La crisi demografica in Europa:implicazioni e riflessioni
venerdì 30 marzo 2007
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: D.ssa Eugenia Roccella,  D.ssa Roccella,  Ing. Gaetano Rebecchini,  Prof. Gérard-François Dumont,  Prof. Mauro Maré,  Prof.Gérard-Francois Dumont,  Sen. Prof. Gaetano Quagliariello, 

Moderatore: D.ssa Eugenia Roccella

Ing. Gaetano Rebecchini
Intervento di apertura


Intervento di apertura

Anche a nome del Senatore Gaetano Quagliariello  rivolgo a tutti il  più cordiale benvenuto del Centro di Orientamento Politico e della Fondazione Magna Carta. Ringrazio  Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, le autorità e tutti i presenti per aver accolto l’invito a questo convegno, nel corso del quale verrà affrontato il tema della crisi demografica in Europa, un fenomeno preoccupante, come ha chiaramente fatto presente lo stesso Santo Padre, ricevendo domenica scorsa in Vaticano i Vescovi d’Europa. Un fenomeno  che  le nostre due associazioni hanno deciso di trattare insieme vista la perfetta coincidenza tra le considerazioni espresse dal Sen. Quagliariello e le riflessioni maturate nel corso dei Convegni del Centro ed in  particolare di quello dal titolo “Femminismo e Chiesa Cattolica”,  trattato lo scorso dicembre  dalle prof.sse Mary Ann Glendon e Lucetta Scaraffia,  tema, che direttamente si collega a quello di oggi e che aiuta a meglio comprendere le cause e la portata della crisi demografica. Ed è anche per questo che abbiamo ritenuto utile consegnarvi all’ingresso gli atti di quel convegno.
 Relatori di oggi, che saluto e particolarmente ringrazio, sono come ben sapete:
- le Recteur Gérard-François Dumont,  professore  di demografia e geografia alla Sorbonne che ci parlerà del fenomeno da lui definito   “hiver demographique” e che potrà anche meglio chiarirci dati e risvolti della situazione francese;
- il prof. Mauro Marè dell’Università della Tuscia, ordinario di scienze delle finanze, che ci informerà in particolare sulle conseguenze economiche e sociali provocate dalla denatalità con richiami specifici alla  situazione italiana;
- coordinerà  gli interventi la d.ssa Eugenia Roccella, giornalista e saggista che già in altre occasioni, ed anche in questa sede, si è interessata al problema oggi in questione e che, come avete ieri appreso dalla stampa,  sarà portavoce ufficiale del “Family-day” indetto per il prossimo 12 maggio.
Prima di cedere la parola ai relatori desidero informarvi che sono pervenute presso le sedi delle nostre associazioni,  attestazioni  di plauso e di incoraggiamento per questa iniziativa, e tra queste in particolare ho il piacere di segnalare, un significativo e lungo telegramma  del Presidente del Senato, Senatore Franco Marini, e due lettere, particolarmente gradite inviateci , rispettivamente di S. Em.za il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato e del Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale di S. Santità per la città di Roma.
Chiudo con un  ringraziamento ai sostenitori del nostro  incontro  e precisamente alla Società Mediaset ed alla Società Elettronica della quale ho qui il piacere di salutare il Presidente Cav. Lav. Ing. Enzo Benigni.

 

 

 

 

 

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D.ssa Eugenia Roccella
la crisi demografica in Europa


 

Ringrazio prima di tutto Gaetano Rebecchini anche per gli auguri che mi ha fatto per l’ appuntamento del 12 maggio che è veramente di estrema importanza e io spero che vedrà in piazza, non solo le associazioni cattoliche che hanno promosso l'appuntamento ma anche il mondo laico. Abbiamo detto che sarà, che vogliamo che sia, la piazza degli italiani. Noi riteniamo che la maggioranza degli italiani, laici e cattolici, sinistra e destra, abbia a cuore la famiglia, abbia a cuore la difesa della famiglia e la continuità della famiglia, e quindi speriamo che sia un’occasione  di unione e non di divisione.
Siamo appunto in un momento molto caldo per quanto riguarda i temi della famiglia, della nascita, della nascita naturale, temi tutti tra loro collegati; e il Centro di Orientamento Politico e la Fondazione Magna Carta hanno deciso di affrontare questo tema da un lato fondamentale, quello appunto del crollo demografico, delle sue cause, e dei suoi effetti. Al crollo demografico, dell'inverno demografico, come viene chiamato in maniera efficace e suggestiva, ha fatto più volte cenno anche il Papa che ha addirittura parlato di apostasia dell'Europa perché l'Europa, proprio per il crollo demografico ed il no alle radici cristiane sostanzialmente rinnega se stessa. E rinnega fra queste due cose, le radici cristiane e il crollo demografico; sono un taglio nei confronti del passato e nei confronti del futuro, rinnega se stessa, rinnegando il proprio passato e attraverso una rinuncia al futuro. Si è parlato in tutti questi ultimi anni, di fine della storia, fine del lavoro, fine delle nazioni, fine dell'uomo anche.
Ma direi che il fenomeno in cui sicuramente emerge di più il declino dell'Occidente è proprio la crisi della natalità, la fine dei figli. È difficile anche capire fino in fondo, perché per esempio un paese come l'Italia che fino a 50 anni fa pullulava di bambini - ognuno di noi ricorda nella proprio infanzia tanti figli, tanti coetanei, tanti bambini- adesso è difficilissimo trovarne anche un paio per condominio, sono diventati una merce rara. Le motivazioni messe in campo sono state tante, l'emancipazione femminile, l'individualismo di tipo narcisistico, la tendenza al controllo sulla propria esistenza, la pianificazione individuale delle propria esistenza e quindi anche della generazione, e poi tantissimi altri. Ma certamente si tratta di un cambiamento epocale, proprio nella percezione della continuità generazionale, della solidarietà fra generazione e voglio aggiungere anche una modificazione di quell'orgoglio materno e genitoriale, quello che noi abbiamo imparato a scuola attraverso la famosa frase di Cornelia, madre dei Gracchi, che ci veniva detto "Questi sono i miei gioielli". Ci spiegavano a scuola appunto, che i proletari erano quelli che non avevano altra ricchezza che la prole, mentre oggi ci si affanna a spiegare ai paesi sottosviluppati che la prole abbondante non è solo indice ma fattore di povertà, e che meno bocche da sfamare, vogliono dire più cibo a disposizione. La forbice continua ad allargarsi con il risultato paradossale che gli indici di natalità più bassa si trovano fra coloro che potrebbero largamente mantenere i proprio figli, mentre l'esplosione demografica tocca solo chi è sull'orlo della sopravvivenza.
L'Occidente sembra essersi autoconvinto che i bambini se li possono permettere solo i ricchi, tutti gli altri invece continuano a pensare che la procreazione sia una forma basilare di ricchezza. Io ricordo un articolo di più o meno un anno fa dell'attuale Ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa che scriveva sul Corriere che la recessione non ha solo cause strettamente economiche ma anche culturali, legate alla situazione generale di un paese, e identificava propria una di queste cause nell'invecchiamento della popolazione, dicendo appunto che ci sono in circolo meno idee nuove, meno gusto per il rischio e l'avventura, meno energie fresche, meno conoscenze d'avanguardia, tendenza a privilegiare la rendita e la sicurezza, quindi meno consumi, meno investimenti ecc. Io aggiungerei appunto che si tratta anche di avere uno sguardo rinunciatario sul futuro, cioè meno futuro, meno vita che continua, quindi più solitudine per gli anziani, meno famiglia, perché anche gli anziani poi vengono affidati alle badanti, persone a cui dobbiamo essere tutti grati, ma che certo non possono costituire da sole un sostegno affettivo. Quindi è una forma di modificazione profonda della famiglia anche perché, la famiglia diventerà un luogo caso mai di accudimento degli anziani e non più un luogo di proiezione del futuro, il luogo della generazione naturale, della maternità e della paternità. Quindi io mi auguro che dopo aver costruito per decenni un senso comune tutto basato sulle opzioni individuali e dopo aver screditato in tutti i modi i sentimenti di responsabilità e di accoglienza familiari, oggi ci sia un ripensamento, e torniamo all’idea che i figli siano prima di tutto una ricchezza. Una ricchezza sentimentale, prima di tutto, una ricchezza culturale ma persino una ricchezza economica e su questo i nostri relatori si diffonderanno.
Darei la parola al rettore prof. Dumont. Ci saranno due giri d'interventi, il primo sarà affidato alle relazioni e alle diapositive, e il secondo invece ad una domanda che faremo ai nostri relatori. Quindi darei la parola al prof. Dumont.
Grazie.

