Etica, democrazia e sviluppo nell'era della globalizzazione
mercoledì 18 ottobre 2000
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: Amb. Luigi Guidobono Cavalchini,  D.ssa Maria Latella,  Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Dr. Salvatore Rebecchini,  Ing. Gaetano Rebecchini,  Intervento fuori microfono,  Mons. Guido Pozzo,  On.le Giulio Tremonti,  On.le Pietro Giubilo,  Prof. Angelo Caloia,  Prof. Gianfranco Legitimo,  Prof. Vittorio Mathieu,  Sen. Domenico Fisichella,  Sen. Franco Debenedetti,  Sen. Giulio Andreotti, 

Moderatore: D.ssa Maria Latella

Relazioni
Ing. Gaetano Rebecchini
Prof. Vittorio Mathieu
Mons. Guido Pozzo
Amb. Luigi Guidobono Cavalchini
On.le Pietro Giubilo
Prof. Gianfranco Legitimo
Prof. Angelo Caloia
Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Dr. Salvatore Rebecchini
D.ssa Maria Latella
Sen. Giulio Andreotti
D.ssa Maria Latella
On.le Giulio Tremonti
Sen. Domenico Fisichella
D.ssa Maria Latella
Sen. Franco Debenedetti
D.ssa Maria Latella
On.le Giulio Tremonti
D.ssa Maria Latella
Sen. Domenico Fisichella
D.ssa Maria Latella
Sen. Domenico Fisichella
D.ssa Maria Latella
Sen. Giulio Andreotti
D.ssa Maria Latella
Sen. Giulio Andreotti
D.ssa Maria Latella
Sen. Franco Debenedetti
D.ssa Maria Latella
On.le Giulio Tremonti
D.ssa Maria Latella
On.le Giulio Tremonti
D.ssa Maria Latella
Sen. Domenico Fisichella
Intervento fuori microfono
Sen. Franco Debenedetti
Sen. Domenico Fisichella
D.ssa Maria Latella
Sen. Giulio Andreotti
D.ssa Maria Latella
Sen. Franco Debenedetti
D.ssa Maria Latella
Sen. Franco Debenedetti
D.ssa Maria Latella
Sen. Franco Debenedetti
D.ssa Maria Latella


Ing. Gaetano Rebecchini


Rivolgo a Voi tutti il saluto ed il ringraziamento per aver accolto l’invito all’odierno Convegno promosso dal Centro di Orientamento Politico che ho l’onore di presiedere.

Il Centro è un’Associazione, nata alcuni mesi fa che pur indipendente da movimenti e partiti politici si riserva, tuttavia, di esprimere considerazioni e valutazioni in merito a fatti e problemi di carattere politico e sociale, avvalendosi anche del contributo di studiosi invitati a far parte di un Comitato Scientifico appositamente istituito. Quali le finalità perseguite dal Centro?

A questo proposito è bene premettere che ritenendo noi la politica innanzitutto "attività per il bene comune", quanto mai importante è riservare particolare attenzione ai valori di riferimento. Circa l’interpretazione di tali valori, il Centro esplicitamente dichiara di guardare al diritto naturale, così come proposto dalla tradizione civile romana e cristiana: istanza morale insita nella natura dell’uomo aperta alla dinamica della storia.

Ciò detto il Centro stesso , come scritto nel breve stralcio dello Statuto riportato nel retro dell’invito a questo Convegno - "intende contribuire all’approfondimento ed alla diffusione della consapevolezza dei temi in gioco e delle prospettive che in merito si offrono agli uomini di buona volontà del nostro tempo, miranti ad una società più libera, più giusta, più umana, sorretta dalle forze dello spirito".

E nello stesso Statuto si legge anche , " come molti dei fattori che operano nel contesto italiano rinviano a presupposti e motivi più vasti" , espressamente richiamando "il fenomeno della globalizzazione": un processo che non è solo economico e che va quindi approfondito nei suoi più diversi aspetti.

Ebbene è proprio sul tema della globalizzazione che il Consiglio del "Centro" ha voluto indire il suo primo convegno pubblico, vista la crescente dimensione del fenomeno che verrà inevitabilmente a caratterizzare la storia del millennio oggi all’esordio.

Date per note le cause che hanno dato origine al fenomeno, scopo della nostra iniziativa è quello di cercare di individuarne le dinamiche, ossia come ed in quale direzione il fenomeno stesso tende a svilupparsi. E’ quindi importante porre domande, sollevare quesiti di fondo, sollecitare l’approfondimento delle questioni che suscitano maggiori perplessità e preoccupazioni ed in proposito essere anche in certo qual modo provocatori.

Nello spirito di questa impostazione abbiamo ritenuto opportuno indirizzare l’attenzione su tre particolari aspetti del processo in atto, che potranno poi essere oggetto di ulteriori approfondimenti ed analisi nelle più diverse sedi.

Innanzitutto il problema etico. Il fenomeno, sviluppatosi sotto la spinta di innovazioni tecnologiche, a loro volta frutto del frenetico sviluppo della scienza, e quindi di per se stesso apparentemente neutro, asettico, viene però inevitabilmente a coinvolgere delicatissimi aspetti di carattere etico.

Quale comportamento assumeranno in proposito i soggetti cui toccherà il compito di gestire, o quanto meno condizionare, il processo di sviluppo del complesso fenomeno? A quale ethos ispireranno la loro azione? Ed uno dei soggetti sarà l’Europa (l’Europa Unita) che dovrà proporre possibilmente imporre la sua visione in proposito. Potete quindi ben comprendere l’importanza dei "contenuti" di quella "carta dei diritti", premessa della futura Costituzione Europea; carta di cui si riparlerà nel prossimo dicembre al Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell U.E. a Nizza.

La seconda relazione, unitamente ai due interventi che la accompagnano, tratterà del "principio di sovranità" degli Stati e dei Popoli.

In che modo ed in quale misura la logica della globalizzazione verrà ad incidere su quel principio? E quindi quali gli effetti di possibili nuovi assetti geo-politici o geo-economici?

Ed anche su questo punto il processo in corso per il consolidamento dell’Unione Europea offre ampia materia per utili riflessioni considerazioni.

La relazione e gli interventi del terzo gruppo toccheranno poi aspetti di carattere economico e finanziario, alcuni dei quali hanno suscitato, in questo ultimo scorcio di secolo, non poco allarme e fatto sorgere inquietanti interrogativi.

In presenza di un mercato globale, via e più sollecitato da forte e libera concorrenza, sarà possibile l’affermazione del primato di quella politica che solo può essere in grado di perseguire il fine del "bene comune"?

Aspetto, questo di carattere economico, di cui più si è parlato, certo preoccupante ma forse – oserei dire – meno preoccupante dei due aspetti precedentemente enunciati.

Questi i temi oggetto delle tre relazioni e dei relativi interventi integrativi , che saranno spunto e motivo di considerazione per i partecipanti alla "tavola rotonda", che concluderà questo nostro Convegno.

Nel chiudere questa breve presentazione, desidero rivolgere un particolare ringraziamento alla famiglia Colonna, per averci offerto l’opportunità di affrontare i molti aspetti di un fenomeno tanto complesso ed attuale in questa storica Galleria, le cui raffigurazioni della volta, rinnovano in noi il ricordo di memorabili eventi.

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Prof. Vittorio Mathieu
Il significato dei valori morali nella società pluralista


Non si aspetti da me un elenco di valori da rispettare per vivere in società: saremmo probabilmente tutti d’accordo sul nome, ma in disaccordo con altri quando si passi ai casi concreti. Né ci si aspetti una lamentazione per la "perdita del senso dei valori". Il mio intento non è né prescrittivo né deprecatorio. E’ dimostrare ancora una volta una verità antica: le società non si conservano senza sottostare a certe condizioni formali (ma non per questo deboli), che vanno sotto il nome di "giustizia". Giustizia non significa determinati contenuti: rispetto all’ordine legale questi vengono " dall’esterno" (punto 3 della Nota programmatica). Tuttavia, come dice Platone seguito da Agostino, la giustizia, benchè formale, non è un optional neppure nelle società di ladroni.

La citazione platonica da cui prendere lo spunto è un passo del Protagora: e ciò è significativo, perché l’affermazione del sofista Protagora che, "l’uomo è misura di tutte le cose" è criticata da Platone come relativistica. Il nostro assunto è che il relativismo sia "da respingere" (punto 6 della Nota Programmatica), senza che ciò costringa punto ad accettare l’assolutismo. Nel passo in questione del Protagora (322b-d) Platone dà una sua interpretazione del mito di Epimeteo. Epimeteo era stato incaricato da Zeus di distribuire a tutti gli animali i mezzi per vivere e per difendersi. Giunto però all’uomo, Epimeteo si accorge di aver dato via tutto, di non avere più nessun dono a disposizione, A questo punto la versione corrente è che Prometeo rubi il fuoco di Efesto, cioè la tecnica, in modo che anche l’uomo possa difendersi, anzi, prevalere sugli altri animali. Platone dà una versione un po’ diversa, Rendendosi conto che gli uomini, se non si associavano, sarebbero rimasti preda delle fiere, Zeus avrebbe ordinato a Epimeteo, di conferire agli uomini "giustizia e rispetto reciproco", come condizioni, appunto, della vita associata. La giustizia, in questo senso, un’arma: uno strumento di difesa della società.

In questa veste, poi "giustizia" ha un significato particolare. Aristotele farà un’analisi delle forme di giustizia, ma al di sopra di tutte collocherà una "giustizia sovrana" ( ), che in qualche modo assomma in sé tutte le virtù: quelle, appunto, che noi chiamiamo "valori"; e la chiama giustizia "politica" nel senso che su di essa si fonda la polis, ossia la vita associata. Platone, nella Repubblica, ne aveva dato una definizione formale, dicendo che la giustizia si realizza quando ciascuno fa la sua parte, ovvero ciò che gli spetta. Affermazione apparentemente tautologica, che lascia aperto il problema di sapere che cosa a ciascuno tocchi fare; e che, tuttavia, non rimane priva di applicazione. Essa non è altro che il principio di responsabilità’. Quando i compiti di ciascuno siano definiti, ciascuno sarà chiamato a rispondere del modo in cui li svolge, e la società nel suo complesso sarà tenuta a fornirgli i mezzi per farlo. Basta questo enunciato a farci percepire un difetto della nostra società, in cui né l’una né l’altra condizione sono soddisfatte: chi ha una responsabilità spesso non ha i mezzi per farla valere, e chi decide di fatto non è quello che ha la responsabilità legale della decisione. Questo è un difetto tecnico prima che morale.

 

Vediamo allora il criterio tecnico preliminare per applicare il principio di responsabilità e instaurare la giustizia. Esso è la simmetria, che in diritto si suol chiamare anche "reciprocità", per cui il diritto che io ho verso di te è simmetrico a quello che tu hai verso di me. E’ un principio di valore talmente esteso da applicarsi perfino all’opposto della società: alla guerra, cioè al diritto-dovere di spararsi addosso. Ciò può dare un’idea della portata della simmetria. La simmetria è "la legge delle leggi" (secondo la formulazione del fisico Giuliano Toraldo di Francia) anche in fisica, perché la legge stessa la esige per poter essere generale. Tuttavia, nella realtà, essa coesiste sempre con qualche dissimetria, in fisica come nel diritto. Assoluta e perfetta sarebbe la simmetria del nulla. Qualcosa esiste perché, su qualche punto, la simmetria è violata. Lo constatano anche fisici in natura. Però ciò non significa che si possa violarla in qualsiasi modo arbitrario: ciò renderebbe l’ordine impossibile. Solo il conservare la simmetria attraverso la dissimmetria fa sì che esista una natura e, analogamente, un ordine giuridico. Un esempio elementare: tra i diritti dell’insegnante e quelli dell’allievo esiste una simmetria che può dirsi, nel linguaggio platonico del Protagora, reciproco rispetto; ma ciò non significa che i reciproci diritti e doveri abbiano un identico contenuto. La reciprocità rimane, pur nella diversità. E lo stesso in tutti i rapporti sociali.

 

Domandiamoci, allora, in nome di che cosa si instaurino dissimmetrie nella società. Nel linguaggio oggi corrente possiamo rispondere: in nome di un qualche "valore". Di per sé, la struttura del diritto non mi dice quali siano i valori in vista dei quali certe dissimmetrie (poniamo la patria potestà) sono giuridicamente protette. Ma, se il diritto deve essere operante, occorre che le dissimmetrie abbiano una ragione, e che si rispetti in ogni caso, una più generale simmetria o reciprocità. Prendiamo un esempio tipico oggi in disuso: in molte società il rango della nascita era fonte di dissimmetria sociale (ancora ad esempio, nel codice civile prussiano antirivoluzionario del 1796). Qualora, però, tale diseguaglianza sociale rimanga come un fossile che non struttura più una reciprocità di diritti e di doveri, quel "valore" viene contestato, e si esige che la legge che lo riconosce sia riformata.

Il problema diviene allora: con quale criterio riconosceremo i valori a cui, in ogni circostanza, si debba attribuire una dissimmetria nell’ordinamento, fermo restando che questi valori o finalità vanno riconosciuti e perseguiti sempre in un sistema di reciprocità. Ad esempio, la nostra Costituzione afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro: ciò significa che il lavoro è riconosciuto come un valore che la legge ordinaria deve, non solo riconoscere, ma contribuire ad instaurare, in opposizione all’ignavia; senza, tuttavia, che non lavorare, di per sé, sia un reato, e senza che, nel privilegiare il lavoro, si venga meno al principio di reciprocità (ad esempio con gli imprenditori).

Una concezione inadeguata del diritto naturale suppone che i valori, in quanto eterni ed assoluti, possano essere fatti oggetto di una ricerca che li fissi una volta per tutte: La scuola storica oppone a ciò facili osservazioni. Il sacrificio umano, ad esempio, era un valore riconosciuto dalla legislazione, non solo atzteca, ma anche ebraica e greca di età arcaica: ma per noi è inammissibile. Osservazioni del genere demoliscono però, solo un concetto inadeguato del diritto naturale, che per contro, nella sua accezione corretta, mira precisamente ad inserire via via nella storia valori interpretati in modo mutante, ma conservando quel principio di simmetria che (in fisica come nel diritto) è sempre anche un principio di conservazione: di conservazione nel cambiamento.

Lo storicismo non fa nulla del genere. Se inteso in senso forte, alla Hegel, suppone che il corso della storia si occupi lui di far prevalere via via con mezzi adeguati, anche violenti, valori da rispettare. Se inteso in senso debole (alla Rorty, o in Italia alla Vattimo: a questo fa esplicito riferimento, pur senza far nomi, anche la bellissima enciclica fides et ratio) assume come valori da rispettare quelli che, in un dato momento, sono "largamente condivisi". In entrambi i casi ci si illude che la concordia sia assicurata: o grazie al rullo compressore della storia o, più idillicamente, perché ciò che si accetta in genere diviene automaticamente ciò che è opportuno accettare. Basta una critica alla Popper (o anche meno) per demolire soluzioni così a buon mercato, in cui relativismo e stoicismo si associano. Al contrario, valore si avrà quando si cerchi che cosa sia da condividere in ogni circostanza, anche se eventualmente contrasta con ciò che di fatto è condiviso da molti. Come notava 70 anni fa Henri Bergson, questo è il modo di presentare le cose tipico del Discorso della montagna . "Vi hanno detto …. E io vi dico …". In nome di che cosa, dunque, contrapporsi , e con che diritto ? Se non si presuppone una norma a cui ci si debba adeguare, sembra che la scelta sia lasciata all’arbitrio; e ciò porta al conflitto e al caos.

 

Fortunatamente nell’àmbito delle ricerche sulla complessità, è nata una teoria del "caos deterministico" che, con gli opportuni adattamenti, è applicabile anche in campo sociale. Il caos, dicono i fisici, può ordinarsi spontaneamente quando sia attraversato da una corrente di energia. E la società può ordinarsi – ad opera degli uomini bensì, ma ancora spontaneamente – quando sia attraversata da una corrente di energia, non fisica, ma mentale: da quella che si suol chiamare inventività o (alquanto enfaticamente) creatività.

In questo processo, proposte di individui, o di gruppi anche minoritari della società civile, saranno libere tutte di presentarsi. Ma quella ricerca ,che un tempo si chiamava "teoria del diritto naturale", e che oggi dovrebbe rinascere a nuova vita, ha il compito di comporle in un tutto coerente, in modo che l’affermarsi delle une possa coesistere con l’affermarsi delle altre grazie al principio di simmetria o di reciprocità. Con risultati, tuttavia, che non si possono prevedere a priori. Compito, evidentemente, mai finito, per decidere il quale in ultima istanza le società democratiche mantengono costosi Parlamenti, ma che, in una forma o nell’altra, è proprio di tutte le società, anche quando non si parli di sovranità popolare, e perfino in forme di sovranità dispotica o tirannica. Il compito di discutere appartiene a tutti, la mediazione con chi decide spetta, per contro, ad una attività tecnica che può dirsi giuridica. I suoi mezzi non danno la certezza di una buona riuscita, ma, se la riflessione giusnaturalistica manca, la decisione resterà affidata alla forza e il diritto positivo si ridurrà ad un’imposizione da parte di chi è più forte (come pensava Gorgia, e anche uno che, pure, si chiamava liberale: Benedetto Croce).

 

Vi è, nel diritto, un’ antinomia. Se il diritto coincide con il fatto (come vuole lo storicismo, forte o debole che sia), preoccuparsi di distinguere tra giusto ed ingiusto sarebbe insensato: la motivazione sarà sempre quella della favola di Fedro : "quia nominor leo". D’altro canto, un’autorità che si pretenda sovrana, anche con le migliori intenzioni, ma che non abbia la forza di farsi valere, non ne ha neppure il diritto (principio di effettività di Kelsen). Di questa antinomia, apparentemente insuperabile, si prevalgono i relativisti. Peraltro, non senza curiose contraddizioni. Spesso, per giustificare l’impossibilità di comparare su un piano oggettivo le preferenze, invocano il cosiddetto "principio di Hume", secondo cui ciò che è non decide nulla circa ciò che deve essere. Ora, le preferenze di chi è più forte, fosse anche la maggioranza, sono appunto un mero fatto, dunque non decidono di ciò che debba essere.

Il diritto naturale, però, pur con tutta la sua problematicità, ha dalla sua un argomento: in realtà, anche di fatto, il puro arbitrio non è mai il più forte, e non riesce, a lungo andare, a decidere da solo di ciò che deve essere: Osserva in particolare il Rosmini (in uno scritto del 1826-27 "Della naturale costituzione della società civile" la cui rielaborazione doveva divenire la seconda parte della Filosofia della politica, ma venne interrotta dai fatti del 48): "l’opinione di giustizia ha una forza sugli uomini più grande assai di quello che comunemente si crede". E infatti anche i dittatori più dispotici non trascurano mai di dare alle loro imposizioni un’apparenza di diritto e di sostenere, per mezzo di argomentazioni giuridiche più o meno fasulle, che ciò che vogliono è giusto. Ebbene, il diritto naturale ha il compito di mettere alla prova queste argomentazioni. E il mezzo più adatto per farlo è accertare la generalizzabilità del principio a cui si ispirano. La generalizzabilità, a sua volta, ha per condizione la simmetria, grazie a cui appunto una disposizione può assumere una forma di legge ovvero di disposizione generale.

Società pluralista sarà, allora, quella in cui le proposte di valori da coltivare – e, quindi, di dissimmetrie da introdurre nell’ordinamento – possano bensì venire da ogni parte sociale, da ogni gruppo, da ogni individuo. Ma la loro traduzione in norme ad opera di un Parlamento o di un qualsiasi sovrano (la forma di Governo è irrilevante per questo discorso) passerà al vaglio di giuristi che ne valutino la generalizzabilità nell’insieme dell’ordinamento, considerato come un tutto. Oggi, al contrario, norme singole sono introdotte senza alcun riguardo, né ai principi generali del diritto - cioè a reciprocità e generalizzabilità – né all’esistenza di fatto di altre norme, con cui entrano in contrasto.

Giuristi del genere suddetto non possono essere esclusivamente giuristi "positivi" cioè esegeti dell’intenzione del legislatore e di quelle della norma (che spesso, per la scadente formulazione, non coincidono). Giuristi del genere son chiamati a valutare le proposte col criterio di un diritto naturale che, come si è detto, non è una tabella di norme già date, bensì il problema di cercarle, volta per volta.

Questo è il compito che l’opera citata del Rosmini assegnava ad un "Tribunale Politico", da aggiungersi ai "Tribunali che giudicano delle azioni private dei cittadini" , come "Tribunale incaricato di portar sentenza della giustizia delle azioni pubbliche del Governo". Non abbiamo spazio qui per mostrare la differenza del Tribunale politico Rosminiano dalla nostra Corte Costituzionale (a cui la norma è già data dalla legge fondamentale) nonché dalla Corte dei Conti (che valuta bensì le azioni pubbliche, ma sotto un profilo particolare). Della formula rosminiana si potrà dire che è utopica, perché non si vede, poi, come il Tribunale politico potrebbe rendere esecutive le proprie sentenze se non per mezzo di quello stesso governo che dovrebbe venirne giudicato. Ma utopica del tutto non è, per quel che abbiamo detto dell’ideale di giustizia: se mediato con le circostanze e non affermato in astratto, esso stesso rappresenta una forza con cui i governi devono fare i conti.

