Democrazia e Mercato nel futuro dell'Europa
giovedì 3 ottobre 2002
Rassegna Stampa
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Dr. Salvatore Rebecchini,  Ing. Gaetano Rebecchini,  On.le Ferdinando Adornato,  Prof. Alejo Vidal Quadras,  Prof. Antonio Saccà,  Prof. Domenico Siniscalco,  Prof. Paolo Possenti,  Rev. Robert A. Sirico,  Sen. Domenico Fisichella, 

Moderatore: Dr. Ettore Gotti Tedeschi

Ing. Gaetano Rebecchini


E’ con vera soddisfazione che rivolgo il benvenuto a S.Em.za il Cardinale Giovanni Battista Re, alle autorità ed a tutti i presenti, ringraziandoLi per aver accolto l’invito a questo Convegno. Desidero altresì inviare un ringraziamento particolare al Capo dello Stato per averci fatto l’onore di concederci il Suo Alto Patronato. Ci sono pervenute molte lettere, fax ed e-mail di compiacimento ed auguri per questa nostra iniziativa e tra questi mi limito a segnalare quelle del Sen. Marcello Pera, Presidente del Senato, dell’On.le Pierferdinando Casini, Presidente della Camera e dei Cardinali Achille Silvestrini e Pio Laghi.
E’ questo il quarto Convegno che il  Centro di Orientamento Politico organizza, sempre qui a Palazzo Colonna, su temi che se pur diversi vengono  tutti esaminati alla luce del fenomeno della globalizzazione che, come ben avete potuto constatare, incide sempre più vistosamente sui comportamenti e sulle decisioni dei più diversi popoli della Terra e quindi su le strutture, le organizzazioni e le istituzioni  che ne regolano la vita.
Metodo del “Centro”  è quello di proporre un tema sul quale  sollecitare un dibattito tra esponenti altamente qualificati allo scopo di metterne in evidenza i più diversi aspetti e le relative implicazioni.
Tutto questo  ci auguriamo  possa essere di aiuto anche a quanti, avendo la responsabilità di scelte politiche, possano essere facilitati nell’individuare quelle maggiormente utili al perseguimento del “bene comune”. Finalità questa che la nostra Associazione intende tenere sempre presente ad ogni livello, da quello locale a quello globale.
Dopo aver quindi trattato nel primo Convegno gli aspetti cruciali della globalizzazione relativamente ad alcuni  temi di ordine generale - quali appunto quelli dell’etica, della sovranità degli Stati ed altresì quelli di carattere economico- finanziario - nei due successivi incontri abbiamo rispettivamente affrontato il problema della “comunicazione” e quello della “multiculturalità” come oggi  a noi si manifestano e tendono a svilupparsi.
Nella riunione odierna parleremo  di “democrazia”,   di “mercato”,  e di “Europa”.
Democrazia e mercato perché è importante capire in che misura, in era globale,  i due termini siano compatibili; e ciò con particolare riferimento all’Europa, per la quale in questa fase  del suo processo di integrazione ci sentiamo impegnati a seguire con particolare attenzione il dibattito in corso,  augurandoci che si possa pervenire alla definizione di norme e assetti istituzionali che, nel più ampio rispetto dei principi democratici, consentano agli “Stati Europei ” di svolgere un ruolo determinante nel promuovere una “globalizzazione sostenibile”, o per meglio dire “positiva”. Compito impegnativo  che i popoli Europei saranno in grado di assolvere in misura tanto più valida quanto  maggiore sarà la consapevolezza dei Valori che costituiscono la base della loro comune cultura.

 


 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Noi ci siamo posti l’obiettivo di affrontare il tema di oggi con una domanda chiave: in questa globalizzazione che sembra comportare tanti benefici di carattere materiale, tanto progresso, tanto benessere si sentono i germi di alcuni rischi: ci sono veramente dei rischi in questo processo di globalizzazione? Quali sono? Dove sono? Perché ci sono? Come potranno esser risolti?
Apparentemente noi abbiamo avviato il processo di globalizzazione utilizzando degli schemi, cari al Professore Siniscalco, meccanismi logici, razionali, quali il mercato per esempio, e sono stati valutati meno invece gli impatti sull’uomo e sulle sue esigenze. La razionalità dei sistemi non è sempre stata forse adattata all’uomo, addirittura si è temuto che alcuni fatti, come per esempio il sociale, la morale, potessero essere uno ostacolo al processo di globalizzazione potendo diventare, che so, una specie di fondamentalismo.
Le presentazioni le ha già fatte l’Ing. Rebecchini, quindi io passerei la parola subito a Ferdinando Adornato. La proposta è di fare tra i 10 e 15 minuti – il Prof. Fisichella ha proposto 12 minuti e mezzo! – per il primo intervento, e successivamente un secondo giro di altri 10 minuti. Ferdinando.

 