 

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Prof.Gérard-Francois Dumont
la crisi demografica in Europa (Testo francese)




 
Merci beaucoup Mme l’animatrice et  M. le Présidente.
      Eminence,  Mesdames et Messieurs, je suis très honoré d’avoir été invité à l’occasion de votre grande conférence et bien entendu je vais essayer donc de résumer le questionnement qui est à l’ordre du jour.
Vous avez souhaité M. le Président que nous parlions de la crise démographique en Europe.  Déjà cette formulation est un peu provocatrice parce que certains croient encore qu’il n’y a pas de crise démographique en Europe; donc il faut d’abord à mon sens montrer qu’effectivement l’Europe est dans un hiver démographique. Cette expression d’"hiver démographique", je l’ai employée pour la première fois il y a un peu plus de trente ans et à l’époque l’Italie n’était pas encore dans l’hiver démographique, mais en même temps je disais que si les choses continuaient ainsi l’Italie allait tomber elle aussi dans l’hiver démographique, c'est-à-dire dans une situation où les populations ne sont plus remplacées.
Alors pour traiter cette question, d’abord, si vous le permettez vous allez voir une représentation à droite de ce que j’essaye de faire modestement. Vous me voyez en train de scruter les évolutions démographiques. Pourquoi ? Parce que comme vous l’avez très bien dit Mme les questions démographiques permettent de prendre le pouls de l’évolution des sociétés et sont tout à fait essentielles pour comprendre les évolutions du monde. Or, dans notre Europe actuelle nous sommes effectivement dans une situation tout à fait particulière avec cet hiver démographique dont je ne vais présenter que les aspects liés à ce qu’on appelle le "vieillissement par le bas", c'est-à-dire en faite une fécondité extrêmement abaissée. Donc je voudrais vous présenter la question au niveau de l’Europe, et je ne répondrai au questionnement posé par le Président sur le modèle français qu’après, dans la deuxième partie.
Il y a quatre points que je voudrais mettre en évidence.
D’abord comprendre la dimension de cette crise démographique ; deuxièmement considérer néanmoins que cette crise démographique est extrêmement différente en intensité selon les territoires européens ; en comprendre les raisons, ce sera mon troisième point ; quatrième  donner quelques priorités sur les conséquences de cette crise démographique.
Or d’abord pour comprendre la dimension de la crise démographique il faut déjà rappeler un seul élément: si je considère l’Europe dans son ensemble, c’est le seul continent qui chaque année a plus de décès que de naissances. Les autres continents ne sont dans cette situation-là. Vous voyez (planche A ) que pour l’Europe le retournement c’est fait donc à la moitié des années ’90, avec un nombre de naissances désormais inférieur à celui des décès.  Ce phénomène concerne environ la moitié des pays de l’Europe après s’être diffusé progressivement au sein de notre continent..
Une autre façon de constater la crise démographique consiste à examiner la pyramide des âges (planche B) vous avez à gauche la pyramide des âges de la totalité des populations du monde. Puisque j’évoque la gauche, je suis désolé pour les auditeurs d’extrême gauche qui ont peut-être du mal à voir le document, je ne sais pas s’ils souhaitent migrer, puisque la question migratoire est aussi une question démographique, vers quelques chaises qui sont disponibles ici. Je les y invite volontiers si le Président me le permet. Donc nous avons à gauche (planche C) la pyramide des âges mondiale, dans cette pyramide des âges mondiale logiquement les générations plus jeunes sont plus nombreuses et ensuite les effectifs des générations diminuent au fur et à mesure de l’avancer en âge. Concernant l’Europe et bien vous voyez à droite combien la base est étroite. Cette pyramide n’a plus une forme pyramidale et c’est bien sur la conséquence de la dénatalité.
Une autre façon de la mesurer, cette crise démographique, consiste à examiner la diminution du pourcentage des moins de 20 ans, c’est la courbe de la planche D. Vous voyez que les moins de 20 ans dans les années '60 représentaient presque le tiers de la population, aujourd’hui nous ne sommes plus qu’à 22%, une baisse continue du pourcentage des jeunes dans l’ensemble de la population.
Et puis nous avons la mesure de la fécondité (planche E). Vous voyez combien dès années '60 la fécondité de l’UE ( que l’on considère l’UE des Quinze, des anciens membres de l’UE en bleu, ou l’UE à Vingt-cinq), toute cette fécondité depuis les années '70 est en dessous du seuil de remplacement des génération. Qu’est-ce que cela signifie ces courbes ? Cela signifie en moyenne que 100 femmes d’aujourd’hui dans l’UE, si les choses évoluent ainsi, ne seront remplacées à la génération suivante que par environ 70 femmes, donc une baisse de population potentielle de 30%. Donc vous voyez que cette crise démographique on peut parfois considérer qu’elle n’existe pas, qu’elle n’est pas intense. Mais les données sont absolument incontestables même si parfois il est difficile de les assimiler, parce que les questions démographiques s’exercent dans la longue durée et que l’on s’intéresse beaucoup trop souvent simplement aux questions de court terme sans voir que l’avenir de l’Europe s’écrit dans ces bureaux d’Etat Civil.
Cette crise elle est tout à fait particulière aussi lorsqu’on compare avec les Etats-Unis. L’une des raisons de la dynamique économique américaine beaucoup plus élevée que l’Europe depuis une vingtaine d'années, c’est justement que les Etats-Unis, ont eu leur fécondité qui a remonté et qui est aujourd’hui au seuil du remplacement des générations. Donc vous voyez cet écart, entre les deux courbes de la planche F, qui mesure la différence de dynamique démographique entre ces deux ensembles du monde.
Je passe un petit vite pardonnez-moi sur ces transparents, mais bien sur au cours du débat si vous le voulez on pourra revenir sur tel ou tel transparent qui mériterait des explications. Donc une situation tout à fait particulière à l’Europe, néanmoins une situation très diversifiée selon ses territoires. D'abord l’histoire de la baisse de fécondité en Europe, c’est une histoire en quatre périodes différentes. Ce graphique (planche G) symbolise un peu les quatre temps de la baisse de fécondité. Baisse de fécondité d’abord dans l’Europe du Nord dès les années '60, baisse de fécondité dans l’Europe Occidentale, dans les années '70, baisse de fécondité dans l’Europe Méridionale, dans les années 1980 et enfin baisse de fécondité dans les pays d'Europe de l’Est.  Donc l’histoire de ces différents pays est un peu différente, néanmoins elle s’écoule dans la même direction, celle de l’hiver démographique. Et vous voyez que dans une certaine mesure, ceux qui ont décidé des comportements de fécondité abaissée les derniers, sont ceux qui ont la fécondité aujourd’hui la plus basse de l’ensemble de l'UE. Différences de fécondité que l’on peut mesurer aussi en constatant les différents pays.
Vous voyez (planche H) que les écarts sont quand même considérables entre la fécondité des pays les moins touchés de l’Europe et ceux dont la fécondité baisse, des écarts entre 40-45%. Donc tout ceci va engendrer évidemment des différences importantes. Donc vous voyez ici l’Italie, je vous la montrerai tout à l’heure si c’est nécessaire. Donc des différences importantes et ces différences importantes il faut quand même les souligner parce qu’elles auront notamment des conséquences au sein des pouvoirs au niveau de l’UE.
