Femminismo e Chiesa Cattolica
venerdì 15 dicembre 2006
 

Relatori: Dott. Salvatore Rebecchini,  Dott.ssa Anselma dell'Oglio Ferrara,  Dott.ssa Assuntina Morrese,  Dott.ssa Eugenia Roccella,  Dott.ssa Franca Zambonini,  Dott.ssa Lucetta Scaraffia,  Dott.ssa Michèle Favorite,  P.pe Sforza Ruspoli,  Prof. Antonio Saccà,  Prof.ssa Lucetta Scaraffia,  Prof.ssa Mary Ann Glendon,  Suor Marcella Farina, 

Moderatore: Dott. Salvatore Rebecchini

Dott.ssa Lucetta Scaraffia
Femminismo e Chiesa Cattolica


Oggi viviamo in un panorama culturale che contrappone costantemente “le donne” – intese come gruppo sociale che combatte per la propria emancipazione e liberazione – a una Chiesa cattolica presentata come l’ultimo e il più duro ostacolo a questi obiettivi; un panorama culturale, insomma, che non tiene conto di quella che è una evidenza storica inoppugnabile: l’emancipazione femminile è stata proposta e realizzata con successo soltanto in paesi che, pur secolarizzati, si rifacevano alla tradizione cristiana.
Il legame fra uguaglianza e rispetto delle donne da un lato e cristianesimo dall’altro, infatti, è apparso evidente fin dai primi secoli dopo Cristo: a cominciare dall’importanza delle donne nei vangeli – liberate da Gesù dall’esclusione dallo spazio sacro per l’impurità mensile – sino alla famosa frase di Paolo: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Galati, 3, 28). Per arrivare a una concezione rivoluzionaria del matrimonio in cui ai coniugi era imposto lo stesso dovere di fedeltà; nella nuova concezione cristiana di matrimonio, inoltre, la donna era protetta grazie all’indissolubilità, che impedisce il ripudio per sterilità o adulterio.
Lo storico Peter Brown ha poi messo in luce come la possibilità di percorrere una “carriera spirituale” praticando la castità abbia aperto anche alle donne – oltre che, naturalmente, a maschi analfabeti come Antonio, il fondatore del monachesimo cenobitico – la via dell’evoluzione spirituale fino alla santità. A fronte di una storia politica dell’Occidente in cui la presenza delle donne si conta quasi sulle dita di una mano – e si tratta sempre di donne importanti per i nobili natali – la storia della Chiesa, cristiana prima, cattolica poi, è costellata proprio per questo dalla presenza di sante che svolgono ruoli di primaria importanza nella costruzione della tradizione cristiana. Per citare solo qualche esempio: Elena, madre di Costantino, che svolge un ruolo fondamentale nell’uso del pellegrinaggio in Terrasanta, nonché nel culto delle reliquie con il ritrovamento della croce e di altre reliquie della passione di Cristo; Caterina da Siena, che trae da Dio stesso la forza e l’autorevolezza per farsi ascoltare dai potenti della terra, papa compreso; Teresa d’Avila che riforma la vita monacale femminile e costruisce un nuovo modello di ascesi mistica che sarà al cuore della Controriforma; Margherita Maria Alacoque, la quale “inventa” quello che diverrà il simbolo devozionale più diffuso a partire dalla Rivoluzione francese, il Sacro Cuore di Gesù. E a queste se ne potrebbero aggiungere molte altre.
Ci sono anche profonde ragioni antropologiche alle radici di questo “femminismo” della tradizione cristiana: sappiamo bene come al centro della Sacra Famiglia ci sia una donna, Maria, e soltanto in secondo piano un padre, Giuseppe, spesso raffigurato impegnato in incombenze domestiche, che la assiste umilmente. La natività di Cristo, quindi, propone uno schema familiare inverso a quello prevalente nella società antica classica e in quella ebraica, modello fondato sull’importanza del padre e del lignaggio maschile.
Nel cristianesimo, infatti, assume importanza un nuovo legame con Dio padre, che è di tipo spirituale ed è più importante di quello carnale. Questa nuova verità rappresenta un rifiuto completo di qualsiasi sistema patriarcale: Dio padre, a cui ci lega una parentela spirituale, abbassa infatti la potenza del pater familias. I santi cristiani non sono padri di famiglia come i patriarchi, e questa caratteristica si mantiene fino a tempi recenti nella cultura cattolica, mentre la Riforma protestante, abolendo il clero celibe e consacrato, ha accentuato nuovamente il potere del padre di famiglia e – fino al Novecento – ha escluso del tutto le donne da ruoli importanti nella vita religiosa.
Non ci dobbiamo stupire, quindi se, proprio all’interno della vita religiosa femminile cristana, si siano manifestati i primi casi che la storia ricordi di donne leaders sul piano spirituale e intellettuale: molto studiato negli ultimi anni è stato così l’importante ruolo di guida spirituale svolto dalle mistiche che, slegate da interessi mondani, hanno saputo ricordare agli uomini potenti, di Chiesa e non, il loro dovere morale.
Molto meno noto è il processo di reale emancipazione sociale realizzato dalle religiose cattoliche dopo la Restaurazione, quando, cioè – per effetto delle spoliazioni dei beni ecclesiastici e della profanazione dei monasteri avviate dalla Rivoluzione francese – si sono poste finalmente le condizioni per una vita religiosa femminile attiva nella società. Le nuove possibilità sono state colte con vero entusiasmo da una legione di fondatrici di congregazioni di vita attiva. Innumerevoli donne hanno così saputo intraprendere una via di cristianizzazione della società che si stava secolarizzando attraverso la creazione di una imponente rete di opere assistenziali: dalle scuole agli ospedali e agli orfanotrofi, fino all’assistenza agli emarginati. Queste religiose hanno dimostrato eccezionali capacità imprenditoriali, muovendosi con autonomia e creatività, adattandosi di volta in volta ai bisogni della società in cui si trovavano a operare.
Le fondatrici sono state le prime donne ad amministrare da sole e con successo somme ingenti di denaro e a viaggiare per il mondo, accettando anche di recarsi in zone ancora sconosciute: citerò per tutte le missionarie comboniane che hanno raggiunto villaggi ignoti del Sudan, come El Obeid nel 1878. Anche se non teorizzavano il loro diritto all’emancipazione come le loro contemporanee femministe, le suore cattoliche dell’Ottocento erano ben consapevoli del percorso che stavano aprendo alle altre donne con le loro battaglie. Lo dimostrano due casi particolarmente significativi. Teresa Eustochio Verzeri – nata nel 1801 e morta nel 1852, beatificata nel 1946 e canonizzata nel 2001 – è una delle prime fondatrici italiane di congregazione di vita attiva, che combatté la battaglia per ottenere dalla Santa Sede il diritto per le congregazioni femminili di avere una superiora generale. Ma quando, nel 1841, ottenne da Gregorio XVI questo riconoscimento, non si accontentò del risultato raggiunto, perché si trattava di una eccezione ad personam: era ancora in vigore, infatti, la costituzione apostolica di Benedetto XIV Quamvis iusto che lo impediva formalmente. Ella non esitò dunque ad intervenire nuovamente presso i competenti dicasteri della Santa Sede – “questa libertà non è soltanto utile, è necessaria”, scriveva – perché venisse aperta la via alle altre fondatrici.
Analoga consapevolezza di un ruolo “femminista” ha dimostrato, oltre mezzo secolo più tardi, Francesca Cabrini. Anche se quella che è poi divenuta la prima santa statunitense non ha mai teorizzato questo suo pensiero, né ha avuto contatti con i gruppi di cattoliche che, in quegli stessi anni, stavano impegnandosi in movimenti emancipazionisti insieme con le femministe laiche. Abbiamo una testimonianza decisiva – la lettera scritta dalla Cabrini da Buenos Aires al primo congresso nazionale delle donne italiane, tenutosi a Roma nell’aprile del 1908, congresso a cui era stata invitata – e da questa possiamo dedurre come fosse ben consapevole di rappresentare lei stessa un modello di emancipazione femminile ben più realizzato che nelle militanti alle quali si rivolge: “La sua lettera mi trova di ritorno da un viaggio traverso le sterminate pianure della pampa Centrale e in procinto di imbarcarmi per il Brasile. Da alcuni giorni essa è sulla mia tavola, fra un mucchio di lettere che chiedono risposta, di carte d’affari, che vogliono essere sbrigate, mescolate a piani di nuove costruzioni, a progetti di proprietà da compiersi, da copie di contratti da conchiudersi. Se lo immagina il mio lavoro?”.
Si tratta naturalmente di un femminismo poco ideologico, che si propone di dimostrare, con i fatti, che le donne sono in grado di svolgere ruoli importanti di responsabilità in settori fino a quel momento considerati maschili. Ma in sostanza questo femminismo religioso – insieme con quello delle militanti femministe cattoliche (come in Italia Adelaide Coari, e poi Cristina Giustiniani Bandini e Armida Barelli) che si afferma in tutta Europa a partire dai primi decenni del Novecento – non si differenzia sostanzialmente da quello laico che nasce e si diffonde nello stesso periodo. In entrambi i casi, si richiede per le donne il diritto all’istruzione, alla partecipazione politica – i partiti cattolici sono i primi a mettere in programma il voto alle donne, come fa don Sturzo nel 1919 – e all’ingresso in tutte le professioni, mantenendo però una grande attenzione al ruolo materno. La protezione della maternità e il rafforzamento del ruolo e del potere della donna nella famiglia – richiesto e ottenuto con una serie di riforme legislative quasi sempre da parlamentari cattoliche (in Olanda, Germania, Italia e Spagna le prime donne a ricoprire ruoli politici importanti sono cattoliche) – stanno a dimostrare come l’ampliamento dei diritti alle donne comprendesse sempre, e in primo luogo, la protezione della madre. Femminismo “liberale” e femminismo cattolico della prima metà del Novecento, del resto, avevano in comune l’idea di una superiorità morale della donna data dall’esercizio della maternità: cioè da una abitudine a donare senza aspettarsi nulla in cambio che, se le donne fossero entrate nella sfera pubblica, avrebbe migliorato tutta la società.
Si trattava quindi di un femminismo che considerava la donna differente dall’uomo, ribaltando però il pregiudizio tradizionale per cui proprio questa differenza avrebbe giustificato l’inferiorità psicologica e morale delle donne.
Tutto cambia negli anni Sessanta del Novecento, con l’affermazione di una rivoluzione nei comportamenti sessuali che era già in atto – ma solo per alcune minoranze – dal secolo precedente, e che ora, invece, può diventare di massa grazie alla diffusione degli anticoncezionali chimici. Da allora si è così progressivamente affermato, nelle società occidentali, un femminismo che di fatto tende a legare la libertà e la realizzazione delle donne al rifiuto della maternità e di tutte quelle attività di cura tipiche del ruolo femminile, e che predica una virtuale trasformazione dell’identità femminile nel senso di una sempre maggiore somiglianza con quella maschile. Ma, da qualche anno, questo modello di liberazione della donna, sostenuto dal femminismo radicale degli anni Sessanta – il femminismo della liberazione della donna – sembra mostrare numerose crepe, con due effetti, in particolare: il crollo demografico delle società occidentali – il cui effetto è un aumento crescente dell’immigrazione – e la procreazione medicalmente assistita, che è l’altra faccia del controllo delle nascite e che provoca gravi e inquietanti problemi etici. Queste nuove situazioni sono una spia significativa dei profondi disagi prodotti dalla nuova condizione di donna emancipata, dalle ragazze che muoiono di anoressia a quelle che vengono costrette, dalla pressione dei coetanei, a comportamenti sessuali umilianti e poco soddisfacenti. Più grave di tutto, naturalmente, è però la difficoltà delle donne a realizzarsi come madri.
Il modello di liberazione della donna sostenuto dal femminismo radicale – che influenza largamente il femminismo occidentale traformandosi quasi ovunque in principi legislativi – è quindi, oggi, all’origine di gravi problemi sociali e culturali. In questo momento, in cui cominciano, sebbene ancora poco ascoltate, ad alzarsi voci critiche interne anche a questo femminismo, la Chiesa sembra svolgere sempre di più un ruolo di difesa della specificità femminile di cui non si può sottovalutare l’importanza.
La continuità con cui il mondo cattolico, religioso e laico, nel corso dell’ultimo secolo, ha sempre difeso un modello di emancipazione che non implicasse l’esclusione della maternità, e che quindi salvasse la specificità femminile, è stata criticata per decenni, ma adesso comincia a essere letta in modo nuovo: non più come una reazionaria difesa del passato, ma piuttosto come previdente preoccupazione per un futuro che – ancora una volta in nome di una utopia dell’uguaglianza – vuole tutti trasformati in individui “neutri”, che dovrebbero dimenticare la loro differenza sessuale biologica e dovrebbero essere orientati, al contrario, verso un modello di vita di tipo maschile, più funzionale a una società che ha interesse a cancellare e sottoporre ogni cosa e ogni persona a principi di efficienza di natura sostanzialmente economica.
L’alleanza fra donne e Chiesa, che ha caratterizzato il cristianesimo fin dalle origini, si ripropone quindi di nuovo oggi come possibile, anzi come occasione da non perdere perché è la chiave di alcuni dei problemi più gravi della società contemporanea. Ed è tempo che non solo le donne, ma anche tutta la Chiesa, se ne rendano conto.