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On.le Ferdinando Adornato


Autorità, Eminenza reverendissima, illustri relatori, Signore e Signori, vorrei anzitutto ringraziare l’ing. Rebecchini e l’amico Gotti Tedeschi per l’invito a un appuntamento che sta diventando un evento, che si ripete ogni anno con una certa rilevanza nel dibattito intellettuale italiano ed europeo.
La discussione di oggi è, a mio modo di vedere, assolutamente stringente per il nostro futuro; le due questioni principali che stanno sullo sfondo sono quelle dell’identità della nuova Costituzione europea e del rapporto con gli Stati Uniti. Dal mio punto di vista questi due problemi sono, come si vedrà, abbastanza intrecciati.
Cominciamo comunque con il primo. Il  mio modo di vedere è che non è possibile pensare una Costituzione europea che si limiti ad essere un puro fatto di ingegneria istituzionale. Senza una contestuale riflessione sulla identità europea, senza il raggiungimento di una comune consapevolezza intorno a una comune idea di Europa i costituenti avranno una vita assai difficile, oppure dopo di loro i nostri popoli. Qualcuno si chiede addirittura se sia possibile tracciare tali linee comuni. Molti anni fa Federico Chabod in saggio poi diventato un classico disegnava il principio centrale dell’identificazione dell’Europa interno all’esistenza di un fatto di coscienza e di pensiero, ad una certa forma di civiltà che si definiva, come diceva Chabod, individualità storica e morale. Occorre ritornare a quel libro forse, a quell’idea hegeliana per cui l’Europa è il paese del passaggio della libertà smisurata alla realizzazione personale, all’innalzamento del personale sull’universale.
È assolutamente indispensabile tornare a queste tracce, perché esse, cioè le idee stesse della fondazione dell’Europa, sono state tradite dal Novecento, dall’affermarsi dei totalitarismi; e, quindi la nostra identità si è andata scolorando, quasi smarrendo. Innanzitutto è stata tradita l’identità stessa, nel suo cuore, l’identità dell’Occidente. Il nazismo, con Heidegger diceva di essere il compimento della metafisica occidentale, il marxismo pretendeva di essere l’erede della filosofia classica tedesca; in realtà entrambi, il nazismo e il marxismo, hanno annichilito l’idea di Europa, hanno combattuto l’idea di Europa e di Occidente perché hanno combattuto quell’umanesimo laico e cristiano che per secoli ne era stato il fondamento.
In cosa consiste il fondamento fornito dall’umanesimo laico e cristiano? Non le classi, come si è voluto negli ultimi due secoli; non le razze, come si è voluto nell’ultimo secolo; non lo Stato, come ancora in qualche caso si vuole; neanche la scienza, come oggi si pretende sempre di più, ma l’uomo, la persona, l’individuo sono la centralità della storia, il cuore della società, l’inizio e il fine di ogni nostra azione. Questa centralità dell’uomo è il fondamento dell’idea d’Europa, la sua genesi. Non ci sarà Europa, allora, se sulle nostre terre non tornerà a sventolare questa bandiera, al di sopra di ogni residuo di classismo, di statalismo, di razzismo. E voglio dire chiaramente che non c’è alcun motivo per cui il richiamo a questa tradizione non debba figurare nel testo della nuova Costituzione.
Il XXI secolo, a mio modo di vedere, non comincerà mai davvero fino a che non verrà sanata questa cesura che il XX secolo ha provocato, e che ci ha portato lontano dalle fondamenta stesse dalla nostra civiltà. Occorre allora saper riannodare quel filo storico che dai Comuni al Rinascimento, passando per l’era delle grandi scoperte geografiche e scientifiche per arrivare poi al liberalismo dell’Ottocento, ha segnato l’avventura europea, che era partita con Roma e con Atene come avventura basata sul rischio che l’uomo doveva sapersi assumere corrispondendo al mandato della Genesi: creare, produrre, scoprire nel nome della comunità, sviluppando quell’etica della responsabilità senza la quale nessuna libertà può davvero dirsi tale.
Guardate che anche i concetti moderni come quello di economia sociale di mercato, che sono stati anche scimmiottati in diverse versioni, non sono solo meccanismi di compatibilità. L’economia sociale di mercato non è solo un sistema di compatibilità da decifrare, da organizzare. Al contrario, essa é una costruzione ideale, una costruzione etica. Ecco perché tutte le forze culturali e politiche che si avvicinano alla gestione dell’economia sociale di mercato, se pensano che si tratta solo di impadronirsi di meccanismi di contabilità falliranno, perché per governare un’ economia sociale di mercato bisogna capirne il nucleo etico, la costruzione ideale che appunto è sottesa alle politiche economiche di governo dei mercati. E la costruzione ideale, appunto è la centralità della persona.
Il secondo capitolo per cui l’Occidente, l’Europa si è tradita nel XX secolo riguarda il suo ruolo nel mondo. Il Novecento ha tradito da questo punto di vista l’Europa perché ha interrotto il suo pensare a se stessa nella storia del mondo e pensare alla storia del mondo in relazione a sé. Il nostro continente, da Pericle a Bismarck, era stato la culla di ogni innovazione politica mondiale; con i primi tre decenni, al terzo decennio del secolo scorso questa linea si è spezzata di fronte alle domande dei nuovi cittadini che chiedevano nuove organizzazioni statali adatte a una democrazia non più elitaria ma che andava diventando di massa. Di fronte a cittadini che per la prima volta, ad esempio, chiedevano insieme pane, casa, lavoro, ma anche sport, spettacolo, cultura la nostra risposta, la risposta a questa novità mondiale, la risposta europea sono state le tre dittature di Hitler, di Stalin e di Mussolini. Nella giovane America la risposta, al contrario, in quegli anni  si chiamava Roosevelt. Là si parlava di nuove albe, da noi si profilavano tragici tramonti; là si andavano disegnando nuove frontiere per conciliare bisogni di masse e regole di nuova democrazia, da noi suonavano più familiari sinistri concetti di democrazia popolare o di grande proletaria e di massa, si preparavano solo gli stermini. Era inevitabile, forse allora, che a metà del secolo scorso fosse la figlia, cioè l’America, ad aiutare la madre, l’Europa, ad uscire dall’incubo sottraendole però, dopo 2000 anni, la leadership del mondo.
È probabile che un certo anti-americanismo diffuso tuttora nella élite europea ed anche in Italia in tutte le collocazioni politiche, lontano dall’essere un sentimento innovativo o addirittura rivoluzionario sia una semplicissimo spirito di revanche, un rancore malmostoso di fronte a un’inedita inferiorità che parte dell’Europa ancora ritiene ingiusta e ingiustificata. Ma non ci sarà Europa o identità europea effettiva se non ritroveremo tutti, i Paesi dell’Europa, i popoli e anche le élites la capacità di tornare a pensare in grande, a pensare a noi stessi in relazione al mondo, soprattutto mentre il mondo ci chiede con la globalizzazione di tornare a questo nostro ruolo, il che significa - lo sappiamo - nuove assunzioni di responsabilità politiche e anche militari, ma significa soprattutto superare questa sindrome americana e tornare alle radici della nostra identità, anche perché la globalizzazione pretende l’affermarsi, a mio modo di vedere, di quello che chiamerei una società etica.
Il pericolo della globalizzazione - per rispondere a Gotti Tedeschi - non sta, secondo me, tanto nella diffusione dell’economia e dei commerci su scala globale, anzi, da questo punto di vista le statistiche dimostrano come i Paesi più poveri sono stati aiutati a crescere nell’arco del tempo. È ovvio che ci vogliono politiche di solidarietà e di equilibrio ecologico, e su questo i Governi devono fare attenzione, ma il movimento economico della globalizzazione in fondo è un meccanismo positivo per la crescita e la diffusione del benessere nelle aree del pianeta. A mio modo di vedere il pericolo, che non è finora segnalato da nessun movimento, quello che a mio modo di vedere è il più grande è il pericolo culturale, è il pericolo che chiamerei di una frattura di civiltà, continuando sulla logica di questa mia esposizione, vivere senza passato e senza futuro, senza alcun richiamo ai valori, cioè il prevalere del nichilismo.
L’universo comunicativo nel quale viviamo, seppure si nutre come se fosse pane della retorica del futuro, mostra l’evidente tendenza ad appiattire il nostro sistema di relazioni temporali imponendoci una sorta di dittatura del presente. Le società tradizionali vivevano con la mente rivolta alle loro origini, le società nate con la rivoluzione industriale erano proiettate verso il futuro, le società figlie dell’informazione globale rischiano di autorecintarsi nella gabbia di un eterno presente, nella filosofia del giorno per giorno. È paradossale forse, ma proprio la civiltà degli archivi elettronici, il mondo delle grandi banche dati si rivela quello più incline a recidere le relazioni temporali tra gli eventi. Basta seguire le dinamiche dei media: ciò di cui si smette di parlare per qualche giorno è come se non esistesse più. Vero è solo ciò che succede nel giorno presente, ma così si organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che è successo prima di noi, e subito dopo l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere. Non più l’esperienza né conoscenza, ma la novità, questa è la nuova venerata musa che ormai domina la nostra cultura diffusa. Il fatto nuovo tende ad assumere tutta l’importanza che la civiltà fino a questo momento ha assegnato al fatto storico; si può dire forse che gli uomini si stiano abituando a considerare ogni conoscenza come transitoria, ogni stadio della loro attività e della loro relazione come provvisorio, ciò che è stato creduto da tutti per tanto tempo e dovunque oggi non sembra più avere gran peso.
Voi capite come, se questa è la direzione di marcia, essa sia in grado di mutare l’identità stessa della nostra civiltà preparando uomini che non dipenderanno più per nessuna abitudine mentale dal passato, e quindi trasfigurando le categorie stesse di apprendimento, di formazione, di educazione così come noi lo abbiamo conosciute. Ecco perché a mio parere il problema dell’educazione e dell’istruzione dovrebbe essere il primo problema, il primo punto all’ordine del giorno delle agende di tutti i Governi occidentali.
Ma la contrazione dei nostri rapporti con il passato non è tuttavia, come pure si potrebbe ritenere, propedeutica alla crescita di una opposta propensione verso il futuro, all’aumento cioè delle nostre capacità progettuali. Ogni progetto, infatti, funziona se sa di potersi trovare di fronte a una relativa varietà e a un numero limitato di eventi imprevisti, ciò che fino al Novecento è stato, se ci pensate, relativamente agevole. Tutti gli eventi della vita fra i quali l’intelligenza progettuale poteva esitare appartenevano a specie note, l’uomo godeva insomma di un imprevisto limitato nella propria vita, il che conferiva un grande valore alla storia con la S maiuscola. Essa insegnava che grosso modo l’andamento della vita era progettabile sulla base di ciò che era già avvenuto.
Oggi non è più così. Oggi, a causa della massiccia avanzata dell’apparato scientifico e tecnologico l’imprevisto ha cominciato a dilatare il suo potere sulla vita degli uomini, e oggi, nel momento in cui la principale forza produttiva è diventata la comunicazione, e motore di ogni apparato è l’intelligenza, le nostre capacità di previsione tendono ad assottigliarsi, perché l’intelligenza non è prevedibile neanche da se stessa. È paradossale, ma più imprimiamo al mondo le caratteristiche della nostra intelligenza, meno esso diventa progettabile; l’eccezione è diventata regola. Il disordine, la poliedricità, la voracità, la non controllabilità dell’intelligenza diventano il disordine, la poliedricità, la voracità, la non controllabilità del mondo. Siamo sempre più ansiosi di sapere dove andiamo, ma in realtà siamo sempre meno capaci di saperlo.
Anche in questo caso risultano del tutto intuitive le inevitabili conseguenze sulle nostre civiltà, specie se si consideri che la tradizionale funzione di unificazione etico-politica degli Stati sta venendo meno proprio a causa della globalizzazione. È sempre meno chiaro cioè, proprio mentre aumentano, si moltiplicano le opzioni culturali e gli stili di vita, è sempre meno chiaro ai cittadini quali istituti siano legittimati a custodire, a tramandare l’identità - visto che parliamo di identità. È sempre meno chiaro e quindi è sempre più forte e evidente un deficit comunitario; viene meno il senso della comune appartenenza a una scala di valori. Ecco perché parlavo prima di società etica, perché se la tradizionale funzione di unificazione etico-politica degli Stati viene scemando, è chiaro che essa, se vogliamo avere una identità, questa funzione di tramandare l’identità deve essere sempre più assunta dai soggetti della società civile, dalle singole professioni, una società capace di restituire giorno per giorno e tramandare i suoi valori, supplendo a quel ruolo che noi europei siamo stati abituati a considerare patrimonio dello Stato e che oggi non può più essere patrimonio dello Stato.
L’umanesimo laico e cristiano sono le fondamenta della nostra tradizione, guai a dimenticarlo, ma l’abbiamo dimenticato, l’abbiamo dimenticato grazie al Novecento. Bisogna affrontare questo nodo con grande equilibrio; ho già detto sulla Costituzione europea, ma aggiungerei di più: devono moltiplicarsi gli incontri di studio in tutta Europa, ma soprattutto i nostri sistemi scolastici forse devono cominciare a trovare aree di omogeneità in tutto il continente. La storia europea deve diventare una particolare materia di studio di tutto i nostri ragazzi; l’Europa non sarà di nuovo Europa, l’Europa grande che abbiamo avuto, se sarà soltanto l’Europa degli Chirac, degli Aznar, dei Blair, dei Berlusconi, degli  Schroeder e non, al tempo stesso, anche quella dei Manzoni, dei Cervantes, dei Dante, di Beethoven e di Shakespeare, se non diventerà il cielo comune la nostra grande storia e la consapevolezza dei valori che ci hanno fondato, dai quali siamo partiti per riconoscere una comune identità e delle comuni radici.
Questa operazione è gigantesca, e non si può certo chiudere in un anno, è un’operazione storica; ma si dimostra tanto più importante in questi giorni nei quali le pagine della nostra storia, che ci stanno attraversando la vita, sono pagine inedite, difficili, pagine che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare, e ci segnalano la possibile apertura di grandi aree di diffidenza tra Europa e Stati Uniti. Mai come negli ultimi tempi, infatti, dalla crisi medio-orientale al Vertice di Johannesburg, fino all’attuale confronto sull’Iraq si sono fatti più forti e ripetuti i segnali di distanza e di ostilità lanciati da alcuni Paesi dell’Unione Europea in particolare, verso Washington, fino a non fare intravedere il pericolo di una frattura politico-culturale di ciò che fino ad oggi abbiamo chiamato Occidente. Tali segnali non sono sempre univoci e coerenti, anzi, sono in genere caratterizzati da una palese contraddizione: da una parte si rimprovera infatti agli Stati Uniti arroganza e unilateralismo, come il caso dell’Iraq, dall’altra all’opposto li si accusa di isolazionismo, come sul mancato decisionismo sulla vicenda israelo-palestinese o le obiezioni sul Protocollo di Kyoto, o il Trattato sui tribunali internazionali. Probabilmente parte delle classi dirigenti europee non hanno ancora superato quella miscela, quella sindrome americana di cui parlavo prima.
Ma più che tornare ora sulle profonde cause storiche ed ideologiche dell’anti-americanismo, vale la pena di riflettere su una circostanza dell’attuale scenario geo-politico, che dobbiamo aver presente. Una rottura con gli Stati Uniti sarebbe per il futuro dell’Europa, che sta sul titolo del nostro Convegno, un disastro economico, politico, civile, etico.
Da questo punto di vista va segnalato, al contrario, il ritorno in alcune élites intellettuali e anche politiche di una teoria secondo la quale gli Occidenti sarebbero due. È una tesi assai discutibile; l’Occidente è uno e nonostante divisioni, incomprensioni e anche diversità nei modi di affrontare la vita, la madre Europa e la figlia America recitano nel mondo all’interno di uno stesso orizzonte di valori comunitari. L’identità dell’Europa che prima ho sinteticamente richiamato è l’identità dell’Occidente.
Non ho il tempo di trattare perché l’Illuminismo francese in realtà ha creato una cesura rispetto a questa identità, prima del XX secolo. Ma non è comunque contestabile, anche se il peso dell’Illuminismo francese è stato molto forte, che il DNA della filosofia pubblica di Stati Uniti e di Europa restituiscono ad entrambi la stessa connotazione genetica, che dall’arca che sancì l’alleanza tra Dio e popolo, alle innovazioni del Diritto Romano e alla prassi della polis greca ha segnato il cammino di quella che poi sarà poi definita la civiltà giudaico-cristiana. Del resto, più pragmaticamente, dalle politiche della difesa a quella della sicurezza, dalle relazioni commerciali a quelle culturali, se l’isolazionismo americano è sempre stato per noi un male, un presunto isolazionismo europeo dagli Stati Uniti sarebbe un vero salto nel buio, e per il mondo una pericolosa destabilizzazione. Non è dunque solo la memoria a legarci a Washington, anche se l’Italia e l’Europa non potranno mai dimenticare l’impegno di sangue e il debito di libertà assunto con l’America. No, non è il passato, è il futuro, soprattutto il futuro con le sue incognite, il futuro della globalizzazione a chiederci di non spezzare quell’unica rotta storico-culturale che chiamiamo Occidente.
A tal proposito non mi sono sembrate sagge le parole, che invece di solito sono assai spesso sagge, del Presidente Prodi quando ha applaudito la restaurazione dell’alleanza tra Parigi e Berlino come “nucleo portante”, cito tra virgolette, della politica dell’Unione. Al contrario, una eventuale egemonia dell’asse franco-tedesco, frutto di una miscela magari tra il colbertismo statalista francese e il modello renano, segnerebbe un pesante arretramento sociale dell’intero continente, facendo alla fine emergere un vero e proprio deficit di libertà. Bisogna semmai far di tutto affinché l’Inghilterra acceleri la propria integrazione nell’Europa, perché il segreto dell’Unione è nell’alleanza più vasta tra tutte le sue componenti nazionali e culturali, e se il tempo che viviamo è il tempo che ci deve far passare dal welfare state alla welfare community, cioè la riappropriazione da parte della società civile della gestione dei beni pubblici, il modello anglo-sassone può esserci molto, molto utile.
In conclusione, si tratta di superare quella che in Italia è stata una antica ostilità tra laici e cattolici, creata dalla nascita dello stato unitario, per tornare anche da noi all’idea fondativa dell’Occidente che vede insieme, invece, il liberalismo e il cristianesimo. Se proprio si vuole avere dei modelli, essi sono nell’antichità, sono all’origine della vita della stessa umanità; i modelli, per chi crede è ovviamente Gesù, il modello per chi non crede è Socrate, entrambi però hanno saputo sacrificare la loro vita per le idee in cui credevano, entrambi hanno saputo legare libertà e verità. Socrate diceva: non c’è altra scelta se non la scienza del bene; e Cristo ci ha insegnato a distinguere per la libertà tra il bene e il male. Ebbene, io vedo prevalere un certo nichilismo anche nei Paesi europei, e invece saper tornare a distinguere tra bene e male, saper tornare a combattere per la libertà e a credere nelle proprie idee credo che sia la medicina giusta per una nuova Europa.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Grazie a Ferdinando Adornato, che magari ha preso un po’ più di tempo del normale, però ha fatto una sintesi anche della storia della sua evoluzione intellettuale e della nascita e dello sviluppo della sua creatura che è Liberal, la Fondazione Liberal.
Bene passo la parola subito al Prof. Domenico Fisichella.