D’abord quels sont les facteurs de cet hiver démographique ? Je ne résumerai que quelques aspects.
D’abord une révolution de la fécondité, c'est-à-dire que dans les années '50 la fécondité dans une certaine mesure était le résultat de décisions des couples qui étaient relativement aléatoires, parce que les techniques modernes de maîtrise de la fécondité n’avaient pas été diffusées. Or nous sommes dans une Europe qui aujourd’hui n’assure pas la justice, d’une part un couple qui ne souhaite pas d’enfant utilise des techniques de contraception qui sont remboursées par la Sécurité Sociale; un couple qui attend un enfant mais qui ne souhaite pas que cet enfant naisse a recours à l’avortement et dans beaucoup pays d’Europe l’avortement est payé par les budgets publiques. En revanche, si ce couple veut cet enfant, il veut accueillir cet enfant, les politiques familiales sont souvent insuffisantes. Donc la maîtrise de la fécondité supposait d’établir une justice envers les familles, de faire en sorte qu’il y ait des politiques familiales qui permettent le libre choix du nombre d’enfant pour les familles.
D’autres facteurs évidemment se sont exercés, la question de la scolarité allongée, la question de la conciliation entre la vie professionnelle et la vie familiale, et je voudrais tout particulièrement montrer par deux graphiques la question de la nuptialité et la question des politiques familiales.
La question de la nuptialité. Nous pouvons regarder le cas de l’Italie, la courbe(planche I) d’en haut nous montre la baisse des mariages; donc vous voyez que les mariages en Italie ont baissé de 150.000 de la fin des années 1960 à aujourd’hui. Une baisse tout à fait considérable. Or nous sommes en Italie dans un pays où la proportion des naissances hors mariages est extrêmement faible, donc la baisse des mariages a aussitôt une répercussion sur un abaissement de la fécondité, compte tenu de ce faible nombre de naissances hors mariages et parallèlement donc vous voyez cette hausse du nombre des divorces qui s’est effectuée au fil des années.
Un autre graphique (planche L) nous permet de comparer la fécondité avec les politiques familiales en Europe. Donc vous avez en haut à droite des pays européens qui ont la fécondité la plus élevée et en même temps les budgets de politique familiale les plus élevés. Donc il y a bien une corrélation entre les efforts des pouvoirs publics pour permettre aux familles un libre choix du nombre de leurs enfants et la fécondité réelle des populations. Et vous avez donc dans le rond en bas à gauche, les pays qui ont les politiques familiales les moins développées d’Europe et en même temps les fécondités les plus basses de cette UE d’aujourd’hui, notamment l’Italie et l’Espagne. Donc nous voyons bien que les causes de ces évolutions démographiques, les causes de l’hiver démographique peuvent être aisément explicitées et mises en évidence à travers un certain nombre de constats. Mais derrière ces causes il convient d’analyser les conséquences que je vais seulement résumer dans cet exposé introductif.
Conséquences économiques, conséquences sociales et conséquences politiques.
D’abord les conséquences économiques, dans la mesure où le vieillissement de la population modifie la structure de la demande économique. La demande pour des biens d’équipement est moindre en Europe compte tenu qu’il y a moins de nouveaux foyers, compte tenu qu’il y a moins d’enfants, et donc l’absence de natalité crée un élément qui diminue la stimulation de l’économie. Et c’est l’une bien sûr des raisons des difficultés économiques en Europe et des difficultés économiques notamment en Italie. Parallèlement sur certain territoire, la population active diminue. Donc à partir du moment où la population active est moins nombreuse, il y a évidemment moins de ressources humaines pour contribuer à la création de richesse et donc nous avons un certain nombre de pays d’Europe qui sont confrontés à une insuffisance de population active et donc à une insuffisance de création de richesse.
Conséquences sociales, à travers les problèmes de financement des retraites, à travers les problèmes de financement de l'Assurance maladie et des déficits parfois chroniques qui empêchent justement le dynamisme économique. Nous avons aussi en quelque sorte l’instauration d’une sorte de guerre entre les générations, les générations jeunes étant défavorisées par des politiques qui sont beaucoup plus favorables aux populations âgées, parce que ces populations âgées représentent un poids plus important dans le corps électoral.
Ce qui nous conduit inévitablement à mettre en évidence les conséquences politiques, le corps électoral lui-même est de plus en plus vieilli et a une demande politique qui correspond évidemment à la prise de ses intérêts. Je vous donnerai un seul exemple, une anecdote qui permet d’illustrer ce point là. Etant recteur d’une académie, j’avais besoin de construire un lycée dans une commune, et bien les retraités de cette commune ont fait des manifestations dans la rue avec des banderoles pour demander que l’on ne construise pas ce lycée parce que les jeunes allaient faire du bruits et ils n’allaient pas pouvoir vivre leur retraite tranquillement. Voilà une anecdote qui illustre bien la question politique de l’hiver démographique. Donc vous voyez que toutes ces conséquences sont importantes et qu’il convient bien entendu d’y réfléchir, ce qui me conduit en conclusion à souligner quelques points saillants.
D’abord il est clair que dans le monde aujourd’hui le poids relatif de l’Europe est en nette diminution et l’on constate en même temps que son poids géopolitique est en train de diminuer justement parce que cette Europe est en train de vieillir et a même une population qui diminue dans un certain nombre de ces pays. Deuxième élément, l’augmentation du nombre de personnes âgées est certain, dans la mesure où c’est le résultat de notre héritage démographique. Néanmoins l’hiver démographique pourrait très bien laisser la place à un printemps démographique si la fécondité à venir remontait, si l’on mettait en place des politiques qui permettent de lutter contre le vieillissement. Sinon nous voyons effectivement des risques d’extension de la dépopulation, que nous avons constatée tout au fil des derniers décennies, pourrait se prolonger et la baisse projetée de la population active pourrait être encore beaucoup plus intense. C’est la raison pour laquelle il me semble qu’il y a deux pistes fondamentales pour l’avenir de l'UE sur ces questions.
La première, c’est la mise en œuvre d’un pacte familiale qui serait pour l’UE l’équivalent du pacte de stabilité en matière économique, c'est à dire l'obligation pour tous les pays européens d’investir dans des politiques familiales qui permettent le libre choix, et qui permettent en même temps le retour à un équilibre démographique.
Et enfin, le principe de subsidiarité dans les actions de politique familiale, parce que autant il faut des politiques familiales, autant ces politiques familiales doivent s’adapter aux réalités différentiées des évolutions démographiques selon les pays et selon les territoires et ces deux voix me paraissent essentielles pour aller vers le printemps démographique dans l’Europe du XXIe siècle.
Au besoin. Merci.