 

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Prof.ssa Mary Ann Glendon
Femminismo e Chiesa Cattolica testo inglese italiano


      I am very grateful to the Centro di Orientamento Politico for their invitation to offer some reflections on feminism and the Church, and it is a special privilege to discuss this important subject with Professor Scaraffia from whose writings I have learned so much.  It seems fitting and proper (dignum et justum est, as we used to say) to hold this conversation in the presence of a fresco that reminds us so vividly of how Catholics throughout the centuries have sought the powerful protection of Mary in all their enterprises, great and small.  My only regret is that I cannot deliver my remarks in the beautiful language that would be most appropriate in this setting.  But I must ask for your kind understanding as I present my thoughts in English.

       The topic chosen for this meeting implies a question:  Are "Feminism and the Church" forever destined to be opposed?  Many people think so.  Some Catholics find the word "feminism" so objectionable that they even deplore Pope John Paul II's appropriation of the term.  More than a few feminists, for their part, have demonized the Catholic Church as the ultimate bastion of misogyny.  But feminism and the Church have at least one thing in common:  they are both systems on the move through history, influencing and influenced by their surrounding cultures.  And, as Professor Scaraffia has pointed out, women and the Church have been each other's strong supporters for most of the Christian era. 
       To be sure, the Church's encounter with the peculiar women's movement that took rise in the late 1960s has not been a happy one. But the angry, dogmatic feminism of those years past has been rejected by large majorities of women in countries where it once held sway.  And the formation of Catholic priests today is far removed from that which prevailed when Blessed Pope John XXIII recalled in his diary how he had been taught to regard women.  Here is what Angelo Roncalli wrote about his seminary days in Bergamo:

           How well I remember…the edifying conversations…with my reverend Bishop Radini Tedeschi!…As for women, and everything to do with them, never a word, never; it was as if there were no women in the world.  This absolute silence, even between close friends, about everything to do with women was one of the most profound and lasting lessons of my early years in the priesthood…
    
         Much has changed since our beloved Pope John wrote those words in 1948!  Today in the West we are faced with the fact that the social upheavals of the late 20th century have cast every social institution, including the Church--onto uncharted territory where women’s roles are concerned.  No one has yet figured out how to cope with the new challenges posed by three over-lapping, transformative phenomena:  the sexual revolution, the mass movement of women--including mothers of young children--into the labor force, and the proliferation of female-headed households in poverty. 
          In my remarks today, I will focus primarily on the situation in the United States, a country where radical feminism arrived early, and has now largely spent its force.  I must leave it to others to decide how my observations may apply to other societies.  But let me begin by noting an interesting difference between the 19th century women's movement in the United States and its northern European counterparts.  Early American feminism was marked by a decidedly Puritanical cast—both in its zeal to ban the sale of alcoholic beverages and in its disapproval of what was then known as “free love.”  
         In view of that Puritanical strain, it is puzzling that American feminists in the 20th century made sexual and reproductive “freedoms” so central to their program.   Even more puzzling about U.S. feminism of the 1960s was its strange combination of two things that ordinarily do not go together:  anger against men and promiscuity. 
         How can that unlikely combination of man-hating and man-chasing be explained?  The most powerful single factor, I suggest, is one that has received little attention.  It is the appearance in the 1960s of a demographic phenomenon known as the "marriage squeeze." A marriage squeeze arises when there is a sudden rise in birth rates in a society--like ours--where women customarily marry men a few years older than themselves.  The post-World War II baby boom, after the low birth rates of the war years, produced a severe shortage of mates in the usual age range for the girls born in 1946, 47 and 48.  The shortfall of around 21 percent was a time bomb that would explode when the baby boomers began dating--in the 1960s! 
       The increased competition for mates, coinciding with the birth control pill, helps to explain many things--including the sudden collapse of sexual taboos.  Young women began to pursue men more aggressively, including men who had previously been considered off-limits.  The surge in divorce rates created a second large group of angry women--older women whose husbands had abandoned them.  Late 20th century feminism was off to the races.    
  In the 1970s, when the movement was at its angriest in the U.S., my students began to ask me if I was a feminist.  My answer then was the same as it is today:  Yes, if being a feminist means that I am especially concerned about a range of issues that disproportionately affect women, and that tend to be neglected if women do not call attention to them.  But no, if feminism has to be a total ideology with the principal claim on one's loyalty.  As a mother of three children, I was puzzled that official feminism showed so little interest in women who were struggling to manage work and family life, and even less in women who wished to devote full time to their children.
      Radical feminism's hostility to men, marriage and motherhood was precisely what prevented it from winning the allegiance of the majority of American women.  U.S. public opinion polls today tell us that when women of all ages and walks of life are asked, "Do you consider yourself a feminist?" two thirds answer "No".  The responses of younger women are even more striking:  More than four out of five American women in their twenties say they do not consider themselves feminists.  That doesn't mean that they do not share the feminist goals of equal educational and occupational opportunities.  What it means is that organized feminism does not speak for them.   
        One of the first to recognize that official feminism was on the wrong course was one of its most famous leaders, the late Betty Friedan.  In the 1980s, she began criticizing the feminist establishment for promoting a rigid kind of equality that "isn't livable, isn't workable, isn't comfortable." She appealed to her colleagues to wake up to the fact that "the most urgent concerns of most women today are not gender issues but jobs and families."  Organized feminism, however, refused to be deflected from its course.
 Now, that brings us to another puzzle.  Why didn’t the women’s movement adapt to the obvious needs and desires of its constituents?  The answer lies in the Faustian bargain official feminism had made with the abortion industry, homosexual organizations, and population control groups.  By entering into those alliances, feminist organizations received funding, political access, and favorable media attention.  In exchange, special interest groups like Planned Parenthood and the Playboy Foundation gained protective cover:  it was an enormous benefit for population controllers and the sex industry to be able to portray themselves as champions of women's reproductive freedom.  This coalition's common agenda had nothing to do with what Friedan had correctly identified as women's main concerns, and everything to do with what it called sexual and reproductive rights. 
 In addition to their common agenda, the coalition had a common enemy: the principal institution in society that was speaking loudly and clearly in defense of human life, the Catholic Church. By the 1980s, it was evident that they had adopted a strategy to use every means at their disposal to discredit the Church via the media, and to inflict financial damage upon it through costly litigation.    
        Against that background, it is easy to see why some Catholic women developed a certain antagonism toward the Church. Even though the Second Vatican Council had given strong encouragement to women's legitimate aspirations, bishops and pastors received little guidance on what that was to mean, concretely, in the life of the Church.  Many of these men must have been astonished by the sudden disappearance of traditional norms governing sexual behavior, and perplexed by the waves of resentment emanating from the women's movement. 
         To make matters worse, the resentment directed at the Church was in some cases understandable, as Pope John Paul II was later to acknowledge with sorrow. Many women felt aggrieved that they and their services had been taken for granted, unappreciated, and ill-respected.  The sense of grievance was especially poignant in the case of some religious sisters. On many occasions, John Paul II attempted to set relations between women and the Church on a better course, stating categorically that there is no place in the Christian vision for treating women as subjects or objects rather than as equals, and appealing to "all men in the Church to…become more and more aware of the disadvantages to which women…have been exposed and to see where the attitude of men, their lack of sensitivity or lack of responsibility may be at the root."
 It is a hopeful sign, therefore, that the priesthood now includes a growing proportion of men inspired by John Paul II--men who are comfortable working with women, and who have taken the advice in his 1995 Letter to Priests to develop "an authentic way of relating to women as a brother, a way of relating which does not admit of ambiguity” .  
       A young religious sister from Boston recently told me a touching story that captures John Paul II’s spontaneous, brotherly way of relating to women.   She had been invited to attend a small private Mass in the Pope's chapel, and afterwards, as she stood in line to be greeted by him, she became very nervous. When the Pope appeared in front of her, she was so overwhelmed by emotion that all she could say was, "I love you, Holy Father!"  The Pope shook his finger at her, and said in a joking way:  "No, it is forbidden to love the Holy Father."  But as he moved on down the line, he must have started to worry about the young woman's embarrassment.  He stopped, returned to where she was standing, bent down and kissed her forehead.
Just as the attitudes of priests are changing, feminism, too, is bound to change. Today, many of the “victories” claimed by old-line feminism have come to seem hollow. We now live in a time when women have more legal rights than ever before in history, yet where their pursuit of dignified living is frequently defeated by what I call the five deadly Ds:  Disrespect for care-taking work; Disadvantages in the workplace for women who give priority to family life; the increased likelihood of Divorce that makes it risky to give priority to family life; the Destitution that afflicts so many female headed households; and the increased risk of sexually transmitted Diseases that have led, among other things, to an epidemic of infertility.
       The feminist establishment is finally beginning to grapple with some of these problems, but it still balks at supporting the actual desires of most mothers to spend more time with their own children. By treating work for pay as the only form of work that counts, oldline feminism has reinforced economic trends that pressure more and more women—and men—to subordinate family life to the demands of the workplace.  But even men are now increasingly reacting against that mode of life.  Neither men nor women want to be unisex hominids, arranging their lives to fit niches dictated by the blind operation of market forces.
The moment thus seems overdue for feminism to sever its connections to special interest groups that do not have women's interests at heart, and to re-examine its rigid ideas about gender.  As newer feminist voices to come to the fore, one hopes that Catholic women who are well-grounded in their own tradition will not stand aloof.  For Catholic social teachings calling for a new culture of human work could provide much common ground, as well as promising starting points for new approaches to issues that are central to women's concerns.  Consider these three key points in Laborem Exercens:
 First, its affirmation that work is for the human person, not the other way around.
  Second, its insistence on the dignity of all forms of legitimate work, paid or unpaid, and its call for “a social re-evaluation of the mother’s role.” . 
Third, its recommendation that, “The true advancement of women requires that labor should be structured in such a way that women do not have to pay for their advancement…at the expense of the family” . 
In advancing those proposals, John Paul II had no illusions about the difficulty of putting them into practice.  In fact, he pointed out that harmonizing women’s participation in political and economic life with full respect for their family roles would require nothing less than radical changes “in attitudes and organization of society….”.  In 2004, those challenging proposals were warmly endorsed by Cardinal Joseph Ratzinger, now Pope Benedict XVI.
 So, to conclude this portion of my remarks, I suggest that conditions for dialogue between the Church and newer forms of feminism are now more favorable than they have been in many years.  Radical feminism has lost its appeal in many of the places where it first took hold, although its influence--like rays from a dead star--has traveled to new places. And, of course, old-line feminism lives on among aging baby boomers ensconced in universities, government agencies, foundations, and international organizations.  But as St. Paul told the Corinthians, "The world as we know it is always passing away."  As we look toward the future, I believe it is realistic to hope that, just as Catholic social thought helped to draw attention to the needs of women when they first entered the workplace en masse in the early 20th century, it will do so again under today's equally challenging circumstances.