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Sen. Domenico Fisichella


Eminenza, Autorità, Signore e Signori, in primo luogo un grazie affettuoso all'antico amico Gaetano Rebecchini, il quale ha voluto che ancora una volta partecipassi ad una delle tavole rotonde del Centro di Orientamento Politico, promosso anche dal dott. Gotti Tedeschi; e mi fa piacere di essere ancora qui insieme a tanti autorevoli colleghi.
Il tema che ci è stato affidato è quello del rapporto tra democrazia e mercato o, se volete, del ruolo della democrazia e del mercato nel futuro dell'Europa, il che significa una analisi che potenzialmente potrebbe svilupparsi ad una molteplicità di livelli, perché c'è il livello prescrittivo, c'è il livello descrittivo, c'è il livello del rapporto fra la democrazia e il mercato; sono tutte possibilità di esame che hanno una loro dignità. E tuttavia dobbiamo evitare di mescolare eccessivamente gli ambiti, quello analitico-descrittivo e quello prescrittivo, non perché la prescrizione non conti, ma perché chiarire in qualche modo i termini dei problemi per ciò che essi sono, in termini di relativa obiettività, nei limiti in cui si possa parlare di descrittività, può essere utile soprattutto se si considera che la grande questione che poi sta sullo sfondo di tutti questi convegni, che è il tema della globalizzazione, è una questione che intreccia in maniera spesso inestricabile dati di fatto e, insieme, elementi prescrittivi per un verso, elementi ideologici per un altro verso.
La globalizzazione, come è stato detto, come tale è un fatto, si iscrive negli elementi di realtà, però con riferimento a questo fenomeno così straordinariamente complesso poi si sollevano dall'una parte o dall'altra tutto un insieme di questioni che hanno a che vedere con una dimensione più squisitamente prescrittiva, o addirittura (qui siamo già in un'area di problematicità che in qualche modo può addirittura vulnerare il principio di realtà) ideologica. Perciò le questioni sono molte, ma veniamo a democrazia e mercato; prenderei rapidissimamente le mosse da quel versante della scienza politica che enuncia, elabora teorie economiche della democrazia.
Le grandi teorie economiche della democrazia mettono in evidenza che cosa? Così come sono state formulate, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, mettono in evidenza i forti elementi di analogia che ci sarebbero tra il mercato e la democrazia. Il mercato è fondato sulla concorrenza dei soggetti economici, il profitto è la finalità che si prefiggono i soggetti economici; si dice che la democrazia è anch'essa fondata sulla logica, non dirò di concorrenza, ma di competizione, e quindi questo è un elemento analogico; l'altro elemento analogico è che la ricerca del consenso, così come la ricerca del profitto nel mercato, è la finalità essenziale della democrazia.
Attorno alla teoria o alle teorie economiche della democrazia poi si sono intrecciate tante altre questioni. Una è la questione dell'uomo razionale. Si parte dall'assunzione, non di rado, che l'uomo economico sia uomo razionale, e qui si può cominciare a delineare una grande distinzione rispetto al comportamento dell'uomo politico, che può non rispondere sempre alla razionalità strumentale. Si può aggiungere peraltro che anche l'idea di uomo razionale come riferita all'uomo economico ha molte confutazioni in punto di fatto.
Qual è il problema? O quali sono i due ordini di problemi fondamentali che hanno a che vedere con questa grande analogia tra la democrazia e il mercato, così come sono state evidenziate dalle teorie economiche della democrazia? La prima questione ha a che vedere con l'autonomia rispettiva del mercato come area della dimensione economica, e della democrazia come area della dimensione politica, nei loro rapporti reciproci. La democrazia non può non assumere l'autonomia della politica rispetto alla dimensione economica, e non può non assumere anche l'autonomia della dimensione economica, e per un altro verso della dimensione culturale, inclusa la dimensione etico-religiosa, rispetto alla politica. Questo è il primo grande ordine di problemi.
Il secondo grande ordine di problemi è che il mercato non sempre opera sulla base della logica della concorrenza, e non sempre assume che oltre alle regole che ineriscono al mercato – concorrenza e profitto – ci sono anche delle regole che la politica dà al mercato perché il processo economico si iscriva in un quadro che in qualche modo tenda a realizzare finalità di interesse generale. Il perseguimento del profitto ha a che vedere con i legittimi interessi particolari. È possibile, ma è una questione sulla quale si può discutere, che la mano invisibile del mercato realizzi direttamente e automaticamente, senza interventi della mano politica, anche le finalità di una ragionevole crescita dello sviluppo generale, crescita del benessere e così via. E tuttavia ci sono comunque almeno delle regole del giuoco, ulteriori rispetto alle regole proprie e specifiche del mercato economico, che investono la responsabilità della politica. Quindi ci sono due grandi ordini di problemi: il primo problema è l'autonomia rispettiva del mercato rispetto alla politica e della politica rispetto al mercato, il secondo grande ordine di problemi è l'insieme di regole del giuoco, alcune delle quali endogene al mercato, ma certamente altre esogene rispetto al mercato, in quanto riferibili al perseguimento dell'interesse generale come funzione della politica rispetto agli altri soggetti che operano nella vita individuale e collettiva.
E qui nascono alcune fondamentali obiezioni, o per lo meno alcune fondamentali questioni. Il mercato opera sempre secondo la logica della concorrenza? Accade che il mercato possa operare non secondo la logica della concorrenza ma anche secondo altra logica. Certamente i soggetti economici concorrono, competono tra di loro ed in maniera anche molto marcata, però si possono determinare due fondamentali interessi che li portano ad accordarsi, a concorrere non nel senso di competere, ma a concorrere nel senso di convergere. Il primo interesse che può portare i soggetti economici a convergere è affermare una tendenza alla preminenza del dato economico sul dato politico. Il secondo elemento che può portarli alla caduta della concorrenza, ad una attenuazione forte della concorrenza è che – talvolta o spesso, è questione empirica e quindi da accertare empiricamente – i soggetti economici tendono a controllare il mercato per evitare che il mercato operi secondo le regole della concorrenza.
Dall'altra parte non vi è dubbio che la politica ha teso spesso a prevaricare sulla economia, e quindi noi abbiamo assistito storicamente, per tutto un arco temporale del XX secolo, a forme di interventismo marcato della mano politica nel mercato, che hanno realizzato un vulnus talvolta profondo rispetto all'autonomia dei processi economici di fronte alla politica, di fronte alle decisioni politiche. Dall'altra parte si può verificare – e probabilmente è il fenomeno che in qualche modo più inerisce alla fase della globalizzazione – il processo inverso, con la tendenza dei soggetti economici ad imporre, a ribaltare quella che è stata una tradizione almeno bi-millenaria della nostra cultura, a ribaltare il cosiddetto primato della politica rispetto alle altre manifestazioni della vita collettiva.
Questo fenomeno non nasce oggi: vorrei che fosse ben chiaro che l'idea che il primato della politica tenda a concludersi è un'idea almeno ottocentesca. Non possiamo dimenticare quello che scriveva Engels quando metteva in evidenza che lo Stato si estingue, e va notato che quando parlava dello Stato parlava della proiezione istituzionale della politica; non possiamo dimenticare che le grandi ideologie tecnocratiche della prima metà dell'Ottocento sono tutte fondate sulla duplice idea della fine della politica e dell'emergenza dei nuovi grandi soggetti che guidano, dirigono le grandi corporations e che diventano perciò le vere classi dirigenti della società industriale avanzata. Allora non c'era l'idea di società post-industriale, ma se pensiamo a Saint-Simon che propone un'idea di parlamento industriale non più composto dai politici, ma composto da ingegneri, da imprenditori, questa è l'espressione più evidente di come già allora fosse chiaro il proposito di un superamento della politica.
Non vi è dubbio, peraltro, che il fenomeno della globalizzazione è un fenomeno che si può anche leggere, si può anche problematizzare nel senso di una caduta della politicità. E perché questo? Questo per una ragione essenziale che è legata al ruolo dello Stato. La globalizzazione per definizione scavalca i confini dello Stato. Noi abbiamo sempre immaginato, almeno da mezzo millennio a questa parte, e comunque da quando si è posto il problema della «democrazia dei moderni», che tale democrazia è quella realtà politica che si iscrive all'interno del quadro istituzionale della statualità. Noi possiamo cominciare a parlare di democrazia dei moderni (in senso lato) da quando emergono le istituzioni rappresentative, e le istituzioni rappresentative intervengono all'interno dello Stato nazionale.
Lo Stato nazionale oggi viene messo in discussione, viene battuto in breccia, viene sfidato da una molteplicità di soggetti che operano lungo una logica che non è più la logica che fa coincidere la società civile con lo Stato, talché lo Stato è il contenitore istituzionale della società civile, ma ne travalica drasticamente i confini. E qui si pone una serie di grandi questioni per la democrazia.
E veniamo all'Europa. Qui c'è un fatto importante. Quale? C'è un precedente. Gli Stati Uniti e l'Europa non sono la stessa cosa perché molto diverse sono le basi culturali, le basi istituzionali e così via, nelle quali si può collocare il discorso della genesi della esperienza americana e della genesi della esperienza unitaria europea. E tuttavia, al di là di questi aspetti ci sono viceversa altri aspetti, sui quali eventualmente poi mi soffermerò, che ci collegano alla realtà americana, e uno in particolare. I padri fondatori, gli autori del «Federalista» distinguono tra democrazia e repubblica, e dicono una cosa che è molto importante: la rappresentanza politica (le istituzioni rappresentative) nasce in Europa, ma noi siamo i primi che applicano il principio rappresentativo in una grande estensione territoriale e in una grande estensione demografica. E quindi loro distinguono tra la democrazia e quella che chiamano la repubblica: e noi Stati Uniti siamo una grande repubblica, cioè siamo un grande contesto istituzionale nel quale è centrale il ruolo della rappresentanza politica tendenzialmente elettivo – quando loro parlavano non era ancora tale su basi ampie perché il suffragio si espande negli Stati Uniti in una fase successiva – ma la rappresentanza ci consente di superare i limiti angusti che erano stati dell'antica democrazia, della vecchia polis.
Ecco allora che qui si pone la grande sfida europea, la creazione di istituzioni che consentano di realizzare forme di democrazia in grandi ambiti territoriali e in grandi ambiti demografici, sapendo peraltro che una delle tante regole della democrazia è la seguente: più il potere è vicino a coloro sui quali viene esercitato, più il potere è suscettibile di controllo; più il potere è distante da coloro sui quali viene esercitato, meno è suscettibile di controllo. E allora il problema è: più si ampliano gli spazi, più crescono i numeri demografici e più corriamo il rischio della difficoltà di controllare da parte del demos le istituzioni, a meno che la capacità funzionale della rappresentanza e il rapporto tra istituzioni rappresentative e istituzioni di governo non siano organizzati in maniera tale da rendere questo rischio e il costo della distanza in qualche modo tollerabile.
Questa è la cornice problematica attorno alla quale io volevo richiamare l'attenzione in questo primo mio intervento.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Vorrei chiedere al Prof. Siniscalco prima di iniziare a fare la sua esposizione di spiegare una cosa che il Prof. Fisichella ha detto, che trovo fondamentale. Farei questa domanda al Prof. Siniscalco: quanto il Mercato è creato dal processo economico in sé, quindi dalla esigenza nel processo economico?

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Prof. Domenico Siniscalco


(Il testo che segue è la diretta trascrizione di quello stenografico)

