade into the future along the same curve, one can imagine terrorists getting hold of weapons of mass destruction and being able to kill in hundreds of thousands to millions. This is unprecedented in world history. Terrorism is old, but the capacity, the technologies we have produced, to empower groups and individuals to destruction, this is truly new. It is what I call the 'privatisation of war'.
Think of this: in 1941, the state of Japan attacked the US. The last major attack we suffered. In 2001, we were attacked by a trans-national network with cells in 60 countries and they killed more people than Japan did in 1941.
The problem we face is what this means for our civilisation and for our lives not just in the US, but in Europe as well. Suppose that instead of destroying two towers, the terrorists had destroyed the whole lower half of Manhattan, by using weapons of mass destruction. Suppose that instead of this we imagine losing the Left Bank of the city of Paris, or a half of Rome. What would happen to real estate prices? What would happen to the will of the people to live in these cities? What would happen to the culture we developed, that depends on urban life? It would be profoundly transformed. And it would be a mistake for us to think of it simply as a clash between Islam and the West. Deviant individuals occur in any large group of human beings, and the clash inside Islam is not a clash of civilisations between Islam and the West. It is a civil war inside Islam between the moderates and the extremists. It is worth remembering  the worst terrorism in the US before 2001 was by Timothy McBay who bombed the government building in Oklahoma city; an example of purely home-grown terrorism. Or if you take the Aum Shinrikyo that released deadly sarin nerve gas into the Tokyo subway system, and had nothing to do with Islam.
What we are facing is that technology is moving from the direction which allows and empowers deviant and pathological individuals to destruction, which was once reserved solely to governments. In the 20th century, if you were a pathological  person, and you wanted to kill a million people, like Hitler or Stalin, you needed the upper levels of government, preferably a totalitarian government, to be able to do it. Now, it is not far-fetched to imagine that this is feasible by groups of deviant individuals. That's what I mean by the transformation of world politics. And that became very clear on September 11th.
The other dimension, the other trend that has been occurring, that  became clear on September 11th, was globalisation. And by globalisation I mean the extension of networks of interdependence at trans-continental or multi-continental distance. It is not new, it has been going on throughout human history. And if one thinks of globalisation one has to realize that it is not just economic, but it also has ecological and military dimensions. And sometimes they don't go in the same direction. Think back to globalisation, the economic globalisation in the XIX century. It was reversed in 1914. That did not stop globalisation. It stopped economic globalisation, but it enhanced military globalisation. What was World War I if not military globalisation?
And one of the things that  worries about the globalisation protest is that they may stop economic globalisation which indeed has the promise to bring benefits to poor people, and may leave us only with military globalisation or ecological globalisation. And ecological globalisation again is largely outside our control. Think of the spread of infectious diseases, for example.
When small pox were first discovered in the Nile River Valley, in 1350 B.C., it took 3.000 years before it travelled the whole world and reached the last inhabited country, which is Australia, about 1780, or so. The HIV virus, which produces AIDS, took only 30 years, three decades, not three millennia, to spread over the whole inhabited world. The networks of interdependence at long distances are becoming quicker and thicker. Some people call this the shrinking of distance. And this also  became evident on September 11th.
In the '90s, if you told most Americans that conditions in Afghanistan were dreadful, they would have said "That's too bad!"  But, what does it mean to us? On September 11th we discovered the terrible conditions in a poor, weak country half-way around the world could matter very much to us.

So, I think that the deep trends of the information revolution, technological democratisation and globalisation have been transforming world politics and this became very clear on September 11th. One of the results of this in American foreign policy was that the Bush administration changed its position. It issued the national security strategy last September, which instead of talking about fearing China, or reviving Russia, or something of that  sort, said the greatest threat we faced, and the focus of our foreign policy should be terrorism, trans-national terrorism, and weapons of mass destruction.
I think the Bush administration was correct to make that change. It is a big change from where they were in 2001 and 2002, and it suggested that they learned. Where I quite disagree with them is not on their focus on the end of foreign policy, but on some of the differences about the means of foreign policy  - how much should we do all alone and how much should we do with others.
There are some like Charles Krauthammer who say that  my view is incorrect,  and that Afghanistan proves it. They have written a column that indicates that in Afghanistan the Americans have used  military power, mostly unilaterally, and they used it very successfully, and therefore the new unilateralism works. I say that  they have only half the answer. It is true that  hard military power is necessary to defeat the Taleban government which was the state sponsor of terrorism. But to be realistic, we trapped only about one quarter of Al Qaeda, which is a trans-national network across, as I said, scores of  countries.
You cannot defeat a trans-national terrorist network with bombs alone. You need close civilian cooperation, intelligence-sharing, increasing financial flows, police work across borders, cooperation among customs officials and so forth.
I think the trouble is that sometimes the unilateralists think that you can do this with bombs when actually you have to have cooperation. The danger, I believe, is that  they focus too heavily on just one dimension. I think that world politics is changed, as I said, and has produced a structure of power which differs on different issues. If we look at this, we can introduce the analogy of a three-dimensional chess game in which you play on three boards at the same time. And you play up and down, as well as across. On the ministers’ board, the board that is at the top, the US is the super power, the world is unipolar and I suspect it will stay that way for at least the next decade or so.
But if you go to the middle chess board, one of economic issues, it is not a unipolar world, there is multipolarity. US, Europe, China, Japan, balance each other's power. The US cannot get a trade agreement without the permission or cooperation of the European Commission. Jack Welch, head of the American company General Electric, could not merge General Electric and Honeywell, two American companies, without the permission of the European Commission. So, to call back unipolarity, if we stick together on economic issues, that will give us the beginnings of multipolarity.
If you go to the bottom level of this three-dimensional chess board, the area of trans-national relations, those who think the cross-border is outside the control of governments are right:  whether it be in the benign band of the spectrum, bankers transferring sums larger than the budgets of most countries with the click of a mouse, or the malign band of the spectrum, a terrorist transferring weapons across borders. There is no power structure here.  It is chaotically organized.  To call this area unipolar, to call it American hegemony, to call it empire, is ridiculous.
The problem is that the issue that derive from trans-national relations, such as trans-national terrorism, international financial crises, the spread of infectious diseases, global climate change, these are inherently multilateral. No one can do that alone. Nobody can solve it alone, not even the world's only super power. So, I have argued that essentially what the US has to do, is to realize that it is playing in two dimensions. And if you play on only one board, in a three-dimensional game, you are bound to lose.
In situations where the game is played on more than one board, I believe that it is more than ever useful to make use of “soft power”, which is the ability to get what you want because others want the same thing.  It is the ability to attract and persuade.  And if you have soft power, which grows out of your culture and your policies, you don't have to spend so much on hard power. And sometimes there is a trade-off between hard and soft power. If you are too brutal and arrogant in your hard power, you may damage your soft power. We need both. As Colin Powell said,  in response to the Archbishop of Canterbury in Davos two days ago, according to the Herald Tribune, when the Archbishop of Canterbury said "Why don't the Americans pay more attention to their soft power?," Powell replied "If you look at World War II, there are situations in which you can't win by soft power. We used hard power to end World War II. But after World War II, the US turned to soft power in Europe, with the Marshall Plan and other things." So, we need both, not one over the other.
That  brings me to the question, finally, of the relation  between the US and Europe.  People talk about this as a crisis affecting relations between Europe and the US. There has been a cliché that  has been propagated by Robert Kagan which says Europeans are from Venus, American are from Mars. I think in fact that there is a misunderstanding in this representation of facts. France and Germany today are not all of Europe. They are involved in something very new and very exciting: the creation of  a United Europe, the European Community of the last 4 or 5 decades is unprecedented in human history. It has moved a large section of the world away from the world of the balance of power which was so central in European history, into a world in which you can no longer imagine a war between France and Germany as it could have been in 1700, 1800, 1900. How long have you had these dangers of war coming out in Europe? Europe has engaged in an exercise which is  new and exciting and a major contribution to world history. The danger of course is that  Europeans sometimes act as though the whole world is like Europe. Europeans  essentially have taken the world of the past, which is a war of all against all, which has characterized international politics too much in human history, and produced an element which is more close to the world described by Immanuel Kant, a democratic republic of peace. The question is – how do Europeans approach the other parts of the world which are still hostile.
When the Europeans say we must do away with war, what do you do about the parts of the world, like North Korea and Iraq, which signed the non-proliferation treaty and then proceeded to cheat and violate. We need to look both to the positive nature of the European  experiment and work gradually towards a world which will eventually look more like Europe today, but be realistic about the fact that in the meantime this island of peace is surrounded by a more hostile world.  That, I think, is the background of the current dispute over Iraq, which is a difference of approach about how we see this.
I think that if you look at the question, the traditional question "When is it justified to go to war?", since 1945, the world has said "In self-defence". But pre-emption has been allowed when an attack is given. In other words, if you have no time to go to the Security Council, you don't have to wait until you suffer the attack. Now, with weapons of mass destruction and  trans-national terrorism, that question of waiting has become more difficult. And I think in this case the Bush administration is right to say that we have to stretch the concept of imminence and imminent attack, but that should not mean that in some cases we have the case for a preventive war.  But preventive war should never be unilateral, it should not be one country which is execution of judge and jury. So, as in the case of Iraq, it is essential that  it be multilateral. And that is why it is so important that  President Bush  went to the Security Council to get Resolution 1441. Because otherwise we have a terrible President which will undo the accomplishments of 1945.
So, in conclusion, I would say that  these views of US and Europe, are culturally separated, and I think they are not properly stated. There are differences in Europe, many of these are positive differences, but they have to be seen in a  broader global context. And that  means that US and Europe need each other more than ever. When people say that Europe and America are from Mars and Venus, they should carefully look at the studies of public opinion polls, that  show there are very many Americans with "European attitudes" and there are very many Europeans with "American attitudes". No two parts of the world today are more culturally similar, despite our split views and differences, than Europe and America. And without the cooperation of Europe and America, we will never be able to deal with this new set of threats which are threatening our civilisations, which come out of the deep trends which are transforming our politics. And that 's why I titled my book "The paradox of American power" . The paradox of American power is the fact that the strongest country since the days of the Roman Empire cannot protect its own citizens acting alone. It  needs the cooperation of others. And the great question for this generation of American leaders in the beginning of the 21st century was posed by Henry Kissinger recently. He said "The question will be – will this generation of leaders have the foresight and the wisdom to create a framework of common values and institutions that will preserve our values into the future when our relative pre-eminence will not be as great as it is now?" Thank you.