Su questa forza farà leva una società pluralistica, aperta alle istanze di tutti, la quale non voglia tuttavia soggiacere né al relativismo né (ciò che poi è lo stesso) alle prepotenze di variabili maggioranze o dei cosiddetti "poteri forti".

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Mons. Guido Pozzo
Il significato dei valori morali nella società pluralista


* I. Puntualizzazioni sui presupposti della democrazia.

Per introdurre la riflessione, mi si consenta una esemplificazione di due posizioni, dimetralmente opposte di vedere e risolvere le cose, a partire da un commento all'episodio evangelico che vede protagonisti Gesù e Pilato.

E' interessante che il principale esponente delle teorie politiche relativiste, Hans Kelsen, ha precisato la sua posizione in una meditazione al testo biblico sul processo a Gesù e precisamente alla domanda che Pilato rivolge a Gesù: Che cos'è la verità ?

La domanda di Pilato esprime secondo Kelsen il necessario scetticismo del politico: la verità è irraggiungibile. Pilato infatti non attende risposta, ma si rivolge immediatamente alla folla e sottopone la decisione sul da farsi alla folla: con ciò, secondo Kelsen egli sottopone la scelta al voto popolare. Kelsen ritiene così che Pilato sia un perfetto democratico: rinunciando a sapere ciò che è giusto, lascia alla maggioranza decidere che cosa fare.

Del tutto opposta e molto più convincente l'interpretazione che fa osservare che durante il processo Gesù riconosce la piena autorità giuridica dello stato rappresentato da Pilato, ma nello stesso tempo mostra i suoi limiti, dicendogli che egli non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato "dall'alto" (Gv 19,11). Pilato travisa il proprio potere così come quello dello Stato, nel momento in cui non lo percepisce come fedele amministrazione di un ordine oggettivo, fondato sulla verità, ma lo strumentalizza a propria utilità: Pilato non cerca la verità, ma intende il potere come puro potere: nel momento in cui legittimò il suo potere, egli prestò la propria mano all'uccisione legale di Gesù.

Quando parliamo di democrazia, oggi si pensa anzitutto alla partecipazione di tutti al potere, che è espressione di libertà: ciascuno deve poter introdurre la sua volontà nel tutto dell'azione politica. E alla libertà che pensiamo subito come il vero bene dell'uomo. Non si vuole però che lo Stato imponga una determinata idea del bene. Il problema diventa ancora più luminoso se si spiega il concetto di bene con il concetto di verità: oggi si ritiene che il rispetto della libertà individuale consista nell'evitare che la questione della verità venga decisa dallo stato o dalla società. La verità circa il bene non appare come qualcosa di collettivamente conoscibile e il tentativo di imporre a tutti ciò che soltanto ad una parte di cittadini appare vero è considerato un asservimento delle coscienze. Il concetto di pretesa di verità viene connesso a quello dell'intolleranza e dell'integralismo o del cosiddetto fondamentalismo religioso.

Così l'idea di democrazia che si cerca di trasmettere e consolidare universalmente è indissolubilmente legata al relativismo, e questo sembra essere la garanzia della libertà, anzi il suo centro.

Guardando però un po' più a fondo le cose, ci si può chiedere se anche nella democrazia non debba esserci un nucleo non relativistico: non è forse essa costruita sui diritti dell'uomo, e sul loro carattere inviolabile ? I diritti dell'uomo non sono sottomessi al pluralismo delle contrastanti convinzioni intellettuali e al pluralismo della multiculturalità o della multireligiosità; essi sono il contenuto stesso della libertà e della tolleranza. Ciò significa che un patrimonio fondamentale di verità morale appare irrinunciabile proprio per salvaguardare i capisaldi della democrazia e della dignità dell'uomo.

E' vero che oggi si preferisce parlare di valori piuttosto che di verità morali, per non confliggere con l'idea di tolleranza e di pluralismo religioso e culturale. Ma la questione appena posta non può essere evitata con un semplice mutamento terminologico, dato che l'inviolabilità dei valori deriva dal fatto che sono veri e che corrispondono a vere esigenze della natura razionale dell'uomo, e non dipendono quindi da particolari situazioni sociologiche nè da contingenti mutamenti sociali.

Quindi appare ineludibile l'interrogativo: quale fondamento hanno questi valori validi per tutta l'umanità ? o detto altrimenti in termini più accessibili alla cultura moderna: quale fondamento hanno i valori basilari che non sono soggetto del gioco di maggioranza e minoranza ? Come li possiamo conoscere ? Che cosa si sottrae al relativismo delle posizioni culturali ?

A queste domande, rispondono due posizioni contrapposte e in nessun modo - a mio avviso- conciliabili.

- Una posizione è quella relativista, pur con alcune sue varianti, che vuole eliminare l'idea del diritto naturale, in quanto sospetto di metafisica, e di conseguenza il concetto di vero applicato al concetto di bene morale. Il diritto può essere stabilito soltanto dagli organi competenti e la democrazia è definita non secondo il contenuto, ma in maniera puramente formale: come una struttura di regole che rende possibile la formazione di una maggioranza.

- A questa concezione si contrappone la tesi secondo cui la verità morale non è il prodotto della politica né tanto meno il prodotto degli interessi dell'economia o della tecnologia, ma le precede tutte e tutte le illumina: non è la prassi che crea la verità, ma la verità che rende corretta la prassi. Quindi la politica è giusta e promuove la libertà se è al servizio di una struttura di valori e di diritti che la ragione ci mostra.

Il relativismo e l'esplicito scetticismo delle teorie positivistiche e giacobine odierne si contrappone alla fiducia nella ragione e nella sua capacità di mostrare la verità e il bene morale oggettivo e universale. E' interessante osservare che oggi è proprio la fede cristiana a rivendicare e difendere questa capacità della ragione, mentre le correnti culturali di tipo sociologicistico e relativistico la mortificano e la deprimono.

Se d'una parte risulta chiaro che la posizione molto discutibile del relativismo e dello scetticismo è un cattivo affare per la democrazia che intenda costituirsi sui diritti inviolabili della persona e sui valori irrinunciabili della natura razionale dell'uomo, d'altra parte oggi siamo tutti consapevoli che la difesa della verità morale e di un'etica oggettiva e universale dei diritti e dei doveri dell'uomo non deve comportare il rischio di una ricaduta in forme integralistiche e intolleranti di oppressione e di asservimento delle coscienze.

A questo riguardo una puntualizzazione sul rapporto tra etica e laicità dello stato sembra quanto mai opportuna.

E' noto quanto la questione della laicità sia collegata a quella del versetto evangelico: "date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio". Orbene un'interpretazione ulteriore rispetto a quella tradizionale, significa non soltanto fissare i confini fra Dio e Cesare, ma impegnarsi a dare alla società civile, a Cesare, quanto le è necessario: giustizia, difesa della vita, sviluppo e tutela integrale della persona. Cesare non è Dio. Cesare può essere la casa temporale dell'uomo, ma non la sua abitazione definitiva. Dare solo a Cesare senza dare a Dio, è l'inizio della rovina. Il principio che distrugge all'interno ogni rivoluzione atea o agnostica sta nel voler dare a Cesare senza voler dare a Dio.

Deve considerarsi pertanto acquisita - e direi senza ombra di dubbio felicemente acquisita - la distinzione tra sfera religiosa e sfera civile, tra Chiesa e Stato, e ciò è la premessa per operare una collaborazione tra loro, che coinvolga le due entità come istituzioni, e che si appoggi sulla libertà e la coscienza dei cittadini. E' questa una laicità "aperta", parafrasando così la formula di K. Popper, che parlava di "società aperta"; se laico significa vivere e operare secondo una razionalità aperta, non chiusa e pregiudizialmente ideologizzata, la laicità non soltanto è un concetto legittimo, ma addirittura è interno alla cultura cristiana.

Totalmente diverso però sarebbe concepire la società o la Stato come laici nel senso di agnostici, nel senso cioè che lo Stato dovrebbe rimanere neutrale nella difesa e nella promozione dei diritti dell'uomo o neutrale di fronte alla pretesa di definire l'uomo non secondo criteri etici, ma utilitaristici o strumentali. Perchè lo Stato sia realmente e seriamente "laico" non basta che non riconosca nessun culto religioso come proprio né che si definisca come non confessionale. Occorre che lo Stato nelle sue strutture e attività non sia condizionato o determinato da quasivoglia opinabile ideologia del "non culto" e della "non religione". Lo Stato laico non è affatto lo Stato agnostico o neutrale di fronte all'etica del diritto naturale o dei fondamenti morali dell'umana convivenza. Così come nell'Europa e in particolare in Italia, il fatto della pluralità delle ideologie, e l'ingresso di nuove culture e di seguaci di altre religioni, a motivo del fenomeno dell'immigrazione, non può significare che la storia di una nazione possa essere cambiata né ignorata né contestata. Il cristianesimo o il cattolicesimo non è più religione "di stato", ma resta la religione storica della nazione, con il suo patrimonio di identità religiosa, morale, culturale e con le sue ricchezze spirituali, che non devono essere sbiadite o addirittura nascoste in nome del rispetto della libertà di religione o di coscienza delle minoranze. Vorrei qui riprendere un'esortazione di un eminente Porporato italiano, che in questi giorni ha agitato le acque di certi benpensanti d'avanguardia: "ai forestieri si fa spazio non demolendo la propria casa, ma ampliandola e rendendola ospitale sì, ma nel rispetto e nella difesa della sua originaria architettura e della sua primitiva bellezza".

* II. Alcune piste di orientamento

Avviandomi alla conclusione, vorrei semplicemente offrire una piattaforma di incontro per coloro che impegnati nella politica fanno riferimento alla dottrina sociale cristiana e anche per coloro che, pur non appartenendo alla confessione della fede cristiana, avvertono il messaggio morale della legge e del diritto naturale, il cui senso è stato egregiamente precisato dal prof. Mathieu, come criterio irrinunciabile dell'azione politica, senza con ciò cancellare i confini tra religione e politica, tra fede e politica.

Tale piattaforma di incontro può ben essere formulata a partire dalla sollecitudine che il Papa Giovanni Paolo II ha così espresso in un suo recente discorso:

" E' urgente che ci adoperiamo perché il vero senso della democrazia, autentica conquista della cultura, sia pienamente salvaguardato. Su questo tema infatti si profilano derive preoccupanti, quando si riduce la democrazia a fatto puramente procedurale, o si pensa che la volontà espressa dalla maggioranza basti a determinare come tale l'accettabilità morale di una legge. In realtà, il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna.[...]. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli maggioranze di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva, che, in quanto "legge naturale" iscritta nel cuore dell'uomo, è punto di riferimento per la legge civile" (Discorso di Giovanni Paolo II ai Docenti universitari, in: "L'Osservatore Romano", 10/IX/2000).

Il progresso delle scienze e delle tecnologie, anche in virtù del processo di globalizzazione delle informazioni, pone oggi nelle mani dell'uomo possibilità magnifiche, ma anche terribili. La ferma e rigorosa rivendicazione del primato dell'etica obiettiva e universale non è oscurantismo, ma salvaguardia di una ricerca degna dell'uomo e posta al servizio della vita e dell'integrità della persona, delle istituzioni basilari della società, prima fra tutte la famiglia.

Il vero problema è quindi un problema di fondo, che viene molto prima ancora che le questioni pur importantissime delle regole dell'economia di mercato, o del regolamento dei flussi migratori o del controllo della finanza internazionale o della sovranità degli stati, ed investe la visione dell'uomo e della morale, a cui dovrà ispirarsi l'intera Europa, nella prospettiva dell'accelerazione del processo di globalizzazione. Ad esempio, i recenti sviluppi della discussione nel campo della biogenetica o del diritto familiare e della conseguente difesa dell'identità della famiglia e del matrimonio fra uomo e donna, hanno avuto il merito di mettere in luce che la dimensione etica non riguarda soltanto la coscienza dei singoli e l'intimità del privato - come pretenderebbe illusoriamente e pericolosamente una visione individualistica e libertaria dell'uomo e dei suoi diritti - ma possiede una rilevanza pubblica, che esige criteri oggettivi di discernimento, accessibili alla conoscenza razionale.

Vorrei indicare un concreto punto di incontro per tutti coloro che vogliono evitare la deriva permissivistica, nihilistica e relativistica - a cui purtroppo l'Europa intera è esposta con il sostegno di forze e movimenti politici ben determinati -. Tale punto di incontro potrebbe trovarsi nel riconoscimento di alcuni principi e criteri che si possono così riassumere:

1) Lo Stato non è la sorgente della verità e della morale. Ciò sia nel senso che esso non può decidere la verità morale sulla base di una propria ideologia, sia nel senso che non deve essere agnostico e neutrale di fronte alle sfide morali che toccano la persona e il bene comune della intera società.

2) Lo Stato non può limitarsi ad essere il garante di una libertà priva di contenuto: per garantire un ordine di convivenza sensato e vivibile, occorre un comune denominatore di conoscenza del bene morale.

3) Lo Stato riceve dall'esterno questa indispensabile misura e criterio di conoscenza del bene morale. Questa fonte esterna dovrebbe essere la conoscenza razionale, l'etica razionale, accessibile alla ragione, e quindi in questo senso riconoscibile anche indipendentemente dall'appartenenza ad una confessione religiosa.

4) La fede cristiana tuttavia rivendica di essere portatrice di una cultura religiosa universale e razionalmente valida, e offre alla ragione il patrimonio di conoscenze e norme morali che sono in grado di fondare un consenso etico senza il quale una società non può durare a lungo. L'umanesimo cristiano non è un patrimonio esclusivo dei cristiani, ma incontra e compie l'anelito e le aspirazioni più profonde dell'uomo e della sua dignità.

5) E' essenziale che la distinzione tra Stato e Chiesa, tra società civile e tradizione religiosa sia mantenuta. La Chiesa non deve voler agire come organo di potere dentro o al di sopra dello Stato. E' altrettanto essenziale però che lo Stato e la società civile riconoscano alla fede cristiana e alla sua tradizione culturale religiosa e morale la funzione di essere il sostegno e il punto di riferimento indispensabile per svolgere quel servizio di illuminazione della coscienza civile, di cui lo Stato e la società hanno bisogno.

In questo senso è molto preoccupante - come ha richiamato di recente il Card. Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che nel progetto della futura "Carta" dell'Unione Europea - che sarà probabilmente discusso nel prossimo dicembre a Nizza - vengano praticamente omesse le radici cristiane e lo stesso principio della libertà religiosa venga affermato senza alcuna menzione della dimensione istituzionale propria delle confessioni religiose in quanto tali. La religione cattolica non potrà mai accettare di essere ridotta e ristretta alla dimensione intimistica, segreta e privata della coscienza.

6) Certamente è prevedibile per il futuro una pluralità culturale molto più grande di quella cui eravamo abituati finora. Ma da ciò non segue che si debba promuovere o che ci si debba rassegnare ad una multiculturalità senza limiti, nella quale i fondamenti cristiani dell'Europa dovessero essere dissolti, per lasciare poi inevitabilmente un vuoto e uno smarrimento spirituale e morale insipiente e disumano. Non si vede come sia compatibile una cultura di tipo agnostico e relativista con una cultura che si ispira all'umanesimo cristiano e al diritto naturale.

Fenomeni epocali come quello della cosiddetta globalizzazione, suscitano certo molte speranze e aprono scenari affascinanti ed entusiasmanti: è doveroso quindi l'auspicio di raggiungere traguardi e mete di eccezionale rilievo grazie alle opportunità che il progresso e lo sviluppo scientifico e tecnologico ci forniscono. Ma ciò non può significare una sottovalutazione delle difficoltà, delle incertezze e delle inquietudini che la congiuntura storica comporta.

Alla Chiesa e ai credenti il compito di riproporre con fermezza e coraggio i principi e i temi che devono ispirare e caratterizzare l'essere e l'agire di una degna "res publica" europea. Alla politica, nel senso più alto del termine, il compito di lasciarsi ispirare e poi assicurare con leggi adeguate la sopravvivenza spirituale e morale del nostro antico continente, in modo che a quel "corpo" di organismi, regolamenti, tabelle, strutture politiche e attuazioni monetarie e finanziarie, di cui si occupano le nostre istituzioni, sia data anche "un'anima", che non sia però quel vago "spirito del mondo globale", espressione dell'effimero e degli interessi dei poteri mondani, ma che sia conforme alla natura non deformabile e non manipolabile dell'uomo.

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Amb. Luigi Guidobono Cavalchini
Sovranità degli Stati e sovranità dei popoli


1. Parlare di sovranità al giorno d’oggi è impresa tutt’altro che facile. In me suscita un sentimento di impotenza: impotenza a fornire risposte convincenti o, più semplicemente, risposte ai tanti interrogativi posti da una realtà mutevole ed esigente, esasperata dalle antinomie, dalle contraddizioni e dalle incertezze.

La sovranità, intesa come suprema potestas superiorem non recognoscens, che ha fatto da levatrice alla nascita nel 1648 degli Stati europei, può, ancora ai nostri giorni, essere assunta come punto di riferimento del sistema delle relazioni internazionali? Piuttosto, non dobbiamo rivedere o reinterpretare i criteri, in particolare quelli dell’unità e dell’indivisibilità, considerati assoluti e connaturati, appunto, alla nozione di sovranità?

Questi sono quesiti che chiamerei esistenziali; perché toccano il cuore, il modo di essere di quel complesso di relazioni umane che noi stessi contribuiamo a formare e ad alimentare e che identificano le società statuali.

Ma, est modus in rebus. L’angoscia che questi interrogativi suscitano non è tale da disturbare i nostri sonni. E, per quanto mi riguarda, il pensiero di dovere oggi affrontare davanti a un uditorio così qualificato il tema della sovranità degli Stati e della sovranità dei popoli mi ha si preoccupato; ma non è stato tale stanotte da non farmi condividere con il Gran Condé lo stesso stato d’animo tranquillo e sereno che lo aveva accompagnato la sera antecedente la battaglia di Rocroy.

Aggrapparci al passato può essere fuorviante; proiettarci nel futuro, poi, significa inoltrarci sul terreno quanto mai infido della profezia. E poiché non sono né uno storico né un indovino preferisco abbracciare la boa di salvataggio rappresentata dall’analisi e dalla interpretazione dei fatti che ci stanno davanti; oltre che, naturalmente, affidarmi alla clemenza della Corte, nel caso specifico di chi mi farà l’onore e avrà la cortesia e la pazienza di ascoltare queste mie brevi riflessioni introduttive.

2. Può essere superfluo, forse, constatare che, ai giorni nostri, abbiamo consolidato un’abitudine, un vizietto: quello, cioè, di declinare tutto al plurale: Parliamo più spesso e volentieri delle libertà che non della libertà, dei diritti che non del diritto, delle società che non della società. Anche per il potere – quintessenza della sovranità degli Stati – assumiamo di preferenza il plurale.

Viviamo in un mondo in cui i fattori materiali e ideologici della globalizzazione, cioè, da un lato, i progressi tecnici applicati ai trasporti e alle comunicazioni e, dall’altro, i diritti umani e dei popoli, sottopongono la sovranità degli Stati alla forte spinta di forze corrosive che ne trasformano e ne ridefiniscono capacità e competenze.

Così, alle attività e alle relazioni degli Stati quali sistemi politici di organizzazione delle nostre società, si sono aggiunte attività e relazioni poste in essere da imprese economiche, da associazioni e da organizzazioni basate in diversi Stati, o in nessun Stato in particolare, e quasi sempre indipendenti dai governi statali.

Oggi, ad esempio, nessun potere statuale è in grado di controllare gli scambi di moneta elettronica, che ammontano quotidianamente a sei-sette volte le riserve delle banche centrali dei sette Paesi più industrializzati del mondo. Nessuno Stato, inoltre, ha il potere di intervenire efficacemente su molti tipi di commercio riguardanti, soprattutto, prodotti ad alto valore aggiunto. Il cibermercato, poi, ha completamente alterato le nozioni tradizionali dell’esportazione e dell’importazione di merci.

Nessuno Stato, infine, appare oggi in grado di controllare le autostrade dell’informazione e di prevenire e di reprimere attività configurabili come illecite per molti ordinamenti giuridici interni.

Per concludere su questo punto, gli eventi e i comportamenti umani riconducibili alla globalizzazione non rimangono circoscritti a un’area geografica, a un territorio determinato. Se si tiene presente che il territorio è assieme ai cittadini uno dei due elementi costitutivi degli Stati e rende effettivo l’esercizio della sovranità da parte di questi ultimi, allora possiamo misurare le difficoltà del duplice compito che ci attende: da un lato, cercare di comprendere la natura dei cambiamenti che chiamiamo globalizzazione e, dall’altro, individuare le conseguenze che tali comportamenti producono sull’ordine internazionale, del quale gli Stati sovrani rimangono, anzi sono, i soggetti primari.

Ho parlato di società al plurale. Nella storia, come insegna il Vico, non ci sono
soltanto corsi ma anche ricorsi.

Possiamo stabilire un certo parallelismo tra l’Europa dopo la pace di

Westphalia e il mondo dopo la dissoluzione dell’impero sovietico. Allora, nel 1648, come ieri l’altro, nel 1989, si è passati dalla nozione di singolarità a quella di pluralità.

I trattati di Munster e di Osnabruck, sancendo la fine dell’idea unitaria rappresentata dall’Impero, riconobbero l’indipendenza dei principi rispetto alla duplice autorità imperiale e papale. Dando un colpo decisivo ai due pilastri fondamentali di tutta la vita politico-religiosa del Medioevo, da Westphalia nacque il nuovo ordine internazionale basato sugli Stati sovrani: ordine che sussiste tuttora e che continua ad essere considerato come il "nocciolo duro" del sistema dei rapporti internazionali.