Mary Ann Glendon (traduzione)

Vorrei ringraziare il Centro di Orientamento Politico per avermi invitato a parlare di femminismo e  Chiesa cattolica.  E’ un onore trattare questo argomento con la professoressa Scaraffia.  Mi sembra opportuno e giusto (dignum et justum est, come si diceva una volta) tenere questa conferenza in presenza di un affresco che mostra come, nel corso dei secoli, i cattolici abbiano sempre ricercato la potente protezione di Maria in tutte le loro iniziative, grandi e piccole.  Mi spiace non potere dare il mio contributo stasera nella bellissima lingua che sarebbe più indicata, e chiedo la vostra comprensione se parlerò in inglese.
L’argomento di questo convegno implica una domanda: femminismo e Chiesa cattolica sono destinati ad essere contrapposti?  Sono in molti a pensare di si.  Alcuni cattolici considerano il termine femminismo talmente antipatico che criticano perfino il fatto che Papa Giovanni Paolo II lo abbia usato, e ritengono che molte femministe abbiano demonizzato la Chiesa cattolica perché la consideravano l’ultimo baluardo della misoginia. Ma il femminismo e la Chiesa hanno almeno una cosa in comune: sono entrambi fenomeni che hanno profonde radici storiche, e che hanno influenzato e sono stati influenzati da tutto ciò che li circondava.  Come ha sottolineato la Professoressa Scaraffia, femminismo e Chiesa cattolica si sono sostenuti l’uno per l’altro durante tutta l’era cristiana.
Il rapporto della Chiesa con il movimento femminista che si è sviluppato a partire dalla fine degli anni ’60 non è stato felice.  Ma il femminismo arrabbiato e dogmatico di quegli anni viene oggi  rigettato dalla grande maggioranza di donne in paesi dove una volta era in auge.  Ed è anche vero che la formazione dei preti oggi è molto diversa da quella che prevaleva ai tempi di Papa Giovanni XXIII il quale, in un’annotazione nel suo diario riguardo ai giorni passati nel seminario di Bergamo, scriveva:
“Come le ricordo bene ...  le conversazioni edificanti con il mio reverendo Vescovo Radini Tedeschi!  ... Mai una parola riguardo alle donne, mai.  Come se non esistessero donne a questo mondo!  Questo silenzio assoluto riguardo alle donne, anche tra cari amici, è stata una delle lezioni più profonde e durature dei miei primi anni da  prete.”  

Molte cose sono cambiate da quando Giovanni XXIII scrisse quelle parole nel 1948!  Oggi in Occidente dobbiamo confrontarci con il fatto che gli stravolgimenti sociali della fine del 20° secolo hanno traghettato tutte le istituzioni sociali, per quello che concerne il ruolo delle donne,  su un terreno sconosciuto.  Nessuno ha ancora capito come gestire la sfida posta da tre fenomeni sovrapposti che nacquero in quegli anni:  la rivoluzione sessuale, l’entrata in massa delle donne  –incluse le mamme di bambini piccoli- nel mondo del lavoro, e la proliferazione di famiglie povere gestite da donne.
Oggi parlerò prevalentemente della situazione presente negli Stati Uniti, un paese dove il femminismo radicale è arrivato presto e si è già in gran parte spento.  Lascerò ad altri decidere se queste osservazioni si applicano anche ad altre società.  Ma vorrei iniziare con una descrizione della differenza tra il movimento femminista americano e quello dei paesi del nord Europa del 19° secolo.  Il femminismo americano a quei tempi aveva un’ impronta decisamente puritana.  Questo si evinceva dal suo impegno nell’abolizione della vendita di bevande alcoliche e la sua condanna di quello che allora si chiamava “l’amore libero”. 
Date quelle origini puritane, è curioso che le femministe americane del 20° secolo abbiano fatto della libertà sessuale e riproduttiva un tema centrale del loro programma.  Altro elemento peculiare del femminismo degli anni ’60 fu il suo abbinamento di due elementi che di solito sono contrapposti:  il risentimento contro gli uomini e la promiscuità.  Come si può spiegare quella strana combinazione di odio verso l’uomo e rincorsa  all’uomo?  Il fattore singolo più importante, a cui è stata prestata finora poca attenzione, che può aiutarci a capire questa strana combinazione è la manifestazione negli anni ’60  di un fenomeno demografico chiamato “marriage squeeze”, e cioè la riduzione del 21% di partner maschili disponibili alle donne americane nate dal 1946 al 1948, a causa, da un lato, del crollo delle nascite durante gli anni della Seconda Guerra mondiale e, dall’altro, del boom delle nascite subito dopo la Seconda Guerra.   Per le donne che negli anni ’60 raggiunsero l’età per sposarsi, questa scarsezza di uomini divenne una vera bomba ad orologeria. 
  La maggiore competizione per trovare marito coincise con la scoperta della pillola anticoncezionale e con il conseguente crollo dei tabù sessuali.  Donne giovani iniziarono a fare la corte agli uomini in maniera più aggressiva e ad interessarsi a uomini sposati, che fino ad allora erano stati considerati off-limits.  Il conseguente aumento dei divorzi creò un secondo gruppo di donne arrabbiate, abbandonate dai propri mariti. E così il femminismo della seconda parte del 20° secolo acquistò forza. 
Quando, negli anni ’70, il movimento femminista raggiunse la sua fase più “arrabbiata”, i miei studenti iniziarono a chiedermi se io ero femminista. La mia risposta allora era la stessa che do oggi:  si, se essere femminista vuol dire interessarsi ad una serie di temi che riguardano prevalentemente le donne e che tendono ad essere trascurati se non vengono trattati dalle donne.  Ma la risposta era e continua ad essere no, se per femminismo si intende un’ideologia “totale”.  Quale madre di tre figli, non riuscivo a capire perché il femminismo ufficiale mostrava tanto poco interesse in quelle donne che tentavano di armonizzare il lavoro e la vita di famiglia, e ancora meno in donne che volevano dedicarsi ai propri figli a tempo pieno.
L’ostilità mostrata dal femminismo radicale nei confronti degli uomini, del matrimonio e della maternità è proprio ciò che ne ha ostacolato l’adesione da parte della maggior parte delle donne.  Sondaggi svolti in America oggi indicano che quando a donne di tutte le età viene chiesto se si considerano femministe, la risposta di due terzi di esse è negativa.  Le risposte fornite da donne giovani sono ancora più interessanti:  più di quattro donne su cinque dicono di non considerarsi femministe.  Questo non vuol dire che esse non condividono i valori femministi riguardo all’eguaglianza nel campo dell’istruzione e del lavoro.  Ma significa che non si sentono rappresentate dal “femminismo organizzato”. 
Una delle prime persone a capire che il femminismo ufficiale stava perdendo colpi fu una delle sue leaders più importanti, Betty Friedan.  Negli anni ’80 la Friedan iniziò a criticare l’establishment femminista perché promuoveva un tipo di rigida eguaglianza che “non è vivibile, non è realizzabile, non è sereno“.  E così chiese alle sue colleghe di prendere atto del fatto che “le sfide più urgenti oggi per le donne non hanno a che fare con il gender ma con il posto di lavoro e le famiglie”.  Ma il femminismo organizzato non le diede ascolto.
Vorrei parlare di un altro enigma apparentemente inspiegabile riguardo al movimento femminista.  Come mai questo movimento non si è mai adattato agli ovvi bisogni e desideri delle donne che ne facevano parte?  La risposta è che il movimento femminista organizzato strinse un accordo faustiano con l’industria dell’aborto, con organizzazioni omosessuali e con i gruppi che promuovono il controllo delle nascite, dando vita ad una vera e propria coalizione con forti interessi comuni:  le femministe ricevettero soldi, appoggi politici e il sostegno dei media.  In cambio, gruppi quali Planned Parenthood e la Fondazione Playboy si eressero a campioni della libertà riproduttiva femminile. 
Ma questa coalizione aveva anche un nemico comune:  l’istituzione che maggiormente si dichiarava in difesa della vita, e cioè la Chiesa cattolica.  Durante gli anni ’80 era diventato evidente che la suddetta coalizione aveva adottato la strategia di avvalersi dei media per screditare la Chiesa in qualsiasi modo, e perfino di indebolirla finanziariamente attraverso costosissime cause legali.
In questo contesto, non è difficile capire come mai alcune donne cattoliche abbiano sviluppato un atteggiamento antagonistico nei confronti della Chiesa. Nonostante che il secondo Concilio Vaticano avesse dato un forte incoraggiamento alle legittime aspirazioni delle donne, i vescovi e i preti ricevettero poche direttive su come applicare queste idee concretamente all’interno della Chiesa.  Molte donne devono essersi notevolmente sorprese nel vedere che le norme tradizionali che regolavano il comportamento sessuale erano state improvvisamente cancellate e, allo stesso tempo, devono essere rimaste perplesse dal risentimento anti-cattolico che proveniva dal movimento femminista.
Purtroppo, il risentimento che molte di queste donne provavano era comprensibile, come Papa Giovanni Paolo II riconobbe più tardi.  Molte di esse, specialmente molte religiose, erano fortemente risentite perché ritenevano che i servizi che avevano reso alla Chiesa erano stati sottovalutati e mal compresi.  In molte occasioni, Giovanni Paolo II cercò di fornire nuove linee guida per le relazioni tra uomini e donne, dichiarando ripetutamente e categoricamente che per il cristianesimo le donne godono di piena eguaglianza rispetto agli uomini, e appellandosi “a tutti gli uomini della Chiesa di capire sempre meglio quali  sono gli svantaggi a cui le donne sono sottoposte e come il comportamento degli uomini, la loro mancanza di sensibilità e di responsabilità, possono esserne la causa”.
E’ sicuramente un segno positivo il fatto che una proporzione sempre maggiore di preti oggi sia stata ispirata da Giovanni Paolo II.  Si tratta di preti che sono a loro agio quando lavorano con le donne e che hanno aderito ai consigli di Papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera ai Preti del 1995 quando li esortava a sviluppare “una maniera autentica di relazionarsi alle donne come farebbero con un fratello, senza alcuno spazio per ambiguità”.
Una giovane suora di Boston mi ha recentemente raccontato una storia commovente che simboleggia lo stile spontaneo e fraterno di comportarsi che Papa Giovanni Paolo II aveva con le donne.  Questa suora era stata invitata a partecipare ad una piccola messa privata nella cappella del Papa e, dopo la conclusione della Messa, mentre stava in fila aspettando di salutarlo, si emozionò molto.  Quando il Papa arrivò a salutarla, la giovane suora esclamò: “Santo Padre, io la amo!”  Il Papa le disse scherzando:  ”No, non è permesso amare il Santo Padre”.  Poi, mentre si stava allontanando, si deve essere reso conto dell’imbarazzo della poveretta. Allora si fermò e tornò indietro, e la baciò sulla fronte.
Così come stà cambiando il comportamento dei preti, sta anche cambiando il movimento femminista.  Oggi, molti dei traguardi raggiunti dal femminismo sembrano essere privi di significato: le donne hanno più diritti legali che in passato ma hanno meno dignità.  E questo è dovuto a cinque fattori:  la mancanza di rispetto per il lavoro non a pagamento; gli svantaggi che le donne che danno priorità alla famiglia subiscono nel mondo del lavoro; la sempre maggiore incidenza del divorzio, che rende difficile dare priorità alla famiglia; l’indigenza sempre più presente nelle famiglie gestite da donne; il propagarsi di malattie trasmesse sessualmente, che ha causato, tra l’altro, un’epidemia di infertilità.
L’establishment femminista inizia finalmente a confrontarsi con questi problemi, ma è ancora lontano dal riconoscere l’importanza di sostenere il desiderio della maggior parte delle donne di passare più tempo con i propri figli.  Riconoscendo quale unica forma di lavoro che conta davvero quella a pagamento, il movimento femminista alimenta quei trend economici che spingono le donne –e gli uomini- a subordinare la vita di famiglia alle esigenze del lavoro.
E’ ora che il movimento femminista tagli i propri legami con i gruppi di interesse speciale descritti sopra che non hanno a cuore gli interessi delle donne, e che riesamini le sue rigide idee riguardo al gender.  Mentre stanno emergendo nuove voci all’interno del movimento femminista, è auspicabile che si levi anche la voce di donne cattoliche ben formate  nella loro tradizione cristiana.  Gli insegnamenti della dottrina sociale cattolica  che propongono una nuova cultura del lavoro potrebbero essere un punto di partenza interessante per un nuovo approccio ai grandi problemi che riguardano le donne.  
Vorrei sottolineare i seguenti tre punti tratti da Laborem Exercens:
primo, che il lavoro è fatto per l’essere umano, e non viceversa.
Secondo, che la dignità va riconosciuta a tutti i tipi di lavoro, pagati e non pagati, e che un‘attenzione speciale deve essere riconosciuta alla “rivalutazione sociale del ruolo della madre”.
Terzo, che la vera realizzazione della donna richiede che il suo lavoro non vada a scapito della famiglia.
Quando fece queste proposte, Giovanni Paolo II non si fece illusioni sulla difficoltà della loro realizzazione.  Infatti, disse che l’armonizzazione della partecipazione delle donne nella vita economica e politica nel pieno rispetto dei loro  ruoli all’interno della famiglia avrebbe richiesto cambiamenti radicali “nei comportamenti e nell’organizzazione della società”.   Nel 2004, queste proposte vennero caldamente sostenute dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, l’attuale Pontefice.
Per concludere questa parte del mio intervento, vorrei sottolineare che le condizioni per il dialogo tra la Chiesa e le più recenti forme di femminismo sono più favorevoli oggi di quanto non lo siano da anni.  Il femminismo radicale ha perso la sua forza in molti dei luoghi dove una volta era in auge, ma continua ad avere proseliti tra i baby boomers in età matura che sono radicati nelle università, nelle agenzie governative, nelle fondazioni e nelle organizzazioni internazionali.  Come S. Paolo disse ai Corinti: “Il mondo così come lo conosciamo cambia in continuazione”.  Ritengo che sia realistico pensare che nello stesso modo in cui il pensiero cattolico sociale aiutò a focalizzare l’attenzione sulle esigenze delle donne che entravano nel mondo del lavoro all’inizio del 20° secolo, può farlo anche oggi, in un momento altrettanto complesso.