 

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Prof. Gérard-François Dumont
la crisi demografica in Europa (Testo italiano)


 

Ringrazio il moderatore, ed il Presidente.
Eminenza. Signore e Signori, sono molto onorato di essere stato invitato in occasione del vostro convegno  e ben inteso cercherò di riassumere la questione che è all'ordine del giorno.
Sig. Presidente, Lei ha voluto che parlassimo della crisi demografica in Europa. Già questa formulazione è un po’ provocatoria, perché alcuni credono che non ci sia crisi demografica in Europa; quindi a mio avviso bisogna prima di tutto mostrare che effettivamente l'Europa attraversa un inverno demografico. Questa espressione di "inverno demografico", l'ho utilizzata per la prima volta un po’ più di 30 anni fa e all'epoca l'Italia non era ancora nell'inverno demografico, ma allo stesso tempo dicevo che se le cose fossero continuate così, l'Italia sarebbe caduta anch'essa in un inverno demografico, ossia in una situazione dove le popolazioni non sono più rimpiazzate.
Per trattare questo problema, innanzitutto, se me lo permettete vedrete a destra (*)  una rappresentazione di quello che modestamente cerco di spiegare. Mi vedete scrutare le evoluzioni demografiche. Perché? Perché, come ha detto bene la dottoressa, le questioni demografiche permettono di sentire il polso dell'evoluzione delle società e sono essenziali per capire le evoluzioni del mondo. Ebbene, nell'Europa attuale siamo effettivamente in una situazione del tutto particolare con questo inverno demografico di cui presenterò solo gli aspetti legati a quello che chiamiamo l' "invecchiamento dal basso", ossia una fecondità molto diminuita. Vorrei quindi presentarvi la questione a livello europeo, e risponderò alla domanda posta dal Presidente sul modello francese solamente dopo, nella seconda parte.
Ci sono  quattro punti che vorrei mettere in evidenza.