Grazie moltissime, un ringraziamento non rituale a quelli che hanno organizzato questa Conferenza e mi hanno invitato, e in particolare a Gaetano Rebecchini, per il motivo innanzitutto di poter discutere con voi  temi così importanti, ma anche per l’occasione che mi ha dato di organizzare in forma sistematica dei pensieri che fanno parte del mio lavoro di tutti i giorni, ma che spesso mi capita di affrontare e di gestire in modo separato. È una cosa molto importante perché stiamo vivendo un momento di cambiamenti rapidissimi. Nel giro di un anno infatti il pensiero dominante, la saggezza convenzionale su questi temi è cambiata radicalmente e quindi forse rifletterci in questo modo aiuta senz’altro me e spero che aiuti un po’ anche voi.
Nel toccare il tema e nel rispondere alla domanda che mi poneva Ettore ovviamente soffro un po’ della mia distorsione professionale di economista, e quindi ve ne parlo dal mio punto di vista, però vi sorprenderò nel dirvi che per quanto il mercato evolva da solo in maniera impetuosa e tenda a spazzare alle volte le democrazie, alle volte le libertà delle persone, e così via, la vera sfida che abbiamo di fronte - per non buttare all’aria tutto e continuare su una strada che fino ad ora, se pur con disfunzioni, è stata in grado di aumentare il benessere e  la libertà - è quella di tenere insieme tre pilastri fondamentali che vicendevolmente tendono a prevaricarsi. Un pilastro è, che volete, il mercato di cui abbiamo parlato; un secondo  è quello delle istituzioni, prima tra queste la democrazia o la repubblica; un  terzo quello della società civile. Senza  un equilibrio continuo tra mercato e società civile si rischia di squilibrare il tutto.
Come vedete, la prendo un po’ alla lontana ma prometto di essere rapidissimo. Non si possono capire queste cose se non si vede l’evoluzione rapidissima che ha avuto il processo di globalizzazione, di cui tanto avete parlato in questa serie di conferenze. Negli anni più recenti, e più esattamente ultimi venti si è assistito a una accelerazione fortissima dei flussi trans-nazionali o globali di tante cose. Sicuramente beni e servizi,  (il commercio estero); delle persone, (le migrazioni); dei capitali, ma anche di beni immateriali come l’informazione, la cultura, la tecnologia e persino di malanni quale l’ inquinamento, le malattie e così via. Oggi tutti nel mondo guardano gli stessi programmi televisivi,  tutti gli studenti di economia studiano su gli stessi libri, dalla Cina al Portogallo, all’Italia. Ci sono le Olimpiadi a Sydney, la velocità con cui l’influenza australiana investe il  mondo si accresce; ci sono epidemie partite da Paesi esotici , come l’Aids, queste investono tutto il globo. Insomma, i flussi di scambi internazionali  sono cresciuti moltissimo e impattano tutti i giorni sulla vita di tutti noi. Non sappiamo da dove viene ciò che mangiamo, non sappiamo da dove vengono certe malattie, guardiamo tutti le stesse immagini televisive. Questo vorrei ancora rimarcare – e così anche il benessere di uno Stato come l’Italia è venuto a dipendere , molto più che in passato, dal comportamento di tutti gli altri paesi del globo.
Questo processo di integrazione non è la prima volta che si manifesta. Pensate ai tempi di Marco Polo, quando funzionava davvero la via della seta, o pensate al Mediterraneo descritto da Braudel; non dobbiamo  dunque pensare di assistere al primo processo di globalizzazione della storia. Questi processi – e qui dissento lievemente da quello che è stato detto prima - non sono irreversibili: per decisione politico-istituzionale possono senz’altro essere arrestati. Pensate al fatto che fino al 1914 il commercio internazionale era più libero di quanto poi lo sia stato dal ‘14 al ’48; pensate a come una politica di immigrazione restrittiva può cambiare i flussi di persone. Quindi non dobbiamo credere che le cose siano in sé irreversibili. Tuttavia questa volta  la tendenza è molto più potente dal punto di vista dell’intensità e della qualità. Innanzitutto  perché sospinta dallo sviluppo demografico, per millenni sulla faccia della terra siamo stati meno di due miliardi; poi grazie ai progressi nella medicina, siamo rapidamente arrivati a sei miliardi e si dice che tra breve potremo ulteriormente raddoppiare. Ed in secondo luogo, perché  è facilitata dal rapido progresso tecnologico, che facilita la diffusione di conoscenze, informazioni e trasporti.
Per circa venti anni, diciamo dal 1980 al 1999, questo processo è stato sostenuto, devo dire con un prodigio intellettuale, da quello che possiamo definire un pensiero unico, imponente. La teoria economica ci ha spiegava che questo era il migliore dei mondi possibili. La teoria dell’immigrazione ci spiegava  che questi erano i meccanismi riequilibratori di fondo. La teoria dei movimenti di capitali ci  spiegava che i capitali più erano liberi di muoversi  meglio era. Tutto insomma convergeva nello spiegare che questo era l’assetto economico mondiale gradito e preferibile. Era una specie economia del dottor Pangloss, se vi ricordate Candide di Voltaire: qualsiasi cosa accadesse, veniva reinterpretata e riclassificata sempre come la migliore possibile.
Questo tipo di analisi sfocia negli anni ‘90 in quello che viene definito, nel gergo degli addetti ai lavori come  il consenso di Washington: il Washington consesus, cioè un insieme di regole e principi sviluppati a Washington dal Tesoro americano, dal Fondo Monetario, dalla Banca mondiale, che saranno il fondamento dell’ordine economico mondiale che dura fino al 2000: massima libertà dei movimenti dei capitali, massima libertà dei commerci ed altro ancora. Certamente ci furono critiche e dissensi: critiche alla diseguale distribuzione dei benefici della globalizzazione tra paesi; allo sfruttamento del lavoro minorile (i bambini che cuciono i palloni nei paesi in via di sviluppo perché noi cigiocassimo); critiche alla distribuzione del reddito all’interno dei singoli paesi, anche di quelli più ricchi. Veniva criticato, ad esempio, il caso di certi   manager che arrivavano a  guadagnare  in un anno 5000 volte  più dei loro subordinati.  Tuttavia si trattava di critiche alle disfunzioni del modello, non al modello stesso. Erano cioè critiche fatte  per tenere in rotta la barca ed evitare gli eccessi.
Mai i processi cambiano spesso ed in modi imperscrutabili. Se si volesse per semplicità datare la rottura del “Washington Consensus” essa si è verificata nel dicembre del 1999 alla Conferenza sul Commercio di Seattle. Evento che avrebbe dovuto imprimere un nuovo impulso alla   liberalizzazione del commercio internazionale:  era presente il Presidente degli Stati Uniti Clinton; erano rappresentati tutti i Paesi. La  Conferenza venne preparata sicuramente male perché molte questioni erano rimaste irrisolte. Personalmente ero presente nella delegazione dell’Unione Europea. Tutti i partecipanti non immaginavano quello che sarebbe accaduto. La Conferenza si bloccò immediatamente, proprio il Presidente Clinton, con la solita propensione a cercare compromessi, girò bandiera, sotto la pressione della piazza cambiò il discorso precedentemente preparato. Il suo messaggio divenne incomprensibile. In tre giorni cambiò il paradigma. Da un modello  panglossiano, come dicevo, emerse l’idea “no global” con cui poi tutti, per i tre anni successivi, abbiamo dovuto fare i conti. La grande ondata di liberalizzazione cominciata nel dopoguerra, con  gli Accordi di Bretton Woods, subiva una battuta d’arresto.
Che cosa era  successo? Sicuramente il modello si era rotto perché c’erano stati eccessi nella distribuzione del reddito, perché c’erano stati fenomeni inquietanti come quello dei cibi geneticamente modificati contro i quali si batteva quel Josè Bouvet, che non è un agricoltore ma un filosofo francese. C’era stati problemi di questo genere ma non solo. Si era verificato qualche cosa di più profondo. A Seattle erano comparsi non solo i movimenti no global,  le tute bianche, i blackblok, e così via, era anche emersa un’inquietudine profonda, diffusa nella classe media, nella nostra classe sociale che la portava a mutare atteggiamento verso questi problemi.
 E perché era mutato? La mia impressione è che tutto ciò era dovuto al fatto che la globalizzazione è qualcosa di più che la crescita dei flussi di cui ho parlato prima - beni, servizi, capitali, persone, conoscenza - è molto di più che un fenomeno economico, la globalizzazione di certo sospinta da motivazioni di carattere economico, ma è anche un fenomeno più complesso in grado di impattare contro sul nostro modello culturale .
Il problema dell’ immigrazione  non si riduce alla possibilità di guadagnare un punto di più o un punto di meno di prodotto interno lordo in Italia o in Tunisia. L’immigrazione è stata qualcosa in grado di rompere le norme sociali dei nostri Paesi, tanto che i partiti che hanno cavalcato l’angoscia contro l’immigrazione hanno poi vinto l’elezioni.
La questione dei organicamente modificati, è una questione che inquieta profondamente: non so cosa mangio e non capisco perché. Questa è una cosa che ha ad esempio particolarmente preoccupato noi italiani e non ha tanto  preoccupato gli americani, che invece si preoccupano di prendere gli ormoni.
Il problema delle malattie, come l’Aids, che su ampie fasce della popolazione hanno creato grande preoccupazione.
L’impressione che ho riportato frequentando sistematicamente questi dibattiti sia in ambito  accademico, sia   in chiave istituzionale in quanto Direttore generale del Tesoro, è che la gente si è molto preoccupata di avere perso il controllo democratico su questi fenomeni. Cioè, non solo non so che cosa mangio, non so che malattie prendo, non so se  l’immigrato sotto casa sia una minaccia, ma non riesco a capire come affrontare  questo fenomeno. I Governi democraticamente eletti non sono in grado di rappresentarmi in modo efficace contro questi problemi.
È presente in sala Fabrizio Saccomanni che ha scritto un libro che si intitola: “Tigri globali, domatori nazionali”, per dire come è difficile per i Governi nazionali contrastare queste tendenze mondiali più forti di loro, sia dal punto di vista istituzionale che dal punto di vista economico.
Io credo che la globalizzazione sia sicuramente un fenomeno economico, ma in grado di porre a rischio gli equilibri su cui si fondano le nostre società. Questo non vuol dire che ci dobbiamo rinunciare, anzi. La globalizzazione  è certamente fattore di grandissimo progresso. Ha consentito aumenti di reddito pro capite ai Paesi meno ricchi. Ha allungato la speranza di vita, cioè l’età media, di intere popolazioni.
Ma  ha anche molti aspetti problematici che devono essere tenuti sotto controllo più di quanto è stato fatto finora. Secondo me è questa la funzione più alta della politica. E il modo di tenerla sotto controllo è  di trovare una giusta sintesi tra mercati -  che sono importantissimi - le istituzioni - ma non posso dire nulla di meglio di quello che hanno detto Fisichella e Adornato - e la società civile, perché sta poi in quello che la gente sente nelle proprie preferenze, nelle proprie attitudini la possibilità in qualche modo di migliorare le nostre istituzioni. E i problemi sono enormi.
Poc’anzi il prof. Fisichella ci ha dato una visione paradigmatica, cartesiana, per esempio, della distinzione tra la sfera del mercato e la sfera della politica. Non si può non essere d’accordo, ma vi pongo un esempio. Le bio-tecnologie sono classicamente un problema etico; in alcuni paesi è ammesso fare esperimenti sulle cellule staminali piuttosto che sulla fecondazione artificiale, ma in latri , per esempio  quelli di tradizione cattolica, questo non è consentito. In teoria i Paesi cattolici scelgono di non farlo e i Paesi più laici  scelgono di farlo. Queste bio-tecnologie sfociano poi in prodotti commerciali ed a questo punto la barriera cade.  Non c’è più separazione. In altre parole  non basta che io impedisca di  fare gli esperimenti sulle cellule staminali in Italia se poi consento la commercializzazione di  un prodotto olandese basato sul quel principio.
E allora, dove intervenire? Cosa fare? Io credo qui ci voglia un grande pragmatismo e anche fermezza, perché nelle società complesse a perdere di mano i processi ci vuole veramente poco.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Quello che dice Siniscalco è molto importante.
 Siamo a due terzi circa della nostra Conferenza e vorrei rilevare un punto di sintesi fondamentale che riprende l’inizio di Adornato, le considerazioni  - definite da Siniscalco cartesiane – del Prof. Fisichella  e una esposizione di Siniscalco stesso che trovo molto importante. Siniscalco fa capire che il problema sta nell’ignorare la società civile; il rischio, quindi, della globalizzazione che fa emergere Siniscalco è che divididere Stato e mercato, significa dividere anche il pubblico dal privato, perché dividere Stato da mercato vuol dire separare pubblico da privato e la società civile, che è la base dello Stato e del mercato, si vede privare di patrocinio. E quindi, fa capire Siniscalco, i movimenti più o meno spontanei sostituiscono la politica. Lo dimostra il fatto che negli ultimi cinque anni il numero degli iscritti ai movimenti ecologisti e di volontariato è venti volte più grande di quello degli iscritti ai partiti politici e stanno sostituendo i partiti politici, ispirando il voto. Il Prof. Possenti ci potrà magari dopo dire se il voto in Germania è stato ispirato da movimenti che non sono politici.
 La parola al reverendo Sirico, che è Presidente del Lord Action Institute che è un punto di riferimento di quella cultura liberale che vuole e deve tener conto della morale cristiana.

 