 

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Prof. Joseph Nye jr. ( versione Italiana)


Molte grazie al Presidente Mr. Gaetano Rebecchini ed alla famiglia Colonna per aver aperto la loro meravigliosa dimora per questo nostro Convegno .
Sono perfettamente d'accordo con Monsignor Fisichella sulla questione del relativismo per quanto riguarda l'argomento del terrorismo.
 Cercherò di essere breve, in modo che possa rimanere tempo per rispondere alle vostre domande. Quando si parla della questione Delle Torri Gemelle,  occorrerebbe avere una certa umiltà riguardo alla nostra capacità di fare previsioni per il futuro. Solo quindici anni fa, il comune buon senso ci avrebbe indotti a dichiarare che gli Stati Uniti erano in declino. E in effetti, ricordo che durante la campagna elettorale del 1992, uno dei senatori americani dichiarò: "La guerra fredda è finita, e il Giappone ha vinto". Secondo il comune buon senso, l'America stava comportandosi come Filippo II di Spagna nel ‘500, e le potenze in ascesa erano la Germania e il Giappone. Quindi, dovremmo essere molto attenti a non proiettare troppo in là nel futuro la situazione attuale e a non credere che qualcosa possa durare per sempre. A quell'epoca, io ho pubblicato un libro, intitolato "Bound to lead" ("Obbligati a comandare"), che sfidava il comune buon senso degli anni '90, e ho dichiarato che ero convinto che gli Stati Uniti sarebbero diventati la potenza dominante nel corso del ventunesimo secolo.
Il motivo per cui ho scritto quel libro è che intendevo sfidare il nuovo comune buonsenso secondo il quale gli Stati Uniti erano in cima a tutti, ci sarebbero rimasti per sempre e potevano fare qualunque cosa volessero. Personalmente, sono convinto che questo nuovo comune buon senso sia altrettanto pericoloso e fuorviante quanto lo era quello vecchio.
Gli anni '90 sono stati un decennio molto strano. Un decennio in cui abbiamo assistito al collasso dell'Unione Sovietica, che era stata il cuore dell'equilibrio di potere per circa quarant'anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, e nella nostra storia c'è sempre stato un equilibrio tra grandi potenze. Dopo il collasso dell'Unione Sovietica, la bipolarità non è più esistita , e neppure l'equilibrio fra le potenze. Una situazione come questa si è verificata molto di rado nella storia umana. Gli Stati Uniti avevano costruito questa enorme superpotenza per equilibrare i pericoli dell'Unione Sovietica, ma dopo la scomparsa dei sovietici, ci siamo ritrovati nella situazione di un’unica superpotenza  che molti osservatori definiscono “unipolarità”.
Ciò  ha dato origine a due tipi di reazione.
La prima è stata quella di affermare, con le parole di un giornalista del Washington Post,:  "Dobbiamo lamentare l'esistenza di un nuovo unilateralismo. Attualmente gli Stati Uniti sono tanto forti e incontrastati, che possiamo fare quello che vogliamo." E all'apparenza, i fatti dimostrano proprio questo. In realtà,  ritengo  sia giusto affermare che, dopo l'Impero Romano  non è più esistito uno Stato così potente rispetto agli altri. Prendiamo, ad esempio, il bilancio militare degli Stati Uniti: esso è pari al totale dei successivi 12 Stati sommati insieme. Un altro esempio può essere quello dell'economia americana, che è pari al totale delle economie nazionali dei quattro paesi che la seguono; oppure si può citare l'esempio della cultura americana che si è diffusa in tutto il mondo. Per questi motivi, i nuovi unilateralisti, come ad esempio Charles Krauthammer, sostengono che in questa situazione, nessuno degli altri paesi dovrebbe costringerci a fare alcunché. Come Gulliver, non dovremmo più permettere ai Lillipuziani di tenerci legati. Dovremmo decidere quali sono i nostri interessi, e limitarci ad andare avanti per raggiungerli.
L'altra scuola di pensiero, in reazione alla fine dell'equilibrio dei poteri, è stata quella dei realisti tradizionali, i quali sostengono che l'equilibrio delle potenze è come una legge di natura. In un mondo che è organizzato intorno a Stati indipendenti, ciascuno dei quali teme la perdita della propria sovranità nazionale, prima o poi - e generalmente prima -  arriva un altro paese ad equilibrare la grande potenza, in modo che l'altro possa mantenere la propria indipendenza. Non è una cosa nuova da dire in presenza di un pubblico italiano, che ben conosce il modo in cui Machiavelli ha elaborato questi concetti già alcuni secoli fa. Questo gruppo di realisti sosteneva che dopo la fine dell'equilibrio delle potenze gli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare una nuova sfida, e che quindi il periodo di unipolarità non sarebbe durato a lungo. E in effetti, ascoltando i dibattiti sulla politica estera a Washington nel 2000 e nel 2001, si poteva notare che una notevole quantità di tempo veniva dedicato a chiedersi chi fosse il nuovo sfidante, chi avrebbe potuto sfidare gli Stati Uniti.
Generalmente, il candidato che veniva nominato più spesso era la Cina, perché la Cina cresceva ad un ritmo straordinario. In due decenni, alla fine del ventesimo secolo, il suo prodotto interno lordo si era triplicato. Proiettando questi dati sul futuro, alcuni affermavano: "La Cina sarà per gli Stati Uniti quello che la Germania del Kaiser è stata per la Gran Bretagna un secolo fa", cioè il potere emergente che sfida il potere dominante dando origine ad una grande guerra.
Il problema di questa argomentazione sta  nel fatto che essa non si adattava molto bene alla realtà delle cose. Ciò nonostante, ricorderete che durante la campagna elettorale del 2000, il Presidente Bush dichiarava: "Avremo una politica estera più realistica"  ed al contrario del presidente Clinton, che definiva la Cina partner strategico, egli considerava la Cina un concorrente strategico.
Ma c'è un problema che riguarda i numeri: come la Storia insegna, la Germania del Kaiser aveva già superato la Gran Bretagna nel campo della produzione industriale nel 1900, molto prima quindi del 1914, mentre invece la Cina di oggi pur continuando a crescere allo stesso ritmo, mentre la crescita dell' America è solo al 2%, non raggiungerà le dimensioni dell'economia statunitense fino al 2025. E se si prende in considerazione il reddito pro capite, che costituisce un parametro migliore per valutare la complessità dell'economia, la Cina non raggiungerà gli Stati Uniti prima del 2065. Perciò, l'analogia con la Germania del Kaiser è sbagliata.
Tuttavia, io sono convinto che il vero problema nel dibattito riguardante il modo in cui gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi ora che l'equilibrio delle potenze non esiste più, consiste nel fatto che non sono state prese in considerazione due profonde tendenze che stavano trasformando in modo radicale la politica mondiale. Queste due tendenze sono venute alla luce l' 11 settembre 2001. Non sono nate in quel momento, ma è stato allora che le loro implicazioni sono emerse con chiarezza. Queste due tendenze sono la rivoluzione dell'informazione e la globalizzazione.
 Si tratta di due grandi astrazioni, e per questo motivo vorrei fare una piccola digressione per illustrarvi quale sia a mio parere il significato di ciascuna di esse. Per rivoluzione dell'informazione intendo semplicemente indicare l'enorme diminuzione del costo dei computer e delle comunicazioni. Se prendiamo, per esempio, il costo di un chip di semiconduttore e quello di un'automobile nel 1970 e li confrontiamo con i loro rispettivi costi nell'anno 2000, il costo del chip risulterà diminuito di un migliaio di volte; se il costo dell'automobile fosse diminuito con la stessa rapidità o allo stesso ritmo di quello del chip, oggi si potrebbe acquistare un'automobile, per esempio una nuova Fiat, al costo di 5 euro. Si tratta di un cambiamento assolutamente straordinario. Quando il prezzo di un bene diminuisce in maniera così drastica, gli economisti dicono che si è abbassata la barriera di ingresso. Sul palcoscenico della politica mondiale sono oggi presenti molti più attori. Attori  che si affacciano alla ribalta della politica mondiale insieme agli Stati nazione. Molti di essi sono organizzazioni internazionali non governative, le cosiddette ONG, il cui numero è aumentato in maniera impressionante durante gli anni '90, passando da circa 6000 nel 1990 a circa 26.000 alla fine di quel decennio. Uno dei motivi è stato il fatto che hanno avuto la possibilità di organizzarsi a livello mondiale con costi irrisori.
Nel 1970, per avere la possibilità di comunicazioni globali istantanee era necessario disporre di una enorme burocrazia e di un bilancio enorme, come quelli di un governo, di una società multinazionale o di una  chiesa organizzata. Attualmente, chiunque sia in grado di procurarsi un computer e un modem può avere accesso a comunicazioni istantanee senza praticamente alcun costo. E questo ha consentito alle ONG, agli attori non statali, di svolgere un ruolo molto più importante di prima. Si potrebbe argomentare: "Sì, ma non hanno potere". Se è vero che non hanno potere, come si spiega allora un'enormità come il fatto che la coalizione delle ONG, usando Internet, è stata in grado di coordinare, e predisporre un trattato per mettere al bando le mine antiuomo contro l'opposizione del Pentagono, che è la più forte burocrazia del  mondo?  Un altro fenomeno molto più impressionante dell’ascesa delle ONG è il fenomeno di quell’attore non statale, con enorme potere ed alla ribalta internazionale rappresentato dalla  rete terroristica transnazionale.