(*) sul lato destro dell’oratore è disposto il grande schermo su cui vengono proiettati i grafici
Prima di tutto capire la dimensione di questa crisi demografica; secondo considerare però  che questa crisi demografica è estremamente differente per intensità nei vari paesi europei; capirne le ragioni, sarà il mio terzo punto; quarto dare alcune priorità sulle conseguenze di questa crisi demografica.
Per capire quindi la dimensione della crisi demografica, bisogna innanzitutto prendere in considerazione un solo elemento: se prendo l'Europa nel suo insieme questo  è l'unico continente che ogni anno conta più decessi che nascite. Gli altri continenti non sono a questo stadio. Vedete (tavola A) che l'inversione è avvenuta alla fine degli anni ’90, con un numero di nascite oramai inferiore a quello dei decessi. Questo fenomeno riguarda circa la metà dei paesi dell'Europa dopo essersi diffuso progressivamente all'interno del nostro continente.
Un altro modo di constatare la crisi demografica consiste nell'esaminare la piramide delle età (tav. B), a sinistra avete la piramide dell’insieme delle popolazioni del mondo. Dato che evoco la sinistra, mi spiace per gli spettatori di estrema sinistra che hanno forse alcune difficoltà a vedere il documento, non so se possono migrare, visto che la questione migratoria è anche una questione demografica, verso alcune di queste sedie qui disponibili. Li invito volentieri, se il Presidente me lo permette. Abbiamo dunque a sinistra la piramide mondiale delle età, in questa piramide mondiale delle età logicamente le generazioni più giovani sono più numerose e in seguito gli effettivi delle generazioni diminuiscono man mano con l'avanzare dell'età. Per quanto riguarda l'Europa, vedete a destra (tav. C)  come la base sia stretta. Questa piramide non ha più una vera  forma piramidale e ciò è ovviamente la conseguenza della denatalità.
Un altro modo ancora di misurare questa crisi demografica, consiste nell'esaminare la diminuzione della percentuale dei minori di 20 anni, ovvero la curva della tavola D. Vedete i minori di 20 anni negli anni '60 rappresentavano quasi il terzo della popolazione, oggi siamo solamente al 22%, un calo continuo della percentuale dei giovani nell'insieme della popolazione.
Abbiamo poi la valutazione della fecondità (tav. E). Vedete come dagli anni '60 in poi la fecondità dell'UE, (che si consideri l'UE dei Quindici, dei vecchi membri dell'UE in blu, o l'UE a Venticinque) cale e che dagli anni '70 scenda  al di sotto della soglia di rimpiazzo delle generazioni. Cosa significano queste curve? Significa che di media oggi, 100 donne nell'UE, se le cose evolveranno in questo modo, saranno rimpiazzate nella generazione successiva da circa 70 donne, quindi un calo della popolazione potenziale del 30%. Vedete quindi come a volte possiamo ritenere che questa crisi demografica non esista, che non è intensa. Ma i dati sono assolutamente incontestabili, anche se a volte è difficile assimilarli, perché le questioni demografiche si esercitano nella lunga durata e che troppo spesso ci si interessa semplicemente alla questione a breve termine senza vedere che il futuro dell'Europa si scrive negli uffici di Stato Civile.
Questa crisi è del tutto particolare anche quando la si confronta con gli Stati Uniti. Una delle ragioni della dinamica economica americana,  molto più alta di quella europea da una ventina di anni, è per l'appunto, il fatto che gli Stati Uniti, hanno visto risalire la loro fecondità e oggi sono alla soglia di rimpiazzo delle generazioni. Guardate questo scarto, tra le due  curve della tavola F, che misura la differenza di dinamica demografica tra questi due insieme del mondo.
Mi dilungo poco sulle diapositive, scusatemi, ma nel corso del dibattito se lo vorrete potremo tornarci sopra, su questa o quella  che meriterebbe spiegazioni. Una situazione quindi del tutto specifica dell'Europa, ma anche una situazione molto diversa a seconda dei territori. Innanzitutto la storia della diminuzione della fecondità in Europa, è una storia in quattro epoche distinte. Questo grafico (tav. G)  raffigura un po’ i quattro tempi della riduzione della fecondità. Prima la diminuzione della fecondità nel Nord Europa dagli anni '60, quindi la diminuzione della fecondità nell'Europa Occidentale negli anni '70, la diminuzione della fecondità nell'Europa Meridionale negli anni ’80 e infine la diminuzione della fecondità nei paesi dell'Europa dell'Est.
 La storia di questi stati è un po’ differente dunque, tuttavia corre verso la stessa direzione, quella dell'inverno demografico. E noterete che fino a un certo punto quelli che per ultimi  hanno preso provvedimenti per la  fecondità al ribasso, sono quelli che hanno oggi la fecondità più bassa nell'insieme dell'UE. Differenze di fecondità che possiamo misurare anche esaminando i vari paesi. Osservate (tav. H)come gli scarti sono tuttavia notevoli tra la fecondità dei paesi meno colpiti  dell'Europa e quelli la cui fecondità è la più bassa, scarti tra 40-45%. Tutto questo comporterà ovviamente delle differenze importanti. Vedete qui l'Italia, ve la mostrerò più tardi se necessario. Differenze importanti quindi; differenze importanti che bisogna sicuramente sottolineare perché avranno delle conseguenze in particolare in seno ai poteri a livello europeo.
Innanzitutto quali sono i fattori di questo inverno demografico?  Ne riassumerò solamente alcuni aspetti.
Prima, una rivoluzione della fecondità. Vale a dire che negli anni '50 la fecondità era fino a un certo punto il risultato di decisioni di coppie, decisioni relativamente aleatorie perché le tecniche moderne di controllo della fecondità non erano state diffuse. Ora oggi siamo in una Europa che non assicura la giustizia, da una parte una coppia che non desidera figli, utilizza delle tecniche di contraccezione che sono rimborsate dalla sicurezza sociale; una coppia che aspetta un figlio ma che non desidera che venga al mondo, fa ricorso all'aborto, e in molti paesi d'Europa l'aborto è pagato dai fondi pubblici. In compenso, se questa coppia vuole questo figlio, vuole accoglierlo, le politiche familiari sono spesso insufficienti. Il controllo della fecondità ipotizzava quindi di stabilire una giustizia nei confronti delle famiglie, di fare in modo che ci fossero delle politiche familiari che permettono la libera scelta del numero di figli per le famiglie.
