La comunicazione nell'era della globalizzazione
lunedì 15 ottobre 2001
Rassegna Stampa
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: Don Gianni Baget Bozzo,  Dr. Ettore Bernabei,  Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Ing. Gaetano Rebecchini,  Mons. Guido Pozzo,  On.le Rocco Buttiglione Ministro per le politiche comunitarie,  Prof. Gianfranco Legitimo,  Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington, 

Moderatore: Dr. Ettore Gotti Tedeschi

Relazioni
Ing. Gaetano Rebecchini
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
On.le Rocco Buttiglione Ministro per le politiche comunitarie
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Don Gianni Baget Bozzo
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Dr. Ettore Bernabei
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Prof. Gianfranco Legitimo
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Dr. Ettore Bernabei
Don Gianni Baget Bozzo
Dr. Ettore Bernabei
Mons. Guido Pozzo
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Don Gianni Baget Bozzo
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Don Gianni Baget Bozzo
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Don Gianni Baget Bozzo
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Don Gianni Baget Bozzo
Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Ing. Gaetano Rebecchini


Ing. Gaetano Rebecchini


Quale Presidente del Centro di Orientamento Politico desidero ringraziare il Presidente della Repubblica per aver concesso il Suo Alto Patronato a questo Convegno ed altresì ringrazio, per il Patrocinio accordatoci, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ringraziamento che rivolgo direttamente al Vice Presidente del Consiglio On. Gianfranco Fini qui presente. E desidero ringraziare il Vice Presidente del Senato Prof. Domenico Fisichella, i rappresentanti del Governo, le autorità e tutti i presenti per aver accolto l'invito al nostro Convegno, nel corso del quale avrà luogo la "Tavola rotonda" sul tema "La comunicazione nell'era della globalizzazione" alla quale parteciperanno tre personalità particolarmente attente al fenomeno, quali appunto il prof. Jeremy Rifkin, il dott. Ettore Bernabei e Don Gianni Baget Bozzo e che sarà condotta dal nostro socio Ettore Gotti Tedeschi.

A loro va il ringraziamento di noi tutti.

Eccoci pertanto qui dopo un anno esatto in questa splendida Galleria di Palazzo Colonna per parlare ancora di globalizzazione di cui nel precedente incontro, come molti di voi qui presenti ben sanno, furono affrontati aspetti cruciali: la dimensione etica e filosofica del fenomeno, le implicazioni politiche per quanto in particolare attiene al ruolo degli Stati Nazionali, gli aspetti economico-finanziari e le ricadute sulla crescita e lo sviluppo.

Gli atti di quel Convegno sono stati raccolti in un apposito opuscolo e sono disponibili sul sito internet indicato in calce all'invito da voi ricevuto per quest'incontro.

Fu proprio in occasione di quel convegno che il Dr. Bernabei invitò il nostro Centro di Orientamento Politico ad affrontare il tema sulla comunicazione che tratteremo oggi.

Il Centro - che si richiama al diritto naturale così come proposto nella tradizione romana e cristiana - si propone infatti la finalità, come testualmente scritto nello statuto, di "contribuire all'approfondimento ed alla diffusione della consapevolezza dei temi in gioco e delle prospettive che in merito si offrono agli uomini di buona volontà del nostro tempo, mirante ad una società più libera, più giusta, più umana".

Di conseguenza, intenzionati ad approfondire il tema della globalizzazione ed a diffondere la consapevolezza delle sue molteplici implicazioni con i conseguenti rischi e opportunità, non potevamo non interessarci del problema della "comunicazione" che, con le sue tecnologie sempre più avanzate, contribuisce in modo determinante allo sviluppo del fenomeno. I gravi avvenimenti del luglio scorso a Genova hanno in noi ulteriormente rafforzato la convinzione della necessità di comprendere ancor più i molteplici aspetti di un fenomeno di giorno in giorno più esteso ed incidente.

Sono poi sopraggiunti i terrificanti tragici eventi dell'11 settembre, che hanno scosso gli Stati Uniti d'America e sconvolto gli animi di noi tutti, e tra le varie azioni intraprese, al fine di sradicare il cancro di un terrorismo tanto vile e barbaro, è stato dato l'avvio anche ad una serie di operazioni militari, che purtroppo non saranno di breve durata.

Questo stato di cose ha indotto alcuni ad ipotizzare una inversione del processo globale ed in prospettiva una lenta estinzione del fenomeno.

Ipotesi che non condividiamo. La globalizzazione che possiamo ribattezzare riglobalizzazione o con qualsiasi altro nome è un fenomeno irreversibile, perché irreversibile è l'evoluzione tecnologica che tende a rendere il mondo sempre più piccolo e quindi più ravvicinati e frequenti i rapporti ed i confronti tra i diversi popoli e le relative culture. E' con questa realtà che dobbiamo confrontarci, sempre nella consapevolezza che non tutto è fattibile.

Come dicevamo al Convegno dello scorso anno, la globalizzazione caratterizzerà immancabilmente la storia di questo secolo e, desidero aggiungere, che se gestita tenendo sempre presente la centralità dell'uomo e gli irrinunciabili principi dell'etica, ed altresì il ruolo prioritario della politica ed i valori della democrazia, la globalizzazione non potrà che giovare al perseguimento del bene comune e della pace tra i popoli.

Tornando al tema della "comunicazione" oggi in oggetto, mi permetto invitare gli oratori della "Tavola rotonda" a rivolgere particolare attenzione alla tesi del prof. Rifkin, secondo la quale nell'era verso cui stiamo viaggiando e che lui definisce "era dell'accesso e delle reti", verrebbe notevolmente ad aumentare il pericolo de "l'assorbimento della sfera culturale in quella economica", il pericolo cioè della cosiddetta "omologazione culturale" di cui tanto si è detto nei più diversi ambienti.

Su questo, così come su altri argomenti più o meno scottanti, Vi invito ad ascoltare quanto vorranno dirci gli oratori di questa sera.

Ma prima di cedere la parola al Dott. Ettore Gotti Tedeschi per dare inizio alla tavola Rotonda, ho il piacere di dare qui lettura della lettera del Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi, consegnatami poc'anzi:

 

"Caro Presidente,

sono purtroppo impossibilitato a partecipare, come avrei desiderato,al vostro convegno. Lunedì, infatti, è previsto un mio incontro ufficiale a Washington con il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

Desidero tuttavia testimoniare la mia adesione a questo importante momento di riflessione che ha il merito di affrontare uno dei problemi più complessi e più controversi del nostro tempo.

Quanto è accaduto l'11 settembre a New York rappresenta l'aspetto drammaticamente più evidente di una globalizzazione che interessa non soltanto l'economia ma soprattutto i mezzi di comunicazione, la trasmissione delle immagini e delle informazioni.

Le immagini terrificanti degli aerei dirottati che si abbattono sulle torri gemelle di New York, affollate da migliaia di persone innocenti, sono state trasmesse in tutto il mondo e hanno unito, sia pure nel terrore e nell'angoscia, tutti gli abitanti del pianeta.

Anche questa vicenda dimostra che, nel bene e nel male, ciò che usiamo chiamare globalizzazione è una forza che non cancella le diversità ed i contrasti ma che tuttavia unifica la percezione di tali fenomeni.

Ciò che importa perciò è che, come nel campo dell'economia, questa forza sia orientata secondo principi etici, di verità e di giustizia. Solo così la globalizzazione può divenire una forza fondamentale per il progresso dell'umanità.

Sono certo che anche dal Vostro incontro verrà un contributo importante ad affrontare questi problemi nello spirito che ho ricordato.

Con l'occasione desidero augurare buon lavoro a tutti i partecipanti e La saluto cordialmente."

Silvio Berlusconi

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Quando pensammo a questo convegno, volevamo dare un contributo di riflessioni in ordine al fatto che globalizzare il mondo significava cercare di portare gli uomini ad un pensiero unico globale. Per questo è necessario un criterio di omogeneizzazione che usa un potente strumento: il sistema della comunicazione in senso lato.

Il professor Rifkin, nel suo libro L’era dell’accesso, scrisse qualcosa di fondamentale su questo tema, un pensiero turbante che meritava tanta attenzione: che quest’ansia di gestire i processi di comunicazione avrebbe potuto portare al controllo delle idee. Da lì nacque il dibattito ed è per tale motivo che si è ritenuto di invitare Rifkin e don Gianni, una voce che sarà sicuramente polemica nei confronti delle tesi di Rifkin. Ma è proprio dal confronto che nascono le considerazioni più significative.

Nella nostra visione il dottor Bernabei rappresenta un caso di successo, probabilmente unico al mondo negli ultimi anni, di come si riesce a fare comunicazione secondo obiettivi non commerciali. Di per sé non è la comunicazione che toglie l’uomo dall’ignoranza, ma è quello che comunica, e questo è il nostro pensiero, quello a cui avremmo desiderato arrivare.

Quanto è successo l’11 settembre ha cambiato un po’ lo spirito del convegno. E’ inutile pensare di frenare l’ansia degli oratori, di dire quello che pensano sul perché è successo e su cosa succederà adesso; li lasceremo liberi, però cercando di arrivare ad una conclusione che riguardi il nostro obiettivo finale: che ruolo avrà l’uomo in tutto questo.

Io inviterei il Ministro Buttiglione a introdurre il convegno di oggi, dandogli un senso e un’efficacia.

 

 

 

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On.le Rocco Buttiglione Ministro per le politiche comunitarie


Ringrazio per questo invito e posso rassicurarvi sul fatto che il mio intervento sarà breve, anche perché tra poco dovrò accomiatarvi da voi, essendo atteso a Dublino per un incontro sull’Europa alla locale Università.

Mentre ascoltavo l’introduzione così acuta del nostro amico Rebecchini, mi venivano alla mente alcune frasi di Platone dedicate al tema della musica. A tale tema Platone dedica buona parte della Repubblica e sostiene una tesi su cui vorrei invitare tutti voi a meditare: è difficile che un Paese (egli dice una città) in cui domina una cattiva musica possa avere una buona politica. Certo, quando Platone parla di musica non ha in mente esattamente quello che noi intendiamo con la parola musica; nel linguaggio di Platone ta musica sono tutte le cose che hanno a che fare con le Muse. C’entra dentro la tragedia, la poesia, tutto quello che noi chiameremmo il mondo della comunicazione, o meglio, il mondo della comunicazione di massa.

Perché non è possibile che un Paese che ha una cattiva musica possa avere una buona politica? Perché tre sono le funzioni della comunicazione: informativa (ti faccio sapere qualcosa che non sai), argomentativa (discutiamo per capire il significato di quello che è accaduto, cosa c’è dietro, qual è la connessione che dà valore agli avvenimenti di cui parliamo); ma la più importante di tutte è la terza, la funzione espressiva (si comunica per esprimere i propri sentimenti). La cattiva musica è un sistema della comunicazione in cui la funzione espressiva prende il sopravvento sulle altre due, di modo che non esiste né una effettiva informazione né una possibilità di argomentare, perché l’argomentazione è travolta dal fluire delle passioni.

Noi viviamo in una società in cui si realizza, a mio parere, in larga misura proprio ciò che Platone temeva; abbiamo una cattiva musica e il mondo della comunicazione di massa, invece di entrare in contatto con le passioni disordinate dell’animo giovanile, o dell’animo umano in generale, perché tutti siamo sempre un po’ bambini, invece di entrare in un’alleanza con le facoltà superiori dell’animo umano per controllare le passioni e renderci capaci di capire come funziona davvero il mondo, perché si possa prendere posizione in modo ragionevole su quello che nel mondo accade, si allea con la parte semplicemente espressiva, con le pulsioni non controllate, non ordinate, facendo in modo che instaurare il dialogo sulla verità divenga sempre più difficile.

Mi ha fatto piacere, nella lettera del Presidente Berlusconi, trovare questa parola: "verità"; una comunicazione al servizio della verità, una comunicazione in cui i sentimenti vengono educati in funzione di ciò che realmente è. Noi scontiamo, nel nostro mondo occidentale, in buona misura una perdita dell’essere nella comunicazione, una perdita del riferimento alla verità, con la complicità dei sistemi informativi i quali, proprio perché mostrano le cose, sembrano essere almeno dal punto di vista dell’informazione attendibili, e ciò non è, perché ogni qual volta si seleziona un’immagine da mandare se ne censurano mille altre. Sappiamo tutti che ci sono vittime civili in Afganistan, tutti i giornali ne hanno parlato; ha avuto la stessa evidenza il fatto che 200 cristiani sono stati uccisi in Nigeria? Non l’ha avuta; e forse ha avuto ancora meno evidenza il fatto che in passato massacri del genere erano già avvenuti, e mentre in questo contesto hanno avuto almeno un minimo di evidenza, quelli precedenti non ne hanno avuta alcuna. Il risultato è un mondo in cui la politica, come capacità di guidare secondo ragione il destino di un Paese per realizzare il suo bene comune, diventa sempre più difficile.

Ecco allora come il tema del giusto ordinamento della comunicazione è fondamentale perché possano essere preservate le nostre democrazie. Lo stesso Platone, nella stessa Repubblica, ci ricorda che la democrazia corre sempre il rischio di degenerare in demagogia, e qual è lo snodo che dà luogo a tale degenerazione? La musica cattiva, un corto circuito dell’informazione – questo sono io a dirlo, e non Platone – che fa in modo che sia molto difficile la discussione politica razionale. Ecco perché il tema ha una centralità che è accentuata da ciò che è accaduto con il massacro delle torri gemelle, che pone l’Occidente davanti al problema di una capacità di reazione che non è prima di tutto militare ma politica, ed è legata ad una percezione della propria identità.

Sia per reagire militarmente, sia per avviare il dialogo della pace, è necessario possedere una identità; ma questa nasce dalla riflessione, è autocoscienza. Dove non c’è riflessione sulla verità, lì non c’è identità. E qual è il timore dell’Islam davanti all’Occidente? È quello dell’impossibilità di dialogo perché l’interlocutore non ha un’identità ed è dominato soltanto dalle pulsioni elementari. Come ci rappresentano? Come un mondo in cui vale soltanto l’usura, la lussuria e il potere. Mentre il dialogo con l’Occidente cristiano è possibile, il dialogo con l’Occidente che ha rinnegato se stesso, riducendosi al luogo della espressione, e quindi dei valori vitali privi di qualunque riferimento più alto, questo dialogo diventa impossibile.