 Il terrorismo non è una cosa nuova. Già nella letteratura del 1900 si affrontava questo problema: basti pensare su quanto in proposito è stato detto sia da Dostoievski sia  da Conrad, ma la novità consiste nel fatto che i terroristi di oggi hanno un potere che in passato non avevano. Al giorno d'oggi essi possono utilizzare le nuove tecnologie per una maggiore distruzione. E abbiamo constatato un aumento della capacità letale del terrorismo. Negli anni '70 i terroristi durante le Olimpiadi di Monaco hanno ucciso decine di atleti israeliani; negli anni '80 i peggiori terroristi erano gli estremisti Sikh, che fecero esplodere una bomba su un aereo di linea della Air India uccidendo 350 persone, nel 2001, dalle decine si è passati alle centinaia e alle migliaia di persone. Estrapolando su  un decennio lungo la medesima curva, è facile immaginare come  i terroristi possano mettere le mani su armi di distruzione di massa con la conseguente possibilità di uccidere centinaia di migliaia di persone, o perfino milioni. Si tratta di una possibilità senza precedenti nella storia del mondo. Il terrorismo è vecchio, ma le tecnologie che abbiamo prodotto e che possono conferire a gruppi di persone, o a singoli individui, un grande potere di distruzione è una assoluta novità. Si tratta di quella che io definisco la "privatizzazione della guerra".
Nel 1941, lo Stato del Giappone ha sferrato agli Stati Uniti,  un attacco a sorpresa l'ultimo importante attacco subito dagli Stati Uniti in ordine di tempo. Poi, nel 2001, siamo stati attaccati da una rete terroristica transnazionale dotata di cellule diffuse in circa sessanta paesi, e sono state uccise più persone di quelle uccise dai giapponesi nel 1941.
Il problema che dobbiamo comprendere è il significato che ciò  può avere per la nostra civiltà e per il modo in cui noi oggi concepiamo le nostre vite, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Supponiamo, che anziché distruggere le due torri, i terroristi avessero distrutto una  metà di Manhattan, usando armi di distruzione di massa. Oppure supponiamo che avessero distrutto la Rive Gauche a Parigi, oppure metà della città di Roma. Che cosa succederebbe al mercato immobiliare? Che cosa succederebbe circa l' intenzione dei cittadini di continuare a vivere nelle città? Che cosa succederebbe alla cultura che abbiamo sviluppato, e che dipende dalla vita metropolitana? Verrebbe profondamente trasformata. E sarebbe uno sbaglio, da parte nostra, ritenere che questo sia uno scontro fra l'Islam e l'Occidente. Gli individui deliranti sono presenti in tutti i grandi gruppi di esseri umani, e lo scontro  non è uno scontro di civiltà fra l'Islam e l'Occidente. Si tratta di una guerra civile anche all'interno dell'Islam, fra i moderati e gli estremisti. Vale la pena di ricordare che il peggiore atto di terrorismo negli Stati Uniti prima del 2001 è stato compiuto da Timothy McBay, cittadino statunitense, che ha lanciato una bomba contro un edificio governativo a Oklahoma City. Oppure potrei ricordare l'esempio della setta Aum Shinrikyo che ha liberato gas nervino mortale nella metropolitana di Tokyo, e che non aveva niente a che fare con l'Islam.
Ci troviamo di fronte al fatto che la tecnologia ha messo a disposizione di individui deviati e patologici delle capacità di distruzione che una volta erano riservate unicamente ai governi. Nel ventesimo secolo, una persona patologica intenzionata a uccidere un milione di persone, come Hitler o Stalin, per riuscire a farlo aveva bisogno di raggiungere i massimi livelli di governo, e preferibilmente di un governo totalitario. Oggi non è inverosimile pensare che la cosa sia possibile (vedi la distruzione delle Torri) per mano di gruppi di individui deviati. Questo è quello che intendo quando affermo che cambia la politica mondiale. Questa cosa è diventata estremamente chiara proprio l'11 settembre.
L'altra dimensione, l'altro fenomeno tendenza che è emerso con grande chiarezza l'11 settembre è la globalizzazione. Per globalizzazione intendo l'estendersi di reti di interdipendenza a distanza transcontinentale o multi-continentale. Non si tratta di una cosa nuova, è avvenuto durante tutta la storia umana. Se pensiamo alla globalizzazione, dobbiamo renderci conto che essa non riguarda soltanto l'economia, ma anche la dimensione ecologica e quella militare, e a volte esse non vanno tutte e tre nella stessa direzione.
Parliamo quindi di globalizzazione. Nel XIX secolo la globalizzazione economica è stata rovesciata nel 1914; ma ciò non fermò il fenomeno della globalizzazione. La globalizzazione economica  subì una battuta d'arresto, ma rafforzò la globalizzazione militare. Che cosa è stato infatti  la prima guerra mondiale se non un fenomeno di globalizzazione militare?
Uno degli aspetti più preoccupanti della protesta contro la globalizzazione è il fatto che essa potrebbe fermare la globalizzazione economica - che invece contiene in se la possibilità di offrire vantaggi alle popolazioni più povere – mantenendo la globalizzazione militare o la globalizzazione ecologica. E anche la globalizzazione ecologica sfugge largamente al nostro controllo. Pensiamo per esempio al diffondersi delle malattie infettive.
Da quando fu scoperto per la prima volta il morbo del vaiolo  nella valle del Nilo, nel 1350 avanti Cristo, ci sono voluti 3000 anni prima che questo pericolo  attraversasse il mondo intero per raggiungere l'ultimo paese abitato, cioè l'Australia, all'incirca nel 1780. Il virus HIV, che provoca l'AIDS,  ha impiegato solo trent'anni (tre decenni, anziché tre millenni) per diffondersi in tutto il mondo. Le reti di interdipendenza a lunga distanza stanno diventando più rapide e più fitte. Alcuni definiscono questo fenomeno 'contrazione delle distanze'. E anche questo è diventato evidente l'11 settembre.
Durante gli anni '90, se qualcuno avesse detto alla maggior parte degli americani che le condizioni in Afghanistan erano spaventose, si sarebbe sentito rispondere: "Ma è tremendo!" Ma questo, per noi, che cosa significa? L’ 11 settembre abbiamo scoperto che le terribili condizioni di vita in un piccolo, debole paese dall'altra parte del mondo potevano essere molto importanti anche per noi.
Quindi, ritengo che i trend della rivoluzione dell'informazione, della democratizzazione tecnologica e della globalizzazione abbiano trasformato anche la politica mondiale, e questo è emerso con grande chiarezza l' 11 settembre. Una delle conseguenze di questo sulla politica estera americana è stato il fatto che l'amministrazione Bush ha modificato la sua posizione. La sua strategia per la sicurezza nazionale è stata resa pubblica nello scorso Settembre, quando anziché parlare del timore della Cina o di una rinascita della Russia o di qualcosa del genere, il Presidente ha dichiarato che la minaccia più grave che ci troviamo di fronte, e il punto focale della nostra politica estera deve essere il terrorismo, il terrorismo transnazionale e le armi di distruzione di massa.
 E a mio parere l'amministrazione Bush ha avuto ragione nell'adottare questo cambiamento. Si tratta di un cambiamento rilevante rispetto alla posizione del 2001-2002. Il punto su cui non sono perfettamente d'accordo con l’attuale amministrazione  non è l'attenzione posta sulle finalità della politica estera, ma sul modo di gestire la politica estera, e quali mezzi usare al riguardo: fino a che punto dovremo agire da soli, e quali cose dovremo fare in collaborazione con altri.
 Alcuni, come Krauthammer hanno affermato che il mio punto di vista è sbagliato, e che l'Afghanistan lo dimostra. Hanno scritto interi articoli dichiarando che in Afghanistan gli americani hanno usato il potere militare, soprattutto unilateralmente, e che lo hanno usato con grande successo, e di conseguenza il nuovo unilateralismo funziona. Io sostengo che questo è soltanto metà della risposta. È vero che un forte potere militare è necessario per sconfiggere il governo dei Talebani che è stato lo sponsor statale del terrorismo, ma per essere realistici abbiamo fermato solo circa un quarto della rete di Al-Qaeda che, come ho già detto, si estende in moltissimi paesi.
 Non è possibile sconfiggere una rete terroristica transnazionale solo con le bombe. È necessaria una stretta collaborazione con la popolazione civile, la condivisione delle informazioni segrete, l'aumento dei flussi finanziari, il lavoro di polizia oltre i confini, la collaborazione con i funzionari delle dogane e così via.