La nozione di sovranità degli Stati, che non conosce un potere superiore e che è, dunque, secondo la formula consacrata dalla Costituzione francese del 1791, "una, indivisibile, imprescrittibile, inalienabile" ebbe a trovare, dunque, la sua applicazione pratica, a superare la prova del fuoco, a cominciare da circa trecentocinquanta anni fa. E le rivoluzioni americana e francese incisero su diessa nella misura in cui venne ricondotta, anziché ai monarchi, agli Stati-nazione.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica segnò la fine di un sistema anch’esso per molti versi considerato unitario, incentrato sulla ripartizione del mondo in sfere di influenza e di interesse esclusivo fra le due Grandi Potenze. Nel 1989 assistemmo al superamento delle divisioni ideologiche fra est e Ovest e alla fioritura sulla scena internazionale di una molteplicità di Stati, attori, protagonisti più o meno responsabili. Esattamente come successe in Europa dopo la Guerra dei Trent’anni.

L’analogia fra le due situazioni colpisce. Ma anche la differenza va presa in considerazione: quest’ultima sta nella circostanza, tutt’altro che secondaria, che la globalizzazione ha inciso sugli elementi costitutivi degli Stati sovrani – la cittadinanza e il territorio – i quali hanno subito e continuano a subire contraccolpi della compressione del fattore tempo e del fattore spazio.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno ridotto l’attrito delle distanze in misura più radicale di quanto non fecero il telefono e il telegrafo; sempre grazie a queste nuove tecnologie, la trasmissione di informazioni relative a qualsiasi tipo di prodotto, materiale o immateriale che sia, avviene oggi in tempi brevissimi, compresi tra un decimo di secondo e due minuti.

Un modo superficiale di valutare la globalizzazione consiste nel considerarla
soltanto sotto l’angolo visuale, per la verità ristretto, di un processo di creazione di un sistema di dimensioni mondiali; sistema considerato sinonimo di uniformità e, anche, di occidentalizzazione o di americanizzazione.

Proprio da questa constatazione discende, a mio avviso, il corollario seguente: che la globalizzazione è condannata a coesistere con il suo contrario, cui si addice il nome di frammentazione. Determinate realtà sociali, siano esse nazioni, etnie, culture possono essere considerate abbastanza forti da prevalere sul processo della globalizzazione. Più precisamente, una globalizzazione che invada lo spazio organizzato da una realtà locale può diventare una minaccia, un attentato alla conservazione. Di qui il bisogno prepotente di identità e della protezione della propria specificità, bisogno che si fa sentire in maniera talvolta determinante.

Proprio da queste contrapposizioni, che sono una caratteristica della nostra epoca e, forse, di tutte le epoche considerate di transizione, nasce la consapevolezza che punti di riferimento che consideravamo certi come la stella polare, criteri che stavano li, fermi e protettivi, per difendere le nostre convinzioni, nozioni che ritenevamo univoche si appannano, cadono in frantumi come i pezzi di un vaso di porcellana sfuggito da mani maldestre e finito sul pavimento di casa.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica da un lato, e quella della Jugoslavia, dall’altro, ci forniscono spunti di riflessione concreti per misurare di quanto la nozione di sovranità abbia subito, rispetto alle nozioni assimilate sui banchi dell’università, ridimensionamenti, stiracchiamenti, riduzioni.

Fin dal 1988, alcuni Stati facenti parte dell’URSS e, in particolare, quelli baltici respinsero, prima in modo sommesso e, poi, sempre più rumorosamente, la supremazia del diritto dell’Unione sul diritto delle singole Repubbliche federate e, ancor più, si rifiutarono di considerare il Partito Comunista dell’Unione Sovietica come "forza che orienta e dirige" la società tutta intera. In altre parole, l’Estonia, la Lituania e la Lettonia pretesero e dichiararono di essere diventate Stati sovrani e affermarono che il diritto dell’Unione Sovietica avrebbe potuto diventare diritto interno soltanto nella misura in cui sarebbe stato accettato dai parlamenti nazionali.

Quella che gli Stati baltici proclamarono nel corso del 1989 è una sorta di sovranità soprattutto interna, dunque limitata. Soltanto un ano dopo, sulla scia di una iniziativa lituana, essi emetteranno una dichiarazione di indipendenza, cessando, così, di fare parte dell’Unione Sovietica.

Alla luce di questa esperienza, mi sembra di poter concludere che le tappe attraverso le quali le Repubbliche federate dell’Unione Sovietica divennero Stati pienamente sovrani anche sul piano della loro proiezione esterna indicano il prevalere, nel processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica, di una concezione della sovranità assai diversa da quella tradizionale e che, comunque, ne mette in causa il carattere indivisibile.

Indicativo dei cambiamenti ai quali è sottoposta la sovranità è la
vicenda dell’ex-Jugoslavia, che esaminerò qui sotto il duplice profilo dell’intervento umanitario e dell’autodeterminazione dei popoli.

Ma dobbiamo intenderci. L’esigenza di tutelare i diritti umani delle popolazioni e delle minoranze etniche ci mette a confronto con una realtà rappresentata dal fatto che il sistema degli Stati è organizzato sul principio della non ingerenza negli affari interni, principio richiamato dalla carta di San Francisco, che all’articolo 2.7 afferma che "nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le nazioni Unite a intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, né obbliga i membri a sottoporre tali questioni a una procedura di regolamento in applicazione del presente Statuto".

Ora, non vi è dubbio che le principali violazioni dei diritti umani e dei popoli siano commesse dai governi sotto la spinta di motivazioni diverse: o perché si tratta, per un ristretto numero di persone, di conservare il potere e, quindi, di schiacciare l’opposizione e il dissenso, o perché, ancora, vi sono gruppi nazionali o etnici, in genere maggioritari in uno Stato, che vogliono reprimere altri gruppi nazionali o etnici che chiedono forme di autogoverno, che vanno dall’autonomia al caso estremo dell’indipendenza.

E’ chiaro che se si ammette che i governi sono chiamati a rispondere delle violazioni dei diritti umani da essi commessi all’interno dei confini del proprio Stato allora si contravviene al principio di non ingerenza che ho testè richiamato.

Un fatto, peraltro, è certo e cioè che sia le Convenzioni internazionali, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, sia l’accresciuta sensibilità delle opinioni pubbliche hanno contribuito a far prevalere la tesi secondo cui i diritti umani e le loro protezione in uno Stato determinato sono patrimonio comune dell’umanità stessa e generano, quindi, obblighi anzitutto morali e di carattere universale. Così si spiega la reazione della Comunità degli Stati di fronte all’apartheid in Sud Africa e al trattamento dei curdi nell’Iraq del Nord.

Certamente, non tutti gli interventi per tutelare i diritti umani possono essere considerati come una sorta di violazione del su ricordato articolo 2.7. E anche qui, il riferimento a casi concreti può aiutarci.

L’intervento militare della NATO contro la Serbia nella primavera del 1999, intervento motivato dalla pulizia etnica contro gli albanesi del Kossovo, configura certamente una violazione del principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato. E ciò, tanto più, se si tiene presente – e qui faccio un ragionamento da avvocato azzeccagarbugli – che tale intervento non fu deciso dalle Nazioni Unite e, quindi, non trovò la sua base giuridica nel capitolo VII della Carta di San Francisco, che contempla il ricorso ad un’azione coercitiva anche in presenza di un comportamento di resistenza da parte dello Stato interessato e, ciò che qui ci interessa, in deroga al principio della non ingerenza.

Da ciò mi sembra che si possa trarre, come ho avuto modo di dire testè, la conclusione seguente: la reazione di tipo morale nei confronti del rispetto dei diritti umani in tutto il mondo fa sì che con sempre maggiore frequenza il non intervento negli affari interni di uno Stato perda la valenza assoluta di un tempo.

Questa constatazione, che, incontestabilmente, incide sulla nozione di sovranità degli Stati, suscita poi altri interrogativi. Interrogativi che riguardano i presupposti stessi dell’intervento (cioè se si debba trattare di intervento motivato da una violazione grave e continuata dei diritti umani) e un eventuale potere superiore autorizzativo, da individuare, a mio parere, nell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Passiamo, ora, al diritto all’autodeterminazione, che, come è naturale, si
collega alla nozione di sovranità dei popoli e, quindi, al diritto-potere di questi ultimi di disporre del loro destino.

Il principio di autodeterminazione ha una storia ed è la storia della lotta dei

popoli contro il colonialismo.

Oggi, che non ci sono più colonie, l’autodeterminazione è oggetto di una revisione critica nella quale convergono fattori diversi, di carattere etico, politico, economico e sociale, non riconducibile, almeno attualmente, a criteri univoci.

Sotto questa angolatura, va ricompresa la volontà della Comunità degli Stati, espressa nella Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, di considerare il Kossovo come parte integrante della Serbia e, conseguentemente, come un territorio votato all’indipendenza; mentre, come sappiamo, la stessa Comunità degli Stati non aveva esitato nel caso della Bosnia non soltanto a accettare l’autodeterminazione ma anche a indirizzare un invito alle popolazioni interessate a esercitare il relativo diritto.

Certamente, nel termine "autodeterminazione" si possono fare rientrare diverse fattispecie. Anzi tutto, uno Stato determinato può concedere uno statuto di autonomia a una minoranza etnica riconoscendo, quindi, a quest’ultima certi diritti e doveri diversi da quelli che fanno capo a tutti gli altri cittadini del medesimo Stato. Ma vi è anche la fattispecie estrema, rappresentata da quell’anelito all’indipendenza che può concretizzarsi in un nuovo Stato, in un nuovo soggetto internazionale.

Credo che sia difficile, se non impossibile, almeno allo stato attuale, fissare su basi oggettive criteri suscettibili di non creare controversie. Ma va osservato, altresì, che l’autodeterminazione dei popoli è fortemente influenzata dalle diverse concezioni sulla nozione di Stato-nazione.

Per la tradizione francese, ad esempio, è l’appartenenza al popolo, fondata su un contratto sociale, che contribuisce a edificare lo Stato-nazione; mentre per altri i cittadini di uno Stato-nazione sono persone nelle quali è maturata la coscienza della appartenenza ad una corrente che parla una stessa lingua, è partecipe di una stessa cultura, ha usi e costumi comuni.

Questa distinzione è molto importante; perché nel primo caso diventa concettualmente impossibile riconoscere ad una minoranza diritti e poteri particolari. In altri termini, proprio perché tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge non è immaginabile che alcuni di essi beneficino di uno status particolare nell’ambito dello Stato. Da questo punto di vista, si comprende, ad esempio, come il riconoscimento ai Corsi di un potere legislativo autonomo anche se limitato abbia dato luogo in Francia a contestazioni; e come per il Governo turco non vi possa essere un trattamento speciale per i curdi, dato che questi ultimi, in quanto turchi, hanno gli stessi siritti e gli stessi doveri di qualunque altro cittadino turco.

I casi che ho testè ricordato sono, a ben riflettere, significativi di quel processo
di disintegrazione, di frammentazione e di ritorno all’esaltazione delle specificità che caratterizzano l’epoca nella quale viviamo. Vi è anche il rovescio della medaglia nel senso che il superamento della nozione di sovranità degli Stati si può manifestare attraverso la costruzione di nuove forme di potere statale. Sotto questo punto di vista il processo di integrazione europea appare paradigmatico.

E’ interessante, a questo proposito, riflettere sull’interpretazione che della sovranità nazionale dava il rappresentante del Governo francese in occasione della ratifica da parte dell’Assemblea Nazionale del Trattato di Amsterdam. Infatti, rispondendo alle critiche di quei gruppi politici che accusavano il Governo di avere consentito il trasferimento a un’entità sovranazionale di poteri sovrani dello Stato, il Ministro della Giustizia, Elizabeth Guigou, rispondeva che l’aver affidato alle Istituzioni europee talune competenze "era senz’altro preferibile se si trattava di meglio agire per pervenire, nel quadro europeo, a una sovranità meno teorica e più efficace, a una sovranità esercitata in comune per affrontare insieme, dal momento che l’unione fa la forza, le sfide transnazionali". E concludeva osservando che il trasferimento di competenze all’Unione Europea non comportava affatto "una spoliazione dello Stato, dato che il lavoro in comune non è una dimissione bensì una ambizione".

Di fronte a queste dichiarazioni mi sembra difficile poter sostenere che non esiste una sovranità ripartita, frammentata, limitata, relativa, decomposta o stemperata.

Pensiamo al Trattato di Maastricht e, in particolare, all’Unione Economica e Monetaria. Il potere di "battere moneta" è sempre stato considerato come un potere attinente all’esercizio di una funzione "primordiale" o, come dicono i francesi, "régalienne". A questo proposito, ricordo che un politologo francese aveva sottolineato con me, proprio ai tempi della ratifica del Trattato di Maastricht, quanto per i francesi pesasse la rinuncia ad una moneta che portava lo stesso nome del proprio popolo.

Ora, il fatto che sia la Banca Centrale Europea ad assicurare, attraverso la manovra del tasso di sconto, la stabilità dei prezzi, rappresenta, certamente, una limitazione alla sovranità degli Stati. E questo è soprattutto vero se si tiene presente che il processo di integrazione europea è caratterizzato da un trasferimento di competenze che ha il carattere della irreversibilità.

Che dire, poi, della nozione di Stato-nazione avuto riguardo al processo di integrazione del nostro Continente? Intanto, e per restare al nostro ordinamento giuridico, la prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno è stata ribadita da una sentenza della Corte Costituzionale fin dal 1975: con quella sentenza (la n. 232) la Corte ribadì che in caso di contrasto tra regolamenti e leggi italiane il Giudice era tenuto a sollevare la questione di illegittimità costituzionale della legge interna. Senza poi tacere di un’altra sentenza, successiva a quella del 1978 della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, con la quale la nostra Corte Costituzionale giunse ad affermare il principio della disapplicazione della norma nazionale contrastante con la norma comunitaria.

Ma ciò che mi sembra debba essere sottolineato è che gli stessi elementi costitutivi dello Stato-nazione vanno valutati nell’ambito dell’Unione in maniera diversa rispetto a un passato anche recente. Perché sia il territorio che la popolazione non sono più fattori "esclusivi" di uno Stato membro. Vi è, infatti, un territorio che è territorio della Comunità, che non soltanto rappresenta il supporto del Mercato Unico ma è diventato quello "spazio di sicurezza, di giustizia e di libertà" nel quale le frontiere esterne dei singoli Stati membri diventano frontiere dell’Unione; e la nozion stessa di cittadinanza si sdoppia, al punto tale che, accanto ad una cittadinanza britannica, francese, italiana e tedesca, vi è una cittadinanza europea.

Non sono un giurista e non voglio, pertanto, ulteriormente "argomentare" su questo punto. Mi limiterò ad osservare che, nell’era della globalizzazione, lo Stato-nazione sembra essere diventato sempre meno idoneo a regolare e a controllare i movimenti delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone. Ma lo Stato-nazione è anche incapace, senza l’aiuto di altri Stati-nazione, a soddisfare le esigenze della sua sicurezza e della sua difesa.

Vengo ora alla parola più attesa da tutti i presenti, costretti a subire la mia
relazione: la "conclusione", avendo a mente quanto Montaigne soleva ripetere (e i miei collaboratori con lui al termine di esperienze analoghe a quella da Voi vissuta questo pomeriggio) e cioè che l’uomo è stato dotato di due orecchie per ascoltare ma soltanto di una bocca per parlare, vedendo egli in tale constatazione – tutt’altro che lapalissiana – ben più che un semplice dettaglio anatomico!

Ho passato in rassegna, sotto vari aspetti, il concetto di sovranità. Concetto

affrontato da filosofi e giuristi, nel corso dei secoli, e via via adattato alle esigenze dei governanti e alla ragion di Stato per giustificare ora questo e ora quel comportamento.

Jean Rodin, nel Cinquecento, definì la sovranità, cito, "il potere supremo, non limitato dalla legge, su sudditi e cittadini". Con ciò, dando legittimazione filosofica all’assolutismo dominante in quell’epoca.

Un secolo dopo, nel Seicento, Thomas Hobbes si spingeva ancora in là: non esiste Stato né società senza un Sovrano, al tempo stesso unica voce e unica volontà della società stessa. L’alternativa al Sovrano assoluto – egli diceva – è l’anarchia. La sovranità, per Hobbes, è indivisibile e inalienabile.

Passando dal diritto interno al diritto internazionale, illuminante mi sembra una decisione della Corte Permanente di Arbitrato la quale, nel 1928, diceva che, cito, "la sovranità nelle relazioni tra gli Stati significa indipendenza. Indipendenza rispetto a una porzione del globo è il diritto di esercitarvi, ad esclusione di ogni altro Stato, le funzioni proprie di uno Stato".

A questo riguardo, si pensi all’evoluzione intervenuta nella dottrina statunitense della nozione di sovranità degli Stati: nel 1793 il Segretario di Stato Jefferson scriveva al suo collega francese che, cito, "un Sovrano, secondo il moderno diritto internazionale, non può esercitare le prerogative della sovranità in territori che non siano i propri".

Oggi, la nozione di sovranità e la prassi internazionale adottate dagli Stati Uniti a giustificazione dell’intervento militare in Serbia, nel 1999, fanno appello alla cosiddetta "ingerenza umanitaria".

In realtà, è la sovranità stessa dello Stato che, nel corso dei secoli e dietro la spinta incessante degli avvenimenti, è andata via via erodendosi. E, come ho cercato di illustrare, l’erosione è dovuta a fenomeni quali la globalizzazione, la pluralità, l’ingerenza umanitaria, l’autodeterminazione dei popoli, l’integrazione.

A ciò, dobbiamo tutti abituarci, governanti, attori politici, economici e sociali così come giuristi, filosofi e semplici osservatori del mondo moderno, come umilmente mi considero.

Ci attendono cambiamenti epocali, introdotti dalla scienza, dalla tecnologia, dall’evoluzione stessa del pensiero umano.

Non so se il mondo che verrà sarà migliore o peggiore dell’attuale. Se l’affermazione dei fenomeni che ho poc’anzi menzionato porterà all’innalzamento degli standards di vita sul nostro pianeta. Se la riduzione dei poteri statuali classici – sia sul piano del diritto interno che di quello internazionale – corrisponderà ad un futuro senza guerre, senza povertà, senza disordine. Se infine, ci attende un ordine nuovo delle cose.

Un illustre condannato a morte ammoniva qualche secolo fa coloro i quali tale pena avevano stabilito che, cito, "è ora giunto il momento di andarsene. Io, per morire, Voi, per vivere. Ma chi di noi sta andando verso una condizione migliore nessuno può dirlo. Fuorchè Dio". Quel condannato illustre si chiamava Socrate.

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On.le Pietro Giubilo
Sovranità degli Stati e sovranità dei popoli


L’utopia mondialista: individualismo e democrazia oligarchica.
 La prospettiva della creazione di "una società globale cosmopolita" avverte Anthony Giddens – ideologo della "terza via" – "non è un incidente nelle nostre vite di sempre. E’ il cambiamento delle condizioni stesse della nostra esistenza".

Questo cambiamento non riguarda semplicemente la sfera dei connotati sociali o dei comportamenti personali, esso interviene a fondo anche sui caratteri del sistema politico, ovvero, per quanto riguarda l’Occidente, sulla essenza stessa della democrazia.

"Tra i giovani – osserva sempre Giddens – non c’è da sorprendersi che i più attivi decidano di dedicare le proprie energie a gruppi di interesse, dal momento che questi ultimi promettono ciò che la politica tradizionale non sembra più in grado di mantenere" (A. Giddens – Il mondo che cambia).

Questo declino della politica si presenta innanzitutto come una limitazione della sovranità degli Stati nazionali. Assistiamo nelle società esposte all’influenza della globalizzazione ad una riduzione o trasformazione del ruolo della politica.

"L’idea di una comunità universale – ha scritto Gianni Bagiet Bozzo – strutturata da regole comuni che erano proprie della Cristianità medievale è tornata nei fatti dopo la fine dell’Illuminismo e del totalitarismo. E’ questa continuità, oltre l’Illuminismo ed il totalitarismo, a mostrare come il concetto di regole di civiltà superiori alle regole del potere politico proprie della Cristianità medievale siano tornate; mentre la forma dello Stato moderno, lo Stato sovrano, cede i suoi poteri sia a quelli sovranazionali sia a quelli regionali …. Il mondo si organizza intorno ad un diritto metastatuale e a una emersione dei poteri locali. Tale processo, infatti, conclude l’epoca del razionalismo in politica" ( G. Bagiet Bozzo, Il Dio perduto).

Quello che sembrerebbe il superamento definitivo del carattere assolutista e totalitario dello Stato moderno e del suo concetto di sovranità, con l’affermazione di una visione universalistica ed equilibratrice dei rapporti internazionali è, tuttavia, posto in discussione dai contenuti di una nuova ed ultima ideologia che sostiene la nuova sovranità nascente: una utopia mondialista, diffusa da poteri autocratici, non sorretti da un mandato popolare.