E noi vediamo questo problema dell’Occidente davanti alla globalizzazione dell’informazione anche in vitro su vicende politiche italiane. Avete visto l’insurrezione contro Berlusconi che dice che la nostra civiltà, la civiltà occidentale cristiana, è almeno contingentemente superiore a civiltà che non rispettano i diritti umani? A morte! È stato attribuito il Premio Nobel per la letteratura a /Naicul/, il quale ha una critica violenta, distruttiva dell’Islam; e questo invece va bene. Avete notato qualcuno che si sia scandalizzato per il Premio Nobel a /Naicul/? Nessuno. E questo perché la critica di /Naicul/ non implica la difesa di una identità cristiana, ma implica invece la critica di tutte le religioni ed è svolta a partire da un punto di vista ateo, non da un punto di vista che propone all’Occidente il recupero della propria identità cristiana.

Questo è lo snodo sul quale oggi ci troviamo, e chi cerca di fare, come me, come Gianfranco Fini meglio di me, come questo Governo, la buona politica, forse nella cattiva musica che risuona nel nostro Paese incontra l’ostacolo principale.

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


L’inizio mi sembra confortante. La comunicazione è un mezzo strategico per raggiungere obiettivi che possono essere buoni o non buoni, dipende da come li si usa e da chi li usa.


 

 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Vorrei iniziare descrivendo questo nuovo sistema economico che sta emergendo nel mondo e che noi chiamiamo globalizzazione, perché sull’argomento c’è molta confusione, molta ambiguità. Parlerò per circa mezz’ora di quello che secondo me la globalizzazione è realmente, e vi dirò che l’11 settembre la globalizzazione come noi la conosciamo è finita. Non ho sentito discussioni politiche sull’argomento ma io sono convinto che l’11 Settembre la globalizzazione sia finita. Nella seconda parte del mio intervento di oggi, parlerò della risposta culturale, della risposta politica e della risposta sociale che hanno condotto all’11 settembre. E poi, nella parte finale, parlerò della Fase 2: la "ri-globalizzazione", questa volta dal basso in alto, questa volta come partnership tra i governi, la comunità imprenditoriale e la comunità civile. Vorrei chiedere un favore, ho bisogno che la sala sia al buio e che i fotografi si siedano senza fare fotografie.

Tutti seduti, buio in sala

Bene, come sapete si è discusso molto negli ultimi anni sulla rivoluzione dell' e-commerce. Il nuovo software, la rivoluzione delle telecomunicazioni, il World Wide Web, i collegamenti B-a-B, B-a-C, peer-to-peer, la globalizzazione. Io insegno alla Warden School, negli Stati Uniti, nel programma di istruzione per i dirigenti a cui partecipano dirigenti aziendali provenienti da tutto il mondo, e la prima domanda che mi sento rivolgere da loro è: "Signor Rifkin, questa è una nuova economia?" Ovviamente, durante l’ultimo anno hanno chiesto che cosa è accaduto a questa rivoluzione dell’e-commerce, che è scomparsa, e la mia risposta è stata questa: "Non si tratta di una nuova economia, nel mondo oggi sta accadendo qualcosa di molto più profondo". A mio parere stiamo assistendo alla nascita di un nuovo sistema economico, che è diverso dal capitalismo di mercato, come il capitalismo di mercato lo era dall’economia mercantilista che lo aveva preceduto. Ogni grande era economica, ogni nuovo sistema economico nella storia è tumultuoso e destabilizzante, perché tutto cambia. Il contratto societario, il nostro concetto di governo, il modo in cui ci organizziamo gli uni in rapporto agli altri, e il mondo naturale. Ci sono molti motivi per cui le nuove tecnologie sono crollate. Ma vorrei indicarne una, che è la principale. Abbiamo cercato di far crescere queste nuove tecnologie in un sistema capitalistico antiquato. Le tecnologie sono troppo rapide, il sistema economico per il quale voi e io siamo stati formati è troppo lento, e queste tecnologie che voi state integrando nella vostra vita lavorativa, nel vostro modo di vivere, sono il punto mediano della rivoluzione elettronica che è iniziata con il telegrafo nel 1840. Ma la differenza sta in questo: noi possiamo prendere il sistema nervoso centrale di ogni persona e collegarlo con tutte queste tecnologie che viaggiano alla velocità della luce, con qualsiasi altra persona, qualsiasi altra attività e qualsiasi altra istituzione dell’intero pianeta, e possiamo far questo alla velocità della luce, per 24 ore al giorno, e per 7 giorni alla settimana. Comprendere questa realtà significa comprendere i travagli della nascita di questo nuovo processo globale e comprendere in quali punti abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato dal punto di vista commerciale e dal punto di vista politico. Oggi quindi esamineremo da vicino quello che ci troviamo di fronte. Lasciatemi dire una cosa: io sono convinto che, entro i decenni centrali del 21.mo secolo, la proprietà scambiata sui mercati cederà il posto a relazioni di accesso, entro vaste reti sociali. Questa è una delle grandi transizioni della storia. Farò un’analogia. L’ultimo grande cambiamento economico nella storia si è verificato fra il 300 e il 700. In Europa è nata tutta una nuova serie di tecnologie che hanno accelerato il ritmo, la velocità il flusso la densità e i collegamenti della vita commerciale. Inizialmente le nuove tecnologie agricole negli anni 300 hanno consentito di aumentare la produzione alimentare: si è avuto quindi un surplus, e si è potuto dare inizio al commercio per la prima volta dall’epoca dell’Impero Romano. Gli Europei hanno inventato la bussola, che ha consentito di navigare per tutto il globo, esplorando nuove risorse e creando nuovi mercati. I monaci Benedettini hanno inventato l’orologio meccanico. Oggi noi possiamo organizzare l’attività commerciale in unità di misurazione definibili grazie all’orologio, e quindi possiamo avere un maggiore coordinamento della vita commerciale. Gutenberg ha reinventato la stampa, che i Cinesi conoscevano già. E abbiamo potuto disporre di una comunicazione formale che accelerava ulteriormente il ritmo, la velocità, il flusso e la densità dell’attività commerciale. L’invenzione del vapore ha fatto il resto. A quel punto, divenne possibile usare le nuove forme di energia, carbone e vapore, per aumentare notevolmente la velocità e per consentire il commercio. Non era più necessario affidarsi ai venti e alle correnti né all'energia umana o a quella animale. Queste tecnologie accelerarono quindi il ritmo, la velocità, il flusso e le connessioni della vita commerciale facendo così morire l’economia precedente. Essa era basata sui confini, l’agricoltura di sussistenza e gli obblighi di proprietà sui proventi. Era troppo lenta, troppo rigida e troppo antiquata. Quindi, gli obblighi di proprietà sui proventi diedero origine allo scambio di proprietà nei mercati, e il resto è storia. Oggi, per le tecnologie veloci come la luce che ci collegano tutti, in un mondo di densità, il capitalismo di mercato è troppo lento. Ora vi spiegherò cosa penso che sia la globalizzazione, e mentre parlo, vi invito a riflettere sui problemi che essa sta creando e sul perché abbiamo sbagliato durante la prima fase. In primo luogo, stiamo spostando le comunicazioni primarie fra gli esseri umani dalla geografia al cyber-spazio - trasparente, ma che richiede qualche considerazione. Noi comunichiamo gli uni con gli altri in tempo reale fin dall’inizio della storia umana. Oggi però possiamo far viaggiare le informazioni alla velocità della luce. Tenete presente che prima dell’invenzione dell’orologio la vita era piuttosto lenta, dal punto di vista commerciale, e quindi all’uomo occorrevano soltanto l’alba, il mezzogiorno e il tramonto. Ognuno si impegnava nei suoi round quotidiani. Quando la tecnologia si è impadronita del ritmo e della densità, è diventato necessario introdurre la lancetta delle ore sull’orologio benedettino. In seguito, nel sesto secolo, quando la vita commerciale ha accelerato di nuovo, è stato necessario introdurre la lancetta dei minuti, e quando la vita commerciale ha accelerato di nuovo, nel 12 secolo, è stata introdotta la seconda lancetta. Tutto questo rientrava sempre nel settore della percezione umana, il tempo reale. Negli ultimi 20 anni, abbiamo introdotto nuovi segmenti di tempo, il /menal/? (ci sono 500 milioni di menal in un secondo), e ora il pikal. Quindi oggi, le tecnologie veloci come la luce ci consentono di coordinare l’attività umana nel settore commerciale e nell’ambito sociale al di sotto del dominio dell’esperienza umana : è un cambiamento straordinario! Ed ecco spiegato il primo mutamento: stiamo facendo un grande passaggio dai mercati alle reti. Attualmente alla Warden School insegniamo ancora il capitalismo di mercato – ci sono un venditore e un acquirente che si incontrano nel tempo, negoziando uno scambio di beni e servizi e poi la faccenda è conclusa, e ogni volta si ricomincia. I mercati sono diversi dalle reti. Nelle reti non ci sono venditori e acquirenti. Essi non esistono, nelle reti reali veloci come la luce. Lì, ci sono soltanto fornitori e utenti, servizi e clienti. Nelle reti, la proprietà esiste ancora, ma resta sempre nelle mani del produttore. L’utente vi accede in segmenti di tempo, associazioni, abbonamenti, canoni, accordi di leasing, contratti di licenza, accordi di multiproprietà. Per quale motivo questo è un grande passaggio? Perché nei mercati ciò che vale sono le risorse vere e proprie, quindi noi le acquistiamo e le vendiamo come beni e materie prime. Qual è la risorsa più rara fra i beni di valore del commercio globale veloce come la luce? Il tempo. Oggi il tempo è diventato qualcosa che noi possiamo modificare. Noi vendiamo e acquistiamo tempo, alla velocità della luce. Il motivo è questo: i mercati sono lineari. Sono discreti, sono discontinui. Ogni volta che si fa una vendita, bisogna poi ricominciare, mentre le nuove tecnologie sono cibernetiche, sono a spirale, avvengono 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana, perciò bisogna incominciare ad organizzare il commercio in segmenti di tempo. Vi farò un esempio: Amazon.com da una parte e /Mextrabertelsmann/?. Amazon.com è un mercato, mentre /Mextrabertelsmann/ sta cercando di diventare una rete. Nel caso di Amazon.com, ci si collega con il Web, si usano le nuove tecnologie, ma non si usano nella maniera giusta. Ci si collega con il Web, si acquista un CD, e poi questo CD viene fisicamente spedito all'acquirente: si tratta di una vendita fra un venditore e un acquirente, molto lento. Nel caso di /Mextrabertelsmann/ non è così, perché l'azienda sta elaborando un nuovo piano per la musica. Voi ed io possiamo diventare utenti, acquistando un segmento di trenta giorni di tempo in abbonamento, e questo ci consente di accedere alla musica contenuta nella biblioteca Bertelsmann. Paghiamo per il flusso della musica nel tempo, non paghiamo per lo scambio fisico di beni in uno spazio di mercato. Ora, restate con me, perché vedremo insieme che cosa succede per le automobili e i beni di grandi dimensioni. In un mercato, la proprietà e l’acquisto della proprietà sono validi perché si suppone che la proprietà aumenti di valore quando la si conserva. Ma in un mondo globale, che funzione alla velocità della luce, tutto diventa immediatamente antiquato oppure si trasforma in qualcos’altro. E la nuova economia è un flusso di processo ed esperienza: non è una transazione fisica, è un’acquisizione. Stiamo passando dallo scambio di proprietà nei mercati alle relazioni di accesso nelle reti. Quindi la geografia sta al cyber-spazio come i mercati stanno alle reti. Perché le reti? Nelle scuole per dirigenti, si insegna ai nostri studenti che si guadagna denaro sul volume del traffico: su quanto si produce e si vende e sui margini delle transazioni, no? Ora io chiedo a voi tutti voi dirigenti e imprenditori che siete in questa stanza: che cosa sta succedendo ai vostri costi di transazione? Stanno diminuendo sempre di più, no? E ogni direttore generale con cui lavoro mi dice che la sua azienda non riesce ad ottenere margini. Non c’è abbastanza profitto sui margini perché i loro costi di transazione continuano a diminuire. Vi spiegherò come e perché questo sta succedendo. Io sono un autore. In un mercato io vendo un libro. Il venditore compra il libro, lo manda al tipografo, il tipografo lo consegna al grossista, che lo spedisce al distributore, questi lo invia al dettagliante e poi voi acquistate il libro: tutti noi guadagniamo, perché il venditore, per ogni giorno, addebita il costo all’acquirente: si tratta di transazioni. Ora, Stephen King (e nessuno di noi ama Stephen King perché ha fatto quello che ha fatto) 2 anni fa ha venduto un libro all’editore /Simon & Shuster/? con un unico costo di transazione. Ha pubblicato una versione elettronica: nessun libro fisico, nessun tipografo, nessun distributore nessun dettagliante, nessun costo aggiuntivo sulle transazioni. Come fanno i beni a raggiungere il picco, in un mercato in cui non ci sono margini perché è possibile inserire i beni in una rete? Quando ad esempio pago per l’esperienza di leggere il libro di Simon & Shuster, non acquisto questa proprietà, quindi, si passa dalla geografia al cyber-spazio, dai mercati alle reti, dallo scambio di proprietà alle relazioni di accesso, dalla trasformazione dei beni in prodotti primari alla trasformazione del tempo umano stesso in prodotto primario. E c’è un ultimo elemento di ciò che io definirei globalizzazione: quali sono i nuovi attori? Nel 20° secolo gli attori erano le acciaierie, i produttori di automobili – quali sono i nuovi attori nel 21° secolo? Universal Revending/?, /Fitavers/?, Berthelsmann, /Piercing/? Sony, Seagram, Time Warner, Disney, Microsoft. Che cosa vendono? Noi lo chiamiamo contenuto. Parliamo ora di questa parola: il contenuto consiste nel prendere la storia umana in tutta la sua diversità, la nostra storia umana, e nel rimpacchettarla sotto forma di segmenti pagati in base al tempo. Viaggi e turismo, destinazioni e intrattenimento, best seller, film, TV, video, sport, giochi, benessere, cucina, cause sociali, tutte queste cose sono storie, che poi diventano logo, marchi, i nuovi entrati: sono i nuovi entrati culturali. Questo significa forse che lo stile di vita industriale scompare? No, ma diventa un prodotto primario. I sistemi economici non scompaiono mai, diventano semplicemente prodotti primari. L'agricoltura esiste ancora; non produce i margini, costituisce un prodotto primario che serve da base per le industrie di trasformazione. Negli anni 50 e 60 la proprietà consisteva proprio nelle industrie di trasformazione, ma oggi esse sono un prodotto primario. La maggior parte di esse si trova nel Terzo Mondo, ma esse sono una base essenziale per l' economia dei servizi, ed è lì che si sono avuti margini negli ultimi 20 anni. Ma oggi l' economia dei servizi. Sono un prodotto primario e costituiscono la base per i nuovi arrivati esperienziali, i nuovi arrivati culturali del 21.mo secolo. Io ritengo quindi che queste siano le prime avvisaglie, i primi cenni della nascita di quello che sarà un nuovo sistema economico nel mondo. Una parte di esso è familiare, simile al capitalismo, altre parti sono molto diverse. Questa è la globalizzazione. E quello di cui parleremo oggi è proprio il modo in cui la globalizzazione è stata organizzata fino alla data dell' 11 Settembre. Vi fornirò un esempio di mercato e un esempio di rete. Alcuni di voi, se sono genitori, avranno comprato i giocattoli Lego per i propri figli: i vecchi giocattoli Lego che si comprano in un negozio e poi si portano a casa. Si tratta di una vendita. Questo mese, la Lego ha annunciato il suo nuovo programma: si compra il giocattolo, ma poi il bambino tornando a casa, potrà collegarsi con il World Wide Web, dove troverà tuta una serie di storie su come utilizzare il giocattolo – una serie di storie che si manifestano davanti a lui. Hanno preso la cultura, e l'hanno rimpacchettata come una serie di storie. Il giocattolo è come un puntello, e basandosi su di esso, il bambino può entrare in un flusso di esperienze. Alla fine – sono pronto a scommetterci – la cosa non sarà più gratuita, com'è successo per Napster. Attualmente è gratuita, ma alla fine diventerà un abbonamento, una volta che avranno motivato ogni bambino e ogni genitore, e mostrato loro come si fa a crescere. Non si penserà più che il Lego sia una proprietà fisica che è stata acquisita, ma un accesso ad una esperienza alla quale si associano. Ma questo, sta modificando l'intera idea di proprietà? Noi – valore – possesso, i nostri figli – valore – accesso.