A mio parere, il problema sta nel fatto che a volte gli unilateralisti ritengono che sia possibile far questo con le bombe, mentre invece è necessaria la collaborazione. Il pericolo, a mio parere, sta nel fatto che ci si concentra troppo su una dimensione sola. Io sono convinto che la politica mondiale sia cambiata, come ho già detto, e che essa abbia prodotto una struttura di potere ben diversa su varie questioni. Si potrebbe fare una analogia con un gioco di scacchi tridimensionale nel quale si gioca su tre scacchiere contemporaneamente. E si può giocare verso l'alto e verso il basso oltre che in orizzontale sulle scacchiere stesse. Sulla scacchiera più in cima, gli Stati Uniti usano la superpotenza, il mondo è unipolare e io ritengo che rimarrà così almeno per tutto il prossimo decennio.
Ma se guardiamo alla scacchiera centrale, quella delle questioni economiche, non si tratta di un mondo unipolare, ma vi è multipolarità. Gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina, il Giappone, bilanciano ciascuno il potere altrui. Gli Stati Uniti non possono perfezionare un accordo commerciale senza il permesso o la collaborazione della Commissione Europea.  Jack Welch,  capo della società americana General Electric, non ha potuto procedere alla fusione della General Electric con la Honeywell, un'altra società americana, senza il permesso della Commissione Europea. Quindi, per tornare alla unipolarità, se ci atteniamo alle questioni economiche c'è già  multipolarità.
E se ci spostiamo al livello più basso di questa scacchiera tridimensionale, cioè l'area delle relazioni transnazionali, coloro che pensano che il confine sia fuori dal controllo dei governi, tanto nella banda benigna dello spettro (cioè quella dei banchieri che trasferiscono somme superiori a quelle del bilancio nazionale della maggior parte dei paesi del mondo con un semplice clic del mouse) quanto nella banda maligna dello spettro (cioè quella di un terrorista che trasferisce delle armi oltre confine), si deve ammettere che in questa parte non vi è alcuna struttura di potere. Essa è organizzata in maniera caotica. Definire questa area unipolare, definirla egemonia americana, chiamarla impero, è ridicolo.
 Il problema sta nel fatto che le questioni che vanno dalle relazioni transnazionali - quali il terrorismo transnazionale - alle crisi finanziarie internazionali, al diffondersi delle malattie infettive, al cambiamento globale del clima, sono in sé multilaterali. Nessuno può far questo da solo. Nessuno può risolvere questi problemi da solo, nemmeno l'unica superpotenza del mondo. Quindi, io ho sostenuto che ciò che sostanzialmente gli Stati Uniti debbono fare è rendersi conto che stanno giocando su tre dimensioni. E se si gioca su una sola scacchiera, in un gioco tridimensionale, non si potrà che perdere.
                   In queste situazioni  di gioco su più scacchiere è, a mio avviso più che mai utile fare ricorso al  “soft power”  che non è altro che la capacità di ottenere quello che si vuole facendo in modo che gli altri vogliano la stessa cosa. E’ la capacità di attrarre e persuadere. E quando si usa bene il “soft power”, -  che nasce dalla nostra cultura e dalle nostre politiche -  non è necessario  esercitare il potere forte. A volte si ha una compensazione fra “hard power” e “soft power”. Quando si è troppo brutali e arroganti per il  proprio potere forte, si può danneggiare il proprio “soft power”. E noi abbiamo bisogno di entrambi. Io sono d'accordo con Colin Powell, il quale secondo quanto riportato dallo Herald Tribune, due giorni fa, a  Davos, alla domanda dell'Arcivescovo di Canterbury: "Perché gli americani non dedicano maggiore attenzione al loro soft power?", ha risposto: "Se ripensiamo alla Seconda Guerra Mondiale, possiamo comprendere che vi sono situazioni in cui non è possibile vincere con il solo soft power. Per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale abbiamo usato il potere forte. Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti sono passati al soft power in Europa, con il piano Marshall e altre iniziative." Io sono convinto che siano necessari entrambi, e non l'uno a scapito dell'altro.
E questo mi porta all'ultimo argomento, quello delle relazioni fra gli Stati Uniti e l'Europa. Si parla di una crisi atlantica fra le due culture, secondo un cliché ormai noto che è stato reso pubblico da Robert Kagan , il quale dice che gli europei vengono da Venere e gli americani da Marte. Io penso in realtà che vi sia un malinteso in questa rappresentazione dei fatti. La Francia e la Germania sono coinvolte in qualcosa di nuovissimo e molto eccitante: la creazione di un'Europa unita: la Comunità Europea dei quattro o cinque ultimi decenni è un evento senza precedenti nella storia umana, ha comportato lo spostamento di ampie regioni del pianeta dal mondo dell'equilibrio fra le potenze che era così importante nella storia europea, in un mondo nel quale non è più possibile immaginare una guerra tra la Francia e la Germania come sarebbe potuto accadere nel 700, nell'800 o nel 900. Per quanto tempo sono esistiti questi pericoli di guerra in Europa? L'Europa si è impegnata in un esercizio che è nuovo ed emozionante, e che rappresenta un contributo importante per la storia del mondo. Il pericolo naturalmente sta nel fatto che gli europei a volte agiscono come se tutto il mondo fosse uguale all'Europa. Gli europei in sostanza hanno preso in esame  il mondo del loro passato, che è stato una guerra di tutti contro tutti e che ha fin troppo caratterizzato la politica internazionale nella storia umana, ed hanno pensato un modello di società che è molto vicino al mondo descritto da Immanuel Kant: cioè una repubblica democratica di pace. Il problema  è in  che modo gli europei si rivolgono alle altre parti del mondo in cui ancora perdurano tendenze all’ostilità?
Quando gli europei affermano che bisogna farla finita con la guerra, che cosa si deve fare con le parti del mondo come la Corea e l'Iraq che, dopo aver firmato un trattato di non proliferazione, vi si sottraggono e lo violano?  E' necessario sia guardare alla natura positiva dell'esperimento europeo sia lavorare gradualmente verso un mondo che alla fine assomiglierà di più all'Europa attuale, ma occorre anche essere realistici sul fatto che nel frattempo questa isola di pace è circondata da un mondo  ostile. Questo, a mio parere, è lo sfondo in cui si situa la controversia attuale riguardo all'Iraq, e cioè una differenza di approccio.
 Dal 1945, alla domanda tradizionale: "In quali occasioni è giustificato dare inizio ad una guerra?", il mondo ha risposto "In caso di autodifesa". Tuttavia, in caso di attacco era consentito il diritto di prevenzione., se infatti  non c'è il tempo di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza, non è necessario aspettare fino al momento di essere attaccati. Oggi, poi con le armi di distruzione di massa e il terrorismo transnazionale, il problema dell'attesa è diventato delicatissimo.
 A mio parere in questo caso l'amministrazione Bush ha ragione nel dire che dobbiamo ampliare il concetto di imminenza e di attacco imminente, ma in alcuni casi questo non dovrebbe significare che si è nella necessità  di  guerra preventiva. E la guerra preventiva non dovrebbe mai essere di un unico livello, un solo paese non dovrebbe essere contemporaneamente giudice e giuria. Quindi, nel caso di una minaccia di questo tipo, per ampliare il test dell'imminenza per una guerra preventiva, come nel caso dell'Iraq, è necessario attivare  la multilateralità, ed è per questo importante motivo che il presidente Bush si è rivolto al Consiglio di Sicurezza ottenendo la nota “Risoluzione 1441”. Quindi, in conclusione, direi che i punti di vista degli Stati Uniti e dell'Europa sono diversi solo come impostazione culturale e, a mio parere, non sono specificati in maniera corretta.
 Con l’Europa ci sono differenze, molte delle quali sono positive, e devono essere viste in un contesto globale più ampio. E questo significa che gli Stati Uniti e l'Europa hanno più che mai bisogno l'uno dell'altro. Quando si dice che l'Europa e l'America vengono una da Marte e l'altro da Venere, sarebbe bene esaminare con attenzione i sondaggi di opinione che dimostrano che vi sono molti americani con "aggiunte europee" e viceversa. Al giorno d'oggi non esistono due regioni del mondo più simili dal punto di vista culturale dell'Europa e dell'America, nonostante i nostri punti di vista diversi e le nostre differenze. E senza la collaborazione fra l'Europa e l'America non riusciremo mai ad affrontare la  nuova serie di minacce che attentano alla nostra civiltà, che derivano dai trend di profonda trasformazione in corso. È per questo motivo che io ho intitolato il mio libro " Il paradosso del potere americano". Il paradosso del potere americano è il fatto che il paese più forte del mondo dall'epoca dell'impero romano, se agisce da solo non è in grado di proteggere i propri cittadini. Ha bisogno della collaborazione degli altri. E la grande domanda per questa generazione di leader americani all'inizio del ventunesimo secolo è stata posta recentemente da Henry Kissinger, che ha affermato: “questa generazione di leader avrà la preveggenza e la saggezza per creare un quadro di riferimento comune per i valori e le istituzioni, sì che i nostri valori possano essere conservati anche in futuro quando la nostra preminenza relativa non sarà grande come ora?"