 

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Dott. Salvatore Rebecchini


Benvenuti a questo convegno organizzato dal Centro di Orientamento Politico. Desidero ringraziare le Eminenze reverendissime, le Autorità, il Centro di Orientamento Politico qui rappresentato dall’ingegner Gaetano Rebecchini e da monsignor Pozzo, la società Elettronica nella persona del suo Presidente, il Cavaliere del Lavoro Enzo Benigni, che ha sempre accompagnato le iniziative pubbliche del Centro di Orientamento Politico, e tutti i presenti per aver accolto l’invito a questo incontro.
L’evento che ci vede riuniti è incentrato su “Femminismo e Chiesa Cattolica”, un accostamento che potrebbe apparire paradossale poiché nell’immaginario collettivo questi due temi sono spesso associati ad una antinomia o ad un contrasto, ma le due illustri relatrici chiariranno come invece da secoli vi sia tra essi una coincidenza. È dunque importante tentare di riscoprire le radici della nostra cultura, in cui si associano femminismo e Chiesa cattolica, ed è parimenti importante, parlando di femminismo oggi,  comprendere quali siano le ricadute non tanto sui problemi delle donne legati al mercato del lavoro, ai costumi o alla morale, ma su questioni fondamentali delle quali il Centro di Orientamento Politico si è già occupato con dibattiti sulla vita e sulla bioetica.
Il ruolo della donna è intrinsecamente connesso al concetto di maternità ed ha ricadute fondamentali su politiche sociali quali quelle di integrazione culturale degli immigrati. Quali differenze vi sono nella visione del mondo da parte della cultura occidentale giudaico-cristiana e delle altre culture che oggi nel mondo si confrontano? Di questo parleranno le relatrici: la professoressa Scaraffia, docente all’università di Roma “La Sapienza” e Vicepresidente del Comitato Scienza e Vita, che tanto si è  distinto nella battaglia culturale in occasione dei referendum sulla legge 40; e la professoressa Mary Ann Glendon, della Harvard University, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

 

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Dott.ssa Lucetta Scaraffia
Femminismo e Chiesa Cattolica


Certo, è apparso chiaro che siamo perfettamente d’accordo. Ma vorrei riprendere, per  sottolinearlo, un tema di fondo della relazione della professoressa Glendon: la cancellazione della specificità femminile da parte del femminismo radicale – il punto di fondamentale contrasto con il pensiero cattolico - che trova oggi espressione nella “teoria del gender”, secondo la quale non esistono vere differenze tra le donne e gli uomini: il differente ruolo delle donne sarebbe solo una costruzione culturale e dunque le donne possono diventare come gli uomini. Non si parla mai della possibilità inversa perché il ruolo maschile è socialmente più importante e i lavori maschili sono meglio pagati. Quindi lo spostamento va tutto in un senso e nega la differenza in nome di una forma nuova assunta dall’utopia dell’uguaglianza.
La concezione di uguaglianza sociale del comunismo e del socialismo, distrutta con la caduta del muro di Berlino, si è riproposta nelle nostre società come cancellazione delle differenze, in particolare di quella fondante delle nostre società: la differenza uomo-donna. Le teoriche del gender mettono in discussione non solo la Chiesa Cattolica, ma addirittura Freud e Lévi-Strauss, i quali hanno fondato la loro interpretazione della cultura proprio sulla differenza primaria uomo-donna, che esse negano e cancellano.
La differenza, non solo biologica, intesa anche in termini di ruoli, vuol dire anche complementarietà. Si può capire perché le femministe sono state attratte dalla teoria del gender: la differenza fra uomini e donne è stata storicamente declinata come inferiorità femminile ed ha giustificato la situazione inferiore delle donne nella società. Però, invece di scegliere la strada che avrebbe consentito di ottenere una rivalutazione della differenza, quella tracciata nella Mulieris dignitate e nella Lettera di S.E. Ratzinger sulla collaborazione uomo-donna, è stata scelta un’altra strada e adesso la società ne paga le conseguenze.
Per ciò che ha sempre sostenuto, la Chiesa si trova oggi in una posizione di avanguardia culturale e, come ha detto la professoressa Glendon, può suggerire rimedi, formulare proposte e, soprattutto, può avviare un discorso critico rispetto alla società moderna e meglio cogliere le contraddizioni e le difficoltà in cui è immersa la modernità, derivanti proprio dalla cancellazione della differenza.
Ho affermato che differenza significa anche complementarietà; ciò vuol dire che uomini e donne debbono collaborare con ruoli diversi e possono arricchirsi vicendevolmente. Però complementarietà vuol dire anche mancanza di autonomia, bisogno l’uno dell’altro; ma l’autonomia è il mito della società moderna, il mito della realizzazione individuale, e riproporre la differenza dei ruoli, quindi la complementarietà, significa muovere una critica a una delle concezioni fondamentali dell’individualismo esasperato della società moderna.
Penso che da parte della cultura cattolica vi sia oggi la possibilità di una critica complessiva e approfondita proprio di questa situazione.