Un nuovo mondo: dai mercati alle reti. Vediamo adesso il settore delle automobili. Il 20.mo secolo è stato quello delle auto. Il secondo bene di proprietà di maggior importanza di cui ognuno di noi dispone è un' automobile. Recentemente sono stato alla Ford Italia e Eurocar, e vorrei raccontarvi questa mia esperienza. Abbiamo riunito il Direttore Generale, il personale, e tutti i venditori in una grande sala e io ho cominciato il mio discorso con questo commento: "Mantenetevi su questa strada". La Ford Motor Company, se potesse, non venderebbe più una sola automobile. Se vi vendono una automobile, l'unico contatto che avete con loro è il punto vendita, e poi voi ve ne andate a casa. La Ford preferirebbe di gran lunga tenersi l' automobile. Ricordatevi, nelle reti, la proprietà rimane sempre nelle mani del produttore, e noi paghiamo nel tempo per fare l'esperienza delle loro automobili, perché con un leasing di due anni, ad esempio, io rimango insieme alla Ford Motor Company mentre dormo, mentre sto sveglio, mentre guido e mentre non guido. Sono collegato in una relazione commerciale nel tempo. In questo caso sappiamo che la percentuale per il leasing è il 54% e la percentuale degli scambi di mercato è il 24%, ma questo è solo l'inizio. Negli ultimi 10 anni, nel mio Paese, un' automobile su tre di quelle trasportate dalle bisarche era in leasing. Fra 20 anni, nessuno acquisterà le automobili, esse rimarranno sempre di proprietà del produttore. La Ford Italia Eurocar sta mettendo in atto una partecipazione in una multiproprietà. Volete una /SUV/?, per la prossima settimana? Venite da noi e vi daremo la SUV. Volete una Convertibile per la prossima settimana? Venite da noi e vi daremo la Convertibile. Volete un'assicurazione? Può far parte del pacchetto. Volete la manutenzione e il servizio gratis? Sconti e benzina? Sconti e viaggi e turismo? Privilegi di condivisione? Perché l'industria automobilistica non si occupa più soltanto della vendita delle auto, sta passando alla vendita della mobilità. Quindi ogni storia sta cominciando a passare da ciò che noi definiamo vendita discreta di singoli prodotti e servizi all'impegno nelle reti di esperienza condivisa. E quante categorie di esperienza umana sono interessate da questo fatto? Mobilità? Intrattenimento? Educazione? Finanza? Salute? Abitazione? In tutte le società con cui lavoro, io cerco di individuare la maniera per essere al centro di questo web globale, in modo che esse possano creare una connessione globale B-a-B, B-a-C, peer-to-peer, veloce come la luce, per intere categorie di tempo umano. Ecco quanto è profondo il mutamento. Ma questa, è una rivoluzione buona o una rivoluzione cattiva? E' una cosa positiva o una cosa negativa? Se noi fossimo dei frati Francescani qui in Italia, e 300 anni fa uno dei frati fosse tornato al monastero dicendo: "Guardate, ho qui un nuovo libro, intitolato "Il benessere delle nazioni", di un certo Adam Smith. Che ne pensate, sarà un buon sistema economico o un cattivo sistema economico?" Non c'è risposta. A voler essere onesti, il sistema economico riflette la condizione umana e noi siamo sia buoni sia cattivi. Quindi, il capitalismo è utopico e distopico, è un passo avanti e un passo indietro. Ha dato grandi vantaggi a molti, ma altri sono stati sfruttati. E' stato stimolante e tumultuoso, e terrificante e destabilizzante. Si può dire la stessa cosa del mercantilismo e del feudalesimo, e dell'economia Romana e di qualsiasi altro sistema economico. Perciò, quello che io sto affermando qui stasera, in particolare alla presenza della comunità imprenditoriale e della comunità politica, è che noi abbiamo bisogno di capire come scegliere un processo di ri-globalizzazione per ottenere il meglio da questa nuova tecnologia, e per non rischiare periodi oscuri, di anni o di generazioni di perturbazione sociale. Le civiltà complesse sono molto rare, nella storia. Ce ne sono soltanto poche, forse meno di 20 o 30 esempi di civiltà veramente complesse in tutta la storia umana. Ed esse crollano con facilità – a volte molto rapidamente. Basta pensare all'Impero Romano: chi avrebbe mai pensato che nel giro di 150-200 anni potesse crollare? E mentre noi ci spostiamo verso una società complessa, veloce come la luce, nella quale, potenzialmente, il sistema nervoso di ogni persona è collegato a quello di tutti gli altri, in che modo possiamo ripensare il contratto sociale? Vorrei farvi un esempio di come si crea una buona rete o una rete cattiva. Molti di voi sanno che io sono stato critico nei confronti delle multinazionali per quanto riguarda le politiche ambientali. Ho sempre pensato, e ritengo ancora oggi, che vi sia una contraddizione intrinseca fra i profitti e le perdite e lo sviluppo ambientale sostenibile. Io lavoro insieme ai direttori generali delle grandi aziende, e so che sono brave persone che cercano di fare le cose giuste. Non tutti, ma alcuni di essi. Tuttavia, anche se cercano di fare la cosa giusta, non possono. Ed ecco perché. In un sistema di capitalismo di mercato, il produttore scambia sempre i beni e i servizi con l'acquirente. Ma, una volta che il bene o il servizio o la proprietà sono usciti dal negozio non sono più affar suo, diventano una esternalità. Ciò significa che i costi relativi all'ambiente, i costi della sostenibilità devono essere sostenuti dalle singole società o dalle generazioni future. In una rete, però, la proprietà rimane sempre al produttore. Cosa pensate che farà il signor Ford, della Ford Motor Company, quando fra qualche anno si sveglierà e si accorgerà che ogni singola automobile Ford appartiene alla Ford Motor Company e non è mai stata venduta? In che modo questo farà cambiare il suo modo di pensare all'ambiente, all'energia e alla sostenibilità? Supponiamo che la Ford Motor Company offra un'assicurazione legata all' automobile. Un'assicurazione gratuita, se si pagano due anni di accesso per utilizzare la loro automobile. In questo caso, la Ford costruirà delle automobili che non abbiano incidenti, perché altrimenti sarebbe costretta a sostenere le spese. L'azienda deve internalizzare il costo. Se saranno loro a pagare la manutenzione, faranno un' automobile che abbia prestazioni eccellenti. Se saranno loro a pagare il carburante, come parte integrante della vostra esperienza di mobilità, dovranno occuparsi delle vendite di carburante o avranno costi in energia quasi pari a zero. Se l' automobile rimane a loro, costruiranno un' automobile che sia modulare, facilmente riciclabile, con un basso costo di entropia. Perché, in una rete, il costo si internalizza sempre. La proprietà rimane sempre al produttore. Vi farò un altro esempio, quello della Carrier, la società che nel mio Paese costruisce condizionatori d'aria. In un mercato, essi hanno interesse a vendere i condizionatori d'aria più grossi possibile, e voi li acquistate. Se essi usano più energia di quella che serve a voi, e questo provoca il riscaldamento del pianeta, non è altro che denaro in banca. Ma ora, la Carrier non riesce più a guadagnare dalla vendita dei condizionatori. Non c'è margine. Gli imprenditori capiscono quello che intendo dire. Non c'è margine nel vendere un condizionatore. Quindi, si passa ad una rete di servizi di raffreddamento. Essi mettono i condizionatori nella vostra azienda. Non dovete neppure prenderli in leasing, sono lì. Li mettono a casa vostra. Voi pagate per 30 giorni di aria fresca. Ora che la proprietà appartiene a loro, pensate che vorranno usare tutta l'energia che possono, oppure la minore quantità di energia necessaria, per fornire a voi 30 giorni di aria fresca? Esatto: per darvi 30 giorni di aria fresca useranno la minore quantità possibile di energia. Più energia adoperano, più denaro perdono. Quindi provvederanno ad isolare le finestre, ad usare un'illuminazione speciale, saranno più attenti di Greenpeace, perché hanno visto il conto profitti e perdite. E' necessario internalizzare i costi. Vi darò ora un esempio finale: l'industria farmaceutica. L'industria farmaceutica ha margini altissimi, è una vergogna. Ma adesso, i farmaci generici sono in concorrenza contro le società farmaceutiche. In un mercato, la Glaxo Smith-Kline sarebbe interessata a vendervi tutti i farmaci che voi potete comprare. Se voi vi ammalate, le azioni della società salgono. Ma oggi, anche in questo settore, i margini stanno diminuendo. Perciò, che cosa fanno loro? La Glaxo Smith-Kline, recentemente ha avviato un piccolo programma prototipo in Gran Bretagna, che si chiama Gestione delle malattie (Disease Management) e che riguarda cinque malattie: disordini del sistema nervoso centrale, attacchi di cuore, cancro, diabete e colpi apoplettici. Qual è la nuova missione della loro rete? Mantenervi in buona salute, 24 ore al giorno, per 7 giorni alla settimana, per il resto della vostra vita. Farvi stare bene. Sono impazziti? Se voi state bene, non utilizzerete alcun farmaco. Per quale motivo lo fanno? Perché hanno impostato una connessione B-a-B con la compagnia assicurativa inglese /BUBA/?. Se la Glaxo vi mantiene in buona salute, il costo assicurativo è inferiore, perché l'assicurazione viene pagata per un abbonamento di un anno. Quindi, se la Glaxo mi mantiene in buona salute, la compagnia assicurativa ha meno costi, e condivide il risparmio con la Glaxo. Questo si chiama Accordo di guadagno-risparmio (Gain-Saving Agreement). E a questo punto, la Glaxo coinvolgerà i datori di lavoro. Quando un dipendente si ammala, la produttività diminuisce, e ci sono molte perdite per la società, assenteismo, perdita di rendimento sul lavoro. Se il dipendente è in buona salute, la produttività aumenta. Quindi, i datori di lavoro, se il dipendente rimane in buona salute e la produttività aumenta, condividono i risparmi e i guadagni con la Glaxo Smith-Kline. Si può continuare ad espandere queste reti veloci come la luce all'intero settore del benessere. Ed ecco la differenza fra una rete e un mercato. In un mercato si guadagna denaro massimizzando la produzione, e mediante i margini su ogni transazione, mentre in una rete, si guadagna denaro nella maniera esattamente opposta. Si minimizza la produzione, si condividono e si mettono insieme le risorse, si condividono i risparmi, si guadagna denaro grazie agli Accordi di guadagno-risparmio, e così si ha un nuovo modello commerciale. Se entro 10-15 anni non farete parte di una rete, e se non comincerete a lavorare subito in tal senso, non sarete più in affari. Grande valore intrinseco alla società, mediante l'internalizzazione dei costi della società. Quindi, oggi, nella comunità imprenditoriale possiamo ben capire che il conto profitti e perdite in effetti è paragonabile alla nostra sensibilità e alle nostre esperienze di cittadini. E le reti cattive? Vi farò un esempio. La Monsanto, quella che produce semi da organismi geneticamente modificati per alimenti geneticamente modificati. Quando la Monsanto fornisce un seme ad un coltivatore, non avviene una vendita. Il coltivatore firma un contratto di licenza che gli consente l'accesso alla proprietà intellettuale investita in quel seme. Quest' ultimo rimane sempre di proprietà della Monsanto. Il coltivatore può raccogliere i nuovi semi, che tradizionalmente venivano usati per la semina dell'anno successivo. Ora, invece, questo non è possibile, perché non c'è stata vendita. La Monsanto che è attualmente una delle maggiori società di sementi nel mondo, in questo caso non venderebbe più altri semi. Essa preferisce quindi che ogni coltivatore abbia accesso a quei semi e sia totalmente dipendente dalla sua rete. E il problema sta proprio in questo. Ci sarà un grande valore intrinseco nelle reti globali, ma dovremo occuparci delle leggi antitrust. La legislazione antitrust è stata pensata per proteggere gli scambi di proprietà nel mercato. Ma le reti non sono mercati, esse distruggono i mercati. Immaginiamo la capacità di usare la tecnologia veloce come la luce per collegare il sistema nervoso centrale di ogni utente finale coni fornitori di tutto il mondo! La capacità di concentrazione del potere nelle reti globali veloci come la luce eclissa la capacità di concentrazione del potere anche nei mercati ampliabili e completamente integrati. Dovremo avviare una discussione globale per ripensare le leggi antitrust, in modo da essere certi che le buone reti diventino prevalenti, al contrario di quelle cattive. Questo fa parte del secondo stadio, la ri-globalizzazione, dal basso verso l'alto. Infine, dobbiamo parlare di questo grande passaggio dal commercio industriale a quello culturale. Quello che è avvenuto l' 11 settembre è la frangia estrema, disfunzionale, patologica di una nuova lotta. Lasciatemi dire che io sono convinto che occorre essere duri e disciplinati. Non sono propenso ad alcuna debolezza. Dobbiamo trovare questi filoni, dobbiamo individuare queste persone, dobbiamo scoprire dove agiscono le loro comunità, dobbiamo essere giusti e leali, non vogliamo uccidere indiscriminatamente. Vogliamo un obbiettivo, ma queste persone devono essere consegnate alla giustizia. Nessuno dovrebbe scusarsi per ciò che essi hanno fatto: criminale, inumano, barbaro. Tuttavia, tutto il denaro del mondo, tutti i sistemi di sicurezza, tutti i militari del mondo non possono comprare la sicurezza esterna, a meno che noi non affrontiamo le condizioni che sono derivate dalla globalizzazione, le quali forniscono un terreno di cultura per gli estremisti, i quali reclutano i giovani. Se avremo una generazione che si sente emarginata, umiliata, ignorata e disperata, se avremo una generazione che non ha interesse alla civiltà, essa cercherà di distruggere tale civiltà. E a questo proposito, vorrei fornirvi alcune statistiche. Due anni fa ho letto un articolo interessante sul Financial Times. Era un piccolo articolo, ma uno di quelli che non si dimenticano mai. Il Financial Times affermava che la ricchezza totale stimata delle 356 persone più ricche del mondo è pari al reddito dal 40% dell'umanità. Noi, qui, stiamo parlando della globalizzazione, di un mondo veloce come la luce, mentre il 63% degli abitanti di questo pianeta non ha mai fatto una sola telefonata in vita sua. Un terzo degli abitanti del pianeta, ancora oggi non dispone dell'elettricità. Un miliardo di persone, ancora oggi, è sotto-impiegato o disoccupato. 850 milioni di persone non hanno abbastanza cibo, e quindi i loro figli non possono crescere fino a raggiungere l'altezza normale, e metà della popolazione del mondo non è nemmeno entrata nell' economia capitalista. Nell'era del mercato, la divisione era fra coloro che possedevano beni e coloro che non ne possedevano. Oggi, noi abbiamo una divisione anche peggiore: fra coloro che sono connessi e coloro che sono disconnessi. Una parte dell'umanità opera nel ciberspazio alla velocità della luce, e si collega al di là dei confini, mentre il resto dell'umanità è intrappolato nella geografia, e noi non possiamo nemmeno comunicare con loro, ci serviamo di mezzi differenti. E' la ricetta per un lungo periodo di crollo. Anche in assenza di terrorismo, ci sono due tipi di mobilità nel mondo: la mobilità elettronica che consente di oltrepassare i confini, nel ciberspazio. E l'altra mobilità, qual è? Dal basso verso l'alto, la gente si muova d est verso Ovest, e dal Sud verso il Nord. Noi non possiamo fermarla. Quello che possiamo fare è dare inizio ad una discussione che avrebbe dovuto iniziare già molto tempo fa, perché oggi noi disponiamo delle tecnologie che possono collegare ogni sistema nervoso centrale in una singola economia globale, eppure non abbiamo fatto niente per collegare le culture. E' come se noi fossimo una famiglia nella quale esiste un accordo commerciale, ma voi ed io non conoscessimo nostro fratello, nostra sorella, nostro zio, nostra zia, e non avessimo la minima idea di quello che pensano, di quali sono i loro problemi, del perché siano sconvolti e di quali siano le loro speranze. Abbiamo le Nazioni Unite che rappresentano i governi, abbiamo una Organizzazione Mondiale per il Commercio che rappresenta il commercio globale, perché non abbiamo una Organizzazione Mondiale per la cultura, che rappresenti tutte le culture e tutti i popoli di questo pianeta? Vorrei suggerire qui che è in questa situazione che noi stiamo attuando un grande passaggio dal commercio industriale al commercio culturale. Per la nuova lotta, se la globalizzazione è una parte di questa lotta che riguarda il contenuto culturale e la produzione culturale, qual è l'antidoto dall'altra parte? Ritornare alla geografia? Ritornare alla diversità culturale? Quando si parla del contenuto, occorre comprendere che gran parte degli abitanti del pianeta è contraria a quello che essi definiscono Hollywoodizzazione della cultura, MacDonaldizzazione della cultura, Nikeizzazione della cultura. Non è sbagliato affermare che molte volte gli obbiettivi sono obbiettivi culturali, e che essi si situano nell'arena commerciale. Che cosa succederebbe se ci svegliassimo un giorno per accorgerci che tutta la ricca eredità culturale del pianeta, tutte le nostre storie sono state ignorate? Una parte delle nostre storie ci è stata tolta ed è stata rimpacchettata dalla Nike, da McDonalds, dalla Microsoft, dalla Universal Revending, dalla Fininvest e dalla AOL Time Warner. Che cosa succede al resto della nostra esperienza? Immaginate di risvegliarvi in un mondo in cui tutte le relazioni fra le persone sono commerciali e contrattuali. Immaginiamo di poter accogliere tutti i poveri, cosicché non vi siano più poveri, e che tutte le nostre relazioni con il nostro prossimo siano commerciali e contrattuali: avremmo la globalizzazione che volevamo. Voi sareste contenti di vedere i vostri figli vivere in un mondo in cui le sole relazioni fra le persone sono commerciali e contrattuali, e produttive e finanziarie? Sarebbe un incubo. La diversità culturale è fragile quanto la biodiversità. Quello che abbiamo appreso dalla rivoluzione industriale è che le nostre creazioni biologiche sono deperibili. Abbiamo esaurito la grande biodiversità di questo pianeta, e lo abbiamo fatto in meno di 100 anni. E una volta perduta una specie di un determinato habitat, non si può più riaverla. È un processo irreversibile. La diversità culturale è altrettanto fragile. Quando la gente perde la sua storia, quando la sua identità culturale viene impacchettata in un contenuto, o mescolata insieme ad altro, come si fa a riconquistare una cultura? Come si potrebbe fare per riconquistare la cultura Italiana, o quella Francese, o la cultura Islamica, o quella Giapponese? Io non credo che la civiltà possa sopravvivere in un ambito ristretto, e le relazioni commerciali da sole, anche se ognuno di noi avesse tutto il necessario, sono un ambito troppo ristretto. Quindi, in quest'ultima parte del mio discorso, vorrei parlare della lotta da condurre per mantenere un equilibrio fra globalizzazione e cultura. Gli eventi dell' 11 settembre sono stati la frangia estrema della guerra culturale che sta per arrivare, e che sarà tale su moltissimi fronti, in moltissimi settori. Quello che ci occorre per la nostra sicurezza è fare in modo di non creare un terreno di coltura per le frange estremiste. Quindi, lasciatemi dire che io sono convinto che il problema sta nella terza via, la politica, la politica tradizionale. Voi saprete senz'altro che cos'è la politica della terza via – il sig. Quentin, il sig. Schroeder, il sig. Blair, politici di vari Paesi, si sono associati. Ma io uso i termini politica della terza via come introduzione al motivo per cui abbiamo un problema. Le nostre aziende non la pensano correttamente riguardo al mondo in cui vivono. I nostri governi fanno altrettanto riguardo alla natura del mondo in cui vivono. Se la teoria della politica della terza via ha creato metà dell' economia globale, ha aperto il commercio, ha eliminato i confini, deregolamentato e creato una situazione in cui il mercato può offrire, le reti possono offrire, ha creato metà dell' economia globale, e noi creiamo un contesto per aiutare le società ed aiutare la civilizzazione, questa non è altro che saggezza tradizionale, da parte degli imprenditori e dei leader politici di tutto il mondo. Si tratta di una tradizione onorevole, che risale agli Europei illuminati – Condorcet, Locke, Newton e Descartes, i quali per un certo periodo hanno rovesciato le opinioni della Chiesa sul mondo, basate sulla fede, sostituendole con una visione del mondo basata sul materialismo. E ciò che essi hanno detto sull'identità materiale è la nostra identità più fondamentale. Per citare Madonna: Sono una persona materiale. Rileggendo Adam Smith e Carl Marx, si può notare che erano d'accordo su una cosa: e cioè che è il contesto materiale che crea le basi per la sovrastruttura che viene definita valore, moralità, e che aiuta l'uomo nella sua vita. In questa teoria c'è un'unica cosa sbagliata: che è sbagliata, completamente sbagliata. E fino a quando continueremo a ritenere che il commercio è il progenitore della cultura, non avremo speranza per la Fase 2, la ri-globalizzazione. Personalmente, non conosco un solo esempio nella storia in cui i popoli abbiano prima impostato il commercio e gli scambi, e solo in seguito deciso di creare una cultura. E voi? Non c'è un solo esempio in tutta la storia umana. Non conosco un solo esempio nella storia in cui un popolo abbia prima creato un governo e poi deciso di creare una cultura. Il commercio e la proprietà non sono istituzioni primarie, non sono i progenitori della società. Ne sono i beneficiari. I popoli prima creano una lingua, un comportamento, delle norme per andare avanti, creano fiducia sociale, capitale sociale, creano una storia in modo da poter vivere come popolo, e poi hanno fiducia a sufficienza per impostare il commercio e creare i governi. Ma la fonte è la cultura. Il commercio e il governo sono i beneficiari. Questa affermazione modifica il modo in cui giudichiamo quello che è successo nel caso della globalizzazione? Che cosa succederebbe se cominciassimo da stasera a comprendere che la cultura precede il commercio, che la cultura precede il governo? Ebbene, che cos'è la cultura? La cultura consiste in tutte le affiliazioni che io ho, che non sono relazioni commerciali e non sono relazioni di governo. Cultura: ecclesiastica, secolare, fraterna, di servizio, delle arti, degli sport, dei rapporti civici, e di tutte le cose che facciamo con gli altri esseri umani per la semplice gioia dell'impegno sociale. Gli scambi fra noi avvengono come fine, non come mezzo. La cultura è il luogo in cui noi creiamo un intenso gioco, in cui esprimiamo la nostra umanità, in cui gioiamo del valore intrinseco della vita. Ecco che cos'è la cultura. Il commercio è il luogo in cui abbiamo intenso lavoro, in cui creiamo l'utilità, in modo da poter disporre del necessario, sufficiente per vivere la nostra vita. Nel mondo reale, viviamo attraverso entrambe le cose, la cultura e il commercio. Un intenso gioco, un intenso lavoro, valore intrinseco e valore di utilità, ma l'identità culturale precede sempre l'identità materiale. Non capire questo significa non comprendere la lezione dell' 11 settembre. Quindi, che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto, lasciate che vi risponda se avete qualche dubbio, se qui è presente qualche capitalista o qualche marxista, vorrei chiarire se sia la cultura che precede il commercio o il contrario. Ricordate quando è crollata l'Unione Sovietica, quando è caduto il muro di Berlino e ci siamo affrettati ad andare ad aprire delle aziende in Europa Orientale e in Russia? Ricordate che cosa è successo alla maggior parte di queste aziende? Sono fallite. I sovietici avevano eliminato la società civile, avevano eliminato la cultura, avevano eliminato il capitale sociale. E quindi gli imprenditori come voi non avevano più un ambiente prevedibile in cui esercitare il commercio. E ci vogliono generazioni per creare una comunità, una cultura. E qui vorrei fare un esempio relativo all'Italia. Se voi doveste svegliarvi domani mattina, qui in Italia, e scoprire che l'intera civiltà italiana è scomparsa da un giorno all'altro, che tutte le vostre istituzioni e tutte le vostre affiliazioni sono scomparse da un giorno all'altro, e che la vostra cultura è svanita, come potrebbe l'Italia sopravvivere un solo giorno? Ma se voi vi svegliaste domani mattina per accorgervi che l'intero governo è crollato, e che tutte le aziende degli imprenditori presenti in questa sala sono crollate, ma la vostra cultura è rimasta, voi potreste ricostruire. Quante volte è già successo, nella storia Italiana? Quante volte nel giro di 2000 anni? E' la cultura che precede il commercio. Vorrei – se ci riuscirò – darvi un'idea degli attori coinvolti in questa grande lotta: da una parte le multinazionali globali che ci spingono alla velocità della luce verso le connessioni globali, e dall'altra altri tre attori che hanno risposto alla globalizzazione. La società civile è uno degli attori. Tutti ricordiamo le dimostrazioni di Seattle, di Genova e di Gotenborg. Vorrei tenere separate le frange estremiste, violente, nichiliste. Non hanno niente a che fare con quello di cui sto parlando. Rappresentano la frangia patologica, ma sono loro che reclutano. Usano i ragazzi, molti dei quali presi dalla strada, per conto degli altri esseri umani, parlando del riscaldamento del pianeta, dello sfruttamento infantile nelle fabbriche del Sud Est Asiatico e degli alimenti geneticamente modificati. E se qualcuno dei nostri figli fa questo, è un bravo figlio. Essi stanno effettivamente assumendosi la responsabilità della loro generazione. Quindi, se la globalizzazione è una parte della nuova dialettica, qual è l'altra? Riappropriarsi delle comunità, della geografia, delle varie località, di una profonda partecipazione e un'intensa cultura. Riportare alla luce l'identità culturale, in modo da arrivare ad un equilibrio. E' quello che qualunque studente può leggere nell'Etica di Aristotele. Ricordate, che Aristotele tornava sempre sul concetto di equilibrio? Nel frattempo, le organizzazioni della società civile stanno creando questa politica globale della società civile. Non solo hanno a che fare con il potere schiacciante delle multinazionali globali, ma devono anche affrontare altri due movimenti: il quarto settore e il fondamentalismo. Tutti vogliono avere il controllo sulle comunità; ma perché? I governi sono meno coinvolti nelle nostre comunità, e stanno affidando ad altri i loro servizi. Chi colmerà il vuoto in ogni singola comunità Italiana, con una minore presenza del governo? Le multinazionali sono più o meno globali, non sono più granché coinvolte nelle comunità locali. Chi riempirà il vuoto di leadership? Da una proprietà c'è il quarto settore, l' economia sommersa, il mercato nero, il crimine organizzato. Vogliono assumere il controllo della vostra comunità, basta guardare a quello che sta succedendo dalla Russia all'Europa Orientale e Centrale, fino all' Europa Occidentale e ormai anche nel Nord America, perché la società civile era stata eliminata dai comunisti. La cultura era stata abolita dai comunisti. Il vuoto viene riempito dal crimine organizzato, dal mercato nero, dall'economia informale, dalla Russia all'Europa Occidentale e ormai anche nel Nord America e in Giappone. Chi vuole il controllo delle nostre comunità? I fondamentalisti, i gruppi etnici, i gruppi politici fascisti di destra, i gruppi religiosi fondamentalisti. Essi credono nella comunità, credono nella geografia, credono nella cultura. A differenza di essi, le organizzazioni creano una società civile, credono nella storia degli altri e la rispettano, e condividono la cultura come un dono. E sono aperte alle storie degli altri. I fondamentalisti, che si tratti di gruppi etnici io di gruppi politici di destra, o di fondamentalisti religiosi, invece, credono che esista soltanto una storia, soltanto una geografia, e che tutti coloro che sono al di fuori di quella storia, al di fuori di quella geografia, per dirlo con le parole di Bin Laden, non siano altro che il demonio,gli infedeli, gli ipocriti. Quindi, abbiamo di fronte un grande compito: come ridare il potere alla cultura in tutte le sue dimensioni: religiose, secolari, di vicinanza, di comunità, e come ridare potere alla storia umana, in modo da poter considerare la cultura il centro di un potente movimento sociale di coesione. Quando uscirete di qui stasera, non pensate più che l' Italia sia un mercato e un governo. Siamo qui in questa sala, e non è presente quasi nessuna organizzazione della società civile: ci sono solo i rappresentanti del governo e del commercio. Ma quando uscirete di qui, pensate alla società come ad uno sgabello a tre zampe: governo, commercio, società civile. Le organizzazioni non governative, le organizzazioni della società civile hanno a che fare con la comunità in cui vivete, in cui vivono le vostre famiglie. Quindi, se considereremo la società uno sgabello a tre zampe, tutte e tre queste zampe dovranno essere proporzionali e lavorare l'una per l'altra. Un commercio forte, un forte governo democratico, va bene – ma essi non possono sopravvivere se al centro non c'è una forte società civile, per organizzare la fiducia sociale, il capitale sociale, i talenti, l'apertura, etc. Davanti a noi si presenta una grande sfida, e questa sfida è particolarmente importante per gli imprenditori e per i leader politici qui in Italia. Io uso sempre l' Italia come modello, forse la cosa vi sorprenderà. Quando parlo agli imprenditori americani, dico: "Forse l'Italia offre un modello della maniera in cui dovremmo procedere." E loro mi rispondono "Che cosa?" Esaminiamo allora il caso dell' Italia: 80 milioni di abitanti, al sesto posto fra le economie del mondo. L' Italia ha dato inizio al mercantilismo moderno, al capitalismo moderno. È proprio qui, che essi sono nati. Sono iniziati sei secoli fa. E che cosa avete fatto voi in quell'occasione? Avete preso i mobili di Firenze, avete preso la seta e i tessuti di Milano, le ceramiche di Gubbio, i vetri di Venezia e di Milano, e avete messo sul mercato tutte queste cose culturali e le avete condivise con il resto del mondo. Esatto? Sei secoli più tardi, guardiamo cos'è l' Italia. La forte potenza commerciale, c'è ancora? E la vostra cultura è ancora forte? Sì, ed ecco il perché. Non ho mai preteso di essere come un Italiano, ve lo dico dal punto di vista di un Americano. Quello che mi interessa in questo Paese è che non ho mai incontrato un Italiano, dai direttori generali ai lavoratori delle fabbriche, che non fosse convinto di una cosa (ditemi se sto sbagliando): tutti voi siete convinti che la vostra identità culturale precede la vostra identità commerciale. E' così? Voi siete buoni affaristi e siete convinti che gli affari siano essenziali, ma non sufficienti per definire quello che voi siete. Esatto? Quindi, in un certo senso, questo vuol dire anche che gli Italiani difendono la loro cultura. Posso dire la stessa cosa anche dei Francesi, i quali sono stati i primi ad avvertirci che la cultura conta. Ricordo la grande controversia all'UNESCO 20 anni fa, quando i Francesi sostennero "La cultura conta", e il mio Paese abbandonò l'aula per ridicolizzare i Francesi. Ma i Francesi avevano ragione. Se volessi muovere loro una critica, direi che essi difendono troppo la loro cultura. La cultura non è un possesso da difendere, ma un dono da condividere, e quello che io so sulla cultura Italiana è che voi siete aperti alla condivisione della vostra cultura, e che prendete a prestito anche dalle altre culture. Avete continuamente idee nuove, nel campo dell'innovazione e in quello della creatività. La creatività umana inizia sempre nell'arena culturale, non inizia mai nel commercio e nel governo, perché è nell'arena culturale che noi giochiamo, è lì che noi creiamo per pura e semplice gioia. Ed è per questo motivo che il vostro Paese è stato un attore tanto forte per tutti questi anni. Forse proprio l' Italia e gli uomini di cultura europei possono aiutare noi, negli Stati uniti e negli altri Paesi, ad impegnarci in un grande dibattito socratico su come creare un equilibrio fra il commercio e la cultura, fra l'utilità e il valore intrinseco.