Innanzitutto occorre osservare, come ha rilevato, a suo tempo, il Cardinale Ratzinger, che l’ideologia mondialista si presenta come "combinazione di un romanticismo che prende elementi dalla corrente marxista, ma si collega soprattutto al liberalismo: la sintesi è ancora poco chiara, ma si esprime in un’idea (un po’ antitecnica e un po’ antirazionale) di un uomo unito alla natura". " In questa idea – conclude il Cardinale – vi è qualcosa di antiumanista (Cardinale J. Ratzinger – Il Sabato – 24 ottobre 1987).

In secondo luogo l’ideologia della globalizzazione teorizza il superamento del carattere partecipativo della democrazia e, sostanzialmente, della politica. Non si tratta solo della scomparsa della piazza europea, cioè della grande mobilitazione di massa del XIX e soprattutto del XX secolo, e della sua sostituzione con una concezione che è stata definita "individualistica, raziocinante, garantista e sovranazionale", ma di una nuova forma di potere, dell’affermarsi cioè di una visione della politica e delle istituzioni democratiche per la quale la delimitazione dell’azione politica appare come "imperativa".

Scrive un noto politologo inglese, Devid Held: " Perché una democrazia possa preservarsi è necessario limitare i poteri degli organi decisionali, sia dei cittadini che dei loro rappresentanti" (David Held, Democrazia e ordine globale).

E d’altra parte l’ancor più noto Jurgen Habermans afferma nel volume "Tre modelli di democrazia" che l’auto-organizzazione di una legittima comunità democratica dovrebbe prevedere norme e procedure che "non sono in alcun modo dipendenti dalla volontà dei cittadini".

Secondo tali indirizzi, la base costituzionale della democrazia di ispirazione mondialista, "che pone al proprio centro il principio dell’autonomia", appare un diritto pubblico democratico, in base al quale "gli individui devono essere liberi ed uguali nel ‘determinare’ le condizioni della propria vita". In tale contesto "il consenso su questioni di politica e di diritto dovrebbe essere idealmente frutto di un dibattito pubblico e della forza dell’argomentazione più convincente" in coerenza con il principio di autonomia per il quale "gli individui devono essere ‘liberi ed uguali’ e che alla "maggioranza" non deve essere consentito di imporsi arbitrariamente agli altri cittadini" (Held).

Al di là delle migliori intenzioni la democrazia, così teorizzata, auspica un forte ridimensionamento degli elementi della politica tradizionale quali gli istituti parlamentari rappresentativi ed i partiti e le loro organizzazioni, mentre la stessa partecipazione al voto appare utopicamente scissa dai canali partecipativi politici.

In un certo senso, si può affermare che avendo privato, con le concezioni relativiste – come ha sottolineato l’intervento di Mons. Pozzo – la democrazia di un contenuto etico, anche il principio democratico di maggioranza appare non più fondato e quindi può tranquillamente essere considerato come inadatto o di ostacolo agli esiti ultimi della democrazia globalizzata, cioè all’affermarsi delle oligarchie.

L’idea di un governo mondiale, come "formazione di un’autorevole assemblea di tutti gli organismi e degli Stati democratici" oppure come "formazione di un’assemblea indipendente di popoli democratici, da essi direttamente eletta" si presenta quindi come l’ultimo errore o utopia della modernità che intenderebbe demolire la giusta sovranità nazionale.

Questa demolizione non diviene nel senso del superamento dei limiti dell’assolutismo illuminista, per l’affermarsi di una universalità nella quale, per usare le parole di Giambattista Vico "tutti i poteri costituiti formano una grande città, ove vivono in comunione Dio e gli uomini, che partecipano con lui la verità e la razionalità", ma come sostituzione da parte dei poteri anonimi delle rappresentanze politico elettive delle democrazie.

Sul piano internazionale le decisioni più rilevanti per lo sviluppo e per il mantenimento della pace vengono assunte da strutture ed organizzazioni quali le multinazionali, il FMI, la NATO – quest’ultima in una funzione non più solo difensiva e per la quale si auspica da parte di taluni indirizzi diplomatici una sua sostituzione alle Nazioni Unite (S. Passy e L. Ivanov, LIMES n. 4/99) – che limitano le sovranità nazionali e sulle quali "i cittadini esercitano un controllo minimo o nullo" (Held).

Sul piano interno e di rilevanti settori degli organismi comunitari dell’Unione Europea, si vanno diffondendo le cosiddette autorità regolatrici le cui deleghe, come è stato osservato sono "limitatamente o niente affatto responsabili verso le maggioranze o le minoranze politiche" (La Spina – Majone, Lo Stato regolatore).

L’abdicazione della sovranità statuale nell’ambito finanziario, e monetario in particolare, poi, preoccupa per i riflessi nei riguardi della sovranità popolare corrispondendo "al venir meno delle condizioni indispensabili per tale esercizio anche nei Parlamenti democraticamente eletti". Paolo Savona ha osservato che il voto dei mercati – "espresso per censo" – riporta "le democrazie alle condizioni di partenza vigenti nell’Ottocento prima dell’avvento delle democrazie a suffragio universale". "Lasciare, come si va facendo, che ogni Paese sia sottoposto al ricatto dei mercati può aprire la strada a una crisi della democrazia di proporzioni imperscrutabili".

"Il problema politico – ricorda ancora Paolo Savona – che deve essere risolto in questa fase storica è la convivenza dei mercati con le democrazie, riconoscendo l’utilità di entrambi, ma riportando in equilibrio le due forze" (Paolo Savona, Alla ricerca della sovranità monetaria).

Cosa apportano in cambio della sovranità perduta gli ideologi della globalizzazione alla politica ed alle rappresentanze popolari?

Interessanti a questo proposito sono le tesi sulla "bio-politica" nelle quali, come è stato osservato le istanze di libertà ed autonomia e il desiderio di autorealizzazione assumono il sopravvento e il valore ‘individuo’ diviene sempre più irrinunciabile" (M. Panarari su Il Mulino n. 3/2000). In questa chiave di interpretazione si intendono gli obiettivi del perseguimento della ‘felicità’ con "la difesa dell’ambiente e l’ecologia, il riconoscimento dell’arcipelago dei diritti individuali e di libertà degli stili di vita considerati a lungo ‘non ortodossi’, il femminismo, l’omosessualità, la sfera dell’affettività, le opportunità per emanciparsi e ricercare la propria soddisfazione in tutti gli ambiti ove ciò sia possibile" (ibidem).

Le punte più avanzate di tale indirizzo giungono a giustificare tutte le forme di controllo della fertilità, la libertà nei metodi riproduttivi e la clonazione umana a fini terapeutici.

E’ evidente a questo punto l’allontanarsi della concezione della politica, secondo le ideologie della globalizzazione, dal diritto naturale.

La rinuncia ai principi della sovranità popolare ed ai canali della partecipazione politica si accompagna ad una visione della felicità che è avulsa dal concetto di bene comune. Ciò che si persegue appare come il "benessere del maggior numero" e non il "maggior bene comune possibile".

Non c’è bisogno di rifarsi alla classica definizione del "primato del bene comune nell’ordine pratico o politico della vita della città" o alla distinzione netta tra bene privato e bene comune di San Tommaso o alla massima di Aristotele per la quale il bene del tutto è ‘più divino’ di quello delle parti.

Siamo anche all’opposto della concezione rosminiana ove "l’appagamento dell’animo" dell’uomo avviene "nel vero bene umano", costituito dal rapporto religioso con Dio. E’ la persona ad apparire come limite "all’autorità, pur legittima, della comunità politica. Tale primato oltrepassa la società civile e determina un diritto che Rosmini chiama ‘extra sociale’ inalienabile e universale perché ‘inerenti la dignità della persona’" (Cotta, Introduzione alla Filosofia della Politica).

In sintesi, il principale impegno per la salvaguardia del carattere democratico delle istituzioni sovranazionali rispetto ai rischi della globalizzazione appare quello di far corrispondere la difesa del principio maggioritario con una riaffermazione consapevole del concetto di bene comune, al fine di offrire un forte radicamento di carattere popolare alle istituzioni rappresentative.

Ora la politica europea appare di fronte ad una sfida senza precedenti.

Nell’imminente vertice di Nizza si inizierà ad affrontare il tema di una costituzione europea e del passaggio ad una articolazione sovranazionale politica.

Ne ha esaminato taluni aspetti fondamentali Tommaso Padoa-Schioppa, recentemente, in un articolo di fondo del Corriere della Sera (9 ottobre).

Quale sarà il fondamento in termini di diritto pubblico a base di tali scelte?

L’ideologia della globalizzazione sembra prevalere nell’ambito di una parte importante della sinistra, quella del new labour di Blair e, in qualche modo ulivista e, l’influenza di tali concezioni, si è già fatta sentire su talune scelte di carattere etico-politico degli organismi comunitari.

E a tale proposito la critica autorevole della cultura cattolica si è espressa attraverso le analisi del Prof. Pier Paolo Donati alla Settimana sociale dei Cattolici Italiani del novembre 1999: "La terza via inglese è un equivoco – ha detto Donati -perché accentua da un lato le libertà individuali, dall’altro i controlli del sistema centrale. Risultato: ne escono schiacciate proprio quelle formazioni intermedie che invece costituiscono la colonna dorsale di una vera e propria società civile".

Una sovranazionalità che escluda il diritto naturale e la concezione cristiana della dignità della persona e del bene comune, che non coniughi etica e libertà -– che emargini il principio democratico delle rappresentanze istituzionali come espressione della volontà popolare, realizzata attraverso i canali della partecipazione politica, che accetti il prevalere di una influenza determinante del voto dei mercati e della autonomia tecnocratica, non è quella che diede vita all’Europa per la quale lavorarono Adenauer, Schumann e De Gasperi, ma anche Monnet, La Malfa, Einaudi e Helmut Kohl. Con essi l’Europa ha avviato un periodo di pace e di sviluppo che oggi si deve offrire ai Paesi dell’Est che escono dalla lunga notte del comunismo.

 

Ci auguriamo che di questa tradizione – che ha fatto l’Europa – si senta portatrice – al di là delle fazioni politiche – la classe dirigente di questo Paese.

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Prof. Gianfranco Legitimo
Sovranità degli Stati e sovranità dei popoli


1. Agli inizi del presente anno il segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha affermato: "la sovranità dello Stato sta subendo una ridefinizione da parte delle forze della globalizzazione". Quasi in contemporanea da Massimo D’Alema, allora presidente del consiglio italiano, veniva detto: "se noi vogliamo che la politica, e quindi i diritti delle persone, tornino a pesare almeno quanto pesa l’economia, dobbiamo affrontare il grande tema della nostra epoca, che è quello di creare istituzioni sopranazionali in grado di governare la globalizzazione". Ma già qualche anno addietro un esperto di economia e di banca, Paolo Savona, aveva ammesso senza eufemismi: "La sovranità politica ed economica, dopo millenni di lotta per strapparla ai "potenti", sembrava fosse saldamente tornata nelle mani del suo titolare naturale, cioè del popolo…, ma "il mercato finanziario internazionale" l’ha quasi interamente riespropriata".

Del resto, non a caso, si ricorderà, nelle sue dichiarazioni programmatiche Lamberto Dini fece diretto appello al "voto" dato quotidianamente dal mercato finanziario: un voto, proclamò, "dal quale l’azione di governo non può prescindere". Laddove non potrebbe trovarsi riconoscimento più esplicito del peso raggiunto in concreto dai cosiddetti "poteri forti" interni ed esterni sulla politica e sulla intera vita sociale nell’era della globalizzazione.

L’attuale ministro degli Esteri sembrava, se non giustificare, guardare asetticamente il fenomeno. Mentre traspare preoccupazione dal tono con cui un anno dopo, nel dicembre 1995, lo evocava il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio al Convegno dell’Istituto internazionale Jacques Maritain: "In definitiva le variabili che più direttamente hanno relazione con l’andamento di fondo dell’economia, con il tenore di vita dei popoli, possono risultare dominate da forze tese alla ricerca di obiettivi di guadagno immediati".

Certo è che, con accenti diversi e muovendo da orientamenti diversi, i giudizi riportati convergono su un punto cruciale: la globalizzazione ha condotto lo Stato, come soggetto regolatore e organizzatore della società, e la politica, come attività rivolta agli interessi ed obiettivi generali un tempo riassunti nel concetto di "bene comune", ad essere in qualche modo subordinati, a contare in qualche misura meno dell’economia. La quale riveste anch’essa carattere di generalità, ma per sua natura abbraccia solo una parte dei bisogni umani.

 

2. Occorre, tuttavia, chiarire. Giacché di globalizzazione si danno significati diversi. Non è qui il luogo di un’analisi approfondita al riguardo, ma può servire, se non altro, riconsiderare i due profili essenziali cui la globalizzazione è riconducibile nella sostanza.

Un profilo – che diremmo propriamente economico – corrisponde al processo di ampliamento dei mercati internazionali, teso a comporre un mercato praticamente unitario. Oggi non più le notizie soltanto, ma le cose e gli uomini si muovono sempre più veloci: sicché gli scambi formano un intreccio sempre più fitto, estensibile su ogni regione della Terra. Le attività di compra-vendita, e quindi gli affari, coniugandosi con la crescita tecnologica in atto nel trasporto e nella comunicazione, moltiplicano straordinariamente le occasioni di interdipendenza e di integrazione "globale" dell’economia.

Il secondo profilo appare connesso al primo in termini strutturali, ma distinto in termini concettuali e finalistici: attiene alla globalizzazione che si realizza sul terreno più strettamente finanziario. Su questo terreno, la domanda e l’offerta sono circoscritte ad elementi rappresentativi (valute, titoli, azioni, obbligazioni, "futures", ecc.) dell’economia reale, che – come si sa – è quella imperniata sulla produzione e sul consumo. E le relative decisioni avvengono dietro comandi rimbalzanti da un punto all’altro del pianeta mediante gli impulsi elettromagnetici di un calcolatore e le connessioni di una "network" o rete.

 

3. La globalizzazione nel primo senso di per sé non appare né bene né male. Avvicina gli Stati fra loro in una sorta di "restringimento" dello spazio o, se si vuole, di dilatazione delle coordinate di riferimento spaziali (ciò che Giddens ha chiamato, appunto, "stretching"). E, avvicinandoli, indubbiamente accentua l’esposizione dei più deboli all’influenza di entità più forti (altri Stati o grandi imprese). Con quel che ne può conseguire, per esempio, in tema di "neo-colonizzazione" del costume oltreché di penetrazione e dominazione commerciale. Al riguardo si rifletta sulla diffusione delle bio-tecnologie applicate alla transgenicità dei cibi e sulla conseguente prospettiva di dipendenza dell’alimentazione mondiale da un pugno di imprese detentrici dei relativi brevetti.

La globalizzazione economica ha però anche effetti positivi. Più commercio vuol dire migliori opportunità di scelta, arricchimento di esperienze e di conoscenze, incremento dell’occupazione e del benessere.

Al pari di ogni evento legato al progresso tecnico, la globalizzazione economica dipende dalla maniera di viverla. Che l’espansione del mercato aiuti o danneggi le collettività, dipende anche, se non esclusivamente, da esse: dai valori che coltivano, dalle risposte che alla stregua di tali valori sono in grado di offrire.

Insomma, il rovescio della medaglia, l’omologazione secondo il "modello americano" sostenuto dal "pensiero unico", o secondo il "modello delle multinazionali", non segna un esito scontato. Lo si può fronteggiare: non innalzando improbabili barriere doganali, ma facendo leva sulle proprie radici storiche, culturali e morali. È la linea che si viene affermando, magari confusamente e coinvolgendo ambienti e movimenti quanto mai eterogenei, ad esempio, nel "popolo di Seattle e di Praga", unito dal rifiuto di un mondo etero-diretto. Ossia di una ipotesi non assurda, peraltro, se recentemente lo stesso Fazio rilevava che poche grandi multinazionali accentrano oltre metà delle esportazioni nel mondo (multinazionali, si noti, che hanno circa l’80% dei dipendenti fuori dal Paese d’origine; il che consente loro tutte le economie di costo spuntabili nei cinque Continenti e, insieme, il potere di imporre le loro produzioni in qualsiasi mercato). Siamo quindi in presenza di un pericolo che richiede la massima vigilanza. Ma su questo terreno la partita, pur difficile, è sicuramente aperta.

 

4. A differenti considerazioni si presta la globalizzazione finanziaria, un meccanismo agente praticamente senza limiti e soprattutto senza controllo, dal momento che la mobilità dei capitali supera di molto in velocità le norme che li disciplinano. Tale mobilità apre enormi prospettive di transazione. Nel ’98 si è calcolato che per la strada informatica venissero trattati 1.500 miliardi di dollari al giorno, un valore paragonabile al prodotto interno lordo italiano: cifra di sicuro attualmente già superata. Senza contare che ben più alta è la massa dei depositi transnazionali da cui parte il volume in movimento. È proprio la natura virtuale di simili operazioni che le sottrae a qualsiasi verifica, mentre lavoratori e merci che si spostano sono comunque individuabili.

Appare palese la facilità di manovre speculative in grado, per la loro "scala", di generare turbamenti gravi nelle economie reali. Dei 1.500 miliardi di dollari quotidiani di cui sopra, si stima che non più di un decimo servisse al saldo di scambi di beni e servizi tra un Paese e l’altro: il resto avrebbe avuto finalità di pura speculazione. L’accumularsi di liquidità speculative superiori al prodotto dei principali Paesi innesca un terribile fattore destabilizzante e crea le premesse per emergenze inflazionistiche. In Italia ne sappiamo qualcosa: nessuno di noi ha certo dimenticato il settembre 1992, quando bruciammo riserve per 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di fronteggiare un attacco gravissimo a carico della lira.

Ne deriva per tutti gli Stati, compresi i maggiori, la sottoposizione ad una progressiva perdita di sovranità a favore di centrali finanziarie anonime e apolidi. Si tratta qui, non di un rischio possibile, ma di una realtà già attuale: l’affermarsi di poteri senza regole, in luogo di regole con sempre meno potere, ad opera di un mercato finanziario irresponsabile, sciolto dalla necessità di ricerca di quella legittimazione attraverso il consenso che, invece, vincola le istituzioni democratiche.

Tutto questo, beninteso, su un piano di perfetta legalità. Altro è il caso, pure effettivo, di quella che potrebbe definirsi "globalizzazione criminale", che sfrutta le opportunità offerte dalla globalizzazione finanziaria per scopi in ordine ai quali criminalità "dei colletti bianchi" (delitti contro l’economia pubblica, reati societari, reati tributari, ecc.) e criminalità organizzata (corruzione, traffici illeciti, riciclaggio di danaro, contrabbando, ecc.) tendono a sovrapporsi. Si tratta di dimensioni che hanno dell’incredibile: conti attendibili fanno ascendere il prodotto mondiale lordo delle attività criminali ad oltre i 1.000 miliardi di dollari annui.

È il "mondialismo economico" auspicato da alcuni? È il "funesto ed esecrabile… imperialismo internazionale del denaro" bollato da Pio XI fin nella Quadragesimo anno del 1931? È la "vittoria piena e convinta del liberalismo economico e politico" esaltata nel 1990 da Fukuyama, che vi aveva scorto enfaticamente "la fine della storia stessa in quanto tale: cioè il punto terminale dell’evoluzione ideologica dell’umanità"? (Ma non aveva sancito proprio un maestro del liberalismo, B. Constant: "Niente è definitivo… Ciò che prendiamo per definitivo non è che una transizione come un’altra"?).

 

5. Gli interrogativi teorici sono tanti, ma alla fine sboccano, dal punto di vista operativo, in uno solo: che fare?

Non pretendiamo ovviamente di rispondere. Siamo però convinti che una risposta politica ai problemi della globalizzazione, intesa sia come globalizzazione economica sia come globalizzazione finanziaria,costituisca un’obbligo di coscienza per i governanti e una necessità per le masse, determinando un appuntamento storico non rinviabile. E che, comunque, vada ricercata nella direzione di un recupero complessivo della politica, dei diritti dei popoli, della sovranità degli Stati. Attingendo a fonti culturali e politiche che si richiamino non a ideologie astratte, ma a quel diritto naturale che, ponendo la politica al servizio dell’uomo, le affida anche il compito di dettare orientamenti e limiti alla sfera dell’economia e della finanza.

Ha scritto Ralf Dahrendorf: "cosa succede alla democrazia quando problemi e decisioni esulano dalla nazione-Stato per inoltrarsi in spazi politici, per i quali non disponiamo di istituzioni adeguate? A rigore… la democrazia ha perso". Affinché la democrazia non perda, non basta rivendicare più libertà economica all’interno degli Stati: la libertà economica va difesa anche fuori dai confini nazionali.

A tale scopo siamo convinti che non si possa prescindere dallo Stato. E aggiungiamo con Dahrendorf: dallo Stato nazionale. Che rimane a tutt’oggi l’unico orizzonte pensabile tra istanze locali e istanze globali e, insieme, l’unica sede in cui è finora praticabile la democrazia. Anche se lo Stato non può più impostare una simile difesa isolatamente. In proposito lasciamo la parola ad un autore di indubbia fede liberale, Valerio Zanone: "La globalizzazione pone dunque in discussione il rapporto fra capitalismo e democrazia. La democrazia non può fare a meno dell’economia di mercato, ma è almeno altrettanto desiderabile che l’economia di mercato non faccia a meno della democrazia". Per cui, "Se è vero che il formato nazionale dell’organizzazione pubblica non basta più a dare copertura ai diritti di cittadinanza, è anche vero che la via più realistica verso la devoluzione sovranazionale resta quella dei negoziati e trattati in cui gli Stati nazionali costituiscono tuttora le sole unità decisionali dotate di legittimazione democratica".