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Rev. Robert A. Sirico


I tormentoni in politica vanno e vengono, ma da un po’ di tempo a questa parte uno ha conquistato la scena: la globalizzazione . La parola mette assieme sia una designazione geografica quanto una prospettiva filosofica, e in tutt’e due i casi implica uno slittamento d’attenzione dallo Stato nazionale verso questioni internazionali e multinazionali. E’ una parola che ha dimensioni sia positive sia normative: essa sembra abbracciare la realtà contemporanea di un’integrazione economica internazionale e l’impossibilità di un’economia autarchica, e le conseguenze che questo dato di fatto incontra sia in termini di biasimo che di elogio.
«Globalizzazione» viene usata poi come antonimo di isolazionismo o nazionalismo, parole che sono analogamente strette fra il significato e la funzione delle frontiere nazionali.
Al di là di questo aspetto, c’è qualche dubbio che le parole rispecchino davvero un’agenda politica coerente. Uno può essere a favore di una pace globalizzata o di una guerra globalizzata. Del libero scambio globalizzato o di un protezionismo globalizzato. Di un capitalismo globalizzato, o di un socialismo globalizzato. Andiamo a considerare alcune applicazioni della parola «globalizzazione» in diverse condizioni politiche ipotetiche, ma non del tutto irrealistiche.
- La moneta di un Paese asiatico è in caduta libera, ed è stato suggerito che la Federal Reserve americana intervenga in aiuto di questa moneta sui mercati di scambio internazionali. Gli oppositori di questo provvedimento sostengono che così facendo si farebbero dei danni sul piano morale: il Paese asiatico in questione non migliorerebbe lo stato dei proprio conti, e continuerebbe di conseguenza sulla strada dell’inflazione. Chi propone invece un provvedimento del genere denuncia chi non è d’accordo come «isolazionisti anti-globalisti», nonostante la questione del libero mercato internazionale non sia in discussione.
- La Banca Mondiale sta finendo i soldi, avendo riposto la maggioranza dei suoi liquidi in progetti infrastrutturali nelle nazioni in via di sviluppo che hanno fallito e non hanno generato profitti. Inoltre, la Banca Mondiale sta progettando altri interventi con l’obiettivo di salvare dalla bancarotta alcuni Paesi, che nonostante ripetute iniezioni di denaro da Washington stentano a decollare. Chi si oppone a una politica del genere sostiene il libero mercato, ma non il sogno di un «management» mondiale esercitato da agenzie internazionali, ma chi sostiene tali politiche comincia a disegnarne un rozzo ritratto, e intona la cantilena che chi si oppone a maggiori sussidi siano soltanto nazionalisti ed isolazionisti che rigettano la globalizzazione.
- Gli Stati Uniti gettano bombe contro una nazione africana il cui leader non è stato eletto democraticamente, e lo fanno perché suppongono che il leader in questione abbia aperto le porte del suo Paese al riciclaggio di denaro sporco. Le bombe colpiscono aree in cui vivono i civili e distruggono infrastrutture importantissime per la popolazione. I raid sono seguiti da anni di sanzioni economiche che hanno come risultato decine di migliaia di morti. I sostenitori di questa politica imbracciano il globalismo come il loro credo morale mentre a chi vi si oppone viene rinfacciato di ignorare le responsabilità mondiali dell’America.
- L’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale, un altro organismo governativo, interviene in un’ area economicamente depressa dell’America Latina. Osservando la disparità fra popolazione e cibo a disposizione, l’Agenzia decide che è necessaria una campagna per il controllo delle nascite. I membri del Congresso sono oltraggiati che il denaro dei contribuenti americani venga usato per promuovere una politica denatalista, e tagliano i sussidi a questa Agenzia, che risponde denunciando i politici come contrari alla globalizzazione.
Da questi esempi, dovrebbe essere chiaro che nessun’etica politica può essere identificata come costantemente «globalista» o costantemente «nazionalista». Favorire il libero scambio e lo sviluppo mondiale può essere «globalista» ma allo stesso tempo non si può dire che favorire una politica internazionale pacifista oppure opporsi a nuovi stanziamenti per le agenzie internazionali sia opposto rispetto alle coordinate filosofiche di un’economia globale. Essere «isolazionista» sulle questioni riguardanti guerra e pace non significa necessariamente essere a favore del mercantilismo e del protezionismo come politiche economiche. Uno può essere globalista in economia ma isolazionista per quel che riguarda l’uso delle agenzie militari e internazionali. 
Sulla destra dello spettro politico, negli USA, noi troviamo gruppi che rigettano la globalizzazione in economia e l’uso dell’esercito nei conflitti stranieri , e allo stesso modo troviamo chi sostiene l’isolazionismo in economia e supporta costantemente l’uso della forza come mezzo di politica internazionale . A sinistra, invece, non è raro trovare gruppi che rigettano sia la globalizzazione economica sia l’interventismo militare, ma invece simpatizzano con la pianificazione internazionale patrocinata dall’ONU .  Nessun dubbio che vi siano molte combinazioni politiche che possono essere citate su questa falsariga, ognuna delle quali fallisce nel distinguere fra forme desiderabili e forme indesiderabili di globalizzazione.
Questa ambiguità terminologica, ma non la stessa confusione intellettuale, si riflettere analogamente nel pensiero cattolico. Dobbiamo fare qualche distinguo. La Chiesa, guidata da Giovanni Paolo II, ha costantemente abbracciato la globalizzazione fino a che è coerente con il pensiero sociale cattolico . Quando invece non è coerente con questo insegnamento, la globalizzazione è dichiarata in contrasto con la dignità e i diritti umani. Intendo dimostrare che questa posizione è interamente condivisibile e consistente logicamente. Andiamo a vedere ad alcuni dei recenti esempi dell’uso delle parole «globalista» e «globalizzazione» nelle prese di posizioni della Chiesa.
Il 30 giugno 2000, l’Arcivescovo Diarmuid Martin, allora segretario del consiglio pontificio per Giustizia e Pace, parlò alla sessione speciale dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a Ginevra. Egli disse:
 «Nessun settore della società può da solo risolvere in modo soddisfacente. In cinque anni da Copenaghen, noi abbiamo inoltre realizzato che nessuna nazione singola o blocco economico può sperare di risolvere problematiche che hanno ormai assunto una dimensione globale. Un’autentica comunità internazionale dev’essere creata, in cui ciascun settore e ciascuna nazione si assuma ruolo e responsabilità appropriati, in un quadro d’insieme di solidarietà e rispetto per i diritti e la dignità di ogni persona. Ora più che mai nella storia umana noi abbiamo bisogno di un ordine internazionale in cui le relazioni fra gli Stati siano basate sul «rule of law» e sul rispetto per norme su cui vi sia ampio accordo internazionale e che siano basate su solidarietà e fiducia reciproche. Tutti gli Stati, ricchi o poveri, devono avere ugual accesso al processo di decision making nel mondo globalizzato. Il termine «globale» deve diventare sinonimo di «inclusivo»! Per usare le parole di Papa Giovanni Paolo II, abbiamo bisogno di «globalizzazione con solidarietà, globalizzazione senza marginalizzazione». Non c’è, infatti, nessuna alternativa sostenibile alla solidarietà.  L’altra opzione sarebbe un mondo basato su relazioni protezionistiche, a loro volta fondate su paura, sospetto ed esclusione»  .
In questi commenti noi troviamo un’enfasi sulla solidarietà del popolo nelle sue relazioni politiche ed economiche. E’ questa solidarietà - il loro interesse comune come gruppo unito da una missione e da uno scopo - che viene identificata con la globalizzazione. Il protezionismo è giustamente condannato come suo opposto, perché con politiche del genere alcuni produttori hanno dei benefici a spese di altri produttori e di consumatori che non sono sussidiati.  L’ordine internazionale cui ci si richiama nelle parole dell’Arcivescovo Martin non è quello delle agenzie internazionali, ma piuttosto costituisce una cornice giuridica consacrata sia alla fiducia reciproca che all’inclusione di tutti i popoli. La validità dell’ordine globale viene giudicata in base al parametro relativo a quanto sia inclusiva, se accoglie ricchi e poveri o, al contrario, marginalizza un segmento della popolazione (per esempio: il protezionismo, che esclude i non-protetti).
Il punto è stato poi elaborato qualche mese dopo dall’Arcivescovo Renato Martino, che ha parlato davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 28 Settembre 2000. «E’ chiaro che nessun Paese ha mai avuto uno sviluppo di successo rigettando le opportunità offerte dallo scambio internazionale e dagli investimenti esteri. Allo stesso tempo, comunque, l’inserimento nell’economia globale non è una panacea che assicuri uno sviluppo immediato garantito, e misure addizionali - interne quanto internazionali - sono necessarie perché la globalizzazione funzioni per tutti» .  Ancora una volta, abbiamo una netta presa di distanza dalle misure protezionistiche e l’idea che il «rule of law» sia indispensabile per l’integrazione economica. La globalizzazione è considerata necessaria ma non sufficiente.
Papa Giovanni Paolo II ha toccato l’argomento, convergendo sulle stesse tesi. Il 4 giugno 2000, parlando ai giornalisti riunitisi per il giubileo, ha detto loro che la globalizzazione offre grandi opportunità ma allo stesso tempo rappresenta il pericolo, per loro intesi come giornalisti, di diventare «più vulnerabili a pressioni di tipo ideologico e commerciale. Questo dovrebbe portare voi giornalisti a domandarvi del significato della vostra vocazione come cristiani nel mondo delle comunicazioni».
Quindi noi dobbiamo vedere la globalizzazione come un fenomeno connesso alla commercializzazione, il Papa lo ha sottolineato ancora di più nei suoi commenti per il Giubileo dei Lavoratori, 1 Maggio 2000: «Le nuove realtà che stanno avendo un potentissimo impatto sul processo produttivo, come la globalizzazione della finanza, dell’economia, del commercio e del lavoro, non devono mai violare la dignità e la centralità della persona umana, e nemmeno la libertà e la democrazia dei popoli. Se la solidarietà, la partecipazione e la possibilità di guidare questo cambiamenti radicali non solo la soluzione, essi sono certamente la necessaria garanzia etica che così individui e popoli non diventano strumenti ma protagonisti del loro futuro.  Tutto questo può essere raggiunto e, visto che è possibile, diventa un nostro dovere perseguirlo.»
Quello che va sottolineato qui non è lo scetticismo verso uno sviluppo economico inarrestabile quanto piuttosto la tendenza opposta: il fatto che egli dica che l’economia di mercato è una realtà che va temperata, non rovesciata. Il primo di maggio, giornata che nella politica europea celebra le vittoriose battaglie dei socialisti, il Papa ha espressamente negato che gestire la transizione verso il mercato sia la soluzione ma piuttosto ha spiegato come questa transizione al mercato vada letta come parte di una garanzia etica: il mercato serve l’uomo, non viceversa.
Allo stesso modo, durante l’anno giubilare, il Papa ha parlato ai parlamentari dell’Unione Europea (2 Settembre 2000), e ha aggiunto al tema della solidarietà la preoccupazione per la sussidiarietà. «E’ occasione di grande soddisfazione per me vedere che il principio fruttifero della sussidiarietà è sempre più invocato. Esposto dal mio predecessore Papa Pio XI nella sua celebrata enciclica Quadragesimo anno nel 1931, questo principio è uno dei pilastri del pensiero sociale della Chiesa. E’ un invito a distribuire responsabilità ai vari livelli dell’organizzazione politica di una data comunità - ad esempio: regionale, nazionale, europeo - in modo che solo quelle responsabilità che i livelli inferiori non sono in grado di esercitare soddisfando il bene comune siano trasferite a livelli più alti.»
Qui noi abbiamo scoperto che la solidarietà, e dunque la globalizzazione, devono significare qualcosa al di là del consolidamento dell’istituzione del governo. La globalizzazione, a livello dei governi, deve essere regolata dall’imperativo morale che i diritti degli ordini inferiori siano rispettati nelle loro proprie funzioni.
Il tenore generale di queste considerazioni - la distinzione fra due forme di globalizzazione, una che è necessaria e l’altra che è potenzialmente pericolosa - è compatibile con la tradizione liberale classica.  Perché anche il liberalismo classico parla di due tipologie di globalizzazione, una generalmente positiva e una generalmente negativa.  Nella categoria generalmente negativa noi abbiamo la globalizzazione del governo e del settore pubblico finanziario. Sotto quest’etichetta possiamo includere: il potere e l’influenza della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e, da un certo punto di vista, la World Trade Organization. Al punto che tutte queste istituzioni finiscono per imporre ai Paesi del terzo mondo una determinata tipologia di regimi, regolatori e fiscali. Grazie alla WTO,  regolamentazioni del lavoro e sull’ambiente sono state imposte ad economie povere che non possono permettersele. Nella categoria negativa possiamo inoltre includere l’influenza di un singolo governo nella politica interna di altri Paesi. Con particolare riferimento a quei singoli Stati che intervengono in maniera da distruggere o inficiare il progresso politico e culturale di realtà meno fortunate. Certamente, non c’è nulla di male riguardo la diplomazia. Ma quando un Paese fa pressione politica o economica per imporre ad altri una condotta conforme ai suoi desideri, tutto il bene che viene dal processo di globalizzazione dei mercati viene distorto in una forma di dominazione imperiale, che causa ritorni di fiamma del nazionalismo. Inoltre le sanzioni commerciali, che il Santo Padre ha specificatamente condannato, sono veramente ingiuriose verso i poveri e sono controproducenti. Potenzialmente incompatibili con la forma positiva di globalizzazione sono i sussidi di cui beneficiano le imprese multinazionali  che hanno base in un Paese ma operano in Paesi stranieri. Il Congresso americano, ad esempio, finanzia molti programmi per il marketing di prodotti oltreoceano, o che restringono l’accesso di beni stranieri nei mercati interni USA. Spesso gli Stati Uniti hanno sussidiato il peggior tipo di sviluppo economico, il tipo che è imposto ad altri Paesi anziché scelto dalle persone che ci vivono. In ultima istanza, in questa categoria, dobbiamo aggiungere l’influenza delle organizzazioni per lo sviluppo globale sulle politiche sociali adottate in particolari Paesi. Parlo per esempio dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale, che impone il controllo delle nascite e incoraggia anche Paesi cattolici ad adottare politiche che permettano l’aborto legalizzato. Queste organizzazioni per lo sviluppo hanno distrutto ogni possibilità di sviluppo economico e culturale in molti Paesi. Questo tipo di globalizzazione rappresenta generalmente una cattiva influenza sul mondo in quanto esso destabilizza lo sviluppo di società e culture diverse. Esso toglie al popolo il potere culturale e politico e lo assegna a certe agenzie multinazionali. Non è necessario imporre omogeneità politica ai Paesi stranieri. Ciò finisce per creare conflitti e spesso porta alla guerra. Il peso di queste politiche, poi, ricade soprattutto sui più poveri. Queste politiche esacerbano il divario fra ricchi e poveri e vanno contro la loro domanda di giustizia. Esse portano a reazioni sproporzionate e dannose contro di esse in forma di nazionalismo aggressivo e protezionismo.. 
La seconda tipologia di globalizzazione, nella cornice del liberalismo classico, è quella che porta verso un libero scambio e una cooperazione economica e culturale. In questa categoria includerei l’economia di mercato internazionale. Il magnifico dispiegarsi dell’economia globale avviene spontaneamente quando degli uomini liberi cooperano per alzare il proprio livello di vita. Libero scambio significa l’espansione e la complicazione della divisione del lavoro, come la crescita della qualità della vita di tutti. Questo è sempre uno stupendo sviluppo sociale perché mostra l’infinita varietà di persone che ci sono al mondo, e consente alle persone di usare i loro talenti al servizio degli altri sulla base della cooperazione, non in virtù della coercizione.
Questo permette a un numero sempre maggiore di persone di avere l’opportunità di migliorare le proprie vite, e quindi a ridurre la distanza fra ricchi e poveri.
Allo stesso modo, la globalizzazione tecnologica è compatibile con i diritti umani ed il bene comune. Più che mai, i popoli del mondo dipendono l’uno dall’altro per fare progressi tecnologici. Non possiamo più dire che questo o quel prodotto sia stato costruito esclusivamente in un Paese. Virtualmente ogni prodotto di consumo si deve alla capacità produttiva di più di una nazione. Questi scambi promuovono un mutuo beneficio e la comune destinazione dei beni. La cooperazione economica e tecnologica non è l’unica base di una globalizzazione vigorosa. Uno dei più grandi miracoli dell’innovazione tecnologica è che essa ha decisamente accresciuto i contatti tra persone nel mondo con diverse culture. La miopia culturale è impossibile nel mondo di oggi. Questo rende assai difficile peri demagoghi attaccare Paesi e gruppi per usarli in qualche gioco politico. Questo dà potere ai cittadini contro coloro che vorrebbero opprimerli e diffonde i diritti umani e la giustizia sociale. L’immigrazione libera è un’altra faccia della globalizzazione che libera le persone dalla dannazione di venire intrappolati in quel loculo dove sono nati, e rende possibile ad alcuni di fuggire da regimi politici particolarmente oppressivi. La risultante diversificazione delle società aiuta a diffondere l’importante principio di sussidiarietà perché è chiaro che una popolazione fortemente diversificata non può essere  controllata da un singolo centro di potere. L’immigrazione libera rappresenta una valvola di salvezza rispetto alla tendenza verso il dispotismo.
La globalizzazione politica non va d’accordo con la solidarietà perché essa garantisce potere al governo e connette interessi, anziché la società e le persone che la formano. Non va d’accordo inoltre con la sussidiarietà perché essa centralizza il potere in mano ad alcune istituzioni non legate da vincoli di responsabilità.
Viceversa, la globalizzazione economica, culturale e tecnologica - in un quadro d’insieme giuridico - è un inno alla solidarietà dell’intera famiglia umana e alla sussidiarietà perché permette che i problemi di un particolare gruppo possano essere risolti dalle istituzioni ad esso più vicine.
Questo tipo di globalizzazione - che possiamo chiamare globalizzazione del libero scambio, della cooperazione, e dello sviluppo culturale - è una grande conquista del nostro tempo, e ispira ottimismo verso il futuro.
La maggior parte delle tendenze politiche nel mondo di oggi riguardano entrambi gli aspetti della globalizzazione, il che dimostra perché è necessario che siano esaminati con attenzione ai dettagli e ai precetti morali.
Nei casi citati all’inizio di questo saggio, noi possiamo vedere che ognuno di esse contiene un frammento di globalizzazione - alcuni meritori, altri no- ma il dibattito che li circonda è molto confuso riguardo le problematiche fondamentali.
Il dibattito oggi non distingue il mercato e i sussidi, l’integrazione economica internazionale dall’interferenza economica internazionale, lo scambio culturale e l’imposizione politica.
Il dibattito insomma dimostra di non aver preso atto sia della posizione cattolica che di quella liberale sul tema della globalizzazione, fra le quali vi è una relazione molto stretta.
La più chiara dichiarazione sulla relazione fra le idee liberali classiche sulla globalizzazione e l’insegnamento sociale della Chiesa viene dall’invito presentato da Papa Giovanni Paolo II alle Nazioni Uniti, il 7 aprile 2000. 
Sua santità incomincia col sottolineare che i cambiamenti del nostro tempo non sono sostanzialmente diversi da quelli dei tempi passati perché «ci sono sempre state guerre, persecuzioni, povertà, disastri ed epidemie»; ciò che li rende diverse è «la cresciuta interdipendenza fra i vari Paesi del mondo» che ha dato a queste minacce ai diritti umani «una dimensione globale, che abbisogna di nuovi modi di pensare e di nuove tipologie di cooperazione internazionale.»
Ancora una volta, il problema non è la globalizzazione che porta «un’incredibile espansione del commercio mondiale e... uno stupefacente progresso nei cambi della tecnologia, delle comunicazioni e dello scambio di informazioni». Ciò è «parte di un processo dinamico che tende ad abolire le distanze che separano popoli e continenti». E conduce «alla globalizzazione della società e delle culture» e promuove una «visione olistica dello sviluppo» che dirige la nostra attenzione oltre l’economia e verso le questioni relative alla giustizia.
Comunque, «la possibilità di esercitare influenza in questo nuovo scenario globale non è equivalente per tutte le nazioni», e quindi le decisioni tendono a essere prese da un «piccolo, ristretto gruppo di nazioni». Le nazioni più potenti tendono a dominare sulle più deboli, «soprattutto in settori come la difesa della vita e la salvaguardia della famiglia»- un riferimento che sicuramente include i problemi dell’aborto e del controllo delle nascite, ma non si riferisce ad essi soltanto.
«I leader delle nazioni devono stare attenti a non sovvertire quello che la comunità internazionale e la legge hanno laboriosamente tessuto per preservare la dignità della persona umana e la coesione della società».
Quale è il ruolo delle Nazioni Unite, per estensione, di altri analoghi corpi della legislazione o della diplomazia, in questo processo? Non è quello di un governatore né di un dittatore e neppure di un corpo legislativo democratico. E’ piuttosto il ruolo di servire «come luogo di incontro per Stati e società civile». In questo modo, esso servirebbe come veicolo per la promozione della pace senza violare il principio di sussidiarietà.
In questo invito del Papa, e in altri scritti nella tradizione sociale cattolica, noi ritroviamo i temi della visione d’insieme del liberalismo classico se possibile rinforzati: pace, libertà, scambio, diritti umani, solidarietà e sussidiarietà.
E in base al principio di fondo del generale «diritto all’iniziativa economica» in cui ciascuno è chiamato a fare uso dei propri talenti e contribuire all’abbondanza dei frutti di cui tutti beneficiano , troviamo il sostegno per la visione di una globalizzazione che si sviluppa in modo libero e spontaneo e invece il rifiuto di una globalizzazione imposta o artificialmente consolidata. E questa distinzione fondamentale può dissipare la confusione che regna oggi sulla parola «globalizzazione».