Ultima diapositiva. Sono assolutamente convinto che la data dell' 11 settembre ha segnato la fine della Fase 1 della globalizzazione. Ne sono certo. Se voi non siete d'accordo, vorrei farvi pensare un attimo alla più grande industria del mondo, quella dei viaggi e del turismo. Essa rappresenta il 10% del PIL mondiale, l'11% dell'occupazione, ed in una economia globalizzata e senza limiti, si prevedeva che i viaggi e il turismo avrebbero raggiunto il 20% del PIL e il 20% degli occupati entro 10 anni. I viaggi e il turismo sono cultura, pagata commercialmente, per fare esperienza delle culture degli altri popoli. Che cosa è successo alla maggiore industria del mondo l' 11 settembre? Credete che potrà tornare presto ai livelli precedenti? Siamo soltanto all'inizio. Quindi, io sono convinto che dobbiamo dire addio alla globalizzazione, ma dobbiamo analizzarla, dobbiamo comprenderla, dobbiamo de-costruirla, in modo da poter apprendere le lezioni necessarie e poter passare alla Fase 2, la ri-globalizzazione dal basso, in semplice partnership, fra le organizzazioni della società civile delle nostre comunità, il commercio e il governo, in un'unica partnership. Se costruiremo una civiltà forte e coerente, basata su molte storie, molti doni, e se saremo aperti alla condivisione comune, come potrà il fondamentalismo attecchire in questo tipo di comunità?. Si tratterà di una comunità aperta, che condivide, che è creativa, che è umana: il fondamentalismo potrebbe mai attecchire in questo tipo di ambiente? No. Quindi, l' esame da sostenere è ri-concentrarsi sulla società civile, sulla cultura che è la sorgente. Se riusciremo a ridare potere alla cultura, le nostre istituzioni secondarie, cioè il commercio e il governo, potranno fiorire. Se voi imprenditori e leader politici e governativi continuerete a ritenere che la risposta sia in primo luogo nell'arena commerciale o in quella governativa, saremo perduti. Sono convinto che noi potremo fare questa transizione con l'aiuto di tutti e tre i settori. Sono convinto che potremo passare ad una società globale veloce come la luce e connettere tutti, senza dover perdere le nostre storie individuali. E sono convinto che la prova da superare consiste nell'unire la comunità imprenditoriale e la comunità politica con la cultura e la società civile. Insieme, potremo dare vita ad un secondo Rinascimento.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Grazie, professor Rifkin, lei è stato straordinariamente esaustivo.