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Thank you very much, Professor Nye, for your thought-provoking ideas.
(Grazie, Professor Nye, per le sue idee stimolanti)
La parola al professor Galli Della Loggia; farà poi seguito una serie di interventi dalla sala, che sono già prenotati, dopodiché i nostri oratori avranno la possibilità di replicare.

 

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Prof. Ernesto Galli della Loggia


In questioni così controverse, che riguardano anche la storia che stiamo vivendo, come sono quelle proposte in questo incontro, credo che sia bene dichiarare preliminarmente qual è il punto di vista da cui si parte, e quindi anche qual è la scala di valori con cui si guarda alla realtà di cui ci si appresta a parlare.
Premetto subito perciò che il mio punto di vista è quello che si ispira al realismo, vale a dire non tanto al pensare alle cose come dovrebbero essere, come mi piacerebbe che fossero, bensì invece cercare di capire le ragioni per cui le cose sono come sono. Il che non vuol dire farsi schiacciare dalla realtà bensì più semplicemente di commisurare realisticamente i propri desideri allo stato effettivo delle cose. A tutti noi piacerebbe che le cose fossero, in un modo o in un altro, diverse da come sono. Ma ciò che è più importante è capire perché le cose sono come sono.
Da questo punto di vista realistico dico subito che a me oggi non riesce di pensare all’Europa altro che come a una storia. Non mi riesce cioè di pensare all’Europa come ad un soggetto politico dotato di organi, di volontà, di un profilo ideologico-politico propri. I caratteri di questo soggetto politico ancora in formazione possono essere al più estrapolati, ma realisticamente credo che non si possa fare nulla di più, anzi, piuttosto, che si debba prendere atto che, proprio in relazione alla crisi americano-irachena, questo per ora potenziale soggetto politico mostra una gravissima difficoltà a tentare di parlare con una voce unica.
I valori politici con cui io guardo alla vicenda attuale, sia alla crisi tra l’Iraq e gli Stati Uniti che più in generale alla prospettiva dei rapporti europei-americani, sono i valori politici di un democratico italiano. Quindi di un democratico europeo, che però è ben consapevole del fatto che da questo punto di vista esiste un legame molto più forte, proprio in quanto democratico europeo, con gli Stati Uniti anziché, se permettete, con la Francia o la Germania e le loro tradizioni politiche.
Il libro del professor Nye ha come sottotitolo: “Perché l’unica superpotenza non può agire da sola”. Ora, l’assunto di quello che sto per dire potrebbe compendiarsi nella affermazione opposta: “Perché l’unica superpotenza può agire soltanto da sola”, anche se, naturalmente, a molti di noi piacerebbe che non fosse così. Mi pare, però, che un esame realistico della situazione dei rapporti europei-americani, soprattutto di che cos’è oggi l’Europa, della situazione storica dell’Europa, non possa che portare a questa conclusione: a causa della condizione storica dell’Europa gli Stati Uniti, ahimè, possono agire oggi sulla scena intarnazionale soltanto da soli.
Quattro sono i motivi principali di questa affermazione pessimistica, motivi che rendono quasi impossibile, di certo estremamente difficile, il multilateralismo pur da tutti invocato e che di fatto al massimo potrebbero consentire un qualche camuffamento estetico dell’unilateralismo. Sì, naturalmente è sempre possibile abbellire le cose, ma anche se sospetto che forse l’Amministrazione Bush non sia molto dotata nella capacità di abbellire le cose, sta d la sostanza è quella, ripeto: un inevitabile unilateralismo.
Sono quattro, come dicevo, i fattori dello stato dell’Europa che mi portano alla suddetta conclusione. Il primo riguarda la storicamente fortissima e mai come oggi evidentissima incommensurabilità della potenza politica degli attori di questo rapporto, cioè degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Non si tratta soltanto di una incommensurabilità nell’ambito della potenza materiale, che pure è ben nota, ma di qualche cosa di molto più importante, e cioè di una incommensurabilità delle percezioni del mondo. Grazie alla loro condizione di superpotenza, gli Stati Uniti d’America hanno una percezione del mondo, delle gerarchie delle questioni delle forze in campo, delle grandi rilevanze geopolitiche, che l’Europa, che gli Stati europei, fatto salvo forse la Gran Bretagna, non possiedono né possono possedere. Una superpotenza planetaria si muove per l’appunto sulla base di una percezione planetaria dei problemi; pretendere che la Spagna o l’Italia facciano lo stesso è impossibile. Per ragioni storiche a tutti noi ben note, dopo il 1945 l’Europa è stata espulsa dal mondo, ha perduto lo status di soggetto politico mondiale. Nessun Paese europeo ha più questo status, fatto salvo forse la Gran Bretagna, e quindi per forza di cose noi non abbiamo più la possibilità né in certo senso l’interesse a vedere e capire che cosa succede, che cosa voglia dire per esempio l’armamento nucleare della Corea del Nord, quali siano le implicazioni di una crisi che scoppia a diecimila miglia dall’Europa. Anche alle nostre opinioni pubbliche – non nascondiamocelo – cose del genere spesso interessano pochissimo.
Il secondo elemento sottolinea la difficoltà di un vero multilateralismo è la diversità delle culture politiche europee rispetto alla cultura politica americana: diversità che si è definita, o enormemente accentuata, proprio in relazione alla conclusione della Seconda guerra mondiale. Tutta la storia della politica europea - di nuovo fatto salvo la Gran Bretagna, che da questo punto di vista è molto più un’appendice degli Stati Uniti, che non un Paese europeo – tutta la storia e la cultura politica dei Paesi europei sono state dominate in questi decenni del dopoguerra da culture di tipo socialdemocratico-cristiane sebbene di impronta sostanzialmente laica, improntate ad un forte solidarismo. Viceversa, la cultura politica americana resta una cultura politica sostanzialmente individualistica e liberale, con una forte impronta religiosa che le culture politiche europee, anche se spesso caratterizzate da forti partiti cristiani, hanno perso del tutto; e questo fa un’enorme differenza soprattutto nel rapporto con la violenza, con la guerra.
Terzo elemento di differenziazione sostanziale tra Usa ed Europa: dopo la seconda guerra mondiale le culture politiche europee non riescono più a credere allo Stato nazionale. Al massimo possono avere una nostalgia anche fortissima dello Stato nazionale, come sicuramente ha la Francia, fino al punto da darsi le arie di crederci ancora, fino al punto di prendersi sul serio; ma nei fatti nessun Paese europeo crede più alla dimensione dello Stato nazionale. Viceversa, gli Stati Uniti credono ancora pienamente allo Stato nazionale, soprattutto alla piena sovranità dello Stato nazionale; anche perché la praticano gelosamente, ad esempio considerando sempre con estremo sospetto tutti quei trattati, di qualunque tipo essi siano - anche se ne condividono interamente lo spirito, come ad esempio quello relativo alla punizione dei crimini internazionali di guerra o contro l’umanità – i quali però possono magari anche involontariamente mettere in discussione, il diritto dei cittadini americani di essere giudicati soltanto da una Corte americana. Derogare a tale diritto sembra agli Usa una lesione insopportabile della loro Costituzione, una lesione che colpisce al cuore la sfera della sovranità nazionale, e quindi si rifiutano di accettarla. Gli Stati Uniti continuano, anche dopo il 1945, ad esercitare pienamente la sovranità nazionale, al contrario di noi, a cui riesce anche leggermente sgradito ideologicamente un Paese come la confederazione americana, la quale, per l’appunto, invece difende gelosamente questa sovranità nazionale, e che quindi, per dirne un’altra, non ha la medesima propensione che abbiamo noi ad aderire sempre a tutto ciò che è internazionalistico, soprattutto se è giuridicamente definito e supportato.
L’ultima, o forse la prima differenza fra le due sponde dell’Atlantico, infine, è che gli americani sono convinti che la dimensione ideologica della democrazia non solo non sia in contrasto, ma addirittura qualche volta in un certo senso esiga che si faccia la guerra, che si scenda in campo e ci si batta. La democrazia americana, insomma, non ha consumato quel drammatico divorzio dalla dimensione del power, del potere, della potenza. Questo divorzio tra la democrazia e la potenza, che è una base costitutiva più che dell’ideologia delle classi politiche europee, del senso comune che ormai circola in Europa, nella nostra cultura, nei nostri libri, nei nostri giornali, nella nostra scuola, nel nostro sistema di media, questo divorzio ideologico, appunto, tra la potenza e la democrazia, e quindi anche tra la guerra e la democrazia, in America non si è consumato. Lì la guerra non si è dileguata definitivamente dall’orizzonte, ed infatti nel corso di mezzo secolo gli americani hanno fatto parecchie guerre, giuste o sbagliate che fossero o che noi oggi le possiamo giudicare.
Quale effettiva multilateralità decisionale possa esservi, in queste condizioni, a me sembra materia se non altro di forte dubbio. Sicuramente, un certo multilateralismo c’è stato all’epoca della guerra fredda, ma la condizione dell’Europa nei confronti dell’America era allora ben diversa. In quegli anni l’Europa era in prima fila come oggetto della minaccia internazionale: il pericolo rappresentato dall’Urss era anzitutto un pericolo per l’Europa, ed anzi l’Europa aveva paura che gli Stati Uniti non si sentissero coinvolti a sufficienza. Oggi le cose sono totalmente ribaltate, ed in prima fila rispetto alla minaccia degli Stati canaglia, del terrorismo, ci sono gli Stati Uniti. L’Europa invece – diciamo la verità – non si sente molto coinvolta nel pericolo che grava sugli Stati Uniti e che ha portato già alla uccisione di alcune migliaia di cittadini americani; sicché non a caso adesso è la volta degli Stati Uniti di temere che l’Europa non sia al loro fianco. In queste condizioni mi sembra francamente inevitabile l’unilateralismo, al massimo l’unilateralismo addolcito.
Si colloca in questo quadro il problema del soft power, che è centrale nel libro del professor Nye e che ancora adesso abbiamo sentito descrivere e auspicare. Se ho ben capito che cos’è il soft power, se esso cioè è “la capacità di attrarre e di sedurre che in gran parte deriva – è una citazione testuale che faccio del libro che stiamo presentando – dai valori, dalle regole e dalle istituzioni di carattere generale che quel Paese riesce a dare al mondo”, ebbene se è questo ho l’impressione che quel soft power, sicuramente molto efficace nel combattere e nel determinare la vittoria sul comunismo, invece possa poco nella lotta contro il terrorismo o contro gli Stati canaglia, e possa poco anche nel costruire un’alleanza euro-atlantica. In realtà, infatti, oggi l’ideologia americana, i valori americani, anche l’internazionalismo americano creano per lo meno altrettanta tensione e rifiuto di quanto creano consenso.
In generale non credo che il soft power americano abbia un valore univocamente positivo, anzi, penso che l’esplosione della comunicazione, cioè la possibilità di conoscere istantaneamente e di avere informazione di un enorme numero di cose, piuttosto che favorire l’immagine positiva degli Stati Uniti e di consentire loro una maggiore capacità di attrazione e di seduzione, viceversa susciti molta diffidenza. Non credo ad esempio che il soft power americano piaccia molto alle élites giovanili dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina, e non piace moltissimo neppure all’Europa. Non dimentichiamo che il più grande movimento di contestazione antiamericano degli ultimi anni, quello dei no global, è una contestazione anzitutto del soft power americano, a cominciare da tutta la struttura internazionalistica che gli Stati Uniti diedero al mondo dopo il ’45, dal Fondo monetario all’Organizzazione mondiale del commercio, fino allo strapotere dei media americani e della Coca Cola. Insomma, è una contestazione, prima di ogni altra cosa, proprio del soft power. Si potrebbe quasi dire che mentre il blocco sovietico era una formidabile sfida all’hard power americano, viceversa la nuova contestazione antiamericana è una sfida per l’appunto al soft power della superpotenza.
Il professor Nye è dell’opinione che l’unilateralismo minacci di compromettere il soft power. Invece io sono convinto che in realtà proprio l’unilateralismo sia molto spesso all’origine del soft power, che in sostanza sia stata l’egemonia politico-militare degli Stati Uniti dal ’45 in poi, che ha consentito agli Stati Uniti di costruire, di affermare e di radicare il proprio soft power. Se oggi esso è in crisi, lo è perché il mondo è diventato molto più complesso, articolato, strutturato ed oggi è molto più difficile che una sola potenza riesca a costruire una rete di valori, di istituzioni mondiali che lo tenga insieme. Oggi, insomma, a differenza del ’45, è enormemente più difficile un’egemonia democratica, e mi pare che gli stessi problemi siano posti dalla globalizzazione e da quella parte della globalizzazione su cui giustamente il libro del professor Nye insiste, che è l’esplosione della comunicazione. Non credo, anche qui, che l’esplosione della comunicazione Internet, delle capacità tecnologiche aiutino il multilateralismo. Il professor Nye mi permetterà la battuta, ma non è un caso che gli Stati Uniti, grazie alla rivoluzione informatico-tecnologica abbiano da anni a disposizione, loro ed alcuni loro privilegiati alleati, un sistema di spionaggio, il Sistema Echelon, di cui egli senz’altro conosce tutto dal momento che è stato a capo del National Intelligence Council, il quale Sistema Echelon è quanto di meno multilaterale esiste. Sia chiaro: non ci trovo nulla di scandaloso resta il fatto che è un sistema assolutamente unilaterale, definiamolo anglo-laterale – mi pare infatti che ne facciano parte soltanto i Paesi di lingua inglese – il quale consente quella cosa così assolutamente unilaterale che è la possibilità di avere notizie di tutte le comunicazioni telefoniche e fax del mondo.
Non credo che in generale la globalizzazione aiuti la multilateralità. La globalizzazione favorisce un’altra cosa: la frammentazione del mondo. Questo sì. La globalizzazione rafforza le identità culturali separate, rafforza la loro suscettibilità politica e ideologica, rafforza il localismo proprio perché li fa uscire da quella condizione di minorità antimoderna in cui si non potevano sentire in precedenza oggi, invece, l’enorme capacità di comunicazione di tutti con tutti consente anche ad un piccolo villaggio di sentirsi il centro del mondo, e quando ci si sente il centro del mondo si può non essere disposti a far parte di un Paese, di uno Stato nazionale, né a pensare che i più forti debbano contare di più. Tutto ciò produce a sua volta un rafforzamento dell’identità, e quindi un rafforzamento inevitabile delle tensioni e dei conflitti politici. Sono convinto che la difficoltà crescente di un’egemonia democratica sia anche legata all’esplosione delle informazioni. Quando tutti sanno tutto di tutti diventa molto difficile guidare, gestire politicamente una situazione. Nella teoria liberale c’era il principio del velo d’ignoranza, in base al quale per decisioni sagge ed equilibrate era necessaria l’esistenza di un velo d’ignoranza; ma come può mai più esservi un velo d’ignoranza quando  dietro ogni sedia c’è un cronista della CNN?
Le due “bestie nere” del libro del professor Nye sono da un lato l’unilateralismo, dall’altro l’egemonia. Egli ritiene che in fin dei conti la chiave dell’una e dell’altra siano nella mani di Washington, cioè che sia ancora nel potere degli Stati Uniti e del loro Presidente, nel potere americano, la possibilità di scegliere fra l’unilateralismo ed il multilateralismo, tra l’egemonia e la non egemonia. Ma forse ritenere ciò equivale precisamente ad una concezione egemonica; io penso invece che tale situazione sfugga largamente alle possibilità di influenza degli Stati Uniti, che essi non possano più decidere se essere multilaterali o unilaterali, perché sostanzialmente non possano che essere unilaterali. Come europeo, come italiano ciò può non piacermi, può essere fonte di molti problemi, ma ritengo che però ce ne senz’altro molti di più se gli Stati Uniti, presi dal dubbio se essere unilaterali o multilaterali, non ci fossero, e decidessero di farsi da parte.