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Vorrei fare un commento che ritengo opportuno, su quanto ha detto il reverendo Sirico riallacciandosi al pensiero di questo straordinario Papa. Sirico ha evocato la Rerum Novarum; dopo cento anni l’Enciclica che riprende i temi di sviluppo economico è la Centesimus annus. Ebbene, se voi la leggeste, trovereste quanto sforzo ha messo la Chiesa per capire che il capitalismo non è male, che l’economia non è male, che non è il capitalismo quello che produce il malessere per l’uomo; il capitalismo è uno strumento neutrale che di per sé non può far male è chi lo gestisce e come che può fare errori inoltre non ci sono alternative reali al capitalismo. Le alternative, ahimé, sono fallite tutte e miseramente provocando dei danni drammatici all’uomo. E’ come il capitalismo viene vissuto, è il senso che si da al capitalismo, l’essenza, che conta realmente.
 Adesso Vidal Quadras, famosissimo cattedratico spagnolo di fisica nucleare e Vice Presidente del Parlamento Europeo.

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Prof. Alejo Vidal Quadras


Eminenza, Signor Presidente, cari amici, prima di tutto voglio esprimere la mia soddisfazione per essere stato invitato ad intervenire a questa Conferenza organizzata dal Centro di Orientamento Politico, sulla democrazia e il mercato dell’Europa del futuro. In qualità di Vice Presidente del Parlamento Europeo incaricato della comunicazione e  dell’informazione, desidero ringraziare il Centro per la scelta di questo incontro che tratta un tema di pregnante attualità, e vi invito a continuare a contribuire attivamente al dibattito sulla riforma dell’Unione Europea, che è anche oggetto di preparazione del Convegno presieduto da Valery Giscard d’Estaing e che raggiungerà la sua configurazione definitiva nella prossima Conferenza Intergovernativa.
Come vi sarete sicuramente accorti, voglio osare rivolgermi a voi in italiano. Visto che è la prima volta in vita mia che parlo in pubblico in questa melodiosa lingua europea, nei prossimi minuti sarà evidente il mio coraggio e, spero, anche la vostra benevolenza.
Il mio intervento cercherà di delineare brevemente una questione che è stata oggetto di considerevole attenzione da parte degli studiosi di scienze politiche nel corso dell’ultimo decennio e sulla quale esiste già una abbondante letteratura specializzata. Mi riferisco all’apparizione e al progressivo consolidamento di una cittadinanza Europea, una cittadinanza giuridica, politica e sociale che sia la più transnazionale è la meno sovranazionale possibile, e che si nutra eventualmente di una, fino ad ora inedita, identità collettiva europea.
Oggi la definizione di cittadino come individuo appartenente a uno stato sovrano che gli garantisce un ampio complesso di diritti civili, lo fa partecipe al disegno e alla gestione delle politiche pubbliche e lo aiuta nella vulnerabilità, nella vecchiaia, nella disoccupazione, nell’ignoranza o nella malattia, è ampiamente accettata in tutto il mondo civilizzato. Tuttavia l’associazione più o meno esplicita della condizione di cittadino e l’appartenenza a una collettività etnico-linguistica culturale omogenea, che fornisce coesione al corpo sociale, ha suscitato e continua a suscitare gravi problemi per quanto riguarda l’inclusione o l’esclusione degli emigranti e arriva frequentemente a movimenti separatisti, i cui protagonisti sono minoranze nazionali nel seno degli Stati democratici.
Noi europei dobbiamo porci,  una serie di interrogativi che non possiamo più continuare a eludere. Cioè, è possibile, è desiderabile la costruzione di una cittadinanza di dimensione europea, che attraversa le frontiere degli Stati membri e ci offre un catalogo di diritti e di libertà, di vie di partecipazione democratica nelle decisioni e azioni comunitarie e dei benefici sociali validi per tutti gli aventi un passaporto comunitario, indipendentemente dal luogo di residenza o dal transito all’interno dei confini dell’Unione, e che al contempo si identifica e ci protegge fuori da essi in termini di diritto internazionale? Quale sarebbe il rapporto gerarchico di questa cittadinanza europea con le cittadinanze nazionali degli Stati membri? È necessaria la creazione di una identità collettiva europea analoga alle identità nazionali, dotata di referenti culturali, etici e storici che siano sufficientemente coesivi affinché questa ipotetica cittadinanza europea acquisti solidità? La risposta a queste domande riveste un’innegabile rilevanza alla luce delle incognite da chiarire nella Conferenza intergovernativa del 2003.
Evidentemente, o per la strada fattuale o per quella normativa, a partire dal trattato di Maastricht disponiamo attualmente di un’incipiente cittadinanza europea che, anche se incompleta e segmentata, ha aperto una porta a mete più ambiziose in questo campo. Le cinque libertà: di commercio, di residenza, di investimento, di lavoro e di fornitura di servizi; la proclamata ma non ha ancora costituzionalizzata Carta dei diritti fondamentali: il diritto di suffragio attivo e passivo in elezioni municipali europee, il diritto di petizione, il Fondo sociale europeo, i Fondi strutturali e il Fondo di coesione, tra gli altri, sono esempi del fatto che gli europei cominciano ad essere in modo tentennante, insoddisfacente e appena cosciente, cittadini di ente politico giuridico sui generis, che afferma di se stesso che vuole raggiungere un’unione sempre più stretta tra i popoli del nostro vecchio, saggio e ricco contenente.
Orbene, questa cittadinanza europea, intesa come work in progress, perché possa essere esercitata ha bisogno del requisito previo della cittadinanza nazionale in uno Stato membro e genera, nel suo lento e parziale sviluppo, un serio squilibrio tra le aspettative che desta e i vantaggi reali che fornisce. I presunti cittadini europei a malapena si sentono tali e la loro lealtà, la loro attività civica e il loro vincolo affettivo continuano ad essere situati fondamentalmente nel corrispettivo contesto nazionale. 
Ma l’Unione che si prefigura dopo l’allargamento non sarà un superstato, né sembra consigliabile che lo sia a medio o persino a lungo termine. Una delle chiavi del successo dell’integrazione europea è basata sul fatto che l’edificio che abbiamo costruito dalla fondamenta innalzandolo, abbellendolo e ingrandendolo pazientemente nel corso di mezzo secolo, non ha mai posto sulla sua facciata un’insegna che lo classificasse in modo inequivocabile all’interno della tassonomia politica classica. A differenza di quanto succede con i testi costituzionali nazionali, i Trattati si sono guardati bene dal pronunciarsi sulla vera natura dell’Ente che a poco a poco, sulla base di tentativi, stavano costruendo. Infatti, i Capi di Stato e di Governo, i burocrati della Commissione e i membri del Parlamento Europeo sono stati invariabilmente coscienti delle annebbianti eterogeneità che si trovavano dinanzi nella loro missione integratrice. Il labirinto di interessi divergenti, le lingue filologicamente distanti, i credo di difficile conciliazione, differenze di ricchezza e antichi rancori e diffidenze permanentemente disposte ad affiorare, trasformano il compito di stabilire un denominatore culturale comune, che sorregge una organizzazione giuridico-politica europea sovrastatale e plurinazionale, in un miscuglio di prodezza titanica e di giochi d’incastro.
Quindi, la futura cittadinanza europea non può essere un calco su grande scala delle cittadinanze nazionali, bensì, come l’architettura istituzionale della propria unione, deve fare sfoggio di originalità e immaginazione. Evidentemente non può sostituire, né tanto meno complementare queste ultime, ma piuttosto, come ha segnalato Rainer Lepsius, deve entrare dentro ad essi, arricchendoli e allargandoli senza perturbarli. Essendogli vietato erigersi a livello sovranazionale, lo spirito della cittadinanza europea dovrà impregnarsi di post-nazionalismo per volare verso il  meta-nazionalismo. Andiamo incontro alla cristallizzazione di un demos europeo che simultaneamente potenzia, conserva e supera i demoi nazionali; una cittadinanza, mi permetto di reiterare, trans-nazionale e post-nazionale, trans perché va oltre i confini territoriali e giuridici degli Stati membri, post perché non si fonda su una identità collettiva primordiale,  di razza, lingua, tradizione o religione, ma su un ideale astratto concepito dalla ragione.
Il problema dell’integrazione delle diversità di identità non è nuovo in Europa, e sussiste non risolto in vari suoi Paesi. I sanguinosi conflitti basco, irlandese, corso o balcanico mantengono aperte ferite ataviche infettate dall’odio e dalla barbarie. In termini storici, la neutralizzazione del veleno del tribalismo escludente e aggressivo continua ad essere una causa in sospeso, che l’Europa non ha ancora risolto; tuttavia le identità collettive si costruiscono in gran parte artificialmente e sono sottoposte agli andirivieni sociali, culturali e politici. Progresso tecnologico, guerre, catastrofi naturali e cambiamenti economici li alterano e a volte li trasformano irreversibilmente fino a farli irriconoscibili.
Quanto propugnato da una cittadinanza esclusivamente caratterizzata da una identità pretenziosamente primordiale, alla fine distruggerà qualsiasi germe di cittadinanza illuminata e democratica. La cittadinanza europea a cui dobbiamo aspirare deve essere consacrata in una Costituzione, e implica un taglio al legame tra l’identità etnico-culturale e la coscienza civica, smussando in questo modo gli spigoli della prima e riappacificando i suoi riflessi xenofobi ed antipluralistici.
Dobbiamo buttarci con coraggio nell’avventura intellettuale e politica che definisce una cittadinanza denazionalizzata o - che è la stessa cosa - nel far germinare negli europei un patriottismo costituzionale nel quale il loro cervello e il loro cuore operi a pieno ritmo, ma nel quale non si scatenino i loro istinti più bassi. In questo senso, tenendo presente la difficoltà di amare un mercato, per quanto unico ed efficiente che esso sia, il discorso razionale e pragmatico che ha guidato fino ad oggi i passi verso un’integrazione dovrà includere, a partire da adesso, una dose prudente e misurata di nobile passione. Dopo avere avuto il piacere di ascoltare negli emicicli di Strasburgo e di Bruxelles numerosi interventi di Romano Prodi, sono sicuro che voi comprendiate perfettamente a cosa mi stia riferendo.
In questa cittadinanza europea che stiamo cercando di plasmare devono predominare la riflessione serena e la deliberazione rigorosa, il che ci orienta, una volta scartata l’identità culturale e linguistica come elemento coesivo dell’Unione, verso un patrimonio condiviso di valori liberali e democratici. La comunità dei popoli dell’Europa, può essere vista come un contratto, come un progetto o come un’essenza, come qualcosa che si firma, come qualcosa che si fa, o come qualcosa che si è. È giunta l’ora che l’Europa rappresenti agli occhi del mondo qualcosa in cui credere, cioè, oltre ad una serie di libertà di realizzazioni e di culture, un grande compromesso etico dalla vocazione universale, un’azienda collettiva nuova, nazionalmente neutra e moralmente intensa, in cui nessuno può invocare il suo diritto alla differenza per schiacciare le differenze degli altri. Se l’omogeneizzazione culturale e linguistica dell’Europa è impossibile, dimostriamo che la comunicazione tra culture, che la conoscenza e la comprensione dell’altro ci offre una nuova forma di identità globale e post-nazionale. In sintesi, l’Europa del domani non ha bisogno di una struttura federale, quello di cui ha bisogno è di interpreti.
E prima di ringraziarvi per la vostra attenzione, una considerazione finale. È ben risaputo che uno dei metodi classici per ottenere la nascita di un sentimento di comunità è la chiamata alla lotta contro il nemico esterno; ebbene, questa tentazione perversa deve essere evitata a tutti i costi nel processo di cristallizzazzione di una cittadinanza europea. Così come sono nefasti i micronazionalismi che squilibrano certi Stati membri impeccabilmente democratici, lo è ugualmente l’erezione di un’Europa-fortezza, impermeabile e insensibile a ciò che succede al di là delle sue mura. Non c’è bisogno di ritornare molto indietro nel tempo per avvertire che il pericolo esterno che ci minaccia agli albori di questo secolo si disseta nelle stesse pozze avvelenate che sporcavano la nostra casa non tanto tempo fa: il fanatismo cieco, il disprezzo per la vita di innocenti, il messianismo delirante e l’ansia patologica di dominio.
Quindi, mentre combattiamo con tutta fermezza il terrorismo che abbiamo dentro e quello che ci viene da fuori, lavoriamo con entusiasmo affinché l’Europa del futuro, a cui oggi stiamo pensando, calcolando e sognando, sia caratterizzata da una concezione della cittadinanza che ci liberi dai fantasmi del nostro passato e ci sveli un orizzonte di pace, sicurezza e prosperità.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Poiché abbiamo superato nettamente il tempo io propongo  - ma lascerei agli oratori decidere – se rifare un tour ciascuno oppure lasciare al pubblico la possibilità di fare domande, e quindi cogliere l’occasione per esprimere il proprio parere. Poiché l’orientamento è in questo senso, do la parola a Salvatore Rebecchini.