Io proporrei di evitare di tirare a questo punto conclusioni incomplete e azzardate, per lasciare subito spazio a don Gianni Baget Bozzo. A Jeremy Rifkin vorrei soltanto dire che noi, in Italia, ci siamo abituati a cinquant’anni di cultura utilizzata come i soldi dei neo-ricchi, cioè spesa molto male. Noi non abbiamo avuto un buon esempio di cultura ufficiale, o di cultura che abbia permesso una grande evoluzione del pensiero. Effettivamente la cultura come i soldi, si può spendere bene o male, se se spende male non si fa buona cultura.


 

 

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Don Gianni Baget Bozzo


Devo dire che, in realtà, noi europei possiamo conoscere quando una cosa nuova non è poi così nuova, ed ascoltando il professor Rifkin mi è venuto alla mente il vecchio Marx. Vi ho trovato molte affinità: intanto, proprio l’umanità come essere generico, il concetto dell’uomo totalmente incluso in un sistema di comunicazioni, e un’umanità interamente genericizzata, al punto tale che quasi viene soppresso l’individuo. Si dovrebbe dire che, se veramente questo fosse il nostro futuro della comunicazione, cadrebbe la dimensione individuale dell’interiorità. Marx non arrivava a questo, però, certo, l’idea di una umanità collettiva è quella che sempre emerge dalla prima ipotesi del professor Rifkin.

Ma anche il resto mi ricorda Marx, cioè la concorrenza che annulla la proprietà e, praticamente, il fatto che la proprietà viene abolita mediante il conflitto dei produttori - in questo caso il conflitto dei servizi - l’espropriazione complessiva degli uomini, perché in sostanza queste grosse reti e servizi sono una forma di espropriazione collettiva. Solo che a questo punto in Marx c’è un salto concettuale, egli infatti ritiene che sia esattamente questo processo di espropriazione totale a determinare il salto culturale, che nell’esposizione del professor Rifkin, è la seconda parte: a ciascuno secondo le sue necessità, a ciascuno secondo il suo lavoro. In Marx alla fine vi è il salto qualitativo, la dialettica, la rivoluzione, vale a dire che da questa realtà materiale emerge la cultura nuova.

Ecco, a me la globalizzazione sembra il pensiero che nasce in qualche modo dall’eredità della sinistra marxista dopo la fine del comunismo, cioè dopo che l’idea del salto dialettico, del salto di qualità prodotto mediante la collettivizzazione è finito; e qui appare che il sistema economico spinto al suo ultimo livello non produce un salto culturale. Questo determina, evidentemente, il fallimento della sinistra ed il fatto che la storia non abbia poi più senso, e questo spiega la cultura no global, ossia non c’è più la rivoluzione, c’è la rivolta perché il salto qualitativo non avviene più.

Lo schema del professor Rifkin mi sembra quello di una grande crisi, la sostituzione della proprietà privata con lo ius utendi ad abutendi in sistema di reti e servizi interamente concentrati, probabilmente in concorrenza tra loro, forse anche lì a livello zero, come pensava Marx. Viene esposto un sistema economico che non ha alternative; però, come il coniglio dal cappello, c’è la cultura, ossia promuoviamo la cultura, e questo è un fatto singolare. La cultura non è una cosa che si organizza come il commercio, ma soprattutto oggi non ci accorgiamo che quello che sta avvenendo, il fatto positivo, è proprio il formarsi di una universalità culturale.

In sostanza, la globalizzazione ha prodotto una diffusione culturale notevole, e se il comunismo è crollato in Russia, se è cambiato in Cina, se elementi occidentali sono accolti in Iran, se fondamentalmente una civiltà dell’immagine ha unificato il mondo, vuol dire che le culture separate - come pensava Hunghtington - non esistono più e che il positivo della globalizzazione è che essa è un evento culturale proprio contrario a quello che sostiene Rifkin, a mio avviso. La cultura occidentale si sta diffondendo nel mondo e Paesi rilevanti come l’India, la Cina, il Giappone non pongono alternative a questo fatto. Ciò significa che le grandi culture asiatiche, quelle che il cristianesimo non ha penetrato, sono penetrate dall’Occidente, e questo è un grande cambiamento culturale, perché in realtà che cosa porta l’Occidente con sé? L’individuo, la persona, il singolo. Che cosa porta il computer, la televisione, l’immagine? In sostanza, il dominio del libro, dell’ideologo, del sapiente, del mandarino; che cos’è questo grande fatto della globalizzazione se non la cultura della persona.

Ma perché l’Islam reagisce? Perché ha davanti l’immagine dell’Occidente conforme a natura. Perché c’è la grande paura islamica? Perché di fronte all’immagine, che non è più libro, non è più la radio, la voce catalizzatore, come si diceva, non è più il libro sacro, ma è l’immagine, la cosa più democratica di tutte, che pone gli uomini di fronte a questo immaginario, il mondo musulmano è scosso dal fatto che nasce una cultura mondiale che è occidentale. E se c’è l’immigrazione, e noi tutti lo sappiamo bene, questi disperati cercano nell'Occidente il genere di vita che nel loro paese è negato loro. E perché il modello occidentale minaccia la stabilità immobilistica millenaria della cultura islamica che ha sempre soppresso, da Averro in poi le correnti riformiste nel suo seno, che nascono come novità sono fenomeni fondamentalisti come il terrorismo, che è infine l'applicazione del metodo classico della guerra santa ai cristiani. Ma il suicidio terrorista ha in sé una qualche modernizzazione, perché esso non è originario della tradizione islamica. E' un fenomeno, a mio avviso, figlio diretto del terrorismo occidentale, perché non ha basi nella cultura islamica quel tipo di terrorismo, e non l’ha certamente il suicidio per martirio (l’ha in quella giapponese).

Semmai, quello che mi colpisce è l’affinità del terrorismo di Bin Laden con quello rosso, quello del "colpiamo i simboli"; ma questo è terrorismo nostro, terrorismo occidentale, che mostra ancora una volta che Bin Laden è un fenomeno dell’Occidente. Certo, c’è una crisi interna nell’Arabia Saudita, tra raebiti e saudiani, e Bin Laden vuol dire una crisi interna all’Arabia Saudita, ma è il modello culturale occidentale che viene proposto.

L’idea di questo grande scrittore, Hunghtington, di bloccarci in culture statiche, e che le culture stanno ferme, come mi sembra che pensi Rifkin, e non sono coinvolte nel processo, è veramente assurda. Le culture sono coinvolte nel processo, e lo è la cultura islamica. Si pensi a Komeini, che è uno degli uomini più grandi. Che cosa ha fatto? Ha introdotto tutti gli elementi occidentali possibili dentro una società islamico: Stato, partiti, democrazia, elezioni, televisione, emancipazione femminile, cioè ha cercato di occidentalizzare al massimo. E dove è avvenuto il terrorismo? Laddove i raebiti hanno bloccato la cultura occidentale al massimo. Il terrorismo è nato là dove l’Occidente non è arrivato.

Oggi è molto più pericolosa l’Arabia Saudita che non l’Iran, e direi che non l’Irak, perché dove il vahabitismo - una setta strana, parzialmente eretica, della Summa islamica - ha impedito ogni contatto con l’Occidente, ha perseguitato i cristiani ammazzandoli ovunque, dal Sudan alla Nigeria, è rimasta la vecchia cultura. La legittimità saudita difende la cultura vahabita; ma è un fattore di progresso? Essa è quella che ha generato gli atti terroristici.