 

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Prof.ssa Mary Ann Glendon
Femminismo e Chiesa Cattolica testo inglese italiano


Professor Scaraffia now leads us into a more delicate and controversial area:  the question of how one should respond to the charge that the Church has not done enough to bring its own structures and practices into conformity with its message about  women.
This is a very difficult set of questions, but that’s what we are here tonight to discuss!
How well have priests and bishops in local churches around the world responded to John Paul II’ s urgent request in “Vita Consacrata” (I want to call it using the correct language) to take concrete steps providing room for women to participate in different fields and at all levels, including decision-making processes, above all in matters which concern women themselves?You will notice there that he was using the jargon of the women’s movement.
And the question is: how well have priests and bishops acted upon John Paul II’s  frequent appeals to welcome women into new forms of leadership and service?  We all know that the report card is mixed.
 There are many sectors of the Church where those exhortations have not been put into practice. Yet, all over today’s world, we see lay and religious women serving in many new roles, including leadership positions.
For example, the Church’s educational and health-care systems:  the largest private educational system in the world, the largest  private health-care system in the world. These are mainly run by Catholic women executives !
And, unlike many secular institutions, the Church does not expect women to sacrifice their family lives in order to obtain advancement.
Personally, I will always be grateful to the Church: when I was looking for my first teaching job in 1968, believe you me, secular institutions were not hiring women lawyers, they were not hiring women professors! I will always be grateful to the Jesuit Law School at Boston College, that not only welcomed me,  but also accommodated the fact that I was a young mother.
In fact, the presence of women is so pervasive in the local churches, that I want to draw attention, in all seriousness, to another problem: the scarcity of men in parish life and in religious practice. It is a problem that urgently needs attention! The present imbalance strongly  fosters the impression that religion is mainly for women, that Church work is not manly, and this deprives young men and women of valuable examples and role models. It impedes the correct development  of convincing models of complementarity.
Now, if there is one point that I consider the most important point that I wish to make tonight, it is this: without convincing models of complementarity (what in the secular world is called “best practices”), without examples of best practices, without examples of men and women, religious and lay people, working together as true partners, the Church will continue to have serious difficulty giving intelligibility to the norm that excludes women from the priesthood. Why? The answer is very simple: the idea of rigid, formal, strictly, sameness equality is so deeply entrenched in contemporary mentalities that many people simply assume that  strict equality is appropriate for every human situation and for every human institution.
Furthermore, distinctions made on the bases of gender have so often operated to women’s disadvantage that women are likely to regard the mere talk about complementarity with skepticism. Some women will associate it with the conversation that took place between the chicken and the pig when they were trying to think about  a good birthday present to give to Farmer Mac Donald. The chicken said to the pig:  “I have a great idea. Let’s make him I nice breakfast! I’ll  provide the eggs and you’ll provide the bacon.”
You can see why  the pig was not very enthusiastic about that form of complementarity!
Now, without minimizing  the importance of moving forward on this front, I must say that there is something that I find troubling about debates over the roles of women in the internal affairs of the Church. Important as those issues may be, I cannot help feeling that they are a distraction from what is the main vocation of every Christian, male or female, lay or religious:  the vocations we receive in baptism to holiness and mission. And for most of us lay people, the place where we have to live out our calling is not in churchly structures, but in the secular world. We, not the clergy, we the laity, have been repeatedly reminded from Vatican II that  the evangelization of the secular sphere is our job. We are told we have to take leadership in transforming the areas of work life, economic life, political life.
I must say it seems to me a kind of clericalism that leads people to focus so obsessively on lay participation in Church structures.  It is fine if we do it, but we have a job out there in the world  that priests cannot do. So, it seems to me, that task is just too important to permit  it to be overwhelmed by intra-Church quarrels.
That’ a bit of a digression, but  I can’t leave the subject without saying a few more words about the women’s ordination debate. I’m not qualified to speak about its theological aspects, but I would like to offer an observation from a socio-political perspective. It is significant that campaigning for women’s ordination intensified in those years of the 1960s and the 1970s when old-line and hard-line feminism was at its angriest.
The ideas of that peculiar form of feminism found their way into Church circles, just as they found their way into every other part of society. And at the 1995 conference of a group that is dedicated to advancing the cause of women’s ordination, one religious sister described their group’s aim as follows: she said:  “We need persons with chisels inside the Church, chiseling away  any institution or it’s never going to come down.”
Well, who wants to ordain a priest who wants to chisel the institution so that it comes down? Another woman added: “To ordain women is to give this rotten  totalitarian system that the Roman Catholic Church has become, the push into the grave.”
When  such persons  claim that they have been called to the priesthood, the Church has every reason to be skeptical. But, one must say that the typical supporter of women’s ordination today is not motivated by that kind of old-line feminist anger .
The typical supporter today  has no ill will towards the Church but he or she often sees little reason why the Church should not be run along the same lines as a business corporation or a municipal government.
To such people, the issue of women’s ordination is apt to appear as a simple matter of implementing the equality principle, understood as requiring strictly formal equal treatment.
Even in the secular sphere, that simplistic understanding of equality has   revolutionized the military service, the educational system, including physical education, despite social science evidence that many girls and boys benefit from single sex arrangements and from some types of differential treatment. And of course, a special concern is that rigid understanding of equality has rendered  special accommodations for mothers in the work place legally problematic in countries like the United States, that do not have what you are fortuned enough to have in Europe: the constitutional provisions that guarantee special protection for motherhood and childhood.
This is, it seems to me, where we currently stand: we need to have public discussion of whether the common good is really served by policies that promote a unisex society, a society where family life must be adjusted to the needs of the market and where every mediating structure (structures like the Church or other  intermediate groups where these structures are organized on strictly egalitarian lines.) Or, conversely, are there some advantages to a society that leaves room for experimentation and diversity? Room for special accommodations for mother with young children, room for religious schools, room for some single-sex institutions and even room for a Church where some roles are reserved to men?
Regarding those questions, the Pontifical Academy of Social Sciences, in its final report on democracy, observed that healthy , political and economic orders are dependent on a continuing supply of citizens who possess the qualities of character and competence that enable them to sustain the rule of law, a liberal democracy, a healthy economy. And where do you get citizens with those qualities? You get them from the seedbeds of civic virtue and competence which are: families and the mediating structures of civil society. So there’ s a paradox here which we suggest in our final report: that democratic liberal regimes may, in fact, paradoxically be dependant on their ability to maintain in their midst certain culture-forming institutions that are not organized on strictly  egalitarian liberal democratic principles.
So, to conclude, the questions that we have discussed here today have fateful implications. All over the world today the  enemies of democracy and Christianity are watching and waiting to see whether  Europe and America will survive the fallout from those three great transformative events that I mentioned  earlier.
The vast social experiments of the late 20th century, changes in the roles  of women, were at the heart of those experiments! Now, as we look ahead, it’s time to build on what we have learned about what was sound and healthy in those experiments, and to discern where new directions need to be taken.
One thing is certain: if we permit the cultural foundations of our societies to decade, those who arrive to pick up the pieces will not be interested in liberating women. Thank you.

MARY ANN GLENDON (traduzione)

La Professoressa Scaraffia ci porta ora su un terreno più delicato e controverso.
La domanda da porsi è la seguente: in quale modo la Chiesa desidera rispondere all’accusa di non aver fatto abbastanza per conformare le proprie strutture e pratiche al suo messaggio sulle donne?
Il quesito è decisamente impegnativo, ma questa sera siamo quì riuniti proprio per parlare di questo!
In quale misura sacerdoti e vescovi delle chiese locali nel mondo hanno saputo rispondere all’appello pressante di Giovanni Paolo II in “Vita Consacrata” di intraprendere misure concrete per una partecipazione delle donne nei vari settori ed a tutti i livelli, compresi i processi decisionali,  soprattutto su questioni che riguardano le donne stesse?
La domanda da porsi è in quale misura sacerdoti e vescovi hanno saputo dare seguito agli appelli di Giovanni Paolo II di aprire le porte alle donne a nuove versioni di leadership e di servizio?
Molti sono i settori della Chiesa ove tali esortazioni sono rimaste disattese. Eppure oggi nel mondo, molte donne laiche e religiose svolgono il loro servizio assumendo nuovi ruoli, spesso con posizioni di leadership.
Basta guardare il sistema sanitario ed educativo della Chiesa, ovvero due sistemi che –nel settore privato- sono i più estesi del mondo: ebbene per lo più essi sono gestiti da dirigenti cattoliche donne!
E, contrariamente a molte istituzioni laiche, la Chiesa non si aspetta che le donne sacrifichino le loro vite famigliari per andare avanti nella loro carriera.
Personalmente sarò eternamente grata alla Chiesa: quando ero alla ricerca del mio primo posto di insegnamento nel 1968, vi posso assicurare che le istituzioni laiche non assumevano donne avvocato né tantomeno professoresse!. Sarò eternamente grata alla Facoltà di Giurisprudenza gesuita del College di Boston la quale non solo mi accolse, ma mi venne anche incontro in quanto giovane mamma.
In effetti, la presenza delle donne nelle chiese locali è così diffusa che vorrei attirare la vostra attenzione, in tutta onestà, su un altro problema: la scarsa presenza di uomini nella vita di parrocchia e nella pratica religiosa. Si tratta di un problema che richiede la nostra urgente attenzione! Oggi il pensiero più diffuso è che la religione sia prevalentemente per le donne. Il lavoro nell’ambito della Chiesa non è maschile, con una conseguente carenza di modelli di riferimento per giovani uomini e donne. Questo impedisce lo sviluppo di modelli di complementarietà convincenti.
Ora il punto più importante che desidero sottolineare questa sera è il seguente: senza modelli di complementarietà convincenti (“best practices”, così come definiti dal mondo laico), senza esempi di “best practice”, senza esempi di uomini e donne, di religiosi/e e di laici/che che lavorano insieme come veri partner, la Chiesa continuerà ad avere serie difficoltà a rendere intelligibile la norma che esclude le donne dal sacerdozio. Perché? La risposta è semplice: il concetto di una uguaglianza rigida, formale e stretta è così profondamente radicato nella mentalità contemporanea che molte persone semplicemente presuppongono che l’ uguaglianza in senso stretto sia appropriata per ogni situazione umana e per ogni istituzione umana. Inoltre, le distinzioni operate in base al genere sono così spesso andate a scapito delle donne che il solo parlare di complementarietà viene accolto con scetticismo da quest’ultime. Alcune donne potranno identificarsi nella conversazione tra una gallina ed un maiale allorquando dovevano decidere cosa regalare al Fattore Mc Donald per il suo compleanno.
La gallina disse al maiale:”Ho una grande idea. Prepariamogli una fantastica prima colazione! Io penso alle uova e tu alla pancetta.”
Potete ben immaginarvi perché il maiale non fosse molto entusiasta di questa forma di complementarietà! Ora, senza voler minimizzare l’importanza di raggiungere la parità su questo fronte devo dire che una cosa mi disturba in merito al dibattito sui ruoli delle donne in merito alle questioni interne della Chiesa.
Pur riconoscendo l’importanza di questi argomenti, mi sembra che vi sia una rottura rispetto alla vocazione principale di ogni cristiano –uomo o donna- laico o religioso – ovvero rispetto alla vocazione alla santità ed alla missione che riceviamo con il battesimo.Ora per la maggior parte di noi laici, il luogo ove siamo chiamati a concretizzare la nostra vocazione non risiede nelle strutture della Chiesa, bensì nel mondo laico. E’ a noi, a noi laici –e non al clero- che il Vaticano ricorda costantemente che il nostro compito è l’evangelizzazione nel mondo laico.
Ci viene detto che dobbiamo assumere un ruolo guida per trasformare la nostra vita lavorativa, economica e politica.
Vi è una forma di clericalismo che porta le persone a concentrarsi in modo ossessivo sulla partecipazione laica nelle strutture della Chiesa. Ben venga se questo accade, tuttavia, è nel mondo che siamo chiamati a svolgere un ruolo che i preti non possono svolgere. Ritengo quindi che questo compito sia troppo importante da permettere che venga schiacciato da liti intra-ecclesiastiche.
Anche se è un po’ una digressione, non posso concludere senza aver speso qualche parola sul dibattito in merito al sacerdozio femminile. Pur non essendo qualificata per parlare di questo argomento teologico, vorrei fare un commento dal punto di vista socio-politico. E’ significativo osservare che la campagna a favore del sacerdozio femminile si è intensificata negli anni 60 e 70 proprio quando il femminismo aveva raggiunto il suo picco massimo di rabbia. Le idee di questa particolare forma di femminismo hanno preso piede negli ambienti ecclesiastici così come in ogni altro settore della società.
Ad una conferenza organizzata per promuovere la causa a favore del sacerdorzio femminile (1995), una religiosa ha descritto l’obiettivo del suo gruppo nei termini seguenti:”Abbiamo bisogno di persone con lo scalpello in seno alla Chiesa per spazzare via le istituzioni o non verranno mai abbattute.” Ebbene, chi vuole ordinare un sacerdote che vuole scalpellare l’istituzione per abbatterla? Un’altra donna ha aggiunto:”Ordinare una donna significa dare a questo sistema totalitario che è diventato la Chiesa Cattolica Romana la spinta nella tomba.”
Quando persone di questo genere dichiarano di essere state chiamate al sacerdozio, la Chiesa ha ogni motivo di essere scettica. Tuttavia, va detto che oggi il sostenitore-tipo del sacerdozio femminile non è più animato da questo tipo di vecchia rabbia femminista.
Oggi, il sostenitore-tipo –uomo o donna- non vede alcun motivo per cui la Chiesa non debba essere gestita lungo le stesse linee di un’azienda o di un ente locale.
Agli occhi di queste persone, il sacerdozio femminile è puramente una questione di semplice attuazione del principio di uguaglianza, ove ci si aspetta un trattamento strettamente paritario.
Anche nella sfera laica, questa interpretazione semplicistica di eguaglianza ha profondamente rivoluzionato il servizio militare, il sistema educativo, compresa l’educazione fisica, malgrado le scienze sociali abbiano dimostrato che molti ragazzi e ragazze traggono vantaggio da accordi mirati e differenziati in base al genere.
Naturalmente, una delle preoccupazioni è che questa rigida interpretazione dell’uguaglianza ha reso giuridicamente problematica la definizione di accordi speciali per le madri che lavorano negli Stati Uniti ove non è previsto ciò che voi avete la fortuna di avere in Europa: ovvero norme costituzionali che garantiscono alla maternità ed all’infanzia una protezione speciale.
A mio parere, andrebbe fatto quanto segue: occorre avviare un dibattito interrogandosi se il bene comune sia stato effettivamente perseguito con politiche che promuovono una società unisex, una società ove la vita famigliare deve adeguarsi alle esigenze del mercato e ove ogni struttura di mediazione (ovvero la Chiesa o altri gruppi di intermediazione) è organizzata su criteri strettamente egualitari. Oppure, al contrario, vi sono dei vantaggi per una società che da spazio alla sperimentazione ed alla diversità? Che dà spazio ad accordi speciali per le madri di bambini piccoli, spazio alle scuole religiose, spazio ad istituzioni per soli maschi o femmine ed anche spazio ad una Chiesa ove alcuni ruoli sono riservati agli uomini?
In merito a tali quesiti, l’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali, nel suo rapporto finale sulla democrazia rileva che la presenza di ordini economici e politici sani dipende dal costante afflusso di cittadini le cui qualità in termini di comportamento e di competenza permettono loro di sostenere lo stato di diritto, una democrazia liberale ed una sana economia.
E dove si trovano cittadini con questa qualità? Si trovano nella virtù e nella competenza civica, ovvero nelle famiglie e nelle strutture della società civile. Abbiamo quindi un paradosso: nel nostro rapporto finale proponiamo che, in effetti, i regimi democratici liberali potrebbero paradossalmente dipendere dalla loro capacità di includere nel loro contesto alcune istituzioni di formazione culturale non organizzate in principi liberali democratici strettamente egualitari.
Per concludere, gli argomenti che abbiamo affrontato quì oggi sono di estrema rilevanza per i credenti e per le vocazioni. In tutto il mondo oggi i nemici della democrazia e del Cristianesimo stanno guardando ed aspettando di vedere se l’Europa e l’America sopravviveranno alle conseguenze di quei tre eventi trasformativi da me prima menzionati.
Nell’ambito dei vasti esperimenti sociali della fine del ventesimo secolo, i
cambiamenti relativi al ruolo delle donne sono stati il fulcro di questi fenomeni! Ora volgendo lo sguardo verso il futuro, è giunto il momento di fare tesoro di quanto abbiamo appreso da queste esperienze e di decidere quale rotta imboccare.
Una cosa è certa: se noi permettiamo il decadimento dei fondamenti culturali delle nostre società, coloro che verranno a raccoglierne i pezzi non saranno interessati a liberare le donne. Grazie.