Riusciranno gli Stati nazionali e le Unioni continentali di Stati a riprendersi la sovranità economico-finanziaria? Non lo sappiamo. Ma, per l’autorevolezza della sua tradizione, l’Europa ci sembra particolarmente titolata, nei vari ambiti di collaborazione internazionale, a divenire promotrice di un avvio ricostruttivo di quel tessuto di regole, di informazione all’opinione pubblica e di strumenti di controllo e di intervento, senza il quale, effettivamente, la globalizzazione potrebbe diventare un "buco nero" divoratore della democrazia e dei diritti umani.

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Prof. Angelo Caloia
Finanza e sviluppo nell'odierna situazione internazionale


Ringrazio per questo invito, che vuole affrontare il tema dei collegamenti tra finanza internazionale e sviluppo della comunità mondiale partendo anzitutto dal tema, che rischia di essere un po’ ripetitivo, della globalizzazione - sul quale mi soffermo molto brevemente - questo processo storico concreto di cambiamenti, di mutamenti, di trasformazioni ovunque si guardi, che è profondamente innovativo ed anche radicale, attraverso cui, però, viene affermandosi – l’ho sentito nelle ultime evocazioni – un capitalismo finanziario incontrollabile e senza precedenti.

I flussi di un tempo erano a senso unico, dall’Ovest si esportava, punto e basta. Adesso sono a doppio senso, o dovrebbero diventare sempre più tali, con la crescita dei Paesi emergenti. Sono noti i meriti dell’apertura internazionale, dal punto di vista della tecnologia, del commercio, culturali, sanitari, e così via. È stato uno sviluppo straordinario, quello del mezzo secolo dopo l’evento mondiale: la popolazione è raddoppiata, il reddito pro capite, sempre con le medie di Trilussa, è diventato sette volte tanto, tuttavia si denunciano, e giustamente, disparità e squilibri. L’Africa ha un reddito pro capite che è il 5 per cento di quello statunitense; l’Asia, tralasciando Giappone e Cina, ha un reddito pro capite dell’8 per cento del reddito degli Stati Uniti. Ci sono impulsi speculativi che abbiamo vissuto, che minano la stabilità dei sistemi.

Ciò premesso, oggi, nel bene e nel male, prevale o tende ad emergere una civiltà di tipo finanziario. C’è però una profonda crisi di fiducia, sia per gli scandali veri, talvolta, presunti, tante altre volte, con riguardo agli assetti finanziari, sia pure perché in questo assetto c’è maggiore facilità di violazione della norma. Non si può negare, però, che le crisi economiche che abbiamo vissuto abbiano sempre avuto uno sponsor nelle debolezze dei sistemi finanziari: crollo delle Borse e dei mercati di capitali; fallimento di banche e di imprese; disoccupazione e povertà.

Questa crisi di sfiducia nell’assetto finanziario direi che è accresciuta dalla particolare o peculiare eticità della finanza. Il denaro è fiducia, la finanza è monitoraggio dei rischi, è garanzia di funzionamento del sistema dei pagamenti, quindi è massimamente etica e, come tale, non appena spira qualche vento non favorevole, è giustamente oggetto di forte critica.

Si assiste di fatto, oggi, all’esaltazione dei rendimenti finanziari. Non è chi non veda il trasferimento di ricchezza dai ceti produttivi ai rentier. Non è chi non veda come siano sacrificati i comportamenti che comportano fatica e tempi di produzione. Non è chi non veda come sussista una filosofia del credito, che tende a premiare il depositante, e quindi a punire l’investitore reale, specie se piccolo o medio, e specie le aree più deboli. Si assiste, oggi, al paradosso di Paesi ricchi che importano risorse nette perché i Paesi poveri, indebitati con un debito non più sostenibile, debbono pagare per i rimborsi. Non è chi non veda come più si è poveri e più si è rischiosi, e più interessi si pagano.

Tutto questo fa sì che la finanza rischi di entrare in contraddizione con gli obiettivi di democrazia e di sviluppo. Le vicende, recenti o meno, offrono sempre nuovi casi di conflittualità etica; ci sono operazioni finanziarie che anche la gente comune si chiede a che cosa servono, prive come sono di ricadute reali. Quanta occupazione creano? Quanti posti di lavoro? C’è una drammatica proliferazione di prodotti e servizi finanziari. Ci sono gruppi industrial-finanziari che si ritengono efficienti per definizione, ma di cui nessuno controlla realmente l’efficienza e la validità. Sono a localizzazione multinazionale, operano 24 ore su 24, c’è la potenza informatica, c’è il libero movimento dei capitali e c’è, alla conclusione, l’opacità fiscale. Ci sono specialisti che offrono i cosiddetti prodotti fiscali, cioè quelli che aggirano le legislazioni; ci sono operatori finanziari che aggirano i limiti loro assegnati – pensiamo alle vicende Maxwell e poi Berius; ci sono minoranze azionarie coartate dalla regola del 51 per cento; e poi ci sono i flussi di capitale a breve e brevissimo termine, che spiazzano le economie locali, dopo averle ubriacate con tassi di cambio reali ed esagerati.

La crisi dei Paesi asiatici, è emblematica. I Paesi asiatici sono stati vittime del loro stesso successo: un afflusso massiccio di capitali alla Soros, che ha fatto salire il cambio reale di quel Paese, il bat; dopodiché, crisi della bilancia dei pagamenti insostenibile, Soros ha capito che era insostenibile ed ha ritirato il capitale, con svalutazioni che hanno reso il debito in valuta estera di questi Paesi insostenibile. Altre svalutazioni, e quindi crisi delle banche, crisi delle imprese, svalutazione e povertà.

Ci sono investitori istituzionali che sono interessati solo al dividendo immediato – questo è un po’ il modello americano – ed al plus valore immediato, per cui sacrificano ricerca, sviluppo, sacrificano, cioè, l’avvenire, il futuro più solido delle imprese. C’è il cosiddetto "spezzatino delle imprese", che magari vengono acquisite con quelle che si chiamavano "obbligazioni a buon mercato" e che vengono vendute non appena si capisce che, come dal macellaio, vendendo le diverse parti una alla volta si introita di più che non esitando il complesso delle imprese al valore di Borsa. Ci sono le banche prigioniere, per cui in questo caso viene messa in dubbio la neutralità ex ante nell’allocazione delle risorse; ci sono i managers che identificano nella loro permanenza l’interesse dell’impresa, l’inside trading, e poi c’è, nel caso del nostro capitalismo familiare, il pericolo che le imprese diventino sempre più povere e le famiglie sempre più ricche.

Di fronte al novero di prospettazioni che ho dato, c’è la domanda: che fare? Certamente occorre una maggiore e migliore regolamentazione, una regolamentazione neutrale, meno onerosa anche se non meno severa. I regolamenti, le norme, le leggi antitrust sull’insider trading, sulle comunicazioni sociali, sulle nomine pubbliche, sulle privatizzazioni sono necessarie, ma non bastano. Serve anche l’autoregolamentazione, i codici etici capaci di stimolare pratiche operative corrette, il corporate government, capace di migliorare i rapporti tra gli organi decisionali e di controllo. Oggi, però, soffia il vento di globalizzazione, liberalizzazione finanziaria, privatizzazione che, come ho detto e come si sa, generano squilibri.

Di fronte a queste divaricazioni dell’economia mondiale, si parla e si dice che ci sono fattori di convergenza, cioè si dice che basta che i Paesi non sviluppati o meno sviluppati adottino tecnologie avanzate, processi produttivi a più alta intensità di capitale, col favore del commercio internazionale. La domanda eticamente rilevante è: esiste veramente a livello internazionale la consapevolezza, il riconoscimento delle opportunità economiche presenti in questi Paesi? Quindi, esiste capitale finanziario disponibile a spostarsi colà?

La finanza internazionale è necessaria. Questi Paesi sono per definizione poveri di risparmio, senza il quale non si riesce ad investire. Se guardiamo ai dati degli ultimi decenni, vediamo come i flussi ufficiali manifestino stazionarietà: prestiti da parte delle organizzazioni internazionali, degli Stati, dei Governi. C’è però un’ascesa, specialmente da ultimo - e questo è consolante - dei capitali privati, soprattutto degli investimenti diretti esteri, che sono particolarmente validi perché chi investe direttamente in quei Paesi rischia, con quelle realtà, e poi manifesta un impegno a più lungo termine. Questi sono in ascesa, specialmente nell’America Latina. Per incoraggiare questi flussi privati occorre, ovviamente, che i Paesi in via di sviluppo affrontino certe riforme strutturali: soprattutto l’osservanza delle leggi e certe istituzioni che debbono essere presenti.

La globalizzazione che, come ho detto, apporta tecnologia, commercio, investimenti diretti esteri, presenta dei rischi se mancano mercati finanziari solidi, trasparenti e ben controllati. Noi viviamo bene ma siamo minacciati perché, ovviamente, il nostro tenore di vita riflette dei costi di produzione che oggi a livello internazionale sono eccessivamente alti, ma questi aspetti, come anche l’aspetto dell’ampliamento dei divari, reclamano un coordinamento mondiale capace di controllare le forze dominanti, le multinazionali, i movimenti di capitale a breve, gli sviluppi tecnologici, anche perché gli Stati-Nazione sono sempre meno autorevoli, c’è la perdita di sovranità. Soprattutto, occorre controllare l’afflusso a breve termine di denaro dall’estero, perché questo è rischioso per lo sviluppo, i ribaltoni alla Soros, un mare di capitale che va là e un mare di capitale che viene portato via non appena si capisce che quelli non ce la fanno a sostenere certi deficit di bilancia dei pagamenti.

C’è troppa liquidità nell’area internazionale; occorre un governo della moneta, come ha affermato il Governatore Fazio. In attesa, però, io credo che sia bene mettere sotto una certa tutela i mercati finanziari mondiali, garantendo in solido le risorse per fronteggiare la speculazione. Occorre poi far sostenere agli operatori, vale a dire alle imprese e alle banche, il costo totale dei rischi che creano. L’esistenza di ripetuti salvataggi dice che così non è. Un gran numero di banche, di fondi di investimento e di altri investitori finanziari occidentali e giapponesi si sono sconsideratamente impegnati in operazioni finanziarie rischiose confidando che, come poi è successo, in caso di difficoltà nei pagamenti il Fondo Monetario Internazionale e la rete di salvataggio creditizia di ciascun Stato, americano, tedesco, ed anche, forse, noi, sarebbero intervenuti. È il problema dell’azzardo morale.

Il Fondo Monetario Internazionale non può e non deve più sobbarcarsi a lungo i rischi internazionali degli operatori finanziari privati, invischiati talvolta con partners instabili, quando non corrotti. Occorre evitare i salvataggi indiscriminati. La rimozione, poi, dei controlli valutari e finanziari deve avvenire in modo graduale ed in presenza di sistemi bancari, nei Paesi più deboli, sufficientemente solidi, nonché di adeguati meccanismi di regolamentazione e supervisione. Il mondo non è omogeneo, il Fondo Monetario necessita di letture della realtà mondiale meno – se così mi si consente di dire – occidentali e monetaristiche. Non si può soltanto guardare ai tassi di inflazione, all’aumento dell’offerta di moneta, ai deficit di bilancio. A certi Paesi serve, sì, il denaro, ma soprattutto consulenza ed aiuto tecnico per creare un moderno sistema bancario e strutture fiscali efficaci.

Occorrono maggiori risorse per potenziare infrastrutture e risorse umane. Le conseguenze reali, in termini di povertà e di occupazione, delle crisi finanziarie hanno suscitato consapevolezze, hanno avviato iniziative volte a prevenire le crisi ed a mitigarne le conseguenze. Ricordo la maggiore attenzione ai flussi finanziari da parte del Fondo Monetario e della Banca Mondiale; ricordo il Forum per la stabilità economica, istituito dal Gruppo del 7 nel febbraio ’99; ricordo la necessità di una maggiore e più coordinata partecipazione del Paese debitore, delle istituzioni finanziare internazionali e dei creditori privati nella gestione delle crisi. In particolare, sia il Fondo che la Banca Mondiale debbono rendere pubblici i dati sulle riserve dei diversi Paesi, sull’indebitamento a breve di questi Paesi e sugli indicatori di stabilità del sistema finanziario nazionale. Occorre in particolare, poi, rispettare i principi fissati dal Comitato di Basilea per la regolamentazione e vigilanza su banca e mercati, occorre un controllo dei grandi operatori – ne bastano dieci, ne sono bastati anche meno per mettere in un angolo i diversi sistemi nazionali di intervento – occorre l’istituzione, nei Paesi membri del Fondo Monetario, di principi comuni di tutela dei creditori. La legislazione fallimentare, la composizione amichevole delle controversie, bisogna che in questi Paesi ci sia un minimo di diritto. Occorre il ripristino dei ruoli del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, che l’uno sia, o ritorni ad essere guardiano del sistema monetario, e l’altra diventi guida alla lotta contro la povertà.

Sorge, però, ancora una domanda ad alto contenuto etico: come assicurare che i Paesi in via di sviluppo godano anch’essi di un mercato finanziario globale e più efficiente? Non basta l’efficienza, occorre anche l’equità, cioè maggiore attenzione alla distribuzione del reddito, allo sgravio del debito, e maggiore attenzione alle nostre politiche protezionistiche nei confronti del Terzo e Quarto mondo. Alcuni Paesi veramente poveri hanno sviluppato programmi di riduzione della povertà; ne abbiamo accolti poco meno di un terzo. Certo, l’Italia in qualche misura ha contribuito: ha destinato 12 mila miliardi per i debiti dei Paesi altamente indebitati, soprattutto di quelli con meno di 300 dollari l’anno di reddito pro capite.

Per coniugare finanza, sviluppo ed etica non mancano le proposte; ve n’è tutta una serie, a cominciare da quella di creare un’organizzazione mondiale fiscale. Occorre concordare una tassazione equa ed equilibrata, per quel che riguarda i diversi Paesi; occorre ammettere al tavolo delle negoziazioni, dove si sanciscono accordi commerciali ….

Interruzione per cambio di lato della cassetta.

…strutturali, prestiti internazionali, anche la cosiddetta base, cioè le associazioni di categoria, gli operatori economici. Tovin, il premio Nobel, è arrivato persino a proporre la tassazione delle transazioni valutarie. È un qualcosa che a livello di principio può essere condivisibile, ma oggi, con una realtà come quella europea, di fatto forse non è implementabile. Ci deve essere un impegno a finanziare attività economiche a sfondo sociale e lodevoli sono le banche etiche, i conti etici. C’è la proposta del microcredito alle fasce più povere della popolazione.

Conclusivamente, i vantaggi della globalizzazione, con la diffusione della tecnologia, la divisione internazionale del lavoro, la maggiore mobilità, superano forse gli svantaggi delle instabilità che ho denunciato. Occorre però rafforzare la cooperazione tra soggetti nazionali ed internazionali, soprattutto per fissare regole di comportamento e norme cogenti. Un mercato finanziario di portata mondiale richiede condizioni precise; richiede politiche monetarie e fiscali sane ed equilibrate; solidità delle istituzioni locali, bancarie e finanziarie; una scelta non transitoria per il libero mercato; una maggiore trasparenza delle informazioni ed un continuo monitoraggio dei mercati a rischio. I soggetti economici debbono muoversi in un contesto di regole nazionali e sopranazionali, e devono muoversi non solo autonomamente, cioè liberi, ma anche consapevoli che il fine ultimo del proprio agire è la promozione dell’uomo e di tutti gli uomini. L’etica, in altri termini, può convenire.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi
Finanza e sviluppo nell'odierna situazione internazionale


Io sarò talmente sintetico e strutturato da meravigliarvi.

La globalizzazione. Tralascio tutto quello che si rifà all’introduzione sulla globalizzazione. E’ evidente che è un fenomeno neutrale: da come è usato, bene o male, darà i suoi frutti. E’ evidente che fa del bene ed ha effetti positivi: basti guardare lo sviluppo dei Paesi tipo il Cile, le Filippine, la stessa Cina, come si sono sviluppati negli ultimi anni. Ma non è questione soltanto di tasso di sviluppo, che vuol dire poco o vuol dire molto; il progresso non è solo il tasso di sviluppo, questi Paesi hanno avuto anche fortissimi investimenti in education, in sanità e così via. Noi italiani invece siamo preoccupati per il modo empirico in cui è stato attuato in Italia, e per gli effetti immediati, effetti estremamente difficili da comprendere.

La globalizzazione va analizzata sotto più aspetti. Essa ha tre motori, che vanno capiti per comprendere come funzionerà, che effetti avrà sull’uomo e come può essere gestita: la tecnologia, i consumi e la gestione del risparmio. Toccherò due punti, che sono: l’algoritmo della crescita della globalizzazione e il modello capitalistico che viene imposto, e che stiamo accogliendo a braccia aperte, nei cui confronti ognuno negli ultimi tempi ha assunto un atteggiamento diplomatico per affrontarlo.

L’algoritmo della crescita. La crescita nella globalizzazione nasce con degli obiettivi di carattere economici, il primo è il ritorno sugli investimenti, un obiettivo di redditività minima (15%) che ha un obiettivo di tassazione (40%) che produce, come differenza, dopo l’inflazione, il tasso di crescita (7%). Questo tasso di crescita è l’obiettivo che ci si è proposti e che si fonda sostanzialmente su alcune condizioni fatti fondamentali; anzitutto, i margini di guadagno necessari, indispensabili che devono avere le imprese. Si potranno avere, attraverso la disintermediazione commerciale (ed ecco quindi l’importanza di Internet e del fenomeno Internet) e le tecnologie nuove.

Quindi la crescita continua con dei tassi di crescita sul 3-4 per cento. Come li raggiungeremo? Con una crescita dei consumi, ed ecco quindi che ci si riallaccia ad Internet, che permette di ridurre, quella parte di margine di intermediazione del commercio tra produttore e consumatore con conseguenti bassi prezzi che stimolano maggior consumi.

La bassa disoccupazione. Dobbiamo avere un tasso di disoccupazione intorno al 4-5 per cento. A cosa sarà dovuta? All’espansione dei consumi, che produrranno crescita e sviluppo.

Bassa inflazione, naturalmente. Come si ottiene? Grazie a tecnologie, Internet, competizione. La nuova inflazione non sarà di costi e salari, ma sarà di redditi di capitale, come diceva (in parte) il professor Caloia.

Deficit zero, sappiamo perché, è finito lo Stato-spesa sociale. Meno debito delle imprese grazie a questo tipo di Borse, alle quali faremo un cenno, se il tempo disponibile lo consentirà.

Ma qual è il modello capitalistico della globalizzazione? Vediamo tre aspetti. Intanto, libera circolazione delle tecnologie. Potrebbe venir fatto di dire: bello! Circolano le tecnologie, invece dei prodotti che vengono esportati; questo vuol dire che tutti diventano efficienti. Come mai si esportano le tecnologie anziché i prodotti? Lascerò aperta questa domanda.

L’uomo super consumatore. Abbiamo capito tutti che il modello di crescita è un modello di superconsumo, possibile grazie ai bassi prezzi ed alla possibilità di questo accesso internazionale, globale a tantissimi beni, che è fattibile grazie il fenomeno Internet.

Oggi chiunque, che siano aziende o che siano banche o aziende di telecomunicazioni, ragionano in termini di clienti acquisiti, non parlano quasi più di fatturato, non parlano quasi più di margini, parlano di market places, clienti che sostanzialmente significa: quanti clienti raggiungerò, coprirò, fidelizzerò. Il cliente, il numero di clienti è il valore.

L’occupazione nel globale è legata alla nascita di nuovi consumi-prodotti. Internet sarà come il motore a scoppio o l’elettricità, produrrà nuovi prodotti come fu per l’auto, il frigo, eccetera.

Il terzo punto è il nuovo sistema di gestione del risparmio che influenza due ruoli fondamentali: il ruolo dei Fondi ed il ruolo dei manager. Una filosofia, che si chiama share older value, o valore per l’azionista, e si rifà al modello di crescita necessario per avere lo sviluppo. Questo modello nasce da un "agreement" tra il Fondo ed il manager. Il Fondo è ormai l’azionista di riferimento per le maggiori aziende quotate. Voi andate a vedere i grandi gruppi dieci anni fa ed i grandi gruppi di oggi. Chi sono gli azionisti di riferimento? Sono i Fondi. Fantastico! Chi sono i Fondi? Dove sono gestiti? Quanto diventeranno grandi? Qualcuno dice che fra tre anni le persone che influenzeranno la gestione dei Fondi di investimento saranno i padroni dell’umanità. È vero, non è vero. In questo momento, comunque, c’è un accordo di efficienza per gestire questo modello di crescita, questo modello di sviluppo, che si chiama appunto share older value, ed è indirizzato dai Fondi. Essi danno un rating, i Fondi "spiegano" al manager che cosa deve fare per avere il rating. Se questi non segue tali direttive, ho qualche dubbio che guadagnerà le stock options, che rappresentano il premio.

Tutto questo è evidente che genera efficienza e risultati, e l’azionista è felice, per cui non facciamo altro che applaudire. Non sto facendo una critica velata, sto dicendo che questo è quanto sta succedendo; poi, ognuno ne trarrà le proprie considerazioni. È evidente che viviamo una "Rivoluzione francese" incruenta, in questo momento, un ricambio imprenditoriale dove i manager sostituiscono gli imprenditori come la borghesia sostituì l’aristocrazia. Questo ricambio (di responsabilità) spinge il manager a occuparsi perciò molto di media (pensate alla attenzione alla Lex Column del Financial Times!) di analisti finanziari, spesso più delle scelte a lungo termine dell’impresa.