Per questo io sono convinto che la globalizzazione, come diceva il Presidente Berlusconi nel suo messaggio, sia un grande fatto positivo; non solo è la diffusione di una cultura della libertà, ma si badi, dove il cristianesimo non è riuscito come religione, l’Occidente è riuscito come civiltà perché ha dentro di sé il concetto di libertà, di creatività. Anche il fatto stesso della tecnica, l’idea di poter cambiare il mondo, l’idea di un mondo uno, indiviso e cambiabile è cristiana, in fondo. È questa realtà che entra dentro gli altri mondi, per cui sono assolutamente convinto che quello della globalizzazione sia un processo culturale e che in realtà non si possa – è l’idea di Marx – dedurre una realtà politica storica da una ipotesi economica. Se guardiamo la lettera marxiana e la storia del XX secolo, vediamo che il marxismo vince contraddicendo Marx, una rivoluzione contro Marx, come disse Gramsci parlando della Rivoluzione d’ottobre: la profezia marxiana si è verificata contraddicendosi.

Da un’ipotesi di struttura economica non si deduce la storia, non può farlo il professor Rifkin, non poteva farlo Marx. Per questo io sono convinto che la globalizzazione sia esso stesso un fatto culturale, che ciò che abbiamo dinanzi è la paura della parte più reazionaria e retrograda del mondo islamico, del mondo saudita ed in parte di quello pakistano, dietro al quale in realtà la grande maggioranza islamica non c’è perché la contaminazione culturale è già avvenuta. In questo sono ottimista, esattamente perché penso che alla fine di questo secolo si è verificato questo grande evento su un mondo arretrato. Ma un certo mondo cattolico di questo non ha capito niente, come si è visto nei fatti di Genova, dove veramente quelli che hanno meno capito sono quei cattolici che hanno dimenticato la grande tradizione di San Tommaso.

Il processo globalizzatore è un processo di civiltà e per questa ragione sono ottimista e convinto che noi riusciremo a vincere la sfida islamica; anche se mi rendo conto che il nocciolo della crisi è la grande "mamma petrolifera" dell’Occidente che è l’Arabia Saudita, però l’integrazione culturale ha un peso fortissimo.

Vi sono Paesi del mondo africano che sono stati decolonizzati troppo presto – diciamolo pure – e con le guerre in Burundi e in Congo è purtroppo saltata l’ultima eredità coloniale che era rimasta: l’intangibilità dei confini coloniali. Ma l’Africa è un problema a sé, perché è deglobalizzata. Che cosa vogliono gli africani quando chiedono essi, i loro Ministri, le sementi modificate? La globalizzazione, appunto.

In conclusione, ho spiegato le ragioni per cui dissento da quanto ho qui ascoltato da parte di persone di grande acume. Vi ringrazio.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Io mi preoccupo del fatto che alcune terminologie possano essere uguali per tutti. La terminologia che ha usato Rifkin parlando di globalizzazione si rifà effettivamente e correttamente, nella visione di Rifkin, a termini molto più prettamente economici. Il sistema di globalizzazione al quale egli fa riferimento nasce e si sviluppa soprattutto negli ultimi dieci anni con il grandissimo eccesso di capacità produttiva legato alla capacità tecnologica del mondo soprattutto nord-americano, che ha creato un sistema che può aver un po’ sopraffatto la cultura.

Ritengo che quando Rifkin parla di appropriazione del mercato attraverso il controllo del consumatore, e lo fa attraverso il passaggio dalla proprietà all’affitto, dalla connessione alla rete ed al servizio globale che viene dato all’uomo, parla di leggi di mercato, questo è il mercato. Io sono un industrialista, sono un economista industriale, e riconosco in questo il mercato, che non nasce da una volontà sovra il mercato con obiettivi inquietanti, e strategia di mercato, che è l’occupazione del consumatore. Oggi molte imprese valgono in funzione di quanti clienti hanno, ben più di quanto fatturato non facciano. E’ evidente che se invece di vendere un prodotto lo affitto, conquisto di più il cliente, lo tengo legato a me, ma questo è un processo di mercato.

Tutto questo soltanto per dire che l’utilizzo dell’espressione cultura potrebbe essere un po’ fuorviante; magari nella conclusione cercheremo di chiarire che cosa pensiamo.

Ettore Bernabei, Presidente Lux, rappresenta un grandissimo caso di successo negli ultimi tempi: egli è riuscito a dare un esempio che il buon prodotto di comunicazione può aver successo anche in un mondo in cui qualcuno ritiene a priori che nessuno guarderebbe mai un buon prodotto, e quindi si devono fare "schifezze" alla televisione – la famosa televisione spazzatura – per poter raccogliere pubblicità. Ebbene, Ettore Bernabei ha dimostrato il contrario ed è interessante ascoltarlo.

 

 

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Dr. Ettore Bernabei


Chi ha assistito, in diretta televisiva, alla tragedia dell’11 settembre, ha potuto valutare che cosa sia la comunicazione globalizzata. Ma, anche nella normalità quotidiana, la globalizzazione televisiva è ormai un fatto compiuto: al 95% nell’informazione e all’80% nell’intrattenimento. Gli esperti stanno invece a dibattere ancora se nella finanza e nella industria la globalizzazione sia arrivata al 50 o al 60%.

E’ anacronistico ormai discutere se la globalizzazione sia un bene o un male. E’ un processo in atto, in alcuni settori - come quello della comunicazione - in maniera irreversibile. Pertanto è umano e saggio ricercare i modi con i quali gestire questo processo, al fine di renderlo strumento di bene comune: è il sabato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

Oggi nei paesi sviluppati si calcola che il 96% delle famiglie possieda un televisore e segua le trasmissioni per qualche minuto o per qualche ora ogni giorno. Attorno al 50-60% oscillano le famiglie che posseggono nelle loro abitazioni libri e giornali e ne fanno un uso sporadico e parziale. Attorno al 30-40% le delle famiglie che posseggono computer e collegamenti web e ne fanno un uso variamente modulato, secondo le età e il grado di cultura degli individui.

Non è azzardato perciò affermare che oggi e nell’immediato futuro, la televisione sia il mezzo di comunicazione più diffuso. Negli anni futuri prolifereranno le emittenti satellitari e digitali; le famiglie arriveranno ad avere il videotelefono e quindi la possibilità di partecipare da casa alle trasmissioni in diretta bidirezionale. Comunque il televisore per alcuni decenni rimarrà il mezzo di comunicazione più usato dalla gente comune.

E’ sulla comunicazione televisiva, pertanto, che si devono appuntare le ricerche, gli studi, le proposte di chi ha a cuore le sorti dell’umanità. Infatti, le trasmissioni televisive - soprattutto quelle di intrattenimento - offrono sempre e comunque, modelli di comportamento, che influiscono sui modi di vivere degli individui e dei gruppi, determinando così gli orientamenti e gli atteggiamenti futuri degli umani consorzi.

E’ un falso slogan quella che si sente ripetere spesso: "La televisione è lo specchio della società".

In realtà la società in cui viviamo è quella determinata dai modelli offerti nel corso degli anni dalle trasmissioni televisive: Sono gli ideatori della televisione che scelgono i modelli di vita che, in maniera più o meno diretta, vengono offerti ai telespettatori. In maniera più o meno consapevole, i telespettatori recepiscono quei modelli, conformando ad essi la propria vita individuale, familiare, sociale.

Naturalmente i telespettatori non sono numeri virtuali, come tenderebbe a far credere una certa filosofia demoscopica della audience televisiva: sono uomini e donne in carne ed ossa, intessuti di istintività e di facoltà intellettuali e spirituali.

Nella televisione di tutto il mondo il tipo di prelievo delle risorse finanziarie - prevalentemente da pubblicità, piuttosto che da canone - nel corso degli anni ha enfatizzato la dimensione del telespettatore come mero consumatore. Contemporaneamente la mondializzazione dei processi di ideazione e produzione di programmi televisivi (fiction, talk show, format d’intrattenimento e di spettacolo leggero) mentre ha favorito la distribuzione commerciale dei programmi, ha attenuato e spesso eliminato le differenze di cultura, di tradizione, di usi e costumi degli individui e dei popoli, che sono patrimonio fondante del genere umano. Si è andato così imponendo, nell’intrattenimento televisivo, una tipizzazione univoca della vita degli uomini e delle donne che, per farsi accettare a qualsiasi latitudine, fa leva quasi esclusivamente sulla istintività più immediata e talvolta animalesca, usata come il più facile denominatore comune di culture, individui, popoli diversi.

Ecco come si è arrivati a quegli eccessi, che alcuni definiscono "TV spazzatura".

Tutto questo non può essere imputato al processo di globalizzazione. Semmai deve essere imputato alla esasperata finalizzazione di tutta la comunicazione televisiva, al profitto: al profitto degli inserzionisti di pubblicità e di quei pochi che (produttori di beni e servizi, divi dello spettacolo e degli sport) lucrano sui coinvolgimenti commerciali della televisione.

E’ un cane che si morde la coda:

Infatti la progressiva commercializzazione di tutta la comunicazione televisiva avviene attraverso la strumentalizzazione dei telespettatori, considerati esclusivamente come acquirenti di beni e servizi. A questo punto viene meno il rispetto per i telespettatori come persone, che hanno le loro idee, i loro principi, le loro aspirazioni. Nascono e proliferano così in tutto il mondo i programmi di intrattenimento - spacciati come TV realtà - nei quali la gente viene chiamata a raccontare in video le sue vicende sentimentali e domestiche, sulle quali si crea un’artificiosa suspense per epiloghi a sorpresa, tutti preventivamente sceneggiati; proliferano i quiz e i giochi che, per una banale risposta su un cantante o su un calciatore, distribuiscono somme di denaro, che possono essere onestamente guadagnate solo con anni di lavoro; spuntano i format nei quali, povere cavie umane - ridotte a polli di batteria - sollecitano i più bassi istinti degli spettatori. Non sono da meno le lunghe serie di sceneggiati dove si inventano centinaia di varianti all’adulterio, al sesso ginnastico e alla violenza fisica. In un serial televisivo di successo degli anni scorsi - che usava la violenza mafiosa come denominatore comune per agganciare il pubblico - si è partiti con un omicidio a puntata e si è arrivati a 34 episodi di morti ammazzati nell’ultima serata.

Tutti questi programmi, con la motivazione di volere rispettare i "non credenti", presentano modelli di comportamento di un esistenzialismo immanentista ed etimologicamente ateo - che prescinde cioè da Dio creatore dell’universo - in netto contrasto con qualsiasi concezione religiosa della vita.

Nel mondo degli addetti ai lavori televisivi si sente ripetere: "E’ con questi programmi che si fa l’ascolto e si incassano i soldi necessari per realizzare le trasmissioni".

Viene da chiederci se non ci sia qualche connessione di causa ed effetto tra questo inquietante "paese dei balocchi" televisivo ed il terribile coacervo di cinismo, di ferocia, di sofisticata tecnologia di morte, che ha prodotto la tragedia dell’11 settembre.

Lo scrittore americano, premio Nobel per la letteratura, Saul Bellow, il 13 settembre in un intervista concessa al "Corriere della Sera", deprecava proprio questa lunga era ludica, presentata nei paesi più sviluppati dalla televisione, e si augurava che l’umanità - dopo un così tremendo choc - riuscisse a pensare a cose più serie. Non c’è dubbio che proprio quell’era ludica televisiva abbia contribuito a far credere che le conquiste della tecnologia garantissero - in uno stato di totale sicurezza collettiva - la perenne autosufficienza e la felicità di ciascun individuo.

In base a esperienze lontane e recenti sento il dovere di affermare che è possibile fare una televisione che rimetta al centro l’uomo, in tutte le sue luci e le sue ombre: Una televisione che non distrugga quel tessuto connettivo di convinzioni e di sentimenti che è indispensabile ad una ordinata convivenza civile.

Quando, dieci anni fa, con alcuni imprenditori italiani facemmo una società per azioni, per produrre e mettere sul mercato programmi televisivi di fiction di qualità, ispirati ad una concezione creazionista della vita, non sapevamo se saremmo riusciti nel nostro intento.

Insieme alla realizzazione di film di argomento storico e di vita contemporanea affrontammo un progetto, pluriennale, per una Bibbia televisiva: 21 film tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, concordati con i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, ebraiche e islamiche, realizzati con un rigoroso rispetto dei testi, con un’attraente divulgazione popolare e, soprattutto, con un’alta qualità artistica e tecnica. I venti film fin qui realizzati, trasmessi in 143 paesi di tutti i continenti, hanno avuto dovunque alti indici di ascolto, superiori alle medie della fiction di ciascuna emittente, con punte che in Italia hanno eguagliato i raiting RAI del festival di San Remo. Negli Stati Uniti la CBS con il film "Jesus" - trasmesso nel maggio 2000 - ha raggiunto i quaranta milioni di telespettatori, invece dei suoi normali venti e ha conquistato il primato del prime time televisivo, (fino allora detenuto da "Millionaire", il quiz che ogni sera distribuisce un milione di dollari)

Questo dimostra che si possono fare grandi ascolti anche senza solleticare l’istintività animalesca dei telespettatori, coinvolgendone invece tutta la umanità, fatta anche di nobili sentimenti e di capacità razionali. Eppure in quei film non sono stati omessi gli episodi conturbanti di violenze guerresche, di stupri, di adulteri, narrati dai testi biblici; sono stati sceneggiati, in maniera da suscitare emozioni anche critiche e mai come modelli da imitare.

La maggioranza del pubblico ha capito ed ha apprezzato. Le emittenti, con gli alti indici di ascolto, hanno fatto il loro business.

Risultati del genere si sono ottenuti anche con altre coproduzioni internazionali di fiction televisiva, capaci di mediare valori positivi nel racconto di vicende anche contemporanee. Stiamo ora lavorando ad un progetto di sceneggiati televisivi che - con rigore storico e forza drammatica - presentino al grande pubblico i personaggi più significativi del ventesimo secolo.

Mi sento in coscienza di poter affermare che la globalizzazione della comunicazione televisiva di intrattenimento può essere governata con la intelligenza e la cultura, immettendo sul mercato programmi di buona qualità, imperniati su di un’ispirazione diversa da quella che ha guidato, negli ultimi venti anni, la deregulation . Ora, che le poste e i treni, privatizzati, non funzionano più bene in Inghilterra e che l’opulenta California è rimasta al buio per la mancanza di energia elettrica privatizzata, si profilano le condizioni anche per ripensare il modo di fare televisione.