 

 

 

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Suor Marcella Farina
intervento


Ringrazio anzitutto per queste relazioni interessanti, lucide e molto propositive.
Considerando l’evoluzione della donna nella Chiesa e nella società, vorrei fare una riflessione sui compiti che ci aspettano nel XXI secolo.
L’ingresso del Cristianesimo nel mondo greco-romano ha segnato il primato della libertà sull’intelligenza e del bene sulla verità; oggi siamo chiamati a raccordare queste due istanze fondamentali perché le culture sono cambiate e nel corso dei secoli la donna ha sempre avuto un ruolo di difesa della libertà.
La professoressa Scaraffia ha citato alcuni modelli di femminismo a partire dal Nuovo Testamento fino all’epoca contemporanea e si può aggiungere che, ad esempio nell’epoca post-tridentina, proprio  le religiose hanno testimoniato con l’operosità sociale il raccordo tra fede e opere nell’esperienza cristiana, e il proprio essere presenti nella società quando, nel XIX secolo, hanno dato risposta a grandi problemi come l’analfabetismo femminile, con la scolarizzazione di massa.
A me sembra che oggi l’emergenza più grande per le donne, anche nel contesto italiano, riguardi ancora la libertà, che viene repressa e censurata proprio dai modelli mass-mediali che introiettano esigenze e aspirazioni e, anziché liberare la libertà, sempre più la rinchiudono dentro un contesto narcisistico ed egocentrico. Dall’altra parte, però, c’è un mondo di donne immigrate in Italia che hanno bisogno di spazio di libertà, e noi donne cattoliche forse dovremmo farci spazio per queste donne, perché abbiano davvero la libertà.
Da qualche tempo io mi interrogo su cosa possiamo fare, noi donne cattoliche, per evitare che le donne immigrate in Italia e appartenenti ad altri contesti culturali sempre più si rinchiudano in ambiti di emarginazione, se non di ghettizzazione, con un’apparenza pubblica di libertà che in realtà non esiste né nel contesto familiare, né in quello pubblico. Cosa possiamo fare noi donne cattoliche, che nei secoli abbiamo colto le difficoltà e dato risposta alle istanze?   
Forse dobbiamo rispondere diventando spazio di libertà, dando parola alla libertà delle donne perché davvero sia libera.

 

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Dott.ssa Eugenia Roccella
intervento


Mi unisco ai ringraziamenti alle relatrici e agli organizzatori di questo incontro, davvero prezioso in un momento in cui è necessario riprendere le fila del rapporto tra le donne e la Chiesa, che nei secoli è stato strettissimo, soprattutto in Italia.
Le radici dei diritti delle donne affondano nella diffusione del Cristianesimo e nella sua concezione antropologica della persona. Una controprova in negativo la si ha semplicemente osservando come sia difficile, a volte impossibile, affermare i diritti delle donne nei Paesi non cristiani, perché manca una cultura di fondo che permetta di farli maturare e accettare. Il pensiero cattolico, invece, ha garantito nel corso della storia lo sviluppo di entrambi i binari su cui corrono paralleli i diritti delle donne, cioè la differenza e la parità; perché, senza una certa dose di eguaglianza, la differenza non può nemmeno essere valorizzata e si traduce in subordinazione o esclusione.
Ha fatto bene la professoressa Glendon ad accennare  alla richiesta del sacerdozio femminile, sia perché non si può applicare all’interno della Chiesa la discutibile logica delle quote rosa, sia perché questo è stato un modo per affermare il senso della differenza femminile, che si concentra simbolicamente, biologicamente e culturalmente nella maternità. È della professoressa Glendon un’affermazione che condivido totalmente: c’è ingiustizia laddove si trattano diversamente gli eguali, ma c’è ingiustizia anche laddove si trattano  in modo uguale i diversi; un’affermazione che le femministe della differenza potrebbero controfirmare in tutta tranquillità.
La domanda che vorrei fare riguarda quello che lei ha definito “il patto faustiano” fra le agenzie e i poteri forti antinatalisti che agiscono a livello internazionale, in particolare  l’Unfpa, cioè il Fondo Internazionale per la Popolazione, e una Ong potentissima e diffusa come la Ippf (International planned parenthood federation), che si occupa dei piani di controllo demografico per le singole Nazioni. L’Italia è uno dei rari luoghi in cui non si è mai insediata, grazie a una serie di protezioni dovute alla particolare storia del nostro Paese, tra cui la presenza del Vaticano. Questo patto tra il femminismo radicale e le  grandi agenzie dell’antinatalismo, ha sostanzialmente rovesciato l’ordine classico dei diritti delle donne, mettendo in primo piano i cosiddetti “diritti riproduttivi”, che in realtà si potrebbero definire come diritti a non riprodursi. Solo un ingenuo, infatti, può credere che siano legati a un’idea di libera scelta: basti pensare che grazie all’affermazione dei diritti riproduttivi oggi ci sono nel mondo circa 160 milioni di donne sterilizzate, cosa che ha ben poco a che fare con la libera scelta, visto che in questo modo si esclude definitivamente la possibilità di scegliere la maternità.
Alla professoressa Glendon vorrei domandare se non ritenga fondamentale ripristinare, a livello internazionale, un ordine dei diritti delle donne diverso da quello stabilito alla Conferenza di Pechino. Un ordine in cui non siano al primo posto i diritti riproduttivi come strada principale verso la libertà femminile, ma in cui torni ad essere prioritaria l’affermazione dei diritti tradizionali, come la libertà personale, la libertà di cambiare religione, l’elezione attiva e passiva.

 

 

 

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Dott.ssa Michèle Favorite
intervento


Vorrei ringraziare Mary Ann Glendon per la descrizione del femminismo radicale americano, a partire dalla sua nascita negli anni ‘60 e seguendone l’evoluzione in questi decenni.
Alle relatrici vorrei chiedere quali sono oggi le maggiori differenze tra il femminismo europeo e italiano, e il femminismo americano.

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Prof.ssa Mary Ann Glendon


I think I’ll focus  on the last question because in the past few days I’ve been trying out a theory in my head, and I’ll see whether  it sounds convincing to you! I don’t know very much about Italian feminism but, as a comparative constitutional scholar, I do know a little bit about what is said in European constitutions. It has always impressed me that, unlike in the United States, European constitutions (most of them), like the Universal Declaration of Human Rights, keep the proclamation of women’s equality in a productive tension with a commitment to the protection of motherhood and childhood.
These values have to be fit together in some way: that’s what Catholic social teaching says. And I say to myself:  “Where did the edge of those ideas get into the European Constitutions?” Well, it was in “Rerum Novarum” and  “Quadragesimo anno” that they found their way into the political programs of a kind of political party we don’t have in the United States, and, it seems to me, that gave to European feminism something that made it less radically individualistic than American feminism.
I’m talking about early feminism: in the early 20th century, the American form of feminism was always more individualistic than the European form. And then, a funny thing happened: through their sad experience, feminists in the United States have come gradually to understand that the very individualistic feminism was not working well for them or for children or for anybody. And, through independent reasoning, they are coming to the basic insights that are contained in Catholic social principles and in European constitutions.
Meanwhile, and correct me if I am wrong, it seems to me that some of that American individualism traveled into UN circles and it  traveled into European feminist circles so that when I, for example, encountered European feminism in various context, I want to say to women: “Wait a minute! We tried that! It didn’t work! Don’t give up! Hold on to what you already had!”.
I would say that the difference at this point, between European and American forms of feminism, is that we are struggling to incorporate an understanding of the importance of respect for women’s family roles against the background of individualism and Europeans have caught some of the virus of radical individualism.