Altri fattori hanno ovviamente influito, come la scolarità prolungata, il dover conciliare la vita professionale con quella familiare. Desidero ora mostrarvi in modo particolare attraverso due grafici la questione della nuzialità e la questione delle politiche familiari.
La questione della nuzialità. Prendiamo in considerazione il caso dell'Italia (tav. I), la curva in alto ci mostra il calo dei matrimoni; i matrimoni in Italia sono diminuiti di 150.000 dalla fine degli anni 1960 a oggi. Una diminuzione molto rilevante. In Italia la proporzione delle nascite fuori del matrimonio è molto bassa, quindi il calo dei matrimoni ha avuto ripercussioni immediate sulla diminuzione della fecondità, dato il ristretto numero di nascite fuori del matrimonio e parallelamente potete altresì  vedere l’ aumento del numero di divorzi che è andato sviluppandosi nel corso degli anni.
Un altro grafico (tav. L) ci permette di confrontare la fecondità con le politiche familiari in Europa. In alto a destra avete dei paesi europei che hanno la fecondità più alta e allo stesso tempo i fondi per le politiche familiari più elevati. C'è quindi una vera correlazione tra gli sforzi dei poteri pubblici per permettere alle famiglie una libera scelta del numero dei figli e la fecondità reale delle popolazioni. Nel cerchio in basso a sinistra vedete i paesi che hanno le politiche familiari meno sviluppate d'Europa e allo stesso tempo le fecondità più basse dell'UE di oggi, tra cui l'Italia e la Spagna.
Vediamo quindi come le cause di queste evoluzioni demografiche, le cause dell'inverno demografico, possano essere esemplificate facilmente e messe in evidenza attraverso un certo numero di osservazioni. Ma dietro queste cause, conviene analizzare le conseguenze, che riassumo  in un'esposizione introduttiva.
Conseguenze economiche, conseguenze sociali e conseguenze politiche.
Prima di tutto le conseguenze economiche, nella misura in cui l'invecchiamento della popolazione modifica la struttura della domanda economica. La domanda per i beni strumentali è minore in Europa dato che ci sono meno case nuove, meno figli, e quindi l'assenza di natalità crea un elemento che diminuisce l'incentivazione dell'economia. E questa è  una delle ragioni delle difficoltà economiche in Europa e in particolare delle difficoltà economiche italiane. Parallelamente in alcuni territori, la popolazione attiva diminuisce. Quindi a partire dal momento in cui la popolazione attiva  diventa  meno numerosa, ci sono indubbiamente meno risorse umane per contribuire alla creazione della ricchezza; abbiamo quindi un certo numero di paesi europei confrontati ad un'insufficienza della popolazione attiva e successivamente ad un'insufficienza della creazione della ricchezza.
Conseguenze sociali, dati i problemi del finanziamento delle pensioni, attraverso i problemi del finanziamento del Servizio Sanitario Pubblico e dei deficit a volte cronici che impediscono a giusto titolo il dinamismo economico. Riscontriamo in certo qual modo quindi l'instaurarsi di una sorta di guerra fra generazioni, le generazioni giovani essendo sfavorite da politiche troppo favorevoli alle popolazioni anziane, per il fatto  che queste ultime hanno un peso maggiore nel corpo elettorale.
Ciò porta inevitabilmente a porre in evidenza le conseguenze politiche; il corpo elettorale stesso è sempre più vecchio e ha una richiesta politica che corrisponde chiaramente alla presa dei propri interessi. Vi darò un esempio, un aneddoto che permette d'illustrare questo punto. Essendo io rettore di un'accademia, ho avuto necessità di costruire un liceo in un comune; ebbene i pensionati di quel comune hanno manifestato in strada con le banderuole per chiedere che non si costruisse il liceo altrimenti i giovani avrebbero fatto rumore e non avrebbero potuto godersi in pace la pensione. Ecco un aneddoto che illustra molto bene la questione della politica dell'inverno demografico. Vedete quindi che tutte queste conseguenze sono importanti e che conviene ben inteso riflettervi, il che mi conduce in conclusione a sottolineare qualche punto saliente.
Innanzitutto è chiaro che il peso relativo dell'Europa oggi nel mondo è in netto calo e contemporaneamente constatiamo che il suo peso geopolitico sta diminuendo proprio perché questa Europa sta invecchiando,  e ha persino una popolazione che diminuisce in un certo numero di Paesi. Secondo fattore, l'aumento del numero delle persone anziane è sicuro, in quanto risultato della nostra eredità demografica. Tuttavia l'inverno demografico potrebbe lasciare il posto alla primavera demografica se la fecondità futura risalisse, se si mettessero in atto delle politiche che permettano di lottare contro l'invecchiamento. In caso contrario, intravediamo sicuramente il rischio  di estensione dello spopolamento, già  constatato  nel corso degli ultimi decenni, e che potrebbe prolungarsi e la diminuzione  della popolazione attiva potrebbe essere ancora più intensa. Questa è  la ragione per cui mi sembra ci siano due linee fondamentali per il futuro dell'UE in merito a queste questioni.
La prima, è l'istituzione di un patto familiare che sarebbe per l'UE l'equivalente del patto di stabilità in materia economica, ovvero l'obbligo per tutti gli stati europei di investire nelle politiche familiari che permettano la libera scelta e che permettano allo stesso tempo il ritorno ad un equilibrio demografico
Ed infine, il principio di sussidiarietà nelle azioni di politica familiare, perché servono si politiche familiari, però anche politiche familiari che si adattino alle diverse realtà delle evoluzioni demografiche a seconda dei paesi, del territorio. Questi due punti mi sembrano fondamentali per dirigersi verso la primavera demografica nell'Europa del XXI secolo.
Grazie.