Oggi i Fondi sono tanti, fra qualche anni ve ne sarà una concentrazione drammatica; qualcuno ritiene che pochi Fondi gestiranno il 70 per cento del risparmio gestito. E che cosa si fa di questo risparmio? Il professor Caloia sostiene giustamente che si privilegia il risparmiatore. Sì, ma con quale rischio? Nel nuovo modello di Borsa che tende a dinsintermediare l’apporto di capitale dell’imprenditore?

Che ruolo ha questo risparmio che fluisce alla nuova economia? Quello del venture capitale (perché partecipa direttamente al rischio), ma paga il valore futuro, e non il valore di start up del venture capitalist, perciò grande i rischi, ma paga il valore di impresa consolidata.

In conclusione, farò solo una domanda aperta. Se questo è il sistema, si fonda sostanziabile sul consumo e uso del risparmio questo sistema non funzionerà bene, o qualcuno non lo gestirà molto bene, quale sarà mai il valore della vita di un uomo? Essere valutato in funzione di quanto consumerà e risparmierà nei prossimi anni di vita? Questa è la vera domanda aperta. Ed alla fine di tutto, come diceva monsignor Pozzo, come hanno detto tutti gli altri relatori, l’economia è neutrale, l’economia non è nemmeno una scienza, è una tecnica, e non si può prevedere una economia per l’uomo se l’economia non ha un obiettivo e l’uomo non ne è l’obiettivo finale.

Allora, l’economia funziona ed è per l’uomo se la vita ha un senso, se l’uomo è centrale; se la vita non ha senso, come vogliono i nuovi filosofi, come vuole Flores d’Arcais, l’economia non può avere senso per l’uomo. E la globalizzazione sarà un insuccesso… per l’uomo naturalmente.

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Dr. Salvatore Rebecchini
Finanza e sviluppo nell'odierna situazione internazionale


Tra i tanti aspetti con cui si manifesta la globalizzazione ne prenderò in considerazione due in particolare:

la crescente interdipendenza tra sistemi economici di dimensione nazionale,

il peso crescente della dimensione finanziaria rispetto a quella reale dell’economia (finanziarizzazione).

Cercherò di argomentare due affermazioni.

La prima. Il fenomeno della globalizzazione non costituisce novità nella storia economica. Sul piano analitico e qualitativo sono problemi con cui teorici e policy makers si sono già confrontati nel secolo scorso. Ovviamente la novità risiede nella dimensione quantitativa che i due fenomeni hanno assunto oggi.

La seconda. La globalizzazione si è accompagnata con una crescita in valore assoluto della ricchezza e del benessere, pur con ampi differenze, in tutte le aree del mondo.

La mia conclusione è un giudizio neutrale sulla Globalizzazione. Non è necessario - anzi è forse dannoso - opporsi a integrazione e finanziarizzazione.

E’ necessario invece adoperarsi per gestire il fenomeno.

Rifiuto la visione marxiana che i rapporti di produzione determinano necessariamente le sovrastrutture (assetti politici, culturali e sociali); questi dipendono invece in maniera cruciale dalle risposte che sapremo dare - come individui, come società come polis - ai problemi con cui ci confrontiamo.

Le similitudini con il passato

Se prendiamo con riferimento l’inizio del secolo XX osserviamo - allora come oggi - che le economie avanzate erano fortemente internazionalizzate e il fenomeno anche a quei tempi era favorito dai progressi nelle tecnologie di comunicazione (telegrafo) e di trasporto (motore a vapore).

Ad esempio, il peso del commercio internazionale commisurato al prodotto interno lordo (PIL) non era molto distante dal livello odierno. Agli inizi del secolo era intorno al 13 per cento; è diminuito fortemente in seguito al collasso degli scambi internazionali negli anni trenta, sino al 6 per cento circa; è risalito negli anni ’90 intorno al 15.

I flussi netti di capitale internazionali - una misura della capacità del sistema finanziario di intermediare tra aree in surplus e aree in deficit di risparmio - non erano molto distanti da valori attuali, se rapportati alle sottostanti grandezze dell’economia reale (PIL).Certo oggi, diversamente da allora, è molto più elevato l’ammontare dei flussi lordi sottostanti, che determinano i saldi netti.

Gli investimenti diretti dei paesi avanzati in rapporto al PIL all’inizio del secolo erano nell’ordine del 3 per cento; negli anni ’90 hanno superato il 4 per cento.

Oggi, a differenza di allora, sono molto più numerosi i paesi di origine e i paesi di destinazione degli investimenti diretti e la rete dei rapporti bilaterali è più vasta geograficamente. Allora gli investimenti diretti provenivano quasi esclusivamente dalla Gran Bretagna e si dirigevano prevalentemente negli Stati Uniti e, in misura minore, in America latina e in Russia. Oggi originano negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone e in misura crescente dagli stessi paesi emergenti e sono destinati, sia ai paesi industriali, sia ai paesi in via di sviluppo.

Anche gli episodi di instabilità economica, di origine finanziaria o reale, non sono certo una novità di questi anni più recenti. Di queste patologie è costellata la storia economica, come brillantemente illustrato dall’economista Kindleberger nel suo noto saggio Manias, panics and crashes.

Ricordiamone alcuni

Agli inizi del secolo il crescente indebitamento internazionale dei paesi più poveri, è sfociato anche allora, in una grave crisi debitoria in America latina con il ripudio di una parte del debito di alcuni di questi paesi e pesanti perdite per i creditori.

La più grave crisi dell’economia di mercato è intervenuta negli anni ’30. La disoccupazione dilagò, il commercio mondiale diminuì di ¼, il protezionismo soppiantò la libertà dei traffici, il mercato finanziario subì un collasso. Nel 1932 , nell’intero Occidente il prodotto interno lordo risultava del 17 per cento più basso rispetto al 1929. A tutti sono note le conseguenze politiche di quella crisi.

Il Governatore Fazio, in un recente discorso (), ha ribadito che i problemi con cui ci confrontiamo in epoca di globalizzazione non sono qualitativamente nuovi. Nella seconda metà del secolo XIX lo sviluppo dell’attività bancaria in un contesto nazionale fu fenomeno per molti versi analogo alla finanziarizzazione del sistema economico cui assistiamo in questi anni su scala mondiale. Per l’Italia il processo di innovazione finanziaria della seconda metà dell’ottocento fu determinante per lo sviluppo. Permise di coniugare proficuamente la formazione di risparmio in alcuni settori dell’economia con la necessità di capitali per finanziare gli investimenti in altri.

Allo stesso tempo, però, si accompagnò con problemi di instabilità monetaria e finanziaria.

La risposta fu il rafforzamento dell’assetto istituzionale che presidia l’attività dei mercati. Furono costituite le moderne banche centrali. Il processo fu lento e graduale. In Italia, l’unificazione politica precedette quella monetaria. La Banca d’Italia fu costituita nel 1893, ottenne il monopolio dell’emissione di moneta e la funzione di vigilanza solo nel 1926. La sua natura pubblica fu sancita nel 1936.

I benefici della globalizzazione

L’apertura degli scambi di merci e di capitali tra le diverse aree del globo migliora l’allocazione del risparmio su scala mondiale.

Dall’operare del mercato e della finanza globali derivano una più efficiente specializzazione dell’attività produttiva, un ampliamento delle possibilità di scelta per i consumatori e i risparmiatori, una migliore ripartizione dei rischi. In definitiva maggiore ricchezza materiale e maggiore benessere.

Possono tuttavia aggravarsi disparità e squilibri. Economie e settori incapaci di tenere il passo possono risultare danneggiati.

Negli ultimi cinquanta anni il reddito è aumentato in tutte le aree del globo. Misurato in termini pro-capite, corretto cioè per la crescita della popolazione, il prodotto lordo è oggi tre volte più elevato che all’inizio degli anni ’50, sia per l’insieme dei paesi industriali sia per l’insieme dei paesi in via di sviluppo. All’interno di questo secondo gruppo di paesi, le differenze sono vistose. In Asia il reddito pro-capite è quasi quintuplicato, nell’Africa del Nord è più che raddoppiato, nei paesi dell’Africa sub-sahariana, purtroppo spesso sconvolti da conflitti bellici, è aumentato di appena il 20 per cento.

I consumi pro-capite, la cui crescita è fortemente collegata con la riduzione della povertà, sono aumentati nel corso degli ultimi 15 anni di oltre 1/3 nell’insieme dei paesi poveri e a medio reddito.

Indicatori più ampi del benessere mostrano un’univoca tendenza al miglioramento.

Il tasso di mortalità infantile si è dimezzato nel corso degli ultimi trent’anni nei paesi poveri.

L’aspettativa di vita - il bene oserei dire più ambito per un essere umano - è cresciuto considerevolmente in tutti i paesi.

Nei paesi industriali all’inizio del secolo l’aspettativa di vita media era di circa 50 anni. Oggi è superiore a 77 anni. Ma il dato più significativo è che attualmente la speranza di vita nel complesso dei paesi in via di sviluppo, pur con un’alta variabilità, è superiore a 60 anni. In pratica nei paesi in via di sviluppo si vive oggi molto più a lungo di quanto si vivesse nei paesi più ricchi all’inizio del secolo.

Di questo miglioramento ha beneficiato un numero sempre crescente di esseri umani, la popolazione mondiale essendo passata da 1.6 a 5.5 miliardi nel corso del secolo.

Riconosco, per contro, che l’aumento del benessere non è stato equamente distribuito e la concentrazione della ricchezza tra paesi è aumentata. La differenza relativa è particolarmente acuta nei confronti dell’Africa sub-sahariana.

A questo riguardo due riflessioni si impongono.

La prima è che una dose di differenziazione nella distribuzione della ricchezza tra le nazioni è inevitabile. Il mito dell’egualitarismo è deleterio se applicato ai paesi quanto lo è se applicato a livello degli individui. E’ contrario alla natura dell’uomo, ne soffoca la legittima aspirazione a migliorare le sue condizioni di vita. Per i paesi, come per gli individui, la possibilità di trattenere i benefici della propria inventiva e dello spirito di intrapresa, incentiva - ma non assicura - lo sviluppo, la crescita, il benessere

La seconda riflessione è che un sistema che produce inevitabilmente diseguaglianza può essere politicamente e eticamente accettabile solo se garantisce a tutti i soggetti la possibilità di migliorare il proprio status, ossia la mobilità verticale dei soggetti.

Alle nazioni come agli individui deve essere data l’opportunità di fare valere le proprie capacità. Bisogna che ‘ le regole del gioco siano eguali per tutti’, tanto all’interno di un singolo paese, quanto nell’arena mondiale. In questo senso ritengo che la migliore opportunità che si possa offrire ai paesi più poveri per ridurre il divario con i paesi più avanzati, consista non tanto nel trasferire loro risorse a titolo gratuito (doni cancellazioni del debito), quanto piuttosto nel rimuovere le barriere protezionistiche che penalizzano le loro esportazioni, ad esempio, in campo agroalimentare o nella produzione di manufatti. E’ questa la forma di solidarietà più efficace che si può loro offrire.

Dopodichè, spetterà alla libera scelta dei singoli incamminarsi sul sentiero virtuoso o in un vicolo cieco; di svilupparsi secondo il modello della Corea del Sud o quello della Corea del Nord.

I problemi dell’ora presente

La novità di questa fase storica non risiede – come già detto - nella natura dei problemi, quanto nel fatto che i problemi con cui ci confrontiamo - crescente integrazione economica e finanziaria, globalizzazione - richiedono di essere trattati in un ambito che trascende, in alcuni casi, la dimensione meramente nazionale.

In definitiva oggi più di ieri è richiesta una maggiore cooperazione tra gli stati nazionali.

Gli esempi di successo in tale senso non mancano con riferimento alla sfera economico e finanziaria.

Vorrei ricordarne tre.

Un primo esempio recente riguarda l’obiettivo di rafforzare la stabilità e la sicurezza del sistema finanziario internazionale. E’ un’esigenza emersa con rilievo in seguito alle gravi crisi finanziarie originate in alcuni paesi in via di sviluppo (Messico, Corea ecc.) e in operatori privati (illiquidità del fondo LTCM). A tale fine nel 1999, è stato costituito il Forum per la stabilità finanziaria cui partecipano i principali paesi industriali. In questa sede si è pervenuti a definire, abbastanza rapidamente, una serie di importanti iniziative in materia di politiche di supervisione e vigilanza prudenziale che i singoli paesi membri si sono impegnati a adottare o hanno già messo in atto.

Un secondo esempio di cooperazione internazionale tra paesi, rivelatosi particolarmente efficace, è quello della liberalizzazione degli scambi commerciali. E’ comprensibile un nazione sia restia ad aprire unilateralmente il proprio mercato alle merci straniere – sebbene in punto di teoria economica si possa dimostrare che anche questa soluzione può essere vantaggiosa –. Più facile è concordare una liberalizzazione multilaterale che comporta benefici visibili e immediati per tutti i partecipanti. Questo approccio è stato realizzato con successo dopo la II guerra mondiale tramite i successivi Trattati multilaterali per la riduzione delle barriere tariffarie, sottoscritti da un numero crescente di paesi. Questa cooperazione ha favorito l’espansione del commercio mondiale e la crescita rapida di paesi di trasformazione, quali l’Italia e i così detti paesi emergenti dell’Asia, economie povere di materie prime, ma ricche di manodopera e di inventiva.

Infine, il terzo esempio di cooperazione internazionale volta a gestire i problemi dell’odierna globalizzazione, è costituito dalle istituzioni multilaterali cui i governi nazionali demandano compiti specifici. Il Fondo monetario promuove la stabilità macroeconomica e finanziaria attraverso una sistematica azione di sorveglianza delle singole economie. La Banca mondiale, e le numerose banche di sviluppo regionale, finanziano infrastrutture per la crescita e lo sviluppo e le politiche di riduzione della povertà. Si può certamente criticare la maggiore o minore efficacia di queste istituzioni. Certamente non si può negare che stabilità finanziaria o riduzione della povertà, di per se due beni di natura ‘pubblica’, sono meglio gestititi in un contesto di cooperazione tra stati piuttosto che unilateralmente dai singoli paesi.

Evitiamo dunque fughe in avanti. I problemi di natura economica e finanziaria sollevati dalla odierna globalizzazione possono e devono essere ancora affrontati con una discreta dose di realismo tramite la cooperazione tra stati. La costituzione di un governo mondiale dell’economia è utopica e controproducente.

Le realtà sociali, politiche, economiche dei singoli paesi sono troppo diverse per essere gestite verticisticamente da organismi centralizzati a livello mondiale. Una sana ‘concorrenza’ tra le opinioni dei diversi paesi condotta in negoziati o forum internazionali è garanzia di efficienza, oltre che presidio di democrazia e tutela delle minoranze. Diffidiamo di chi vuole "realizzare il paradiso in terra" e come diceva Claudel "prepara per gli altri un rispettabile inferno".

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D.ssa Maria Latella


Senatore, la globalizzazione riguarda anche lo scontro tra mondi e culture diverse: ad esempio occidente e Islam. Prima di addentrarsi nel tema specifico di questo Convegno vorrei chiederLe cosa pensa delle recenti polemiche suscitate dalla manifestazione della Lega a Lodi. Stiamo parlando della costruzione di una moschea a Lodi..


 

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Sen. Giulio Andreotti


Quando, nel 1972, venne per la prima volta sul tappeto il problema di una moschea a Roma, cominciarono le opposizioni e molti si nascondevano sotto una presunta opposizione della Santa Sede. Chi troncò questo giochetto fu Paolo VI, che disse: una moschea, un centro islamico qui accrescono l’importanza della civiltà. E questa è la mia opinione, perché certamente è molto giusto che per l’ospitalità bisogna cercare di allargare la casa ma mantenere il modello, però io credo indispensabile che ci si renda conto che questa trasmigrazione di popolazioni esiste e che è un fatto destinato anche a crescere, tanto più, poi, se il nostro tasso demografico continuasse ad essere basso, o addirittura a calare.

Occorre dunque attrezzarci nelle strutture scolastiche, ed in questo caso anche religiose, ma in particolare psicologicamente. Questo non per sostituire una cultura, o per fare un "minestrone" di culture e di tradizioni ma, io credo, per fare quello che – l’esempio è di parzialissima analogia – gli Stati Uniti sono riusciti a fare, all’inizio rendendo la vita durissima agli immigrati, ma poi, man mano cercando di integrarli e di pervenire ad una specie di convivenza, non solo di coesistenza. Quindi io ritengo che, pur non volendo dissimulare tutte le difficoltà, sia assolutamente sbagliato un atteggiamento di chiusura che mi pare, tra l’altro, profondamente antiumano

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D.ssa Maria Latella


Io la ringrazio e porrei la stessa domanda a tutti i partecipanti a questo tavolo.

 

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On.le Giulio Tremonti


Io non sono bravo nel videopocker, per cui confesso di non essere in grado di dare una risposta ad un tema così complesso, con una così elevata cifra politica. Semmai cercherò di esprimere il mio pensiero, ma in modo molto contorto, obliquo, elaborato, al termine del mio intervento, dal quale verrà fuori la mia idea.

Messa in questi termini, è una domanda alla quale non so rispondere.

 

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Sen. Domenico Fisichella


Eravamo partiti da un livello lievemente diverso. Sarebbe forse stato bene cominciare dall’inizio e poi arrivare alla cronaca, altrimenti corriamo il rischio di riportare tutto a drammatici livelli di quotidianità e di cronaca. Io le potrei dare una risposta, un tipo di risposta tra le tante che si potrebbero dare.

Ci sono livelli entro i quali processi di questo tipo sono controllabili dal sistema politico, e ci sono livelli oltre i quali il sistema politico si trova di fronte a sfide che possono anche mettere a repentaglio la persistenza del sistema politico stesso, perché vi sono soglie oltre le quali si determinano situazioni che diventano, o rischiano di diventare conflittuali.

È vero, per esempio, con riferimento all’esperienza degli Stati Uniti, che essi hanno proceduto ad un’integrazione dei flussi migratori ma, tanto per cominciare, in larga parte e fino ad un certo punto quei flussi venivano da Paesi di cultura europea, cristiana, e quindi l’integrazione era relativamente più agevole, anche se è stata forzata e forzosa, perché non sono stati fatti regali a coloro che arrivavano in America. Gli Stati Uniti d’America hanno imposto con estrema chiarezza il loro stile di vita, che era quello dei bianchi, protestanti, anglosassoni, e chi voleva integrarsi stava nelle regole dei bianchi, protestanti, anglosassoni. Nel momento in cui è cominciato un flusso migratorio con certe caratteristiche, per esempio dal Pacifico, il sistema politico americano ha cambiato talune delle sue caratteristiche, e le sta tuttora cambiando. Mentre l’idea di cittadinanza, nella democrazia americana, fino ad un certo punto era fondata sul rapporto tra il cittadino e la Patria, c’era un’idea di patriottismo, un’idea di virtù civica, se vogliamo usare un’espressione che ricorre nei grandi maestri del pensiero europeo, che presentava certe caratteristiche, oggi, nel momento in cui il patriottismo come forza civica si viene indebolendo anche per la presenza crescente di flussi migratori da Paesi di cultura extra-cristiana ed extra-europea, il sistema politico sta rimodulandosi su chiavi che gli americani chiamano di tipo corporativo.

Ogni minoranza etnica si è abbastanza integrata in se stessa e costituisce una realtà che negozia con il potere politico, e poi i diversi gruppi negoziano tra di loro e tutti insieme con il potere politico. Questo sta determinando alcune trasformazioni piuttosto significative, nella democrazia americana, che accompagnate ad altre trasformazioni che si stanno verificando sul piano economico e finanziario – poi parleremo di questi argomenti – stanno determinando anche una modifica sostanziale dell’idea stessa di democrazia e dei suoi connotati, non soltanto valoriali, ma anche operativi.

Sono problemi che si affrontano a questo livello di analisi, perché è evidente che se diciamo che ci vuole la libertà di culto, chi negherebbe la libertà di culto? Siamo tutti d’accordo sulla libertà di culto, però vi sono nella realtà momenti oltre i quali, se il controllo non si esercita con determinate caratteristiche, se certe regole non si rispettano, se certi processi non sono guidati adeguatamente, il conflitto diventa nelle cose. In questa sede io non ho mai sentito usare la parola conflitto, che è il fondamento stesso dell’idea di sovranità. È vero che la sovranità è il modo per mettere pace, ma appunto per questo la sovranità sconta anche una realtà di difficoltà di convivenza, rispetto alla quale poi, se ci sono certi moduli di credenze e certi moduli operativi, si determina il principio di risoluzione pacifica dei conflitti. Ma il conflitto è un dato del quale noi dobbiamo tenere conto, che non può essere sottovalutato.

Io non vorrei ridurmi al livello di certe banalizzazioni che hanno preso le mosse da Lodi o da come la questione è stata impostata dai leghisti; vorrei tenere la nostra conversazione ad un livello più elevato, perché se dovessi discutere da pari a pari con i fautori di certe manifestazioni, o con i denigratori di certe manifestazioni, mi sentirei diminuito nel mio decoro professionale

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D.ssa Maria Latella


Di moschea, di Lodi e delle polemiche che ne sono seguite, il senatore Debenedetti ci dirà come la pensa.