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Ringraziamo il professor Galli Della Loggia per la sua sempre lucidissima analisi; egli ha già posto sul tappeto una serie di importanti domande dirette al professor Nye. Ma abbiamo adesso anche la possibilità di ascoltare alcuni interventi dalla sala, e vedo che si è iscritto a parlare l’onorevole Ministro Buttiglione, al quale cedo il microfono.

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On.le Rocco Buttiglione Ministro per le politiche comunitarie


Prima di tutto devo chiedere al Vicepresidente Fini il permesso di togliermi la giacca, non quella che porto addosso ma la giacca di Ministro della Repubblica, per rivestire provvisoriamente quella di professore. Ed i professori più che dare risposte amano fare domande.
Io vorrei prima di tutto problematizzare l’assunto di base: ma è così grande lo stacco di potere tra gli Stati Uniti e il resto del mondo? Io dubito che questa differenza di potere sia così grande, e questo per due ordini di ragioni.
 Il primo ordine di ragioni è che gli Stati Uniti sono un Paese democratico, e un Paese democratico pone all’uso della forza delle straordinarie costrizioni. Immaginiamo – il Governo italiano non vuole, spera che si possa evitare, spera che si possa disarmare Saddam senza armi, ma comunque immaginiamo - che si debba fare la guerra in Iraq; quali sono le costrizioni sotto le quali si fa una guerra del genere? Occorre che le perdite in questa guerra siano limitate al minimo, perché è dubbio che l’opinione pubblica reggerebbe perdite pesanti; occorre che l’occupazione del territorio sia ridotta al minimo, perché difficilmente l’opinione pubblica tollererebbe di essere impegnata in una guerra di guerriglia; occorre non usare armi atomiche, perché l’opinione pubblica democratica difficilmente sosterrebbe l’uso di armi atomiche; ed anche l’uso eccessivo di bombardamenti noi sappiamo che oltre un certo termine non è più tollerato.
Questo significa che bisogna attrezzare delle forze armate estremamente costose per condurre operazioni che le potenze coloniali di una volta avrebbero condotto a costi assai minori. Ed allora bisogna fare i conti oltre che con il sentimento di umanità dei cittadini, che non amano vedere scene di guerra in televisione, anche con la sensibilità dei contribuenti, che non amano pagare oltre certi limiti. Ed infatti noi vediamo che, pur essendo così potenti, la dottrina ufficiale strategica degli Stati Uniti è passata dall’idea delle due guerre (la capacità di essere in grado di combattere contemporaneamente due guerre importanti), alla capacità di combatterne una e mezza. È difficile capire cos’è una mezza guerra, ma comunque questa è la dottrina attualmente rilevante. Questo cosa vuole dire? Che anche una superpotenza come gli Stati Uniti non ha la possibilità di fare ricorso leggermente all’uso della forza e che l’uso della forza anche per gli Stati Uniti va ridotto al minimo per ragioni puramente politiche. Questo, ponendoci sul terreno del realismo politico di cui parlava il professor Galli Della Loggia.
Il secondo ordine di motivi è quello che trovate in un libro di Rootwack(?) sull’Impero romano, che in fondo riprende un’antica teoria formulata nel 1693 da Storrington,(?) che è poi entrata nella storia della strategia navale come la “Teoria della flitting binding”(?). La potenza più forte ha tanti interessi da difendere, e proprio perché ha tanti interessi da difendere le è difficile concentrare su di un settore specifico risorse sufficienti ad essere preponderante in quel settore. Lo può fare solo quando ha ragioni fortissime per doverlo fare.
Per ultimo vorrei ricordare un autore molto malfamato, che invece meriterebbe migliore attenzione, che è il von Clausewitz: la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, è un intervallo, perché poi occorre trovare soluzioni politiche. Tutto si può fare con le baionette, tranne che sedercisi sopra – diceva Napoleone - ed allora la guerra non risolve i problemi politici, crea le condizioni per cui forse saranno risolti.
E vengo ad una seconda problematizzazione: il tema della guerra al terrorismo. Io mi ricordo gli anni del terrorismo in Italia, molti qui se li ricordano, ed ho vissuto il problema in Italia così come l’ho vissuto in Argentina. L’Italia e l’Argentina hanno scelto due soluzioni diverse: l’Argentina ha scelto la soluzione militare provocando un mare di sangue e portandone le conseguenze fino ad oggi; l’Italia ha scelto la soluzione politica. Il primo problema è creare un consenso su un sistema di valori che isoli i terroristi; fare in modo che i terroristi non trovino complici, non trovino appoggi. Solo allora diventa possibile mirare il terrorismo, perché il terrorista non è un cinghiale a cui spari di lontano con un fucile ad alto potenziale, è un passero e prima di tutto lo devi individuare, lo devi vedere, devi avere chi ti aiuta a vederlo e devi avere, quindi, il consenso politico.
Non nego l’importanza della forza militare, mi domando se potere oggi non significhi prima potere politico e poi potere militare, di cui non nego la funzione, ma non ne farei l’unico indice della forza di una Nazione.
La terza cosa che vorrei problematizzare è la funzione del soft power nella costituzione dell’hard power. Monsignor Fisichella ricordava 37 milioni di ispanici. L’America di domani dipende dal fatto che la Chiesa cattolica, Monsignore, sia capace di svolgere la stessa funzione che ha svolto verso gli italiani, i polacchi, ecc., integrandoli dentro una identità americana che evidentemente cambierà attraverso questo processo. E qui il soft power, la capacità culturale di integrare è base dell’hard power. Noi parliamo di Stati Uniti, ma gli Stati Uniti sono 184 milioni di persone, sono il sentimento di identificazione che questi hanno con il loro Paese, e se questo sentimento non viene prodotto da istituzioni culturali: Chiese, università, scuole, soft power, il potere militare servirà a poco.
Altra problematizzazione: è così vero che c’è così poca Europa? Se le Nazioni europee mettessero assieme le loro quote nel Fondo Monetario Internazionale avrebbero la maggioranza di tale Fondo, e credo che quello sia uno strumento di esercizio di potere in molti casi più efficace di quello militare, perché prima di arrivare all’uso militare del potere normalmente si tenta di risolvere i problemi facendo  in modo che la gente non abbia fame, perché la fame è una cattiva consigliera, non abbia voglia di fare le guerre, e poi, al limite, si può anche andare a fare la guerra. Mi domando se non dovremmo essere un po’ più confidenti nell’Europa.
Infine, un’ultima questione: se ci fosse una grande domanda di patriottismo in Europa ed anche in Italia, che ancora non emerge perché la politica non riesce ad offrire riferimenti credibili? Piace agli italiani sentirsi un popolo senza Nazione? Molti indici, compreso il tifo per la Nazionale di calcio, dicono che no, agli italiani non piace essere un popolo senza Nazione; ma per essere Stato nazionale nel senso di Galli Della Loggia occorre una dimensione strategica. O meglio, non direi Stato nazionale, direi Stato sovrano. Perché esiste la sovranità? Ce lo dice Aristotile perché esiste: per tutelare alcuni beni quali la sicurezza interna ed esterna, la possibilità di crescita economica, la possibilità di autonomia culturale; e lo Stato deve essere tanto grande quanto è necessario per poter garantire queste cose.
La dimensione che permette di garantire queste cose, di assumere responsabilità planetaria oggi è quella europea. Per questo il cammino difficile che noi tentiamo – adesso rimetto, con il consenso del Vicepresidente, la giacca di Ministro del Governo – la politica che noi tentiamo è quella dell’esercizio congiunto della sovranità, perché questa voglia di essere sovrani dentro la Comunità Atlantica e l’alleanza imprescindibile con gli Stati Uniti, è una voglia che io credo gli italiani sentano. Occorre dar loro l’occasione per manifestare il coraggio di una identità, e questo è un problema non solo politico ma anche culturale, è un problema di identificazioni religiose, culturali, di parte, filosofiche. Ma credo che questo sia un desiderio diffuso nel popolo italiano ed anche negli altri popoli europei. Se i politici europei riusciranno a dare a questo desiderio una proposta adeguata, questo è quello che cominceremo a sapere nel prossimo semestre, nel semestre di Presidenza italiano, con la conclusione dei lavori della Convenzione Europea.

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Ha chiesto la parola il professor Stefano Silvestri.

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Prof. Stefano Silvestri


Diciamo che l’Europa ha condotto molte guerre in questo dopoguerra, a cominciare dalla guerra fredda che ha condotto forse anche più degli americani, perchè l’ha condotta anche al suo interno; e così come molte altre guerre che continua a condurre oggi. Ci sono più soldati europei in giro in situazioni di rischio, di quanto non ci siano soldati americani; c’è persino nelle perdite, nei morti, se facciamo la scala di queste cose dal punto di vista militare in questi ultimi anni, un bilancio che purtroppo è a sfavore dell’Europa, nel senso che essa ne ha di più. Evidentemente non c’è una unità di conduzione politica, ma a mio avviso non è esatto che non ci sia una condivisione o una idea di gestione delle crisi mondiali. Ci sono delle diverse sensibilità, ci sono delle diverse priorità, ma questo fa parte del normale dibattito politico. Mi sembrerebbe un po’ esagerato dire che perché è diverso, non c’è.
Vi è però una cosa che volevo in questa situazione domandare al professor Nye. La politica del Governo americano attuale è abbastanza ambigua, perché da un lato chiede l’aiuto della NATO, a volte chiede l’aiuto dell’Unione Europea, altre volte chiede il consenso delle Nazioni Unite, e nello stesso tempo, molti suoi esponenti esaltano il ruolo di alleanze variabili e non fisse, a seconda degli interessi che di volta in volta possono interessare gli Stati Uniti. Allo stesso tempo non vogliono sottostare al alcune regole comuni delle alleanze, e in alcuni casi sono disposti a rischiare anche delle fratture gravi all’interno di queste, con posizioni piuttosto dure. Certe dichiarazioni fanno pensare che negli Stati Uniti potrebbe affermarsi una tendenza che porti alla rottura del consenso interno dell’Alleanza Atlantica anche per ragioni tutto sommato soltanto tattiche come potrebbe avvenire per la crisi con l’Iraq e in altre situazioni analoghe. È, questa, una politica che gli Stati Uniti a suo avviso possono sostenere a lungo? Io credo che sia una politica che costerebbe agli Stati Uniti, o costerà agli Stati Uniti – a seconda delle due ipotesi – più di quanto non gli renderà, o non gli renderebbe? E pertanto mi auguro che in realtà non venga perseguita. Però è la contropartita dell’idea che tutto sommato le grandi costruzioni multilaterali, le grandi costruzioni sopranazionali come quelle europee non siano efficaci e che quindi possano essere utilmente ignorate nella politica del giorno per giorno.