Ma bisogna pensarci un po’ tutti, operatori e spettatori; altrimenti ci pensa solo qualcuno a fare "la televisione spazzatura". Nella comunicazione - come del resto in economia e nella finanza - lo spontaneismo del mercato non risolve tutti i problemi.

Si è già detto che è velleitario combattere la globalizzazione, con il fine di ritornare a frammentazioni e localismi anacronistici.

Il problema da risolvere è quello di garantire una diversità nella unità: Per lo specifico della comunicazione occorre garantire - nel quadro di regole certe di libertà e di rispetto per tutti - la circolazione di più Weltanschaung, la rifrazione di realtà umane diverse, di ambienti naturali diversi, di tradizioni e di modi di vita, universalmente validi pur nella loro particolarità.

Nell’era dell’accesso, Rifkin si preoccupa giustamente che l’uso delle reti non rimanga privilegio di pochi individui o gruppi, escludendo così una gran parte della umanità. Si potrebbe azzardare che ciò sarà possibile nella misura in cui la maggior parte dell’umanità sarà informata dai mezzi di comunicazione e resa consapevole dei suoi diritti e delle sue facoltà di accesso.

Intanto, bisogna fare in modo che ogni persona, ogni gruppo di cultura anche minoritaria, ritrovi nella comunicazione televisiva, soprattutto di intrattenimento, il rispetto delle proprie idee delle proprie concezioni di vita. La tecnologia facilita tutto ciò, mettendo a disposizione una gamma vastissima di canali e di emittenti.

Spetta ora alle istituzioni, alle università, agli organismi politici e sociali formare giovani professionisti, in grado di ideare e produrre programmi, che presentino una gamma molteplice di modelli di comportamento, rispondenti a quella varietà di tradizioni, di usi e costumi, che costituisce un patrimonio irrinunciabile della umanità.

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Sono stati previsti due interventi, di monsignor Pozzo e del professor Legittimo, quest’ultimo molto legato a ciò che ha detto ora Ettore Bernabei. Una domanda su come funziona il processo di concentrazione dei network televisivi.

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Anche per il fatto che alcune considerazioni di premessa sono state già fatte in maniera molto ampia e che il tempo non consente di dilungarsi maggiormente, farò solo una domanda che può sembrare molto specifica, ma che effettivamente si lega anche alle ultime considerazioni del dottor Bernabei per quanto riguarda il processo di concentrazione in atto nel mondo delle imprese di comunicazione, che non è solo un processo di concentrazione orizzontale - che in fondo ha carattere fisiologico, perché concerne imprese che si muovono sullo stesso terreno e che quindi tendono a rafforzarsi fondendosi, o comunque concentrando le loro attività - ma ha carattere verticale per cui, per esempio, imprese proprietarie di hardware tendono ad interferire, quindi ad entrare come portatrici di attività di interessi, anche nel mondo della produzione dei contenuti della comunicazione.

Questo è un aspetto che forse ancora noi non vediamo nella sua platealità, come forse nel mondo americano o comunque in altre realtà operative, ma di cui credo dobbiamo preoccuparci anche perché le normative antimonopolistiche, laddove esistono – e in Italia ne siamo particolarmente carenti – risultano obsolete rispetto a questa realtà. È un aspetto che sfugge ai meccanismi consueti e tipici di questo tipo di normative, quindi occorrerà ripensare ad una nuova regolazione, che dovrà certamente partire dal mondo politico. La politica, infatti, dovrà pure riprendere la sua responsabilità nei confronti di questo mondo che invece sembra sfuggirle per mille rivoli, proprio perché legato ad una entità che dal punto di vista tecnologico è assolutamente libera. Ma dal punto di vista dei soggetti istituzionali e del livello istituzionale, saranno gli Stati in grado di svolgere efficacemente questa azione, o dobbiamo pensare ad un livello istituzionale diverso; per esempio, nel nostro continente l’Unione Europea, piuttosto che non gli Stati nazionali?

Questo può sembrare un punto molto specifico, ma invece credo abbia un valore strategico importante per quanto riguarda il discorso che era stato accennato.

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


La domanda è: ma allora Lux potrebbe essere comprata da un grande network? Sarebbe bene o sarebbe male?


 

 

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Dr. Ettore Bernabei


Io credo che la molteplicità delle emittenti sia un fattore positivo perché permetterà in futuro di scegliere l’emittente che più si gradisce in base ai suoi contenuti, ai suoi messaggi. Io ho voluto fare quella conclusione, che può sembrare un po’ strana: dobbiamo pensarci tutti. Sì, credete! Certo, la politica ha una grande responsabilità, e deve riprendere il suo primato, che secondo me non ha.

 

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Don Gianni Baget Bozzo


Rimpianti?

 

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Dr. Ettore Bernabei


Non ho mai avuto rimpianti. Io ho vissuto, come operatore e non come politico della televisione, un periodo che ritengo non negativo, almeno utile, in cui la politica dava una cornice dentro la quale era possibile portare avanti un processo culturale. Andava portato avanti con prudenza, ed io credo in qualche momento di non essere stato sufficientemente prudente, però ho cercato di tenere soprattutto di mira il bene comune, l’interesse della gente, degli ascoltatori.

Noi facemmo i romanzi sceneggiati perché, sì, ad una élite piacevano le commedie; ma le commedie del teatro borghese di fine ‘800 e primi ‘900, cioè scritte per 700-800 persone che la sera, vestite in abito scuro, andavano a teatro nelle grandi città, non venivano capite dai 7-8 milioni che erano allora gli spettatori della televisione a canale unico, il 30 per cento dei quali era analfabeta, che magari abitava in cima ad una montagna o in una campagna deserta. Facemmo quindi i romanzi sceneggiati perché erano stati scritti dai grandi scrittori dell’800 e del ‘900 per milioni di persone, come I Promessi sposi o Guerra e pace.

La politica non deve entrare nella conduzione della comunicazione televisiva, deve però assicurarle una cornice dentro la quale, a mio parere, ci vogliono dei buoni professionisti della comunicazione. Fin qui la televisione è stata fatta da bravi autodidatti, giovani di bella presenza, che sanno parlare bene ma che non hanno una sufficiente preparazione professionale; è un po’ come nei tempi andati, fino al ‘700, quando i barbieri, per il fatto che sapevano tenere in mano un rasoio, venivano abilitati a fare le operazioni chirurgiche; oggi per fare un chirurgo ci vogliono sei anni di medicina, cinque di specializzazione, tre o quattro di tirocinio in sala operatoria, ed allora forse viene fuori un buon chirurgo.

Bisogna avere la pazienza, e lo dico per chi ha figli o nipoti, e mandare i ragazzi più intelligenti e che hanno un senso di responsabilità anzitutto a fare studi umanistici, e poi, oltre a questi, occorre una specializzazione in scienza delle comunicazioni. Abbiamo bisogno di buoni professionisti che sappiano fare bene lo sceneggiatore, il regista, il produttore, il presentatore. Questo è un problema che riguarda tutti, e si deve cessare di pensare che sia pericoloso fare questi mestieri, perché pericoloso non è, ed anzi è utilissimo per la società, che ne ha bisogno.

Oggi l’Unione Europea cerca di aiutare il prodotto europeo da un punto di vista puramente commerciale, ma bisogna fare qualcosa di più anche per salvaguardare questo patrimonio. C’è una cultura europea, certo, ed è una cultura di radice cristiana, ma bisogna avere coraggio. Ha detto giustamente Bottiglione che la buona musica, la buona cultura, bisogna farla valere.


 

 

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Mons. Guido Pozzo


Due sole brevissime considerazioni, anche per non sottrarre tempo ai nostri illustri ospiti per la loro replica.

In premessa vorrei sottoporre alla loro attenzione la necessità di ricorrere a quell’antico principio della filosofia e della teologia scolastica, per cui prima di iniziare un discorso si faceva l’explicatio terminorum, perché in relazione al fenomeno della globalizzazione, che tutti sappiamo essere molto complesso, sarebbe utile precisare bene non soltanto il significato generale del processo epocale ma, nel trattare determinati aspetti, anche fornire il significato preciso di cosa si intende per aspetto economico, sociologico o filosofico-culturale della globalizzazione - perché non mi pare, almeno a priori, che i significati si possano sovrapporre - ed alla fine dare un giudizio unico, uniforme su questo tipo di processo e di fase epocale che stiamo vivendo.

Due brevi considerazioni. La prima riguarda un punto che è stato toccato dal Ministro Bottiglione, che certamente a me sta molto a cuore e che mi pare che anche dal professor Rifkin sia stato menzionato nella sua trattazione, cioè la necessità della domanda etica. Di fronte ad un fenomeno, ad un processo epocale del genere, la domanda etica non può restare marginale. Mi riferisco all’etica intesa non come valore puramente di una confessione religiosa, come patrimonio di una dogmatica, ma l’etica naturale, il patrimonio comune teso alla difesa della dignità della persona, della solidarietà, del bene comune, principi che sappiamo essere inscritti nella struttura della creatura umana. Senza il riconoscimento di un’etica, di principi etici di questo genere, è difficile poi riuscire a controllare la scienza, la tecnica, gli strumenti della comunicazione sociale.

Suscito però un interrogativo, che per il momento rimane interrogativo e quindi è all’attenzione di tutti: si ritiene veramente che sia possibile per un tempo medio-lungo riconoscere questo patrimonio etico e collocarlo alla base dei criteri di giudizio che debbono poi essere applicati sui fenomeni in questione, senza l’esistenza di un contesto vitale religioso che alimenti questa etica? In altri termini, una società che si propone di essere secolarizzata, di ridurre la religione ad un fatto privato, ad un fatto di coscienza intima, senza rilevanza pubblica e culturale, è in grado di conservare in tempi medio-lunghi questo riconoscimento dell’etica? Pena poi, naturalmente, la distruzione della stessa civiltà; pena, poi, consegnare all’arbitrio del potere, che non riconosce nessun limite etico, la gestione dei processi in corso.

La seconda considerazione riguarda un aspetto che ritengo fondamentale della comunicazione, e che oggi è quasi diventato un po’ una parola talismano: il dialogo. Certamente nel nostro pianeta così unificato e comunicante il dialogo non solo è una necessità, direi che è quasi un’ovvietà; è imprescindibile la pratica del dialogo soprattutto come ricerca della comprensione altrui, del rispetto delle posizioni altrui, ma ritengo anche che dietro questa parola, almeno in Occidente, vi sia una specie di mito irenico del dialogo, che tende cioè a considerare il dialogo quale fine a se stesso ed a sbarazzarsi della questione della verità, che dovrebbe invece essere la meta, il fine principale del dialogo tra gli uomini, tra i popoli, tra le culture, tra i costumi di vita, tra le religioni. E quindi c’è il rischio che il fine venga ad essere considerato il relativismo culturale, il relativismo etico-religioso come principio addirittura fondante del sapere e della coscienza civile.

Se fosse così, andremo incontro ad un duplice rischio: o il trionfo di questa omologazione culturale – si parla di pensiero unico – oppure, l’altro rischio è quello di un auto-indebolimento e di un auto-dissolvimento delle radici profonde, della identità profonda della nostra civiltà, di quella eredità spirituale, culturale, morale del cristianesimo, che contraddistingue la civiltà occidentale.

Credo che questo dovrebbe essere oggetto dei nostri pensieri perché anche nel mondo cattolico – in questo sono d’accordo con don Baget Bozzo – in questi ultimi anni abbiamo visto quasi un’ossessione del dialogo, a discapito invece della chiarificazione e della ricerca del mantenimento della propria identità, dei contenuti di questa nostra eredità della civiltà cristiana.

Concludo con le parole pronunciate recentemente dal cardinale Ratzinger: proprio nella multiculturalità, nella società multiculturale (che ormai è un dato di fatto, prima ancora di esprimere qualunque giudizio di merito al riguardo) è importante percepire quanto di grande e di unico sia e rappresenti la nostra civiltà, le radici della nostra storia.

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Questo potrebbe essere il tema con il quale concludere i nostri lavori: che nel sistema globale le religioni possano diventare poco più che un’etica sociale che serve ad avere delle persone, produttori e consumatori educati ed onesti. E’, questo, un grande pericolo che stanno correndo tutte le religioni, soprattutto quelle relativizzate ed è forse una delle ragioni di scontro con qualcun’altra.

Già il mio primo intervento alla fine di quelli del professor Rifkin e di don Gianni era volto a chiarire che si chiarisse che cosa vuol dire globalizzazione. In termini economici, per globalizzare si intende un processo di liberalizzazione, in tutti i mercati, della circolazione di merci, uomini, capitali, idee, culture. Normalmente si utilizza questa come definizione di partenza poi ognuno, un sociologo o un filosofo, la può interpretare in un altro modo. Necessariamente una processo di globalizzazione non può prescindere da un processo di omogeneizzazione delle culture, omogeneizzino gli stili di vita e i modelli di acquisto.

Chiederei al professor Rifkin se volesse fare un breve intervento conclusivo, anche in funzione di alcune considerazioni che sono state espresse. Analoga richiesta rivolgerei a don Gianni ed al dottor Bernabei.


 

 

 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Una delle osservazioni che sono state fatte è: che cosa succede alla vita interiore di un individuo in una società che viaggia alla velocità della luce? Si può percepire la vita interiore di un individuo, se siamo tutti collegati alla velocità della luce? Ho rivolto questa domanda a vari direttori generali delle aziende di Silicon Valley: "Ritiene che la qualità di vita della sua famiglia sia migliorata in rapporto a tutte queste tecnologie veloci come la luce che voi state introducendo?" Tutti, senza eccezione, mi hanno risposto di no. Si è più stressati, più imprigionati, e i rapporti si deteriorano. Allora, ho chiesto "Lei vede una luce in fondo a questo tunnel?" La risposta è stata: No. C'è una luce in fondo al tunnel di questi sistemi economici nati con l'era dell'accesso? Io non credo. Il problema sta nel fatto che noi non sappiamo ancora che cosa vogliamo da questa tecnologia. La usiamo per comodità, per risparmiare tempo, per risparmiare lavoro, per essere collegati, e invece ci sentiamo più isolati, più scollegati e abbiamo meno tempo per la nostra vita. Occorre trovare un modo per far sì che queste tecnologia diventi un'aggiunta alla nostra vita, ma non un suo sostituto. Per un centinaio di anni abbiamo lavorato fianco a fianco con le macchine, e quindi abbiamo dovuto utilizzare il tempo macchina per organizzare la nostra vita: l'efficienza, questo è il valore in cui abbiamo acreduto negli ultimi cento anni. Abbiamo cercato di massimizzare i nostri risultati nel minimo tempo possibile, con il minimo di energia, di lavoro e di capitale. Il problema nell'usare il valore del tempo della rete è che esso non è umano. Voi trattereste mai una persona che amate in modo efficiente? Direste mai ti voglio bene in modo da massimizzare il vostro rendimento nel minor tempo possibile?