 

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D.ssa Eugenia Roccella



Ringraziamo il prof. Dumont dopo questo quadro tristissimo di un'Europa in mano ai pensionati che non vogliono costruire licei per dormire sonni tranquilli, diamo la parola al prof. Marè che parlerà proprio delle pensioni, delle ricadute del crollo demografico sul sistema pensionistico. Prego.

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Prof. Mauro Maré
la crisi demografica in Europa


 

Grazie. Innanzitutto un ringraziamento molto sentito agli organizzatori del convegno, alla Fondazione Rebecchini e alla Fondazione Magna Carta per avermi invitato oggi qui. Mi è stato chiesto di focalizzare quest'aspetto della difficoltà demografica su un punto più concreto che è quello del sistema pensionistico. Ovviamente farò riferimento anche ad altri aspetti soprattutto partendo dalla demografia. Non voglio abusare della vostra pazienza, questi sono gli argomenti, ho un numero di slides superiori a quello consentito di presentare in venti minuti quindi ogni tanto farò dei salti ma ovviamente spero che l’esposizione non ne risenta.
Il punto di partenza direi che è questo. Che se guardiamo le evidenze empiriche, le evidenze sono tutte poco positive, per essere in accordo con il modo di parlare dei francesi, non negative,             ma poco positive. I dati inducono al pessimismo. In altre parole la demografia, i tassi di crescita, i tassi di partecipazione nel mercato del lavoro, la spesa per le pensioni, mostrano tutti dei segnali abbastanza preoccupanti.
Devo dire che ogni volta che dico che la demografia, o gli andamenti demografici, presentano dei problemi, alcune persone mi dicono, ma perché?
Gli individui vivono molto di più, si vive molto più a lungo, e in miglior salute, questo è fattore positivo. Indubbiamente è un fattore molto positivo che denota gli aspetti positivi dello stile di vita europeo sulla speranza di vita, cioè lo stile di vita, l'alimentazione,  lo sviluppo delle tecniche sanitarie. Il problema è che quando la natalità diminuisce moltissimo e gli individui vivono molto di più, questo comporta problemi molto seri per la finanza pubblica, per il bilancio pubblico, e costringe chi ha le responsabilità di finanza pubblica a fare  delle scelte molto delicate. Gli economisti usano il termine “trade-off”, in sostanza si deve aumentare la spesa pensionistica o aumentare la spesa per le università, sono scelte molto delicate e quindi pongono dei dilemmi molto difficili.
L’aspetto positivo per l’Italia è che l’Italia ha fatto nel corso degli ultimi quindici anni tre quattro riforme pensionistiche molto importanti e tutte quanto hanno abbastanza contribuito a stabilizzare la spesa pensionistica. Ovviamente a patto che le riforme pensionistiche vengano mantenute e realizzate, perché altrimenti se si decide di non rispettare gli impegni presi è evidente che la spesa pensionistica non rimarrà nel futuro stabile e quindi dovremo essere preparati ad una crescita della spesa. Quanto ai  dati che io utilizzo: negli ultimi quattro anni come rappresentante del Ministero dell'Economia e delle Finanze ho partecipato ad un gruppo di lavoro che si chiama “Working Group Ageing” della Commissione Europea, del Comitato di Politica Economica, e quindi utilizzerò questi dati, sostanzialmente simili a quelli mostrati dal prof. Dumont che dimostrano appunto in alcune tabelle la serietà del fenomeno dell’invecchiamento e soprattutto i problemi di natalità.
Partire dunque dall’ageing, cioè dall’invecchiamento, perché altrimenti se non si parte dall’invecchiamento è difficile capire tutte le conseguenze sull’aspetto sociale. Io oggi discuterò solamente i problemi della spesa pensionistica, ma è evidente che se in futuro avremo una forte crescita del numero delle persone che hanno più di 60 anni e una notevole riduzione delle persone che hanno fra 0 e 15 anni, capite che questo avrà effetti molto forti sulla spesa per l’istruzione, sull’edilizia, sui trasporti, per non parlare degli effetti che può avere su una serie di scelte commerciali di alcune imprese. Chi ha esperienza, chi frequenta i supermercati in Francia o nel Regno Unito o negli Stati Uniti vede che sono caratterizzati da dosi monouso, molto forti, cosa che in Italia ancora non accade. Io noto sempre che -  metà della mia famiglia è francese, mia moglie è francese -  nei ristoranti francesi la maggior parte dei tavolini è per una persona o per due persone, mentre in Italia è difficilissimo trovare, soprattutto nel Centro-Sud, un tavolino per una sola persona. Quando mi succede d'estate di dover andare solo, poche volte, anche perché non mi piace stare solo, mi sento osservato perché non è una cosa normale, mentre noto che nel Nord Europa è una cosa molto normale, proprio perché ci sono dei fenomeni, delle modifiche anche nei beni di consumo, il prof.  Dumont lo mette bene nella sua relazione, nei profili di consumo e di risparmio molto importanti. Ma passiamo ai dati.
Il primo grafico (tav. 1)  non vi spaventate, mi scuso per l’inglese, ma non ho avuto tempo per tradurlo, è per far capire perché la popolazione ha effetti importanti su una serie di variabili economiche. La popolazione determina innanzitutto la consistenza della forza lavoro e cioè i tassi di partecipazione nel mercato del lavoro e quindi l’occupazione e la disoccupazione. La struttura della popolazione determina la produttività del lavoro e la parte sotto, "real intertrade", per effetto del consumo e del risparmio determina i tassi d’interesse, in sostanza il costo del capitale. Da questa struttura deriva il GDP, cioè il PIL di una nazione e quindi tutta una serie di variabili come la spesa per pensioni, la spesa per sanità, “long-term care”, la spese per le cure di lungo termine, l’istruzione, fino ai benefici di disoccupazione, che dà tutta la spesa riferita all’età.
Quindi la struttura della popolazione, dell’aspetto demografico ha un effetto importantissimo sulla finanza pubblica, sulle diverse composizioni della spesa pubblica.
La tavola 2  è un altro grafico importante perché ci dice che, “a window of opportunity”, noi abbiamo di fronte nei prossimi quindici anni una finestra di opportunità, così la definiscono a livello dell’UE, perché se guardate le due linee prima di tutto quella continua, non quella tratteggiata,  ci dice che la popolazione in età di lavoro, cioè la popolazione che ha tra 15 e 60 anni o 65 anni, a secondo delle definizioni, a partire dal 2009 diminuirà. Quindi vuol dire che la popolazione in età da lavoro diminuirà a partire dal 2009. La curva sotto, quella tratteggiata, è l’occupazione totale, "total employment". I dati comuni , standardizzati dell’UE mettono in evidenza che a partire dal 2016-2017 l’occupazione totale si ridurrà, cioè il numero proprio di occupati.