Mary Ann GLENDON (traduzione)

Credo che mi concentrerò sull’ultima domanda in quanto negli ultimi giorni ho elaborato una mia teoria e vorrei vedere se vi persuade! Non sono molto esperta in materia di femminismo in Italia ma avendo studiato Diritto Costituzionale Comparato conosco abbastanza le costituzioni europee. Mi ha sempre colpito il fatto che –contrariamente agli Stati Uniti- le costituzioni europee (per la maggior parte) come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclamano la parità delle donne in senso produttivo ovvero con l’impegno di proteggere la maternità e l’infanzia.
Questi valori in qualche modo devono essere messi in armonia fra loro: questo è quanto ci dice la dottrina cattolica sociale.
Ora la domanda che mi pongo è la seguente: “In quale modo queste idee sono state rispecchiate nelle costituzioni europee? Ebbene attraverso la Rerum Novarum Quadragesimo Anno hanno preso corpo nei programmi politici di un tipo di partito politico che noi non abbiamo negli Stati Uniti e credo che questo abbia conferito al femminismo europeo una impronta meno radicalmente individualista rispetto al femminismo americano.
Mi riferisco alla fase iniziale del femminismo: all’inizio del ventesimo secolo, la versione americana del femminismo è sempre stata più individualista rispetto al femminismo europeo. Ma poi si è verificato un fenomeno curioso: attraverso la loro esperienza, le femministe negli Stati Uniti hanno cominciato a realizzare che il femminismo spiccatamente individualista non giova a loro, ai bambini né a chiunque altro, mentre si stanno avvicinando ai fondamenti racchiusi nei principi della dottrina sociale cattolica e nelle costituzioni europee.
Nel frattempo, e correggetemi se sbaglio, mi sembra  che parte di questo individualismo americano si sia spostato negli ambienti dell’ONU ed in alcuni contesti femministi europei tanto che quando mi capita di imbattermi in alcuni esempi di femminismo europeo, ho voglia di dire alle donne:”Aspettate un attimo! Questo lo abbiamo già sperimentato! Aggrappatevi a quanto avete già!”
Ritengo quindi che –a questo punto- la differenza tra femminismo europeo ed americano è che noi stiamo cercando di apprendere l’importanza del rispetto per il ruolo della donna in famiglia con alle spalle il nostro bagaglio di esperienza individualista.

 

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Dott.ssa Lucetta Scaraffia


La domanda di Suor Marcella è interessante e in un certo senso si collega a quanto ha detto Eugenia Rucella a proposito della differenza tra la condizione delle donne occidentali – in sostanza il femminismo occidentale - e quella delle donne nelle altre parti del mondo, dove si registrano condizioni molto variegate e diverse, e dove spesso da parte di organizzazioni internazionali viene esercitata una pressione ad imporre il modello occidentale di femminismo, separato dalla maternità. In sostanza, viene imposto un “progresso” che avverrebbe solo attraverso il controllo delle nascite e che spesso, per la difficoltà ad insegnare forme di controllo più complesse, viene risolto con la sterilizzazione.
Noi donne occidentali abbiamo un compito di difesa e di insegnamento: dobbiamo insegnare cos’è la democrazia ed aiutare le donne del resto del mondo ad ottenere la libertà nella diversità delle loro culture, non esportando la parte peggiore del nostro femminismo, come invece avviene attraverso delle organizzazioni internazionali che, come ha asserito la professoressa Glendon, hanno intrecciato l’ideologia antinatalista con un femminismo che viene rappresentato come liberazione dalla maternità. Ma le donne non si emancipano automaticamente per il fatto di non avere figli, non c’è emancipazione senza istruzione, senza possibilità di lavorare, senza riconoscimento dei diritti politici, senza possibilità di scegliere di fare figli, come dimostra il caso dell’Iran, dove ha avuto molto successo la politica antinatalista, e ciononostante non si è potuta avviare una vera emancipazione femminile.


 

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Dott.ssa Assuntina Morrese
intervento


Le donne legate al femminismo radicale nel condurre le loro battaglie hanno avuto capacità di aggregazione, hanno formato gruppi di lotta proprio come donne, mentre le donne all’interno della Chiesa, che sono sempre state valorizzate, non riescono a formare un movimento analogo nelle battaglie in difesa della vita o, recentemente, contro le tecniche di fecondazione in vitro. È come se rimanessero voci singole – questa è la mia impressione -  e vorrei sapere cosa ne pensano le relatrici.

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Prof.ssa Mary Ann Glendon


I certainly know  what the questioner is talking about. As a lawyer and
participant in many pro-life organizations, I often feel as we are up against overwhelming adds, and that’s not a mistaken impression! When I spoke about a Faustian bargain, that’s exactly what I meant: official feminism by forming alliances with the huge multimillion-dollar profit-making abortion industry, with taking grants from the Playboy foundation! The Playboy foundation gives grants to feminist organizations!!! With that kind of money and with the favor that they enjoy in the press and with the political access that they have, you are correct: the pro-life organizations and other women’s organizations are up against overwhelming odds. But I think there is another way of looking at it: I like to think the pro-life movement is the most impressive grass-roots movement that grew up in the 20th century because it mobilized  millions of men and women without  big money, without the favor of the media, and we make very slow progress, but the progress that we have made, has been made against great odds and, gradually, I believe that we are advancing  the culture of life. And I also believe, as John Paul II used to say, that if you live in truth and call good and evil by name, eventually you will prevail.

Mary Ann GLENDON (traduzione)

Capisco perfettamente a cosa si riferisce. In qualità di avvocato e di partecipante a numerose organizzazioni in difesa della vita, penso spesso che ci troviamo alle prese con una pubblicità imperante, e questo non è un mio errore o una mia impressione!
Quando ho parlato di patto Faustiano intendevo dire proprio questo, ovvero il femminismo ufficiale ha stretto un’alleanza con la grande industria dai profitti multi-miliardari e prende finanziamenti dalla Playboy Foundation! La Playboy Foundation foraggia le organizzazioni femministe! Tenuto conto della quantità di denaro disponibile, dell’appoggio da parte della stampa e dell’accesso politico di cui godono, lei ha ragione: i movimenti in difesa della vita così come altri movimenti femminili si trovano alle prese con una pubblicità imperante. Ma credo che vi sia anche un altro modo di vedere le cose: mi piace pensare che il movimento in difesa della vita sia il più sorprendente movimento popolare cresciuto nel ventesimo secolo in quanto è riuscito a mobilizzare milioni di uomini e donne senza grandi fondi e senza l’appoggio dei media.
E’ vero, il nostro progresso procede a rilento, ma va aggiunto che i passi in avanti sono stati compiuti malgrado immensi ostacoli e –passo dopo passo- ritengo che la cultura in difesa della vita si stia facendo strada. Ritengo inoltre, come diceva Giovanni Paolo II, che se vivi nella verità sapendo distinguere il bene dal male, alla fine vincerai.

 

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Dott.ssa Lucetta Scaraffia


Come ha detto la professoressa Glendon, forse siamo arrivati a un punto di svolta, forse si è conclusa la fase in cui era difficile per le donne cattoliche farsi ascoltare e aggregarsi proprio perché i problemi generati da quel modello di emancipazione femminile stanno arrivando al pettine. In questo momento il discorso critico e le proposte di risoluzione diversa possono essere ascoltate con un’altra attenzione; i discorsi antinatalisti sono visti con un sospetto che non esisteva anche solo 2-3 anni fa. Qualcosa sembra stia cambiando e per noi si aprirà forse una stagione in cui sarà più facile ottenere ascolto e riuscire ad aggregarsi.

 

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Dott.ssa Anselma dell'Oglio Ferrara
intervento


Vorrei domandare perché è così facile nella Chiesa parlare del celibato dei sacerdoti così come, ad esempio, del caso Milingo o della decisione di non accogliere la domanda di sacerdozio femminile, mentre è tanto difficile sentir parlare dei ruoli decisionali nella Chiesa, e quindi delle  carriere vaticane, dove potrebbero facilmente entrare  donne senza dover essere preti. Forse si parlerebbe meno di sacerdoti, infatti di potere alle donne, siano esse religiose o laiche,  non se ne parla mai. Mi domando se vi sia una qualche possibilità perché ciò avvenga.

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Prof.ssa Mary Ann Glendon


So, the question is about what I called in my remarks “convincing models of complementarity”. What would that look like? I’ve been thinking about how does change occur in large institutions. It seems to me that there has to be leadership from the top, and the ideas that are articulated by leaders have to go down into the capillaries of the system and be incorporated into everyday practice. Now, where is the Catholic Church at  this moment? I think that it has had  all of the right things said at very highest level and they were said repeatedly! John Paul II said: “Women must be welcomed into leadership positions at the highest level. They must be given decision-making power!“ So, all of the guidelines have been articulated.
Then we have to look and see what’s happening in the capillaries of the system, and I can only speak of my little corner of the world, the archdiocese of Boston: I can see women in leadership positions and with decision-making power. I sat on the board of Trustees of Saint John Seminary where one of the most important functions of the Catholic Church takes place: training our new generation of priests, and I will always thank Cardinal Law when, many years ago, he put so many women on the board of that seminary that we don’t even talk about proportions! It is a genuine partnership in making decisions about the education of our priests! And I could multiply examples with the boards of Catholic hospitals, with the boards of trustees of Catholic educational institutions.  So, what I think is happening is something like this: at the level of the local churches we now  have many experiments on their way, and these experiments correspond to what I refer  to as best practices in secular language, or convincing models of complementarity .
Now I’m looking at the chance that the Pontifical Academy of Social Sciences has been and is giving. I mean: we have women in that Academy who exercise decision-making power, and a lot of it! I don’t think that any of us wants to see the Church rush into experiments, but these experiments are happening everywhere and what will occur is that the best practices will be implemented at other levels.
I can mention a stunning example of an experiment that I think will continue: it involves  a lay person, a lay man in this case. Cardinal George Pell  in Sidney, instead of following the tradition of having a Monsigneur as his secretary, has a married lay man with a Ph.D. in Sociology, who has seven or eight children.
All these things are going on in the local church, and we are learning from them.
So I have a fairly robust view: we are still waiting in Harvard University for a significant proportion of women in decision-making positions.