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Dr. Salvatore Rebecchini


Voglio prendere spunto dall’intervento di Domenico Siniscalco e dalla triade che lui ha illustrato - il mercato, le istituzioni e la società civile – richiamando l’esigenza che sottolineava Ettore Gotti che le istituzioni si facciano interpreti delle esigenze della società civile, che le intercettino, che le soddisfino e che siano eventualmente anche in grado di domare il mercato.
Una constatazione innanzi tutto. Mi sembra che anche in questo caso gli Stati Uniti battano l’Europa uno a zero, nel senso che ho l’impressione che gli Stati Uniti siano in grado meglio dell’Europa di dare le risposte che la società civile si attende. Faccio un esempio semplicissimo: nel caso Enron, la crisi, grande fallimento, distruzione di risparmio, sfiducia, nel giro di pochi mesi il Governo ed il Parlamento americano varano una serie di iniziative di legge più o meno discutibili, criticabili e perfettibili, ma certamente una risposta pronta a delle ansietà, a delle inquietudini della società civile. Lo stesso non avviene in Europa, forse perché non abbiamo avuto la drammaticità dell’evento, ma certamente merita qualche riflessione, se non qualche iniziativa.
E allora butto lì delle proposte. Cosa si può fare per accrescere la capacità delle istituzioni di rispondere prontamente alle esigenze della società civile? Ripeto, lo metto lì per la discussione. Forse si deve spostare il peso tra l’Esecutivo e il Parlamento, rafforzare quindi i poteri dell’Esecutivo nei confronti di quelli del Parlamento? Forse bisogna pensare di spostare i livelli decisionali più vicini alla gente per certi soggetti, più vicini al demos che ricordava il professor Fisichella? O forse portarli più in alto, a un’entità sovranazionale, ad un’Europa a livello federale? Certi aspetti, non tutti. Forse la quarta soluzione - ma che non auguro – è che bisogna aspettare anche qui una crisi che sappia poi catalizzare la reazione. Ma questa, ovviamente, è sempre la soluzione peggiore possibile.

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Proporrei a Domenico Siniscalco di iniziare una risposta e al Professor Fisichella di concluderla, visto che probabilmente la domanda era rivolta ad entrambi.

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Prof. Domenico Siniscalco


Intanto ti ringrazio. Il punto di Salvatore secondo me è abbastanza chiaro e ha una risposta egualmente chiara. Negli Stati Uniti, se tu vuoi, il livello istituzionale, il livello quindi della democrazia, il livello della società, il livello in qualche modo del mercato sono abbastanza coincidenti; abbastanza, perché poi ci sono poi degli effetti e delle influenze esterne, ma lo sono molto di più che in Europa. Il problema europeo, io lo vedo così almeno, è di avere non soltanto problemi almeno paneuropei e istituzioni nazionali che richiedono quel coordinamento così lento, così difficile che dici tu, ma anche di non avere ancora quella cittadinanza europea di cui parlava Vidal Quadras. Cioè, non soltanto noi abbiamo problemi troppo grossi per i nostri Paesi, ma anche troppo grossi per i nostri cittadini.
Ed allora io risponderei in due modi. Una risposta l’hai già data tu e l’ho sentita prima anche dal reverendo Sirico: è la sussidiarietà; cioè, andiamo più vicini che si può ai cittadini sui problemi risolvibili a livello locale e saliamo di un livello soltanto laddove è necessario, perché la gente, se è vero che ha un problema di perdita di controllo sui fenomeni, se può se li vuol tenere in un ambito democraticamente controllabile. E quindi fare questa vera sussidiarietà, e dall’altra parte investire sulla cittadinanza. Io ho visto dei miracoli nei miei studenti, per esempio, il nascere di una classe di ragazzi europei - io insegnavo al primo anno di università - grazie ai Programmi Erasmus. Il Programma Erasmus ha fatto girare i ragazzi per i Paesi europei e ha creato abbastanza un salto di cultura. Magari anche noi avevamo girato, ma eravamo numeri molto più piccoli di quelli che ho visto girare adesso. Quindi, secondo me è un problema come sempre di convergenza. È certo che la tensione locale globale non è soltanto a livello di istituzioni, ma anche a livello di cittadini.

 


 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Vorrei salutare Alejo Vidal Quadras, che deve partire per Madrid e ha l’autista che lo aspetta. Io lo ringrazio per il suo intervento e spero che ci faccia pervenire presto il testo, così possiamo diffonderlo. Chiederei quindi al professor Fisichella di dare la sua parte di risposta a Salvatore Rebecchini.

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Sen. Domenico Fisichella


Io ho più interrogativi che risposte. Prendiamo il tema della sussidiarietà: è uno dei grandi argomenti veri in teoria, e che possono diventare falsi in pratica. Per esempio, se le questioni che sono più vicine ai cittadini finiscono per essere confinate, da soggetti che hanno potenzialità più intense di capacità manipolativa, all'area dei temi meno rilevanti, può accadere che i cittadini finiscano per occuparsi, al livello delle istituzioni vicine, delle cose che hanno poca importanza, e non viceversa delle cose che hanno molta importanza. Naturalmente sappiamo bene che certi film ci dicono che i comitati di cittadini poi fanno emergere le grandi questioni, per esempio dell'ambiente, delle quali nessuno si sarebbe interessato se, appunto, non ci fossero stati a livello locale i gruppi di cittadini attivi che di queste questioni si occupavano. Però nella realtà esiste il rischio che la cosiddetta sussidiarietà finisca per essere un fenomeno in ragione del quale, per un verso ai cittadini sono demandate le questioni meno importanti, per un altro verso la complessità dei problemi importanti finisce per distaccare ulteriormente i cittadini dai grandi temi. Le ricerche, per esempio, evidenziano che i cittadini americani pochissimo si interessano della politica estera, che viceversa costituisce l'essenza del ruolo politico degli Stati Uniti, e molto di più si interessano di altre questioni che rispetto a questo grande tema sono meno rilevanti.
Anche il tema della cittadinanza negli Stati Uniti è cambiato, sta cambiando. Oggi, in un quadro nel quale la società americana sta cambiando, soprattutto in certe aree dove si manifesta il flusso migratorio dall'Est e dall'Estremo Oriente o dalle aree ispaniche, l'idea di patriottismo così come era stata tradizionalmente vissuta, come rapporto diretto ed immediato tra la Nazione e gli individui, finisce per essere quantomeno mediata dal fatto che stanno crescendo gruppi intermedi su base etnica e linguistica – cosa che prima si verificava molto meno perché la spinta integrante del sistema era più robusta, e poi perché anche i flussi migratori avevano caratteristiche diverse – che danno luogo a una articolazione sociale di tipo «corporativo», come viene definita dalla letteratura americana. E tali gruppi etnico-linguistici finiscono per operare come gruppi di pressione nei confronti del potere politico, ponendosi comunque in una linea di intermediazione tra i cittadini e la politicità nel suo complesso.
Ma un altro quesito è quello che è emerso dall'esempio che ha fatto il professor Siniscalco sulle biotecnologie. Io posso avere inteso male, quindi prego il professore di darmi l'interpretazione autentica o di dirmi se ho colto bene. Il professore dice: di fronte alle trasformazioni biotecnologiche, e in considerazione del fatto che ci sono culture di un certo tipo che sono disponibili a queste trasformazioni e altre che sono meno disponibili, l'atteggiamento da adottare è quello del pragmatismo. Ho inteso bene?

 

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Prof. Domenico Siniscalco


Sono molto preoccupato.

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Sen. Domenico Fisichella


Ah, benissimo se è molto preoccupato! Perché la mia questione è questa: l'impatto di questi processi, che poi hanno alla base anche interessi economici, relativo agli studi e alle ricerche sulle biotecnologie e poi sulle loro applicazioni, come si affronta in maniera univoca? Perché, vedete, se c'è una cosa che la globalizzazione ci sta facendo vedere con grande chiarezza – la globalizzazione della comunicazione, la globalizzazione dell'immagine – è che noi abbiamo nel mondo, cosa di cui in fondo avevamo minore consapevolezza già fino a 60 anni fa, a 100 anni fa, una pluralità di religioni.
Noi siamo sempre partiti dall'idea dell'universalità e dell'universalismo, per esempio della nostra religione, però constatiamo oggi in maniera plateale che – in ragione della distribuzione numerica delle religioni, della loro visibilità proprio nella mappa del globo – ci sono plurime religioni. Queste plurime religioni sono in grado, di fronte a certe spinte che hanno una potenzialità globale enorme, per esempio sul terreno delle biotecnologie, di esprimere un'etica comune capace di resistere in maniera altrettanto globale alla pressione globale per le applicazioni dei grandi risultati delle biotecnologie? Oppure non corriamo il rischio che le risposte, essendo plurime, drammaticamente si indeboliscano, e quindi queste spinte alle applicazioni delle acquisizioni nel campo della biotecnologia diventino spinte che non possono essere contrastate?
Noi tradizionalmente partivamo dall'idea che certe cose non si dovessero fare e che certe applicazioni non si dovessero realizzare. Dicevamo ciò perché partivamo da un presupposto che era religioso: infatti la cultura civica come tale non pone limiti a certi esiti, è la cultura religiosa che ci pone un certo ordine di limiti. In generale, in relazione alle varie questioni dell'esistenza, alcuni limiti ce li pone la cultura civica, ma altri limiti ce li pone la cultura religiosa. Tuttavia nel momento in cui abbiamo questo impatto dell'articolazione pluralizzata della dimensione religiosa, c'è la possibilità, di fronte a questa spinta, che viceversa è globalizzante, alla applicazione di certe acquisizioni nel campo delle biotecnologie, c'è la possibilità (ripeto) di un fronte che sia nelle condizioni di resistere in maniera unitaria? Questa è una delle grandi questioni che vedo e rispetto alle quali non riesco ad avere una risposta.
Ecco perché non posso non notare che, pur essendo il fenomeno della globalizzazione di per sé un dato di realtà che può essere irreversibile ma può anche non esserlo, il punto problematico è però il seguente: se c'è una cosa che sta evidenziando la globalizzazione, è la spinta secolarizzante. Molte cose si possono dire della globalizzazione sul piano economico, ma c'è un dato ineludibile: che sta secolarizzando la cultura del mondo. E se così è, allora entriamo in un altro ordine di cose rispetto all'esperienza «tradizionale». Può darsi che ci siano reazioni altrettanto intense dal punto di vista culturale, dal punto di vista della fede, può darsi, non lo so, però oggi come oggi quello che colgo è questo elemento che rende difficili determinate resistenze su certi terreni.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Grazie professore. Noi avevamo previsto di finire alle otto. Il Professor Possenti voleva fare una domanda.