 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Abbiamo un’altra richiesta di intervento da parte del professor Gotti Tedeschi.

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


La domanda che desidero fare al professor Galli Della Loggia è se questo unilateralismo sia praticabile, e serva, anche per una lotta al terrorismo. Io non ne sono sicuro. In più mi domando se il disaccordo di Francia e Germania non sia più legato ai loro interessi economici e politici piuttosto che a forme di pacifismo o disaccordo verso la guerra.
Vorrei anche avere una opinione su questa tanto esaltata e discussa posizione di potere degli Stati Uniti, quella che Asor Rosa nel suo ultimo libro attribuisce alla caduta della “controparte” URSS. Io credo invece che gli Stati Uniti siano diventati una grande potenza militare e industriale proprio per contrastare il potere militare e ideologico sovietico quando questo era forte. Il fatto è che gli investimenti fatti nella difesa e scudo stellare (mi pare siano arrivati fino al 15 – 20% del Budget) hanno avuto una ricaduta “industriale” tremenda, pensiamo a Silicon Valley, alle innovazioni tecnologiche, eccetera. Perciò, paradossalmente, se oggi gli Stati Uniti sono una grande potenza industriale che deve difendere la sua sopravvivenza e la sostenibilità, è anche grazie al fatto che si sono dovuti necessariamente opporre ad un regime che costituiva un pericolo per l’intera umanità. Desidererei avere una risposta dal professor Joseph Nye su questo.
Riprendo poi una considerazione del professor Galli Della Loggia, il quale ha fatto riferimento al soft power. Nel suo libro il professor Joseph Nye propone di bilanciare l’hard power americano con il soft power europeo. Ma quale soft power ha l’Europa? Gli americani hanno il vero soft power, che è Hollywood, è CNN, sono le università americane, è Wall Street, mentre l’Europa non ha soft power apparentemente. Quale è? Infine gli americani, curiosamente e inquietantemente,  sono considerati il simbolo della libertà al di là del “muro”, nei Paesi occupati dell’ex regime sovietico, basta andare in Polonia, in Ungheria, in Ucraina, lì gli Stati Uniti sono il simbolo della libertà, in Europa invece paradossalmente, la cui democrazia è stata salvata nell’ultima guerra dagli Stati Uniti, essi sono (in modo discusso e controverso) considerati simbolo d’oppressione. Perché?

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Direi che possiamo procedere all’ultimo giro di tavolo. Forse, per una ragione di equità, possiamo invertire l’ordine degli interventi e dare per primo la parola al professor Galli Della Loggia, a cui sono state peraltro rivolte domande molto puntuali.

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Prof. Ernesto Galli della Loggia


Per riprendere l’osservazione del Ministro Buttiglione – solo in Italia si dà il caso che a presentazioni di libri sia presente la metà del Governo, e forse è un fatto positivo per il Paese. Mi domando se i condizionamenti dell’opinione pubblica democratica che certo ci sono nell’azione degli Stati Uniti sono sempre dei condizionamenti nell’ordine della cautela; possono essere dei condizionamenti di altro tipo, come spesse volte si è visto nel corso della storia dei Paesi democratici. Diceva Tocqueville che le democrazie sono molto lente a mettersi in moto e ad entrare in guerra, ma che quando entrano in guerra è poi difficilissimo che si fermino, è difficilissimo che concludano le guerre con un compromesso; per le democrazie, le guerre devono per forza concludersi con la vittoria o con la sconfitta.
Non sono così sicuro che nello scenario storico che si apre sul XXI secolo quel tipo di condizionamento limitativo, che l’opinione pubblica ha sempre esercitato negli ultimi decenni sulla politica estera americana, si manterrà. Può darsi che anche da questo punto di vista gli attentati alle Twin Towers rappresentino una svolta. Ce lo dirà il futuro; quello che invece il passato mi dice è che non è del tutto vero che l’Italia abbia vinto la guerra al terrorismo con il consenso democratico. L’ha vinto anche con altri mezzi. Naturalmente non si trattava del terrorismo argentino, non si possono fare paragoni tra un terrorismo che aveva in campo migliaia di terroristi, e quello italiano che contava poche decine di individui. Ma in ogni caso, per quanto anche io ami l’immagine del mio Paese, voglio ricordare a tutti noi che però abbiamo usato anche metodi non ispirati precisamente alle regole della democrazia. Personalmente non mi sento di disapprovarli perché so che una guerra di quel genere non si può vincere soltanto con il consenso politico democratico. Quello che il generale Dalla Chiesa, da noi tutti ricordato come un eroe della democrazia repubblicana italiana, fece a via Fracchia, non fu un’azione particolarmente democratica: i carabinieri entrarono a via Fracchia, dove sapevano che c’erano dei terroristi, e ne uccisero cinque nel sonno. Da quel momento non un solo carabiniere ad eccezione del generale Galvaligi fu fatto oggetto degli attacchi terroristici.
Parimenti noi stiamo combattendo quella singolare forma di terrorismo criminale che è la mafia, con dei mezzi che non sono ispirati alla democrazia. L’art. 41bis del codice penale è tale da comportare la permanente condanna dell’Italia da parte di tutti i gruppi di osservazione sul rispetto dei diritti umani. Diciamo le cose come stanno: è vero che l’Europa, come ha affermato Stefano Silvestri, ha forse molti più soldati in giro per il mondo degli Usa, li ha però per lo più sotto l’etichetta NATO, non certo in quanto soggetti politici dell’Europa, non a nome e per conto in un soggetto politico europeo.
Con riguardo, infine, alla domanda del professor Gotti Tedeschi: “Siamo certi che l’unilateralismo serva agli Stati Uniti?”, rispondo che soltanto gli americani possono deciderlo. Io penso che se non si può essere multilaterali bisogna essere unilaterali. È lapalissiano, ma è così. Gli americani hanno una grandissima difficoltà, qualsiasi sia il loro Presidente ad ottenere dall’Europa un consenso effettivamente multilaterale ad una loro azione se questa possiede un minimo di determinatezza: dopodiché non rimane loro che agire in maniera unilaterale. È giustissima l’osservazione che solo nell’Europa occidentale, che pure è stata difesa per cinquant’anni dalla potenza militare americana, presso larghe parti dell’opinione pubblica gli Stati Uniti non sono un simbolo di libertà. Perché accade questo? La questione apre un grande problema. Credo che ciò accada non soltanto per cattive ragioni, per effetto di un antiamericanismo ideologico in genere manipolato ed orientato dalla sinistra, ma per ragioni più di fondo: perché in qualche modo sulla scena storica del Novecento l’Europa è stata sconfitta, cancellata dagli Stati Uniti nel suo ruolo di polo politico mondiale di massimo rango, ed è stata sostituita da un altro protagonista. Per quanto possano essere forti i legami culturali e politici, tuttavia la storia non è acqua, e dunque un passato storico secolare di egemonia mondiale non può a cuor leggero essere cancellato ad un tratto dalle pur necessarie considerazioni di carattere politico ideologico. Sono cose che pesano e che oscuramente vengono avvertite in modo negativo da un gran numero di persone.


 

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Dr. Salvatore Rebecchini


La parola al professor Nye.

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Prof. Joseph Nye jr. ( versione inglese)


Let me answer the questions in reverse order. I would like to start with Mr. Gotti Tedeschi's question about the role of investments during the cold war in creating American economic power. There is a great deal of truth in that, and certainly the UG government pushed technological innovation also to compete with the Soviet adversary, but it is interesting to notice how it changed over the  40 years. In the beginning, the Internet, for example, started as a project of the Defence Department. By the end, the Defence Department and the CIA were desperately trying to catch up with what was going on. In the early days, they used to talk about the spin-off  from government technology products. By the '90s they were talking about the spin-on in which the government was opening to get technology from the private sector. And it is true that some part of Silicon Valley perhaps grew out of early Defence Department investments, but by the end, the investments in Silicon Valley were based on entrepreneurs and venture capitalists.  And I think in one stage it was recorded that  more than a third of the entrepreneurs in Silicon Valley were immigrants to the US from India and China, and that  goes to a point that the Minister Buttiglione made: "One of the great sources of American soft power is the ability to attract people from all over the world, and the fact that  it has a culture which immediately allows them to assimilate." And this is an interesting question and problem for Europe, which is having more problems with the assimilation of immigrants. I am always struck, as an American whose family first came to the US in 1639, that somebody that comes to the US from Vietnam or China ten years ago, and becomes a citizen, is just as much an American as I am. And that 's been an enormous source of American soft power, as well as American economic power.
Professor Stefano Silvestri asked whether the US wants to fix its variable alliances. And I think one has to realize that there is an ability to have, as one of my friends, Richard Haas, has put it: "multilateralism à la carte" in other words, it is possible for Americans, because of their size and strength to sometimes choose when they will have a coalition, and of what kind. I think that sometimes it is a difficult or dangerous tendency, and can weaken institutions such as NATO or the UN. But I think we also have to take the realistic view that if the US never threatened unilateralism, it might be impossible for multilateralism to work. It might be like the good cop and the bad cop in the interrogation of prisoners. For example, even though I am more sympathetic to Colin Powell than to Donald Rumsfeld, perhaps without the threats that Rumsfeld posed about unilateralism, Colin Powell would not have been able to get Resolution 1441. So, it is true that too much unilateralism can damage alliances and it is also true that  some degree of pressure, unilateral pressure, or threatened unilateral pressure, may be essential to break the blockage that often prevents multilateral institutions from working. I think you could argue that if it had not been for those threats, the UN might had not have done anything about the flouting of its resolutions that  had occurred for more than a decade.
On the question that  Minister Buttiglione put, I think he has made a very important point, and that  is that there are certain internal limits on American power. Public opinion polls  shows the US is not much interested in being an imperial power. In the 2002 election year, Americans ranked foreign policy at something like 17th place on the issues that  they cared about. Jobs, health care, education, often, or usually are much more important to Americans. And I think that is quite significant. It means the Americans do not want to conquer and hold other places, and that  I think this makes for American soft power, as the German editor Joseph Joffe has said: "One of the odd things about  American hegemony is that it calls for less response than historical cases, because there are so many people who don't feel threatened by it, and do actually enjoy its soft power." So, I think the American soft power does grow out of this democratic processes and that it does not impose an imperial threat, but I should also agree with the Minister on the fact that Europe has soft power. After all, if you look at the centre of Europe after the Cold War, you find that the whole centre of Europe which could have gone in many directions, has been attracted to Brussels, has wanted to change its laws, its attitudes, so that it can enter in the European Union. Turkey, which could have gone in many different directions, has changed its policy on human rights and has its own internal anti-terrorism campaign because it has been attracted to Brussels, and wants to join Europe. That  is soft power, and we should not neglect European soft power.
Finally, to go to Professor Galli Della Loggia's very  interesting points, much of what he said I agree with, about the fact that information and culture can have frightening effects, not just unifying effects.  The Internet is simply a technology and it can be used for good or for bad. But when he says that soft  power may be useless in fighting terror, it is because he takes a rather narrow view of  the fight against terror. For winning the battle in Afghanistan, for winning a war in Iraq, soft power is largely useless. But if the fight against terrorism is not just to defeat Talebans, but to defeat Al-Qaeda, the key is to prevent Osama Bin Laden from recruiting moderate Muslims to his extreme view. And there soft power is extraordinary important. If the US is able to manage its policies and its cultures in ways that are sympathetic and attractive to moderate  people in the Islamic world,  that is where the real battle against terrorism will be fought. Sometimes you have to use ministers’ power. After all, I was a former Assistant Secretary of Defence. I have no apologies for the use of hard power or military power. But if we think of hard power alone, we are never going to win this war. The war against terrorism has to be won in people's minds.  It is now a battle inside Islam and we should be focusing much more on how we use our soft power to attract the moderates. And when Professor Galli Della Loggia says that the US has no choice but to be unilateral given the structure of power of being so large, that is true only on the military side. If you go back to the question I raised about trans-national issues, whether we are talking about trans-national terrorism or climate change, or financial crises, or the spread of infectious diseases, the US has no choice but to be multilateral, because you can't solve these problems unilaterally. So, if you use the old realistic concepts which he said he was using, you reach the conclusions he reached. If you look at the three-dimensional view of the issues and the different ways in which power is constructed, you'll find that on the military level, sometimes the US can and should act unilaterally, as I said in my answer to Professor Silvestri.  But if  you look at all three levels and think that we could only be unilateral,  I think that is a big mistake. And this is what I meant when I said that if you are involved in a three-dimensional chess game and you focus only on the top board, in the long run you are going to lose.