Mary Ann GLENDON (traduzione)

La sua domanda si riferisce ad un modello che ho definito nelle mie precedenti osservazioni “modello di complementarietà convincente”. Come dovrebbe essere questo modello? Pensiamo ai cambiamenti in seno alle istituzioni: ritengo che la leadership debba venire dall’alto e che le idee formulate dai leader debbano scendere in modo capillare per raggiungere la base e quindi essere assorbite nella pratica quotidiana. Ora come si pone la Chiesa oggi? Credo abbia detto tutte le cose giuste al massimo livello ribadendole più volte!  Giovanni Paolo II disse: “Le donne devono essere ben accette in posizioni di leadership ai massimi livelli, e deve essere loro permesso di esercitare potere decisionale”. Quindi tutte le linee guida sono state formulate.
Dobbiamo poi vedere che cosa accade alla base e a questo punto posso solo fare riferimento a quanto avviene nel mio piccolo angolo del mondo: vedo donne con posizioni di leadership e poteri decisionali. Ho fatto parte del Consiglio di Amministrazione del Seminario di St John che svolge una delle più importanti funzioni della Chiesa Cattolica: la formazione della nostra nuova generazione di sacerdoti e sarò sempre grata al Cardinale Law quando molti anni fa egli mise così tante donne nel Consiglio di Amministrazione di quel seminario che non abbiamo nemmeno parlato di quote proporzionali!
Vi è una reale partnership quando vengono prese decisioni in merito alla formazione dei nostri sacerdoti! E potrei citare numerosi altri esempi analoghi nei Consigli di Amministrazione di ospedali ed istituti educativi cattolici. Ritengo quindi che ciò che si sta verificando è questo: a livello delle chiese locali, sono in corso molti esperimenti che nel linguaggio laico corrispondono a mio parere a casi di “best practice” o modelli di complementarietà convincenti.
L’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali ci ha dato e continua a darci una opportunità, in quanto offre alle donne la possibilità di esercitare un grosso potere decisionale! Credo che nessuno di noi desideri che la Chiesa si affretti precipitosamente ad eseguire esperimenti, tuttavia ve ne sono un po’ ovunque e ritengo che i casi di “best practice” verranno poi riproposti ad altri livelli.
Desidero menzionare un esempio sorprendente di esperimento a Sidney che credo proseguirà nel tempo: invece di assumere un Monsignore come segretario secondo la tradizione, è stato assunto un laico con laurea in Sociologia e padre di sette o otto bambini.
Tutto questo avviene nelle chiese locali e noi impariamo attraverso queste esperienze.
In conclusione, posso dire che all’Università di Harvard stiamo ancora aspettando di avere una presenza significativa di donne con potere decisionale.

 

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Prof.ssa Lucetta Scaraffia


Forse la visione dagli Stati Uniti è un po’ più ottimistica di quella dall’Italia e da Roma. Il problema del livello di potere delle donne è reale a Roma e ci vorrà del tempo perché le cose cambino; ma ci vorrà anche un cambiamento del modo in cui il ceto ecclesiastico si rapporta con le donne, soprattutto con le religiose. A me personalmente è spesso capitato di vedere le religiose trattate in un modo “non uguale”, e me ne sono dispiaciuta. Anche sotto questo profilo si debbono fare notevoli passi avanti.
Nel caso della Chiesa, la lontananza delle donne dal potere si sposa con il celibato, positivo per molti versi ma per questo un po’ meno, perché i cardinali e i vescovi non hanno a che fare con una moglie che magari li costringerebbe a cambiare le cose. Gli indirizzi dati dai Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI vanno nella direzione di aprire alle donne, ma penso che ci vorrà un po’ più di tempo che nel mondo laico.


 

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Dott.ssa Franca Zambonini
intervento


Vorrei richiamare la domanda di Anselma Dell’Oglio per proporla in termini ancora più precisi. Giovanni Paolo II ha detto cose straordinarie sulle donne e sul loro ruolo nella società e nella Chiesa; egli ha tirato la volata, ma l’istituzione ecclesiastica non gli è andata dietro. Dal loro osservatorio sicuramente privilegiato, Mary Ann Glendon e Lucetta Scaraffia hanno visto segni di cambiamento nell’azione di Papa Ratzinger nei riguardi delle donne? Cioè, si limiterà, anche lui, a dire  parole bellissime, oppure si intravedono già segnali concreti ?

 

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Prof.ssa Mary Ann Glendon


It was very interesting to me as a teacher of Law and Political Philosophy  that Pope Benedict XVI  made reference in this year’s World Day of Peace message to the political importance of women. It was Alexis de Tocqueville who first called attention to the way in which everything (I think this is almost a direct quote from de Tocqueville) that almost everything that has to do with the condition of women has an enormous political importance. I saw that theme lifted  up in the World Day of Peace message.  There will be a continuity with what John Paul II said, because when Pope Benedict was Cardinal Ratzinger, he expressly made thought in this way. But I think we are looking at, maybe with this Pope, a decisive repudiation of the idea that started with your compatriot Machiavelli a long time ago that “Christianity is effeminate and weak. And rulers had better not have anything to do with their pretending to be religious.”  I think we are getting a very interesting and different message from a Pope who is a front-rank philosopher.

Mary Ann GLENDON (traduzione)

Quale Professoressa di Filosofia Politica alla Facoltà di Giurisprudenza ho trovato molto interessante che nel suo messaggio di pace di quest’anno, Papa Benedetto XVI abbia fatto riferimento all’importanza politica delle donne. Alexis de Tockeville fu il primo a richiamare l’attenzione sul modo in cui tutto ciò che ha a che fare con la condizione delle donne riveste una enorme rilevanza politica.
Credo che questo sarà un pontificato molto interessante per le donne e che vi sarà continuità con Giovanni Paolo II. Tuttavia probabilmente con questo Papa assisteremo ad un netto ripudio dell’idea che Macchiavelli lanciò molto tempo fa .”Il Cristianesimo è effeminato e debole ed è meglio che i governanti stiano alla larga da qualsiasi pretesa di religione.”
Credo che il messaggio estremamente interessante che ci viene oggi inviato da un Papa filosofo di primo piano sia di tutt’altra natura.

 

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Prof.ssa Lucetta Scaraffia


Papa Giovanni Paolo II, e Benedetto XVI con la Lettera ai vescovi sulla collaborazione uomo-donna, sono stati gli unici grandi intellettuali potenti del mondo occidentale che hanno risposto alle donne. Tutti gli uomini politici hanno risposto nel senso che la democrazia ha corroso il loro potere a favore delle donne, ma non hanno mai dato una risposta culturale, ideologica alle richieste delle donne. Giovanni Paolo II l’ha fatto in un modo anche concreto, cioè cambiando il modo classico del clero di rapportarsi alle donne, e Benedetto XVI l’ha fatto nel suo modo più approfonditamente intellettuale, quello della Lettera sulla collaborazione, che è una risposta articolata e ricca alla teoria del gender.

Io penso che la Chiesa cominci a cambiare proprio dalla testa, a differenza delle democrazie, che forse hanno cominciato a cambiare invece più nella vita quotidiana. Comunque, è interessante seguire questo cambiamento.

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Prof. Antonio Saccà
intervento


Non sono d’accordo con la professoressa Glendon quando ha detto che l’affermazione del femminismo negli Stati Uniti d’America è stato causato dall’eccessivo numero di donne rispetto a quello degli uomini, ed altrettanto quando ha detto che lo sviluppo degli aborti è dovuto ad una alleanza tra certi gruppi di femministe ed alcune particolari agenzie antinataliste.
I due fenomeni hanno, a mio avviso, motivazioni molto più complesse dovute in particolare all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, dove si affrancano dalla dipendenza maschile ed acquistano autonomia economica, e con essa la libertà sessuale e la libertà di non fare figli che ostacolano le possibilità di lavoro e ciò mediante l’uso della pillola ed anche dell’aborto. 
Quando si parla di femminismo bisogna ben distinguere quello così come quello inteso dalla Chiesa da quello esterno alla Chiesa. E qui oggi si è soprattutto parlato del femminismo come la intende la Chiesa e non di quello esterno, il quale se si è oggi in parte placato è perché ha ottenuto tutto quel che voleva, il divorzio, la pillola, l’aborto e così avanti. E qui pongo: come si pone il femminismo cattolico di fronte al divorzio, alla pillola, all’aborto?

 

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P.pe Sforza Ruspoli
intervento


Colgo qui l’occasione per affermare ancora una volta che i veri responsabili della fame nel mondo non sono solo contrari alla Chiesa cattolica, ma sono contrari a tutte le religioni e ciò per motivi di mercato, della globalizzazione e per i loro torbidi affari. Di fronte agli  attacchi che vengono da parte di tutti i mezzi di informazione, stampa, cinema, radio-televisione, internet,  la Chiesa deve, a mio giudizio, semplicemente dare il senso del sacro.   La Chiesa non è un’organizzazione di potere dove si discute su chi debba comandare. La Chiesa è una cosa sacra che da 2000 anni regge ai più diversi attacchi e che in ogni momento storico  ha eletto il Papa giusto. E per questo dobbiamo aver fiducia nello  Spirito Santo ed affidarci  alla preghiera, soprattutto delle suore di clausura che, come ha detto Papa Giovanni Paolo II, sono la luce del mondo. Speriamo che le donne tutte comprendano bene il valore e l’importanza della preghiera e del ruolo che hanno le loro sorelle suore, ed in particolare quelle di clausura. 

 

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Prof.ssa Mary Ann Glendon


Maybe just one comment to affirm the very beautiful sentiment just expressed. I was thinking it is good to remember that when cloistered nuns are praying, they are praying for the world. Let’s think about the cloistered nuns and what they do: they are praying for us and for the success of our efforts. We Catholics have no choice  but to be active in the world. It is not a choice for us to withdraw! In response to the question by the other gentleman, I think that I certainly can say: some very unfortunate ideas of a now passed form of feminism have got into public policies and they are strengthened by big money. But we, in the Church, have to use reason! Our tradition affirms that we can make a difference. We are not the playthings of faith and, thank God, we have got a great intellectual tradition that sustains us in doing this:  always be ready to give a reason for the faith that is in you.

 

Mary Ann GLENDON (traduzione)

Un breve commento per ribadire il bel sentimento appena espresso. E’ bene ricordare a noi stessi che quando le suore di clausura pregano, pregano per il mondo. Riflettiamo sulle suore di clausura e su quello che fanno: è per noi che  pregano e per il buon esito dei nostri sforzi. Noi Cattolici non abbiamo altra alternativa se non quella di essere attivi nel mondo. Tirarci indietro non è un’opzione contemplabile!
Per rispondere all’altra domanda posso affermare con certezza  alcune idee decisamente infelici di una forma passiva del femminismo sono statte inglobate nelle politiche pubbliche, traendo forza da grossi interessi economici sottostanti.
Ma noi nella Chiesa dobbiamo usare la ragione! La nostra tradizione ci insegna che possiamo fare la differenza.
Non siamo i gingilli della fede e, grazie a Dio, abbiamo una grande tradizione intellettuale che ci sostiene nel compiere le nostre azioni. Bisogna sempre essere pronti a dare un motivo per la fede che è in noi.

 

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Dott. Salvatore Rebecchini


Prima di salutare e ringraziare tutti gli intervenuti desidero sottolineare  l’ultima parte dell’intervento della professoressa Glendon, che ha concluso con un auspicio che mi sento di sottoscrivere a nome del Centro di Orientamento Politico. Ella ha affermato:   se le luci della civiltà occidentale dovessero spegnersi, coloro che arriveranno a raccoglierne i pezzi non saranno interessati a liberare le donne.
Secondo me, in queste essenziali parole c’è tutto il grande dibattito che oggi ci deve animare e motivare: la difesa della nostra cultura e della nostra civiltà, che è una costante delle attività di divulgazione e promozione dei nostri convegni. Difesa  che tra i tanti meriti ha anche quello di aiutare l’emancipazione delle donne, nella consapevolezza del grandioso disegno divino, che volle il Verbo farsi carne per mezzo di una donna.
Grazie a tutti i presenti.

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