 

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Sen. Franco Debenedetti


Mi sembra che a questa domanda il Presidente Andreotti abbia risposto con una storia; il professor Tremonti con "parole"; il Presidente Fisichella ha risposto da par suo, in termini di filosofia politica, e non c’è dubbio che i fatti si inquadrano sempre in fenomeni più generali e quindi meritano considerazioni più generali. Però ci è stata fatta una domanda su un fatto, ed io ho opinioni sui fatti. A dirle, magari si rischia, ma in questo caso credo che si rischi veramente poco.

A parte i toni, questo nel merito è un fatto senza senso. Oggi Boeri sul Sole-24 Ore porta sei ragioni; io presumo che solo il 30 per cento delle persone che non abbia letto quell’articolo, per cui mi soffermerò soltanto su due di quelle sei ragioni. La prima è che si invoca la reciprocità, ma siccome si accusa l’intolleranza, volere la reciprocità dell’intolleranza mi sembra una cosa senza senso; ossia, dovremmo importare l’intolleranza qui, e non mi sembra una proposta molto accoglibile. La seconda questione è relativa a che cosa teme la gente, dell’immigrazione, e questo è un fatto molto reale e concreto. Tutti i sondaggi dicono che la gente teme dell’immigrazione la criminalità, ed effettivamente sotto il profilo statistico c’è una correlazione positiva tra l’immigrazione e la criminalità, in modo particolare un certo tipo di criminalità.

Sembra difficile ipotizzare – e forse così rientriamo nel tema di questo convegno – che una moschea abbia un effetto negativo sulla propensione ad essere criminali, o a compiere atti criminali da parte degli immigrati. Tutto sommato, si direbbe che semmai qui dentro c’è un certo consenso che va nel senso opposto.

 

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D.ssa Maria Latella


Ora che su una questione si è fatta chiarezza, possiamo riprendere il filo del dibattito sulla globalizzazione.

Mi ha particolarmente colpito, nell’intervento di uno dei relatori che ci hanno preceduto, una domanda che è rimasta sospesa: diventeremo piuttosto che cittadini, solo consumatori? È un dubbio che l’autore di Jihiad versus Mc word, Benjamin Barder, ha esposto per tutta la prima parte del libro, ed è su questo che io vi stimolerei ad un primo giro di dibattiti.

Globalizzazione significa che noi eravamo cittadini e ci ritroveremo solo consumatori?

 

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On.le Giulio Tremonti


Se Walt Disney creasse oggi degli archetipi della ricchezza, non userebbe Paperon de’ Paperoni (denaro), o Rockfeller (petrolio), ma userebbe Soros (finanza), o Bill Gates (informatica) per marcare le trasformazioni che, con una accelerazione crescente negli ultimi anni, sono intervenute nella struttura della ricchezza, che è sempre più dematerializzata e finanziarizzata, quanto meno nella sua forma strategicamente rilevante. Le trasformazioni che sono intervenute nella struttura della ricchezza non sono limitate al dominio economico, ma sono estese al dominio politico ed a quello etico.

Io sono afflitto da un tremendo complesso di delegittimazione culturale, da quando ho appreso, leggendo il Corriere della Sera, di rappresentare in Parlamento una forza politica radicalmente priva di legittimazione culturale. Preso da questa ossessione, ho cominciato a leggere le cose che avevo scritto. Mi è capitato di leggere un articolo di fondo che avevo scritto per il Corriere della Sera nel luglio 1989, quando si celebrava il bicentenario della Rivoluzione francese. Il senso di quell’articolo di fondo era il seguente: come il 1789 è stato anno di avvio di rivoluzioni parlamentari, nel senso della costruzione della macchina politica dello Stato moderno, così il 1989 sarà anno di avvio di rivoluzioni extra-parlamentari, nel senso del principio della crisi dello Stato-Nazione. Per inciso, non mi pare che nel 1989 la letteratura, in materia di crisi dello Stato-Nazione, fosse particolarmente sviluppata. Quell’articolo fu scritto nel luglio dell’89; la caduta del muro di Berlino ed il conseguente big-bang sarebbe stato in autunno. Quali le ragioni e le cause? Non per fare il marxista, ma credo che molte delle cause siano economiche, che siano intervenute delle mutazioni nella struttura dell’esistente, derivate e dipendenti dalla diversa struttura della ricchezza.

Ancora con riguardo alla crisi di legittimazione culturale, ricordo di aver scritto nel luglio 1988, sempre sul Corriere della Sera, un articolo intitolato: "Al passaggio da una società dei patrimoni ad una società delle conoscenze" e, non per fare il Negroponte, ma grosso modo c’erano già tutte le meccaniche della produzione di beni immateriali, della rilevanza dei circuiti immateriali di diffusione delle conoscenze.

Credo che il fenomeno chiave di tutto sia questo: la struttura dello Stato-Nazione è fondamentalmente a dominio territoriale chiuso, con una circolarità perfetta: lo Stato controlla il territorio, che è il container della ricchezza (agraria, mineraria, industriale), saldamente infissa sul territorio. Il controllo del territorio equivale al controllo della ricchezza, che a sua volta consente il monopolio della politica e dello Stato che batte la moneta, eleva le imposte, esercita la giustizia. Questa è la macchina politica basica.

Le trasformazioni, che dopo il big-bang del muro di Berlino avvengono con un’accelerazione impressionante, modificano la catena politica fondamentale Stato-territorio-ricchezza, la spezzano. La parte più importante, più strategicamente rilevante della ricchezza perde il contatto con il territorio perché ha una configurazione finanziarizzata e dematerializzata; lo Stato resta a controllare il territorio, ma questo non equivale più al monopolio della politica. Non per fare reclame culturale, ma nel 1988-89 di queste cose non mi sembra vi fosse una così perfetta conoscenza.

Si determina, dunque, un’erosione progressiva del monopolio di potere politico esercitato dallo Stato, la ricchezza si libera dagli antichi vincoli territoriali ed entra in un’area di progressiva apolidia o anarchia: è la repubblica internazionale del denaro. Questo modifica le strutture della politica, che cessa di esercitare, attraverso la macchina dello Stato-Nazione, il suo monopolio di forza; modifica e altera radicalmente, e credo progressivamente – ora si cominciano a vedere i primi segni – anche le strutture e le meccaniche etiche.

Faccio un esempio, poiché credo che questa sia una delle riflessioni da fare (e comunque arriverò poi anche alla moschea, ma come secondo passaggio, sull’etica). I vecchi beni: il grano, il ferro, il petrolio, sono tutti beni di Dio. Il fatto che siano oggetto di una temporanea appropriazione, garantita da vari titoli giuridici, non libera questi beni dall’ipoteca divina: essi sono comunque beni di Dio. Il titolo di appropriazione è temporaneo, convenzionale, e non per caso l’ossessione della borghesia è sempre costituita dalla jaquerie, dall’espropriazione, dall’imposta progressiva. Deuteronomio, c’è sempre una meccanica di ritorno di questi beni alla titolarità originaria. I nuovi beni non sono di Dio; in un compact disk, il valore del silicio è ennesimamente più piccolo rispetto al valore del software, che è creato dall’uomo. Lo stesso criterio si può applicare per altre forme di ricchezza: chi costruisce un prodotto finanziario, costruisce un bene che ha un valore convenzionale in sé, per la sua meccanica convenzionale.

Il fatto che la ricchezza, soprattutto quella più rilevante, non sia bene fisico, bene di Dio, ma creazione convenzionale dell’uomo, pone enormi problemi perché allenta la catena etica. Chi fa quei beni è convinto di averli creati davvero lui, non dipendono dallo Stato, non sono soggetti a revocatoria di carattere morale, anzi, lo Stato in queste meccaniche è un ostacolo, è fastidioso, è un costo e non un asset. Si incarna, in tutti questi processi di creazione della ricchezza, il mito negativo di Lucifero, e tutto questo modifica gli scenari etici. Ovviamente, uno può sempre dire che pur essendo opera dell’intelletto, ed essendo l’intelletto un bene di Dio, anche questi sono beni di Dio, ma il passaggio è un po’ più complesso, e questo pone problemi di controllo politico e morale progressivamente drammaticamente diversi e nuovi.

 

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D.ssa Maria Latella


Anche l’onorevole Tremonti sembra essere d’accordo sul lato inquieto della globalizzazione; magari dal senatore Fisichella potranno venire motivi di ottimismo.

Poiché i giornalisti non sono intellettuali, lei mi consentirà di riportare, come è mio costume, il ragionamento molto in basso, mentre lei poi lo eleverà. La domanda che desidero rivolgerle necessita di una premessa: Cos’è la globalizzazione nell’immaginario collettivo? È il panino americano con l’hamburg. E che cos’è la tradizione, l’opposto? Può essere la polenta. Stabiliamo allora che la globalizzazione è il goretex, la tradizione è la lana e lei è il copyright. Lei, professore, dovendo scegliere tra polenta e panino del Mc Donald, tra goretex e lana, da che parte sta?

 

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Sen. Domenico Fisichella


Il mio Presidente mi ha suggerito il panino con la polenta, ed effettivamente potrebbe essere un’opzione che non crea problemi! Io sono siciliano, ho sposato una trentina, quindi mangio la polenta per acquisizione coniugale; e tuttavia preferisco altre cose, senza che questo mi porti a privilegiare quei panini di cui lei mi parlava.

 

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D.ssa Maria Latella


Devo ammettere che si tratta della citazione di un dotto articolo del professor Tremonti.

 

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Sen. Domenico Fisichella


Prendendo le mosse dalla polenta, veniamo allo Stato. Il professor Tremonti ha illustrato alcune situazioni che hanno una loro realtà, perché non vi è dubbio che noi assistiamo a fenomeni di deterritorializzazione dei processi economici e finanziari e parimenti non vi è dubbio che questo, insieme a tutta una serie di altre situazioni – economie con certe caratteristiche, finanza con certe caratteristiche, tecnologia – porta a modifiche sotto il profilo delle culture ed anche, per certi aspetti, delle meccaniche etiche. Questa, che è un’osservazione, non preclude naturalmente la strada della valutazione, e nello stesso tempo ci pone qualche interrogativo ulteriore.

Che lo Stato abbia qualche problema da un certo tempo lo ha affermato il nostro comune amico GiulioTremonti, ma in precedenza lo aveva sostenuto anche Karl Schmydt; quindi abbiamo tenuto nella dovuta considerazione il punto di vista sia di Karl Schmydt che di Giulio Tremonti. Pur se sono diverse le posizioni, su questo tipo di osservazione pare vi sia una concordanza, laddove si afferma che l’epoca dello Stato sta finendo. Io pongo però un problema.

È vero che l’economia è deterritorializzata, ed è vero anche che la territorializzazione sta cambiando una serie di sue modulazioni; mi sono permesso di scrivere, dieci anni fa, un libro intitolato: "Il denaro e la democrazia, dall’antica Grecia alle multinazionali", in cui esaminavo queste questioni. Però mi domando se è ancora possibile asserire - o certi processi di egemonia culturale hanno raggiunto già limiti che ci rendono molto difficile fare certe affermazioni - che vi sono alcuni Stati più uguali degli altri, per esempio, che cioè vi sono, in questo declino dello Stato, alcuni Stati, alcune realtà statuali che viceversa conservano una loro forza, che manifestano spinte egemoniche non indifferenti, che utilizzano la democrazia anche come merce di esportazione. Vale a dire, è possibile sostenere che non sempre, non dovunque, non con le stesse modalità, non con gli stessi tempi, non con le stesse conseguenze, se lo Stato sta declinando si determina questo tipo di situazione?

Io ho la sensazione che la deterritorializzazione della finanza stia indebolendo alcune realtà, ma non stia indebolendo tutte le realtà statuali che si confrontano sulla terra, e questo è un problema per coloro che diventano più forti, e forse è anche un problema per coloro che diventano più deboli. Noi non possiamo ragionevolmente immaginare che siamo entrati nel migliore dei mondi possibili e che quindi certi processi incidano in maniera straordinariamente paritaria su tutte le realtà. Questo ci porterebbe a tutta una serie di considerazioni, ma ne abbiamo parlato prima.

Io ho ascoltato con grande interesse tutte le relazioni, dalle quali sono emersi spunti problematici di grande rilievo; la tematica dei diritti umani, del diritto naturale sono fondamentali. Certo, si potrebbe anche distinguere, perché nel corso della storia conosciamo dottrine del diritto naturale e conosciamo dottrine dei diritti naturali. Da parte di qualcuno è stato messo in evidenza che la pluralizzazione, cioè la transizione dal diritto naturale ai diritti naturali è il preludio alla storicizzazione, alla costituzionalizzazione, alla positivizzazione dei diritti naturali, e quindi anche alla caduta di quella impostazione del diritto naturale che percepiva, immaginava e ipotizzava il diritto come iscritto nei cuori. Qualcuno ha citato questa espressione del diritto, non ricordo se l’illustre amico e collega Vittorio Mathieu o monsignor Pozzo.

Il diritto naturale era anche una teoria dei doveri, era anzi, per certi aspetti, prima una dottrina dei doveri. Questa continua relativizzazione, questa continua insistenza sui diritti umani cela anche, non possiamo negarlo, il rischio che in un momento nel quale i diritti vengono sempre e costantemente reclamati contro l’autorità, si determini una situazione di sostanziale svuotamento di ogni principio di autorità, quale che sia il soggetto al quale il principio di autorità fa riferimento. Sono questioni cruciali sulle quali non possiamo tacere, che non possiamo trascurare di porre all’attenzione perché, per dirla in maniera molto brutale, si ha la sensazione che i diritti umani siano talvolta usati come alibi per interferenze nella sovranità, nelle sovranità.

Il discorso dei diritti umani può anche diventare l’alibi per il predominio di taluni rispetto ad altri, l’alibi per certe egemonie rispetto a talune realtà che si trovano in condizioni di debolezza o di sofferenza. Io sono insieme troppo cristiano e troppo liberale per non avere apprezzamento per le garanzie nei confronti della persona umana, però non posso negare a me stesso l’immagine di diritti umani che non di rado vengono usati come giustificazioni per incursioni che rispondono a logiche diverse da quelle squisitamente di garanzia nei confronti delle persone.

Molte altre cose si potrebbero dire, forse avremo modo di dirle nel corso del dibattito.

 

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D.ssa Maria Latella


Al Presidente Andreotti mi piacerebbe chiedere se è preoccupato per l’avvento di questa repubblica internazionale del denaro, che di fatto sta già erodendo il potere dei politici, consegnandolo nelle mani dei grandi produttori di questa economia

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Sen. Giulio Andreotti


Ho ascoltato tutte le relazioni con grandissimo interesse, ma se prima avevo delle preoccupazioni ora ne ho un po’ di più, nel senso che noi ascoltiamo splendide diagnosi, però quasi tutti gli oratori si sono poi domandati che cosa si può fare.

Io ritengo che la situazione sia inquietante. Nel passato si erano cercate strade di soluzione che poi sono risultate estremamente sbagliate: nella lotta tra capitale e lavoro, si era detto di sopprimere il capitale e prendere in mano il lavoro, dal punto di vista di potere presunto del popolo, oppure con un’accentuazione dell’autarchia, ed anche se erano molto meno accelerati i ritmi delle grandi scoperte, dei grandi progressi, alla fine venivano e beneficiarne un po’ tutti. Adesso non è così, anche se questo capitalismo finanziario furioso che è stato qui ricordato può muovere in un giorno quanto non muovono tutti gli Stati europei messi assieme.

Quale sarà la possibile maniera di creare, in una situazione che cambia? Certamente il territorio non conta più. E si pensi che vi sono anche problemi giuridici di fondo: con riguardo ai delitti compiuti, ad esempio tramite Internet, non si sa nemmeno qual è la sede territoriale per impostare un’azione giuridica di restauro di una situazione. L’Organizzazione delle Nazioni Unite può fare qualcosa? Certamente ha cercato, perché accanto ad enunciazioni di diritti, poi vi sono le azioni specie delle Agenzie dell’ONU per i bambini, per i rifugiati, per il territorio, per lo sviluppo, ma sono gocce d’acqua.

Con piacere ho ascoltato il prof. Caloia che, di origine ambrosiana, ha comunque citato le medie di Trilussa; a me che sono un popolano romano mi riesce difficile, qualche volta, prendere come punto di orientamento sia le medie che i sondaggi. Di fatto, che cosa accade? Cito uno studio da me commissionato, i cui risultati sono stati pubblicati su una piccola rivista che dirigo: "30 giorni". 5 anni fa, ed era la seconda volta, si è svolto un grande meeting alla FAO, con la presenza di capi di Stato, Fidel Castro e numerose altre personalità, e si è preso l’impegno, in 15 anni, di dimezzare gli indici della fame nel mondo. Sono passati 5 anni e a tutt’oggi non solo non è iniziato un ritmo di riduzione, ma la situazione è peggiorata. Si può fare qualche cosa?

È verissimo che sotto la dizione "diritti umani" si fanno anche cose molto discutibili, compresa la questione della legittimità di interventi. Poi, però, che cosa accade? Giorni addietro abbiamo avuto ospite in Commissione esteri la signora giapponese che presiede l’Agenzia dei rifugiati alle Nazioni Unite e che adesso, dopo 11 anni, lascia il suo incarico. Ci ha parlato di elenchi di rifugiati da assistere ed ha poi concluso con una frase, che sperando di aver capito male ho pregato fosse ripetuta: "poi ci sono anche i pochi serbi che sono rimasti nel Kossovo". Frase testuale. Non si può certamente dire che si sta verificando una pulizia etnica alla rovescia, però è un campanello di allarme.

Una volta l’anno ci si riunisce a Ginevra per discutere sui diritti umani, e qualche anno fa, alla vigilia dell’incontro il Presidente Bush telefonò a Deng Xiao Ping chiedendogli che facesse qualcosa per metterci più a nostro agio e non costringerci a prendere una posizione sempre polemica. La risposta fu: il primo diritto umano è non morire di fame, e adesso ci siamo riusciti; il secondo è vestire non tutti nello stesso modo, ed anche in questo ci siamo riusciti. Però - continuò Den Xiao Ping - poiché sulla base di uno studio che ho fatto eseguire ho potuto constatare che come territorio e come reddito la cosa sarebbe possibile, lei potrebbe darmi un aiuto prendendosi 200 milioni di cinesi. Questo renderebbe molto più facile il mio compito, nel prosieguo, con riguardo al rispetto dei diritti umani. Queste possono anche essere battute, però ci dimostrano una realtà.

Questa forma di un potere finanziario selvaggio quale reazione potrà avere? Io temo che possa avere reazioni straordinariamente dure, che probabilmente non sfoceranno in guerre, ma nel terrorismo, nelle guerriglie, negli atti di violenza individuali, nei tentativi, poi, di sovvertire dove si può, prendendosela con l’obiettivo a portata di mano. Dopo un bellissimo pomeriggio diagnostico vorrei suggerire, magari senza fare tante relazioni, perché la capacità di uno che non è più un giovanotto è limitata, che ci si dedicasse ad un’analisi un po’ più approfondita per vedere che cosa di concreto si può fare. Alcuni indirizzi mi sembrano del tutto giusti, anche quelli nel senso di una certa liberalizzazione di capitali sono giustissimi, perché non è con la Guardia di Finanza che si risolvevano i problemi economico-finanziari.

È cosa giusta dal punto di vista anche di evoluzione e potrebbe confortare il fatto che c’è un indice di apparente grande evoluzione del nostro popolo. Chi si sarebbe sognato, qualche anno fa, di avere la sera, accanto al bollettino meteorologico, il listino di Borsa alla televisione? Però torniamo alle medie: forse la media di persone interessate è abbastanza elevata, però esiste una media di persone che non hanno il problema di non volere consumare di più, ma di non poter consumare di più, sia nel Terzo mondo ma, purtroppo, anche in Italia e a Roma.

 

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D.ssa Maria Latella


È interessante notare come le preoccupazioni del Presidente Andreotti siano le stesse di Benjamin Barber, che evoca come pericolo della globalizzazione, e come reazione alla globalizzazione, la nascita, o meglio l’incrudelirsi dell’integralismo, anche dell’integralismo islamico, per cui immagina questo mondo diviso in due blocchi: non più quello del comunismo e quello del capitalismo, come è stato fino alla caduta del muro, ma il blocco dell’integralismo islamico contro il blocco dell’Occidente globalizzato

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Sen. Giulio Andreotti


Però, perché gli altri non hanno mai degli aggettivi di fondamentalismo, e solo per gli islamici si usa questa dizione? Ci sono molti fondamentalismi.

 

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D.ssa Maria Latella


È interessante questa notazione.

Tornando alla domanda che avevo posto all’inizio: diventeremo da cittadini, consumatori, sul senatore Debenedetti grava a questo punto la responsabilità di farsi difensore della globalizzazione, se ne ha la forza, visto che tutti gli altri interventi sono stati improntati alla preoccupazione.

 

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Sen. Franco Debenedetti


È un compito troppo facile! In realtà mi viene sempre da sorridere quando si parla di Mc Donald e mi domando: ci sono più negozi di Mc Donald o negozi di pizza? E poi mi sembra strano che proprio la Mc Donald venda french fries ed hamburg.

Globalizzazione e consumatori. È indubbio che la scintilla dell’intelligenza c’è sia nell’imprenditore della Silicon Valley che nell’uomo che vive nella savana o nelle megalopoli del Bangladesh. È probabilmente vero che alcuni finiscono per stupirsi che il bollettino meteorologico sia vicino al listino di Borsa e non viceversa. Il fatto che l’aumento dei consumi è una cosa buona mi sembra difficile discuterlo, anche perché ciò che la persona guadagna va o in risparmi ed investimenti, oppure in consumi.