 

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Prof. Joseph Nye jr. ( versione Italiana)


Vorrei rispondere alle domande rivoltemi in ordine inverso. Inizierò quindi dalla domanda di Mr. Gotti  Tedeschi sul ruolo dell'investimento durante la guerra fredda nella creazione del potere economico degli Stati Uniti. La sua affermazione contiene molta verità.  Certamente il governo americano ha voluto lo sviluppo tecnologico per contrastare l'avversario sovietico, ma è interessante notare quanti cambiamenti abbia provocato in tutti i campi nell’arco di   quarant'anni. All'inizio, per esempio, Internet era nata come progetto del Dipartimento della Difesa, ma con l'andare del tempo il Dipartimento della Difesa e la CIA hanno finito col cercare fortemente di sfruttare civilmente quello che ne veniva fuori. Nei primi tempi, erano soliti parlare dei prodotti provenienti dalle tecnologie del governo, ma dagli anni '90 hanno cominciato a parlare degli sforzi del governo per ottenere tecnologia per il settore privato. Alcune parti forse sono nate dagli investimenti iniziali del Dipartimento della Difesa, ma alla fine, gli investimenti della Silicon Valley erano basati su imprenditori privati, e ad un certo punto si è anche visto che oltre un terzo degli imprenditori della Silicon Valley era costituito da immigrati negli Stati Uniti provenienti dall'India e dalla Cina. E qui vorrei riprendere un argomento che è stato accennato dal Ministro Buttiglione: "Una delle grandi fonti del soft power degli  americani è la capacità di attrarre persone da tutto il mondo, per il fatto di avere una cultura che permette loro facile assimilazione. “ Ciò tocca una questione interessante per l'Europa, che sembra avere maggiori problemi riguardo all'assimilazione degli immigrati. Come americano la cui famiglia è arrivata negli Stati Uniti nel 1639, io continuo a sorprendermi quando mi rendo conto che persone arrivate negli Stati Uniti dal Vietnam o dalla Cina dieci anni fa,  sono diventate cittadini statunitensi, ed americani esattamente quanto me. E questa è una fonte enorme di “soft power”, ed  un grande patrimonio per l'America.
Il Prof. Stefano Silvestri ha chiesto se gli Stati Uniti hanno intenzione di mettere ordine nelle loro variabili alleanze. Io ritengo che sia necessario rendersi conto che essi possono disporre di quello che uno dei miei amici, Richard Haas ha definito: "Multilateralismo à la carte". In altre parole, a volte per gli Americani è possibile, grazie alle loro dimensioni e alla loro forza, scegliere se fare una coalizione, e di che tipo farla. Questo ricorda un po' la storia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo durante gli interrogatori dei prigionieri. Per esempio, anche se io simpatizzo più per Colin Powell che per Donald Rumsfeld, ritengo che  forse, senza le minacce di Rumsfeld riguardo all'unilateralismo, Colin Powell non sarebbe riuscito ad ottenere la “Risoluzione 1441”. Quindi, è vero che troppo unilateralismo può danneggiare le alleanze, ma è anche vero che un certo grado di pressione - pressione unilaterale o minaccia di pressione unilaterale - può rivelarsi essenziale per spezzare i vincoli che spesso impediscono alle istituzioni multilaterali di lavorare. Si potrebbe argomentare che, se non fosse stato per queste minacce, le Nazioni Unite forse non avrebbero potuto fare niente contro lo scherno che ha accompagnato le loro risoluzioni per più di un decennio.
Per quanto riguarda la domanda del Ministro Buttiglione, ritengo che abbia sollevato un punto molto importante, e che esistano alcuni limiti interni al potere americano. I sondaggi di opinione dimostrano che gli Stati Uniti non sono molto interessati a diventare una potenza imperiale. Durante la campagna elettorale dell'anno 2002, gli Americani hanno messo la politica estera al diciassettesimo posto fra le questioni che li interessavano di più. Spesso, o per meglio dire, di solito, il posto di lavoro, le cure sanitarie, l'istruzione, sono le cose più importanti per gli Americani. E credo che questo sia molto significativo. Vuol dire che gli Americani non hanno nessuna intenzione di conquistare e tenersi altri paesi, e ritengo che questo spieghi il soft power americano, come ha detto lo scrittore tedesco Joseph Joffe : "Una delle cose strane dell'egemonia americana è che richiede meno risposte dei casi storici, perché  vi sono moltissime persone che non si sentono minacciate da questa egemonia e in realtà si godono moltissimo il suo soft power". Ritengo quindi che il soft power americano nasca dai processi democratici del paese, e dal fatto che esso non rappresenti una minaccia imperiale. Ma sono d'accordo con il Ministro che anche l'Europa è dotata di “soft power”. Dopotutto, se si pensa a quanto è avvenuto nel centro dell'Europa dopo la guerra fredda, si noterà che tutto il centro dell'Europa, che avrebbe potuto andare in varie direzioni, è stato attratto da Bruxelles, ha voluto modificare le sue leggi, i suoi atteggiamenti, così da poter entrare nell' Unione Europea. Anche la Turchia, che avrebbe potuto andare in molte direzioni diverse, ha modificato la sua politica sui diritti umani ed ha adottato una sua campagna interna antiterrorismo perché è stata attratta da Bruxelles, e vuole entrare in Europa. Questo è  soft power, e non dobbiamo quindi  trascurare il soft power dell'Europa.
Infine, per parlare dei vari punti interessanti sollevati dal professor Galli Della Loggia, io sono d'accordo con lui su molti argomenti, e in particolare sul fatto che l'informazione e la cultura possono avere anche effetti spaventosi, e non soltanto quindi effetti unificanti. Internet è semplicemente una tecnologia e la tecnologia può essere usata per il bene e per il male. Ma quando egli afferma che il “soft power” può essere inutile per combattere il terrorismo, trovo il suo punto di vista riduttivo. Per vincere la battaglia in Afghanistan, per vincere una guerra in Iraq, il soft power è senz'altro inutile. Ma se la lotta contro il terrorismo non consiste semplicemente nello sconfiggere i Talebani, ma consiste nello sconfiggere Al-Qaeda, la chiave sta nell'impedire ad Osama  Bin Laden di fare proseliti fra i musulmani moderati. E in questo campo il “soft power” è straordinariamente importante. Se gli Stati Uniti riusciranno a gestire le loro politiche e la loro cultura in una maniera simpatetica e capace di attrarre i moderati del mondo islamico, sarà proprio  lì che si combatterà la battaglia contro il terrorismo.
A volte occorre usare anche il potere governativo. Io sono stato in passato il Vice Segretario di Stato alla Difesa, e non intendo fare ammenda per l'uso del potere forte o del potere militare. Ma se pensiamo di utilizzare il potere forte da solo, non vinceremo mai questa guerra. La guerra contro il terrorismo deve essere vinta nella mente delle persone.  Oggi è in corso una difficile battaglia all'interno del mondo islamico, ed anche per questo dovremmo concentrarci molto di più sul come usare  il nostro “soft power” per attrarre a noi i moderati di quel mondo.
Quando il professor Galli Della Loggia  sostiene che gli Stati Uniti non hanno altra scelta che essere unilaterali, per il fatto che la loro struttura di potere è tanto grande e forte, dico che questo può essere   vero soltanto per il settore militare. Se torniamo alla domanda da me sollevata riguardo alle questioni transnazionali -  siano esse il terrorismo transnazionale o il mutamento climatico o le crisi finanziarie o la diffusione di malattie infettive - gli Stati Uniti non hanno altra scelta che quella di essere multilaterali, poiché non è possibile risolvere questi problemi unilateralmente.
È chiaro che, se si adottano i vecchi concetti realistici che egli ha dichiarato di utilizzare, si arriva alle sue  conclusioni. Ma se esaminiamo le questioni ed i modi in cui si costruisce il potere nella logica tridimensionale di cui prima ho detto, le conclusioni possono essere diverse. Si potrà  verificare che a livello militare gli Stati Uniti possono ed a volte debbono anche  devono agire unilateralmente, come ho dichiarato nella mia risposta a Stefano Silvestri,  ma pensare che noi si possa essere soltanto unilaterali, sarebbe un grave errore. Ed è questo ciò che intendevo dire quando ho affermato che se si è coinvolti in un gioco di scacchi tridimensionale e ci si concentra soltanto sulla prima scacchiera, a lungo andare non si potrà evitare di perdere.

 

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Non mi resta che ringraziare tutti gli intervenuti a nome del Centro di orientamento politico; spero che questa discussione, queste questioni e questo dibattito siano stati utili per orientare. Mi preme sottolineare in conclusione che il successo di questa manifestazione, come peraltro delle precedenti, è dovuto anche e soprattutto all’infaticabile operatività ed efficienza dell’ingegner Gaetano Rebecchini, il Presidente del Centro.

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