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Prof. Paolo Possenti


È stata peraltro posta una domanda a me. in questo momento in cui si è trattato in maniera molto vasta, senza peraltro giungere ad una sintesi perché è ben difficile dare una sintesi, un’indicazione per quelle che possono essere proiezioni future della democrazia e dell’economia di mercato in questo contesto, però posso dire che avendo assistito ad una esperienza politica a cui sono stato incaricato da alcuni massimi esponenti politici italiani, cioè le elezioni in Germania, non possono esprimere, non per il risultato, che è quello che è stato, ma per come si sono svolte, che questi valori, democrazia e /socialmarkenschaft/ non sono più veramente centrali in un Paese importante come la Germania. Quindi aprono sicuramente una grande crisi di cui dovremo tenere conto a livello europeo.
E mi spiego. Innanzi tutto nel cosmo tedesco accade un fatto, che cioè l’economia di mercato è falsata interamente dal Governo Schrœder soprattutto dal fatto che ha accentuato fortemente quello che era una volta un contributo di solidarietà dei Lander meridionali, cioè della Baviera, del Baden-Württenberg, del Palatinato renano, li ha spremuti fino in fondo a vantaggio di Lander che dovevano essere aiutati, cioè quelli della Germania orientale, per la situazione in cui li aveva lasciati il comunismo, di disintegrazione totale. Ma contemporaneamente non sono stati considerati degli elementi di sviluppo tali, da poter utilizzare in maniera positiva le energie economiche di questi Lander. E addirittura si è arrivati al paradosso che viene contestata la possibilità che un dirigente di queste terre, come è stato Stoiber, potesse diventare cancelliere tedesco. Quindi siamo di fronte ad una vera e propria crisi della concezione tradizionale dell’economia di mercato.
Quanto alla democrazia, io devo dire che a differenza di tutti quelli - scusate se faccio un’autocitazione – che celebravano Stoiber, che mi onora della sua amicizia, io ho preso una macchina e sono andato a girare per la Berlino est, ed in particolare nelle circoscrizioni 84, 86 e 87 ed ho visto delle cose sconvolgenti. Innanzi, tutto i turchi inquadrati nei camion da quelli che sembravano gli ex funzionari della Stasi, che andavano tutti a votare. Il mio compito era quello di far votare i centomila italiani che hanno diritto di voto sulle liste tedesche e che non vanno a votare. La militarizzazione ed il cambiamento oserei dire genetico in questo momento della social-democrazia tedesca, lì sta succedendo qualcosa; quello che lei diceva, professor Gotti Tedeschi, che ci sono dei movimenti all’interno dei partiti difficilmente identificabili, tipo quello dei verdi, quello è un movimento che non si capisce cos’è, perché che cosa sono i verdi? Io non li ho mai visti andare a ripiantare una foresta incendiata, questi hanno sempre da dire no a qualcosa, si preoccupano enormemente delle centrali atomiche in Europa, però delle bombe atomiche che vuol fare Saddam Hussein non glie ne importa affatto. A questo punto bisognerebbe capire cosa si muove dietro certi movimenti politici, e così per certi gruppi che affiancano anche l’ex socialdemocrazia tedesca. oserei dire così.
Quindi, questi grandi valori che noi, voi altri avete approfondito con tanta cultura e con tanto fascino anche per me questa sera, mi sembra che invece dovrebbero essere guardati in un’altra prospettiva, cioè nel senso di come rifondare questi valori. Altro che globalizzazione! Qui ci sono dei lavori, a Berlino solo i mussulmani vanno a fare le funzioni religiose, i cristiani sono ridotti al cinque per cento, quindi qui siamo di fronte a una rivoluzione sociale, economica, politica che mette in pericolo, io lo ho visto  -attraverso questa esperienza diretta - questi grandi valori che così efficacemente voi avete ricordato.
Voglio concludere congratulandomi sia con il prof. Adornato che con Fisichella, che hanno richiamato la radice storica di queste cose, perché senza queste radici qui non si va da nessuna parte.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Grazie prof. Possenti. Ci sono altre domande?

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Prof. Antonio Saccà


Una semplicissima considerazione. L’Europa deve essere fatta, in  modo categorico, perché come singoli Stati conteremmo pochissimo nel contesto mondiale. Se si teme che l’unità europea contrasti gli Stati Uniti, non l’avremo mai. Bisogna prendere atto che ci sono due difficoltà per l’Europa: una sono i musulmani, perché noi abbiamo una deriva musulmana, terribile, anche di carattere demografico. Me ne occupo da anni, da decenni, temo la deriva musulmana; però c’è anche la deriva statunitense, gran lungo preferibile, ma è una deriva, nel senso che rende l’Europa titubante nella sua possibilità di staccarsi dalla madre, come se il fatto di essere stati salvati dal totalitarismo comunista, nazista e fascista dagli Stati Uniti ponesse noi in una condizione di eterna dipendenza. Bisogna tener conto che gli Stati Uniti non vogliono più questa dipendenza europea, nel senso che non vogliono un’alleanza, una dipendenza-alleanza, vogliono la dipendenza. La teoria unilateralistica americana è di enorme importanza, se noi non la valutiamo sufficientemente rischiamo di parlare degli Stati Uniti come gli Stati Uniti del passato non degli Stati Uniti proiettati in un dominio mondiale di controllo delle energie mondiali, anche nei confronti dell’Europa. Detto questo, auspico vivamente l’amicizia con gli Stati Uniti, però sarebbe cieco non vedere che gli Stati Uniti non sono quelli del ‘40-’45.
L’Europa va fatta costi quel che costi, altrimenti noi non varremo nulla nel mondo e saremo islamici da un lato, dipendenti e servi degli Stati Uniti dall’altro. Mi dispiace usare questa parola, ma la uso coscientemente.
Auspico vivamente, lo dico non so da quanto, che quel che dice Adornato, l’Europa attraverso la cultura, avvenga veramente, noi culturalmente siamo uniti, non siamo uniti istituzionalmente, mi sento però italiano ed europeo. Sono europeo, ho letto Goethe come ho letto Leopardi, ascolto Beethoven come ascolto Giuseppe Verdi, diamo alla cultura il primato che ha e nella cultura noi siamo europei da millenni, noi siamo ebrei, noi siamo greci, noi siamo cristiani, e lo siamo da millenni. Non esiste civiltà presente attivamente nel concorso mondiale che abbia l’antichità costitutiva come l’Europa; noi ci riconosciamo fin dai greci, almeno quanto gli induisti si riconoscono nell’induismo. Alla sostanza, l’unità europea deve originare dalla cultura europea.


 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Io credo soltanto una cosa, che la cultura però non sia tutto, la cultura è come i soldi, è come la si spende che conta. La propria cultura di cui andiamo fieri dobbiamo dimostrare con i fatti di averla…

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On.le Ferdinando Adornato


Per rispondere devo fare una premessa: è in atto, come dice del resto da tempo - inascoltato - Emanuele Severino, un movimento di dominio dell’apparato tecnologico sulla nostra vita. La politica può restare “neutrale” in questa lotta? Ebbene se la politica scegliesse questa molto probabilmente la globalizzazione segnerebbe la fine della politica.
Mi rendo conto che la politica ha difficoltà a combattere una battaglia etica, perché il Novecento ha creato, come ho già detto e non ci ritorno, grandi pregiudizi su questo punto. Una politica “etica” non è certo quella che pretenda di dare prescrizioni sulla vita degli uomini, perché altrimenti diventerebbe politica confessionale e lo Stato diventerebbe etico, ma è quella che non rinuncia ad esibire valori di fondo. Senza questo continuo riferimento a mio avviso la politica non è niente.
Torniamo allora alla questione di attualità posta. Prendiamo per buona la sua ipotesi: l’Europa è autonoma dagli Stati Uniti d’America, benissimo, e deve recuperare un ruolo nel mondo, benissimo. Ciò vuol dire che l’Europa deve avere un suo esercito, che questo esercito deve essere molto forte. Questo non vuol dire necessariamente essere ostili, come lei ha detto, agli Stati Uniti, però vuol dire una cosa; che nel Kossovo ci andiamo noi e che, siccome siamo uniti - io su questo sono profondamente convinto - dagli stessi valori, perché per me l’Occidente è uno e non due, ci possono essere situazioni geopolitiche, o di tattica, o di strategia politica, o di vicinanza economico-sociale per cui in certe situazioni - se è necessario, - interviene l’Europa: da sola, senza gli americani. Siamo d’accordo? Bene, andate a dire a tutti i leaders europei che erano amici di Milosevic che l’Europa, senza alcuna pressione americana, decide di intervenire da sola nel Kossovo! Questo è il punto.
Le ricordo che - non voglio fare nomi, non è sede per fare polemica politica - un ex Presidente del Consiglio fino alla fine diceva che non si dovevano rifare le elezioni a Belgrado: questo uno o due giorni prima che la folla finalmente mettesse fine al regime di Milosevic. Le ricordo inoltre le grandissime divisioni che sono presenti al nostro interno. Non è che negli Stati Uniti non ci siano, ma lì sono divisioni “secondarie”, di tipo tattico-politico, non divisioni “primarie” sui valori di fondo. Le nostre, invece, sono divisioni  sui valori di fondo. Milosevic è il bene o il male? Saddam è il bene o il male?
Noi non usiamo queste categorie del bene e del male o le usiamo con più difficoltà. Noi siamo europei, siamo astuti… non siamo ingenui bovari texani come gli americani. Sappiamo cos’è l’arte raffinata della mediazione, della politica…. Eppure è ormai il tempo di cominciare a domandarsi, ed è quello che ho cercato di fare nel mio intervento, quali sono i nostri valori di fondo, i valori che ci uniscono.. E siccome i valori di fondo hanno attinenza con le scelte che si fanno nella vita internazionale, e quando si devono usare gli eserciti le scelte sono dolorose, perché sono sempre ragazzi che partono, ecco allora che la discussione più importante per arrivare a risolvere il problema che lei poneva- e mi dispiace che non ci sia Vidal Quadras- è questa: non ci sarà mai una grande Europa se si limiterà l’Unione alla moneta e a qualche istituzione senza affrontare il tema della sua identità culturale. Questa discussione è molto difficile perché gran parte del continente non ha fatto i conti con il XX secolo, con quel movimento dell’apparato tecnologico che si è sposato con i totalitarismi aggredendo la stessa idea di Europa. Allora, o ritorniamo su questo punto o non credo possibile una “fecondazione artificiale” delle Costituzioni. I popoli sono etnie, sangue, storia, tradizioni  e noi, al contrario, togliamo i Crocifissi dalle nostre aule, dove non c’è, peraltro, neanche il ritratto del Presidente della Repubblica e siamo costretti a discutere qual è la nostra identità e anzi qualcuno dice: annulliamola, nascondiamola questa nostra identità, se no manchiamo di rispetto a chi viene da fuori.
Ma come può esserci dialogo tra le civiltà e le culture se uno si vergogna della propria identità? Il dialogo per definizione lo si fa tra due. Eppure anche questa evidente considerazione fa fatica a essere accettata. Bisogna gridare e spesso gridare vanamente su queste cose. Pochi ricordano, per stare ancora all’episodio d’attualità, che il Crocifisso è stato tolto dalle scuole: non è allora che qualcuno voglia imporlo. No, qualcuno lo ha tolto proprio perché segno, muto ma fortissimo, della nostra tradizione. Io avevo portato da leggere, ma nel primo intervento mi è mancato il tempo, un bellissimo brano di Natalia  Ginzburg del 1988 che in quanto ebrea - vi ricordate le ultime polemiche invece della comunità ebraica? - diceva che quel segno la rappresentava, perché è il segno della libertà, perché è il segno di chi si fa martirizzare per difendere le proprie idee. Questa è la nostra tradizione, ma se ci vergogniamo di difenderla, non per umiliare le altre ma semmai per essere più in grado di dialogare, allora quell’Europa che lei sogna ed io anche, non l’avremo mai, e temo anche che andremo incontro a delusioni se ci limiteremo ad avere solo la moneta e le istituzioni, perché vorrà dire che la politica non ha questa responsabilità, che la politica ha abdicato - torno a quello che dicevo prima
- ed ha scelto, nella lotta di cui parlavo prima, di essere neutrale. E a quel punto, forse ha ragione Fisichella, ci penserà la religione, ci penseranno movimenti di altro tipo, ma certo questo vuoto identitario gli uomini non permetteranno che resti tale, perché riguarda il senso stesso della nostra presenza sulla terra.

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Però, Ferdinando, Vidal Quadras non diceva una cosa diversa.

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On.le Ferdinando Adornato


Forse ho capito male.

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Forse si è spiegato male, ma non voleva dire una cosa diversa. Comunque io ho trovato talmente bella la conclusione e la risposta al Prof. Saccà  di Ferdinando Adornato, che la considererei la conclusione del Convegno.
 Per concludere giustamente vorrei ringraziare S.E. il Cardinale Re, vorrei ringraziare l’Ing. Rebecchini, la vera anima di questo Convegno, senza il quale non succederebbe niente. E poi vorrei ringraziare i due sponsor. E’ una bruttissima parola l’espressione sponsor, però si tratta di due cari amici che sostengono le nostre iniziative con la loro amicizia e il loro conforto e sono l’Ing. Enzo Benigni, che è Presidente di Elettronica, e il Dott. Pier Luigi Crudele, che è il Presidente di Finmatica, ed inoltre, naturalmente, la Fondazione Rebecchini.

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