È chiaro che il reddito come misura del benessere, o della crescita, e della crescita complessiva, è una misura molto rozza, come ci è stato ricordato prima, però credo che l’Arcadia fosse un lusso sfrenato di pochi. Io non vedo nulla di male nella contrapposizione tra cittadino e consumatore, anzi, io credo che sia positivo non solo che si consumi di più, ma che vi sia più coscienza da parte dei consumatori e più potere del consumatore, nel senso di pretendere di avere accesso ai beni, pretenderne la qualità, pretendere beni immateriali oltre che materiali, tra cui, per esempio, il pluralismo e la sicurezza.

Io non vedo la contrapposizione tra la richiesta del consumatore e quella del cittadino. Anzi, è noto che man mano che aumenta il reddito aumenta la richiesta di quei beni che sono più scarsi, e quindi il rispetto dell’ambiente, l’equità, i diritti umani, beni più preziosi, o più difficili da raggiungere, che non, per esempio, il vitto; e la politica, e il gusto della politica, e l’impegno nella politica è forse uno dei beni più rari.

Parlando della globalizzazione è molto facile essere panglossiano, ma vorrei capire se è la globalizzazione che crea popoli che sono esclusi, oppure se è l’esclusione dalla globalizzazione che crea i poveri. Perché è un dato di fatto che sono i popoli esclusi dalla globalizzazione che sono poveri.

Venendo poi all’altro problema che è stato accennato, degli Stati e del potere degli Stati, in realtà, come è stato anche dimostrato, la globalizzazione è molto meno diffusa e completa di quanto non si pensi. Se l’arbitraggio funzionasse perfettamente, è stato calcolato che grosso modo dovrebbe essere sei volte maggiore il tipo di facilità di scambi che abbiamo prima che sia indifferente per un Paese produrre al proprio interno o comprare fuori. Esistono casi che sono di scuola, in modo particolare nel Canada: la provincia dell’Ontario esporta verso la British Columbia tre volte di più che non verso la California, che pure ha una popolazione dieci volte maggiore. Nel Canada c’è più uniformità di prezzi, a distanza di 4.500 chilometri dalla costa atlantica e dalla costa pacifica, che non attraverso un fiume che porta negli Stati Uniti.

Tutti i cittadini di ogni Paese fanno investimenti, in cui i titoli del proprio Paese sono sovrarappresentati, tranne forse quelli degli Stati Uniti. I commerci tra le ex colonie di uno stesso Paese sono enormemente maggiori che tra altre ex colonie; ma questo significa solo che i dati culturali sono enormemente più forti di quello che noi pensiamo. Secondo me, vivaddio che è così, e quindi ritorniamo ai formaggi!

 

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D.ssa Maria Latella


Vorrei dare di nuovo la parola ai nostri oratori per un ultimo giro di opinioni, e vorrei che mi aiutassero a capire una delle premesse dalle quali ero partita all’inizio di questa serata, ovvero che la globalizzazione è trasversale, unisce paure a destra, o a sinistra, o al centro.

Io vorrei capire perché, se c’è un perché, Bertinotti, la sinistra estrema italiana e la Lega si ritrovano nella difesa di una tradizione, se è così, o se non è così, che cosa li differenzia.

 

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On.le Giulio Tremonti


Così arriverò finalmente a parlare della moschea.

Sicuramente viviamo in un’epoca di intenso cambiamento, paragonabile, a mio parere, all’età barocca, quando irrompono i grandi spazi atlantici e rompono il vecchio ordine continentale; e non per caso si chiamava, quello barocco, mundus furiosus.

A proposito di furiosus, vi parlo di Umberto Bossi e delle ragioni dell’alleanza con la Lega, che sono contenute o verbalizzate in quello che lei chiama dotto articolo, che ha un titolo non messo da me, ma in qualche modo congruo, che questa Chiesa ha un grande futuro politico, e che comincia con la dialettica materialista moderna, che è Mc Donald versus polenta, goretex versus lana, Allowen versus Befana e così via, declinando tutto il materialismo e la dialettica del materialismo dell’esistenza. Ed è la prima volta che cerco di rappresentare in pubblico, sia pure con estrema velocità, le ragioni profonde di quell’Accordo, che non è affatto di tipo elettorale; le aspirazioni o le speranze dei nostri competitori sono in quel senso, ma ha un fondamento molto più profondo.

Anzitutto, noi siamo convinti del fatto che lo Stato-Nazione, pur se in crisi va conservato, perché verso la mondializzazione quello è ancora il container della democrazia. Noi conosciamo Stati senza democrazia, ma non conosciamo la democrazia senza gli Stati. Proprio perché crediamo nello Stato come container della democrazia, in uno scenario di intensissimi cambiamenti – il paragone con l’età barocca, che pure fu scatenante di processi impressionanti, è riduttivo e questo è comunque il "che fare" al quale vi invitava il Presidente Andreotti – quello Stato dobbiamo ristrutturare, e la formula della devoluzione è parte strutturale della meccanica politica moderna.

Devoluzione significa trasferimento di poteri verso il basso e verso l’alto - questa è la doppia meccanica della devoluzione - sempre avendo come base lo Stato. Devoluzione significa non solo arbitraggio di quote di potere, ma anche fuoruscita da un eccesso di meccanica statalista; per essere concreti, la devoluzione in materia di sanità significa che lo Stato garantisce il diritto alla salute, ma la scelta sul provider del servizio pubblico o privato è di competenza locale, e questo apre spazi di notevole rilevanza, ma è abbastanza riduttivo. Noi crediamo nell’esigenza di ristrutturare lo Stato perché, pur se domani scomparirà, in questa fase storica serve e proprio perché serve bisogna ristrutturarlo, essendo troppo grosso rispetto ad affari piccoli, e troppo piccolo rispetto ad affari grossi.

In secondo luogo, crediamo in questo processo perché siamo profondamente convinti del fatto che, come la memoria fa un individuo, così l’identità fa una Nazione. Questo è un valore politico fondamentale. Certamente vi sono scenari di retroterra arcaico e umorale, quelle che possono anche sembrare - e potete anche ironizzare - parodie bigotte della tradizione, riserve di memoria, ma noi crediamo fondamentale la conservazione. Nella dialettica nuova, che è tra globale e locale, noi non neghiamo il globale, crediamo però fondamentale il contrappeso con il locale, e la sintesi politica moderna è tra globale e locale. Non possiamo fermare una cascata di fenomeni che non è stoppabile, ma non possiamo nemmeno solo osservare, in nome della mistica tipica della sinistra, o di una certa sinistra, del mercato unico, del pensiero unico, della moneta unica, del figlio unico, e così via. Io sto scrivendo un libro sull’uomo a taglia unica, che sintetizza una nuova specie umana ideale, costruita.

 

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D.ssa Maria Latella


La globalizzazione impone figli unici, la tradizione le famiglie ampie?

 

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On.le Giulio Tremonti


Grosso modo, la si può vedere anche in questo senso. Ma a parte la battuta, il discorso di fondo è la ricerca dell’equilibrio tra il globale ed il locale e noi crediamo che sia non un regresso, ma la frontiera della democrazia.

Sulla Lega, io faccio notare un dato che sfugge, ovviamente, a chi ha interessi strumentali o di parte, ma che credo sfugga anche ad una parte dell’osservazione più attenta, e cioè a dire che quello che nel resto d’Europa si chiama far right, estrema destra, non c’entra niente con la Lega nord. Non per caso la far right si manifesta nel Sud dei Paesi, Sud geografico: Le Pen in Francia, persona che a me personalmente disturba moltissimo, così come il suo movimento; l’unterproletariat della DDR, che non per caso è il sud di quel Paese, pur non essendo geograficamente sud. Ed i naziskin e dintorni sono il tipico prodotto di un mezzo secolo di comunismo, perché non dobbiamo dimenticare che l’attitudine alla violenza è lì. La stessa Austria è una realtà molto diversa. Per essere chiari, la far right sono i perdenti della mondializzazione, coloro che hanno una paura ancestrale di questi fenomeni. Chi vota Lega nord ed è del Nord è un vincente della mondializzazione, perché quasi sempre sono padroncini che esportano.

Quindi l’equazione, o lo schemino ideologico non funziona assolutamente nel caso della Lega nord, che è un fenomeno radicalmente diverso. Quanto diverso? Io non credo vi sia un’identità tra Bertinotti e Bossi. Bertinotti vuole distruggere i Mc Donald, io credo che Bossi voglia conservare le trattorie, che è una cosa un po’ diversa.

 

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D.ssa Maria Latella


Senatore Fisichella, pensa che Bossi voglia conservare le trattorie, o che non ci sia invece un reale timore che la globalizzazione susciti delle paure, al di là della sparizione della tradizione? Che metta più paura, anche tra i leghisti, di quanto Tremonti lasci credere?

 

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Sen. Domenico Fisichella


Il nuovo suscita sempre paure, e questo è un dato di realtà inconfutabile, perché cambia l’ambiente nel quale l’uomo è abituato a vivere, sia l’ambiente strutturale che quello simbolico. Non è questo il problema. Così come non mi meraviglia il trasversalismo. La storia ha di bello che ci consente di evidenziare, anche nella novità delle situazioni, la costanza di certi comportamenti. Se lei legge, per esempio, il libro di Omodeo sulla cultura francese nell’età della restaurazione – e sicuramente lo ha letto, ma ora non le veniva in mente – sta di fatto che l’autore ha evidenziato a più riprese i passaggi di situazioni problematiche dalla destra alla sinistra e viceversa, e correlativamente anche le paure, dalla destra alla sinistra e viceversa. C’è, in altri termini, un insieme di motivi polemici che ricorrono nel corso del tempo, sia a destra che a sinistra, talvolta con degli spostamenti di prospettiva: il nazionalismo nasce a sinistra e poi diventa un motivo ispiratore della destra, ad un certo punto della storia della cultura europea. Questo che cosa mette in evidenza? Che ci sono delle preoccupazioni sulle quali poi i movimenti politici iscrivono le loro impostazioni, che sono peraltro diverse, come giustamente ricordava prima Giulio Tremonti, perché una cosa è l’impostazione di Bertinotti, e presumibilmente, se riesco a capirla, un’altra cosa è l’impostazione di Bossi.

Quanto alla globalizzazione, in termini di fatto si prende atto della realtà, ma in termini di percezione del fatto bisogna mettere nel conto tutta una serie di dati ulteriori, rispetto ai quali i soggetti, sia individuali che collettivi, hanno poi le loro reazioni. È vero quello che afferma il collega Debenedetti, che la globalizzazione per adesso è una tendenza, che non è ancora una piena realizzazione, ed è anche vero, entro certi limiti, che l’esclusione dalla globalizzazione crea i popoli poveri, o meglio, fa rimanere, o comparativamente rende poveri, rispetto a quelli che vanno più avanti, certi popoli che non hanno le tecnologie per integrarsi, non hanno la base culturale per farlo, non hanno le risorse finanziarie e così via.

Un dato tra i più evidenti è che la globalizzazione ha accentuato le disuguaglianze, e questo avviene all’interno di una molteplicità di situazioni nazionali. I dati più recenti, che ho richiamato in una nuova versione di quel libro di cui vi ho parlato, mettono in evidenza che negli Stati Uniti l’1 per cento della popolazione è titolare di un reddito pari a quello del 38 per cento della popolazione che ha i livelli più bassi di ricchezza, cioè 2.700.000 persone hanno un reddito complessivo pari al reddito di 100 milioni di persone. Questo è evidente che si iscrive in un contesto di un Paese altamente avanzato, ed è comunque incomparabile, questo livello di popolazione con redditi modesti, rispetto al livello di popolazione di Paesi del Terzo mondo, però rimane il fatto che certe disuguaglianze sono cresciute e questo pone problemi anche per la persistenza della democrazia.

Consentitemi un’ultima osservazione. Se ho bene inteso, il collega Debenedetti ha richiamato il motivo dell’arbitraggio.

 

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Intervento fuori microfono


 

L’arbitraggio in genere si fa tra i ricchi; è difficile fare un arbitraggio tra un ricco ed un povero, perché l’arbitraggio presuppone l’arbitro.

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Sen. Franco Debenedetti


Arbitraggio è un termine tecnico dello scambio. Io l’ho usato in questo senso, che è quello in cui lo usano tutti.

 

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Sen. Domenico Fisichella


Presuppone un certo tipo di impostazione anche giuridica e professionale, con caratteristiche alle quali possono accedere essenzialmente soggetti che hanno disponibilità di risorse, che viceversa sono meno accessibili a certi settori della popolazione. Quindi, il problema della globalizzazione finisce con il diventare davvero un problema rispetto al quale non dobbiamo manifestare delle paure, ma delle avvertenze. Questo è un momento nel quale qualcuno ha parlato di epocalità. Certamente, perché è la sfida più grande, da due millenni e mezzo, nei confronti, ad esempio, del primato della politica. Su questo non mi sembra vi siano dubbi, questo è un dato evidente. Ed allora, la fuoruscita da una certa tradizione culturale, come è quella che postula il primato della politica, ovviamente nel dominio temporale, non in quello spirituale, con tutto ciò che ne consegue, pone dei problemi di straordinaria portata per la convivenza civile tra i cittadini e per la convivenza tra gli Stati.

 

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D.ssa Maria Latella


Chiedo una replica ai senatori Andreotti e Debenedetti. L’argomento è impegnativo, ma la domanda la pongo ugualmente e vedremo se sarà possibile dare una risposta, anche sintetica. Su questi temi, che previsioni si possono fare? Il mondo cattolico si chiuderà, rispetto alla globalizzazione, in un suo integralismo, o ci sarà un’apertura?

 

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Sen. Giulio Andreotti


Intanto sono contento che si possa cogliere anche qualche risvolto costruttivo. Io prescindo dalle questioni che riguardano la valle padana, perché mi pare che si stia parlando di globalizzazione per cui, con tutto il rispetto, le trovo di scarso interesse.

C’è un dato che è positivo: si è creata l’Organizzazione mondiale del commercio. All’inizio io avevo timore che i Paesi poveri fossero contrari, pensando che questo in fondo dischiudeva delle frontiere e chi era più forte poteva entrare. Di fatto, invece, c’è stata una forte adesione dei Paesi poveri anche, specie nella fase iniziale – non so se poi questo costò a Ruggero il dimezzamento della sua presidenza. La novità di questa organizzazione è che per la prima volta un Paese piccolo può porre una questione nei confronti degli Stati Uniti e vincere, superando il meccanismo precedente, che prevedeva l’adesione del colpito per essere colpito, che era una cosa abbastanza strana. A questa Organizzazione mondiale del commercio recentemente anche la Cina è stata ammessa, e può essere una delle strade - non dico che sia la soluzione - che in libertà consenta di stimolare a diminuire l’enorme divario che purtroppo esiste.

Sul piano interno, quel è la preoccupazione? Che queste difficoltà del credito, questo convogliare del credito, come si è detto, con attrattive sempre più concentrate e sempre più speculative, possa mettere in crisi l’insieme dell’ossatura della nostra economia, le medie e piccole imprese che fanno fatica ad andare avanti e dalle quali, però, sappiamo benissimo che derivano più dei due terzi delle esportazioni. Quindi, anche questo discorso sul credito senza dubbio deve esser affrontato. Come pure - ma forse anche a questo tema si potrebbe dedicare una tornata apposta – occorre riflettere su che cosa significano veramente le privatizzazioni e le internazionalizzazioni più o meno surrettizie che si stanno facendo. Anche questo crea un timore effettivo, così come lo creano le concentrazioni; che siano di uno o di un altro gruppo non ha molta importanza, però preoccupano come tali. Questi bracci di ferro che si fanno anche sul piano economico-finanziario tra due gruppi mi inquietano profondamente, come democratico, ed anche come cristiano (scindo le due cose per non creare confusione sotto questo aspetto).

Per quello che riguarda la Chiesa, secondo me essa ha dato un indirizzo che poi si è sviluppato ulteriormente. L’indirizzo sociale in fondo, a cui tutti ci siamo abbeverati, era di affrancare il lavoratore, in quella lotta terribile che c’era tra il lavoratore ed il padrone nel secolo scorso. C’era stata, da un lato, la formula di Marx del buttare tutto all’aria, e poi c’era l’indirizzo della sociologia cristiana che diceva cose che ci entusiasmavano. Adesso se ne parla poco, e bisognerà procedere ad un aggiornamento anche di tipo tecnico, ma la partecipazione dei lavoratori all’utile, ed anche alla gestione delle imprese sono temi che credo vadano recuperati.

Bisogna anche essere attenti a non vedere sempre la fine del mondo, perché certamente poi la natura ha delle reazioni, e purtroppo qualche volta in un modo violento. Non dimentichiamoci - prima ho parlato di terrorismo - David e Golia: certamente Golia aveva la potenza nucleare dell’epoca, ma David vinse la sfida. Bisogna aiutare la gente anche a poter criticare.

Ricordo un mio amico, che forse qualcuno che ha la mia età ha conosciuto, perché fu un grosso direttore dello spettacolo e venne recuperato dopo un breve, ingiustissimo periodo di epurazione, Nicola De Pirro, il quale finì sotto il Consiglio di disciplina perché aveva pronunciato una frase che è rimasta poi abbastanza storica e che, mutatis mutandis, deve essere portata ad aggiornamento. Durante la guerra egli affermò: "Corrono tempi tristi per i possessori di Buoni del Tesoro, ma sono ancora più tristi per quelli che non ce l’hanno nemmeno".

 

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D.ssa Maria Latella


Al senatore Debenedetti propongo la domanda di prima. Sinistra e Lega unite dalle medesime paure rispetto alla globalizzazione?

 

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Sen. Franco Debenedetti


Volevo anzitutto spendere una parola a proposito dell’arbitraggio, per essere chiaro. Arbitraggio vuol dire che se c’è un bene che in una città costa 100 lire, e nell’altra città costa 50, se per portarlo dalla prima alla seconda costa meno di 50 lire, vi sarà gente che ha interesse a portarlo dalla prima alla seconda in modo che anche lì costi 50 lire più il trasporto, e quindi svolge una funzione estremamente utile. Questo è un esempio di come la globalizzazione combatte i monopoli, anzi, è la forza più forte contro i monopoli. È vero, nel mondo si scambiano 1.500 miliardi di dollari al giorno, ma sono scambi che servono a fare il mercato delle monete, e quindi il prezzo delle valute. Questa è una funzione utile, tanto è vero che chi lo fa percepisce una provvigione nemmeno tanto piccola.

Ma torniamo a Bertinotti e Bossi. È molto facile vedere le ragioni per le quali Bertinotti si oppone alla globalizzazione, perché essa approssima in un modo decente, secondo me, i risultati di un’utopia in cui Bertinotti crede, o credeva, e che è sanguinosamente fallita. Per Bossi il discorso è molto diverso ed interessante, soprattutto quando a spiegarlo non è Bossi, ma un intellettuale che lo fa in modo affascinante sui giornali e sui suoi libri, come il professor Tremonti.

 

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D.ssa Maria Latella


Nel ruolo di ventriloquo di Bossi, dunque.

 

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Sen. Franco Debenedetti


Assolutamente no. Semplicemente il localismo, le ragioni del localismo vengono collocate in un quadro intellettuale complesso. Indubbiamente questo è un fenomeno straordinariamente interessante. La ragione dell’emergere di identità …

Interruzione per cambio di lato della cassetta

…interesse locale, è un fenomeno diffuso non so se in tutto il mondo, certamente in tutta Europa, è uno dei fenomeni straordinariamente interessanti su cui Tremonti ha scritto e si è pronunciato, ed io credo che non si possa banalmente ridurlo al problema della sussidiarietà verticale. Ho letto recentemente sul Corriere della Sera un articolo molto bello di De Rita sulla sussidiarietà, in cui parlava di sussidiarietà orizzontale, da considerare, secondo me, insieme a quella verticale, ed è un tema di straordinario interesse concettuale quello dei rapporti tra i poteri locali, nazionali e sopranazionali, e tra gli interessi locali, nazionali e sopranazionali.

A me interessa particolarmente vedere la questione in termini di public choose. È chiaro che i poteri locali sono molto più condizionati da interessi coalizzati locali: in un’elezione locale è molto più facile che conti la privatizzazione di una farmacia, che non a livello nazionale, dove al termine delle elezioni nazionali le priorità politiche sono diverse, sono molto più astratte; ed ancora di più a livello sopranazionale. Molte delle modernizzazioni che sono avvenute in Italia le dobbiamo a Bruxelles, non perché lì siano bravi, ma perché, secondo me, in termini di public choose erano meno sensibili ad interessi coalizzati, che siano pensioni o i sindacati o altri.

 

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D.ssa Maria Latella


La globalizzazione rende liberi?

 

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Sen. Franco Debenedetti


Questo è esagerato.

Il Presidente Andreotti è stato provocatorio, nominando le privatizzazioni ed io sono sicuro che un brivido, vista l’ora, è passato nella schiena delle due o tre persone che mi conoscono. Vorrei rassicurare tutti e ringraziare.

 

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D.ssa Maria Latella


Vuole, Gianfranco Fini, dirci che cosa pensa? Poiché non è disposto ad intervenire, rivolgo a tutti in ringraziamento ed auguro buonasera.

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