E' possibile avere intimità in maniera efficiente? E' possibile esprimere empatia in maniera efficiente? Si può avere gioia e comunicazione pura e semplice in maniera efficiente? Intendo dire questo: per cento anni abbiamo sacrificato le nostre persone per poter lavorare fianco a fianco con le macchine, e siamo diventati macchine rispetto al valore del nostro tempo. La buona notizia è che questo grande sistema commerciale mondiale e la nostra comunità scientifica e i nostri tecnici stanno creando la possibilità della liberazione. Ma non abbiamo necessariamente bisogno di liberarci. Potremo programmare le macchine in modo che creino beni e servizi. Lasciamo che siano le macchine ad essere efficienti e poi dovremo liberare la prossima generazione in modo da avere valori temporali alternativi, competenza, e sufficienza, accanto all'efficienza delle macchine. Abbiamo imparato a far sì che le macchine fossero parte integrante della nostra vita, ma non abbiamo imparato a diventare come macchine nella nostra vita. Quindi, io ritengo che ci sarà possibile avere un mondo veloce come la luce, ma che questo mondo sia soltanto una parte della nostra realtà. Vorrei terminare con un discorso etico. Ci sono molte cose di cui potremmo parlare, ma vorrei terminare con l'etica. Io non credo che sia necessario essere particolarmente religiosi per sviluppare una base su come occorrerebbe procedere. Che di piaccia o no, presto potremo essere tutti collegati con chiunque altro, a fini commerciali, a fini sociali. Immaginiamo l'uomo medio di un centinaio di anni fa. Riusciva ad entrare in contatto con 150 persone al massimo durante tutta la sua vita. La persona media di 100 anni fa aveva un tempo medio di esposizione al sapere pari ad un'unica edizione domenicale del New York Times. Oggi noi possiamo collegarci con chiunque altro, ma non abbiamo ancora capito come si fa per vivere gli uni con gli altri. Le nostre tecnologie forniscono la connessione, ma noi non abbiamo idea di come vivere insieme. Il mio suggerimento è questo; e non credo sia molto profondo. Ecco la chiave per essere realmente umani: in primo luogo, dobbiamo rispettare il valore della vita – non possiamo considerare la vita semplicemente come una utilità o una risorsa, come un mezzo per raggiungere un fine. Che si tratti della società di capitale o della società socialista o comunista, la colpa ricade su tutti noi, siamo tutti colpevoli, sia nelle economie capitaliste, sia in quelle socialiste, per esserci trattati reciprocamente come un mezzo, uno strumento, una utilità, una risorsa. Quando la gente viene trattata come una risorsa, come un'utilità o come una merce, si tratta di un'esperienza umiliante. Il nostro prossimo fa parte della creazione di Dio, e noi trattiamo il nostro prossimo come una utilità, una risorsa, una semplice merce, e questo è un segno di quanto siamo incivili. Quindi, in primo luogo, dobbiamo iniziare con l'idea che tutta la vita abbia un valore intrinseco. Partendo da qui, potremo avere empatia, e questo è il secondo punto. L'empatia è un'emozione sottile, molto delicata, molto fragile, di valore, che ci collega agli altri. Empatizziamo quando siamo capaci di metterci nei panni degli altri. E' possibile farlo, e i loro panni potrebbero anche non piacerci, ma almeno saremo capaci di metterci davvero al loro posto e ascoltare la loro storia anche se diversa dalla nostra, e percepire effettivamente in un certo senso le loro vulnerabilità, le loro speranze, le loro aspirazioni, la loro rabbia, i loro timori, le loro insicurezze. Quindi, in primo luogo, se si dà un valore intrinseco alla vita, non si trattano gli altri come una risorsa e si può passare alla fase 2, nella quale si impara a mettersi nei panni degli altri in modo da saper ascoltare, e questo porta alla fase n. 3. questa, a sua volta, è una regola semplice, anche se personalmente ho qualche problema ad applicarla, ed è la regola d'oro di tutte le religioni e di tutte le grandi culture, che si esprime in modo duplice: "Non fare agli altri quello che non vorresti essi facessero a te. E : fai agli altri quello che tu vorresti che essi facessero a te." Se si potesse semplicemente mettere questo alla base, e cioè il valore intrinseco della vita - la vita umana, la vita animale, la vita pura e semplice - se fossimo capaci di empatizzare gli uni con gli altri in modo da ascoltare ciascuno le storie degli altri anche se non si è d'accordo, e di percepire la vulnerabilità degli altri, e se, in terzo luogo, riuscissimo ad applicare la regola d'oro in tutte le sue forme, a mio parere si potrebbe dare inizio ad una interessante discussione globale su tutte le nostre storie. E qui sono d'accordo con quello che ha appena detto /Carneretti/? Quello che rende tanto interessante quella che chiamiamo la vita umana su questo pianeta, è tutta la diversità, sono tutte le storie, sono tutte le onde creative che abbiamo appreso per esprimerci. Alcuni di questi modi sono positivi, alcuni sono negativi, alcuni riteniamo che siano buoni, alcuni non lo sono. Ma se riusciremo a vedere tutti i doni di questa diversità culturale da condividere, saremo in grado di creare la ri-globalizzazione dal basso verso l'alto. Poi, potremo trarre vantaggio da questa tecnologia veloce come la luce e saremo in grado di chiedere alle nostre comunità commerciali di aiutarci ad integrare il commercio e gli scambi in maniera equa. Potremo chiedere ai governi di emanare leggi in modo che la storia di ognuno venga presa in considerazione; e potremo riportare il nostro senso della civiltà alla cultura della società civile in cui tutti noi vorremmo vivere la nostra vita con i nostri figli, le nostre famiglie e i nostri amici. Io credo che quello che è accaduto l'11 settembre sia una cosa terribile: anche mia moglie ha perso un parente, un ragazzo di 25 anni che lavorava al 93.mo piano di una delle torri. Aveva tutta la vita davanti a sé. Quello che è successo è davvero una cosa terribile, e probabilmente ci saranno anche altri avvenimenti terribili. Il nostro compito è quello di aprirci agli altri, possiamo essere duri, possiamo essere disciplinati, possiamo essere sofisticati, ma apriamoci ad una discussione tenace, in modo da ascoltare quello che dice ciascuno, e forse cominciare ad avere una ri-globalizzazione dal basso verso l'alto e cominciare ad incontrarci l'un l'altro come membri della stessa famiglia su questa terra. Se riusciremo a farlo, potremo avere una seconda opportunità di fare qualcosa di buono sulla terra.

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Don Gianni Baget Bozzo


Qual è il collegamento tra sotto e dietro?

 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Intende dire dal basso in alto?

 

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Don Gianni Baget Bozzo


Non riesco a capire come lei raggiunga il collegamento dei due livelli: quello empatetico e quello economico.

 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Come si uniscono il lato empatetico e quello economico?

 

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Don Gianni Baget Bozzo


 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Molto del mio tempo è dedicato all'economia, e frequento i professori universitari, e credo che noi cominciamo a capire che il commercio è secondario rispetto all'etica. Il valore di utilità è secondario rispetto al valore intrinseco. E il lavoro è secondario rispetto all'intenso gioco. Perciò, se cominciamo a capire che la nostra identità primaria come esseri umani è quella di essere appunto umani, e di essere aperti ed empatetici, connettersi e godere della gioia della vita, questo dovrebbe essere la prima priorità. Se riusciremo a farlo, e metteremo l'utilità, il commercio e il lavoro nel loro giusto ruolo e cioè quello di priorità secondaria, essenziale ma non sufficiente, potremo riuscire a raggiungere un punto di svolta ed è per questo motivo che ho parlato in quel modo della società Italiana. Sono certo che per ciascuno di voi presenti in questa sala la vostra identità culturale di base è più profonda dei vostri fini utilitaristici, strumentali e commerciali. Questo non significa che voi abbandonate il commercio o gli scambi, ma che non ritenete che possano essere primari rispetto all'identità delle persone. Vorrei aggiungere qualche parola riguardo al Marxismo – voi avete parlato molto del Marxismo – secondo il mio parere, i teorici del libero mercato, i capitalisti puri e i socialisti della tradizione di Lenin hanno in comune molte più cose di quello che noi crediamo, perché in entrambi i sistemi, l'utilità governa su tutto. In entrambi i sistemi, tutto diventa strumentale rispetto ad un qualche risultato che viene definito Produzione. Ora, ci sono varie differenze fra il capitalismo e il socialismo, ma ho avuto varie discussioni con i miei colleghi economisti, perché io lavoro in una istituzione capitalista, alla Warden School, e si parla sempre dell'utilità umana, affermando che tutte le scelte, tutte le decisioni sono basate sulle utilità e sulle risorse, sulla strumentalità e io rispondo: "Nella vostra vita, volendo fare un riassunto della vostra vita, alla fine, quante delle esperienze della vostra vita che hanno un valore, valore vero, hanno riguardato l'utilità o l'efficienza o i beni economici?" Le esperienze valide sono tutte intrinseche, riguardano tutte la cultura, l'empatia, e l'intimità. Ciò che intendo dire è questo: prendete un capitolo della vostra vita e cercate di capire se le esperienze di mercato, le esperienze di libertarismo o capitalismo o socialismo sono state superiori alle altre, e se avete espresso al meglio la vostra qualità di esseri umani in semplici relazioni commerciali.

 

 

 

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Don Gianni Baget Bozzo


A me sembra lei parli come un predicatore morale, perché dopo aver sentito un discorso tutto economico, la conclusione finale è di tipo morale, e non vedo la connessione tra i due aspetti. In sostanza, lei ritiene che la morale sia utile all’economia? È in questo senso? E che l’economia sia utile alla morale? Che vi sia una connessione tra i due aspetti? Lei fa un discorso sull’andamento della struttura e poi, accanto e parallelo, uno sull’empatia, ed io vorrei sapere qual è la connessione tra l’uno e l’altro. Una migliore empatia giova ad una migliore economia? Una migliore economia giova ad una migliore empatia? È questo il suo pensiero?

 

 

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Prof. Jeremy Rifkin Presidente Foundation on Economic Trends di Washington


Questa è un'osservazione interessante. Due settimane fa, durante una conferenza alla quale ho partecipato è stata fatta una considerazione interessante a questo proposito: quando le persone si impegnano in un intenso gioco all'interno di una cultura, non si tratta di un mezzo per qualcos'altro: si tratta di un fine. Quando le persone si impegnano in uno sport da dilettanti, o in esperienze religiose o fraterne o negli impegni civici,quando sono impegnate nella società civile, nella loro cultura, in un intenso gioco, non è perché questo voglia essere usato per qualche altro scopo, né come uno strumento, né come una risorsa né come una utilità: si tratta di un fine. Provate a pensare alla vostra stessa vita, quando siete coinvolti nella comunità, quando siete coinvolti in un intenso gioco. Non si può dire che questo possa essere utile per qualcos'altro. Ed ecco la buona notizia: anche se si tratta di un fine in sé, un intenso gioco è una base essenziale per il commercio e il buon governo, perché è quando si ha un intenso gioco che si entra in relazione gli uni con gli altri, si crea fiducia, si creano relazioni, si crea empatia, si crea una storia, si crea un vincolo. E quindi, quando si ha un intenso gioco, che si tratti di un'esperienza religiosa, sportiva o artistica, si realizzano profondi collegamenti fra le persone, come un fine. La buona notizia è che quando creiamo un clima di confidenza e una fiducia sociale e costruiamo un capitale sociale, questo vuol dire che disponiamo di una base prevedibile per gli scambi, per il commercio e per un governo democratico. Mostratemi una società in cui vi sia una ricca diversità culturale, una grande quantità di intenso gioco e di tolleranza per le storie delle persone, e io vi mostrerò una cultura con una forte economia di mercato e una forma di governo democratica. Non perché un intenso gioco sia stato determinante per gli altri due, ma perché ha fornito il contesto. Per questo motivo, ritengo che l' Italia sia il migliore esempio che io conosco sull'argomento. Questo è un Paese che si è impegnato in un intenso gioco per 2000 anni, ed è per questo motivo che qui c'è tanta creatività. E non ci si impegna in un intenso gioco semplicemente perché esso è determinante per gli affari, ma esso, in effetti, fa nascere affari migliori. E non lo si fa perché esso è determinante per il buon governo, ma esso, in effetti, fa nascere un governo migliore. A mio parere, è qui che nasce la connessione, almeno lo spero. Non ne sono certo. Io credo che sia così, ma chissà. Stiamo tutti facendo congetture.

 

 

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Siamo talmente soddisfatti per quello che è stato detto, che mi limito a concludere affermando che a me pare che, mentre la tecnologia è corsa in modo drammaticamente rapido negli ultimi tempi – e forse sappiamo anche per quali ragioni – così non è altrettanto corsa la maturità dell’uomo, sicché si è creato un grande squilibrio, che rappresenta un pericolo.

E’ questo il vero sbilanciamento che provoca tante preoccupazioni.

Rifkin ha fatto di tutto per arrivare alle conclusioni alle quali sarei arrivato io stesso: che l’omogeneizzazione ci sarà soltanto se coinciderà fra le culture varie il valore che si dà all'uomo ed il rispetto stesso dell’uomo, la sua centralità nelle scelte che vengono fatte. C’è però anche il sospetto che la cultura, messa da parte, ignorata, possa diventare quel movimento di Resistenza del XXI secolo, e quindi imporre un suo modello competitivo di opposizione al globale.


 

 

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Ing. Gaetano Rebecchini


Sono lieto di come si è svolto il convegno e me ne compiaccio. All’inizio avevo detto una battuta nei confronti di don Gianni, ma poc’anzi mi ha assicurato di essere molto soddisfatto per come si è svolto il convegno, e questo è motivo di grande soddisfazione perché, per come si erano prospettate le cose nella conferenza stampa preliminare, sembrava vi fossero posizioni che avrebbero reso molto difficile questo incontro e dialogare. Tutto si è invece svolto in modo serio e brillante.

Ringrazio il professor Rifkin, don Gianni Baget Bozzo, il dottor Bernabei e tutti voi che siete rimasti con noi per lungo tempo; questa è la conferma che l’incontro è stato interessante, così come era nei nostri auspici.

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