Allora, se si riduce la popolazione in età di lavoro e si riduce il numero di occupati, voi capite che la base imponibile di un sistema pensionistico o la base imponibile di un sistema sanitario, in sostanza la base imponibile per il finanziamento contributivo o con imposte si ridurrà fortemente. Si prevede che i numeri di riduzione per l’area europea saranno molto forti, meno trenta milioni, meno quaranta milioni di occupazione totale.
Quindi come diceva il rettore Dumont, l’Europa ha di fronte a sé “un hiver démographique”, un inverno demografico, quindi una sfida molto importante perché non avrà solo effetti sulla spesa pensionistica, ma avrà effetti sul tasso di crescita del reddito e quindi se ha effetti sul tasso di crescita del reddito lo avrà anche sulle possibilità economiche future.
Andiamo ora alla tavola 3. Ecco, questa è la stessa piramide per età già mostrata dal prof. Dumont.  Ovviamente la piramide per età dovrebbe avere la forma di una piramide, cioè con una base molto larga e un vertice molto stretto.
Questa è la piramide per età per l’Europa a Venticinque. Come vedete già nel 2004 la piramide era un rombo, quindi già si era appesantita sui fianchi, possiamo chiamarla così; mentre nel 2050 vedete che la piramide si rovescia completamente, cioè abbiamo il maggior numero di individui oltre i 60 anni,  numero che diventa preponderante rispetto a quello  delle fasce delle età fra 0 e 15 anni. Quindi se la piramide di età si rovescia capite che tutta la struttura sociale, la spesa pensionistica, così coma la politica per l’edilizia ne viene fortemente modificata. Quindi la popolazione sarà molto minore, i tassi di fecondità che adesso vediamo fra un attimo saranno molto inferiori al tasso di rimpiazzo. Il che vuol dire che il numero di figli che nasceranno sarà inferiore al numero dei decessi e quindi non sufficiente a rimpiazzare la consistenza della popolazione. Quindi, ad esempio, la popolazione italiana da cinquantasei, cinquantasette milioni probabilmente scenderà sotto i quarantanove, quarantotto milioni di individui. Una riduzione molto consistente.
Qualcuno  potrebbe dire, ma queste sono previsioni, gli economisti, e non solo gli economisti sbagliano, è vero. Gli economisti quando fanno le previsioni sui tassi d’inflazione, sui tassi di cambio fanno operazioni molto difficili; ma non è così per le previsioni demografiche. Perché le previsioni demografiche, la decisione di modificare la natalità si modifica molto lentamente come ci insegna il prof. Dumont e di solito richiede il tempo di  una generazione, cioè un arco di circa 30 anni. Quindi se c’è una previsione che è abbastanza credibile e sostenibile è proprio la previsione demografica perché dura per venti, trenta anni, per una generazione.
Probabilmente  in Italia ci sono dei leggeri segni di ripresa, l’Istat ad esempio negli ultimi dati non parla più di 1,35 figlio per donna, ma parla già di 1,5. Ora sarà probabilmente un picco degli ultimi due o tre anni, probabilmente riscenderà, probabilmente ci saranno dei miglioramenti, ma le previsioni demografiche, adesso le vediamo, sono molto pessimistiche.
La tav. 4 mostra le  previsioni per i venticinque paesi dell’UE. Io ho circolettato i dati  dell’Italia. L’Italia, nel 2004 presentava il livello più basso di fecondità. Fecondità vuol dire numero di figli per donna. 1,31 vuol dire 1,3 figlio per famiglia, per donna. Era il più basso con l’eccezione della Grecia e della Spagna. Nel 2050 l’Italia sarà insieme alla Spagna il paese che presenta la fecondità più bassa 1,4, una fecondità molto bassa.
 Nella tavola 5 ci sono  invece i dati sull’aspettativa di vita, dati positivi. Gli Italiani si caratterizzano infatti per vivere più a lungo di tutti gli altri e questo è indubbiamente un record molto importante. Finalmente dati che ci vedono primi. Gli italiani, secondo i dati del 2004, per  i maschi il dato è  77,3%, nel 2050 la previsione sulla speranza media di vita sale a  82,8 anni, quindi 83 anni, mentre per le donne che sono già a 83 anni la speranza di vita è prevista aumentare all’87,8, quindi 88 anni. Con qualche eccezione, ad esempio la Francia, o la Spagna, siamo il paese che presenta la presenza di vita più elevata. Quindi questo è un fattore positivo in generale. Per quanto riguarda però  per la spesa pensionistica, la spesa sanitaria e la spesa sociale accoppiato alla bassa natalità è invece un dato molto preoccupante perché si tratta di trovare le basi del finanziamento. Ecco, dicevo prima  che l’invecchiamento è un fenomeno molto negativo, ma siccome viviamo molto di più non è un fenomeno negativo, ma è un fenomeno positivo, ed è verissimo. Il problema è che con l’invecchiamento si tratta di individuare le risorse per finanziare queste prestazioni.
Potrei mostravi  dati sulle composizioni tra 0 e 14, tra 15 e 64 e oltre 65, dati importanti perché si dimostra, non lo farò perché sarebbe troppo lungo, che uno dei fattori fondamentali che guiderà, cioè determinerà la crescita della spesa pensionistica sarà quello che si chiama in linguaggio tecnico “Old age dependency record”, cioè il tasso di dipendenza degli anziani - la popolazione che ha un’età sopra i 65 anni rapportata alla popolazione con età 15-64. L’Italia già presentava nel 2003-04 il valore più elevato il 28%. Il 28% vuol dire sostanzialmente 4 attivi- 4 lavoratori. Secondo le previsioni comuni, perché le previsioni per l’Italia sono fatte dalla Ragioneria Generale dello Stato quindi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’Italia avrà nel 2050 il valore di 62. 62 vuol dire meno di 2 attivi per 1 pensionato, quindi capite che la trasformazione è molto grave .
  Voglio ora  passare ad iniziare a ragionare sulle implicazioni di questa crescita degli individui con più di 65 anni. Avranno degli effetti molto importanti, l'ho già detto, sulla spesa riferita all’età ma soprattutto sul picco di bilancio di un sistema di partizione. Cerco di spiegarmi. Se noi passiamo da una situazione con 4 attivi e 1 pensionato, ad una situazione di 2 attivi e 1 pensionato, l’esempio che io faccio sempre non solo ai miei studenti  è questo: se 4 attivi pagano ciascuno 25€, il pensionato avrà una pensione di 100€. Se la situazione cambierà, si trasformerà e sarà 2 attivi ed 1 pensionato,  uno può avere tutte le idee del mondo, per lasciare 100€ di pensione o gli attivi pagano il doppio, ossia 50€, oppure gli attivi pagano 25€ e il pensionato avrà 50€. Quindi, indipendentemente dal sistema, a ripartizione, a canalizzazione, con la tecnica finanziaria che uno sceglie, l'aspetto marco-economico di fondo è questo, e cioè: se si riduce il numero degli attivi, si devono individuare le risorse per pagare le pensioni. Ovviamente le possiamo individuare nei contributi, nelle imposte, guardate che con le imposte però non cambia molto, perché le imposte poi le pagano sostanzialmente gli attivi. E quindi se il numero degli attivi si riduce saremo chiamati a scelte molto serie, molto drammatiche, perché chiaramente possiamo trovare soluzioni intermedie, facciamo pagare 40€ agli attivi e diamo un po’ meno di pensione, meno di 100€, 90-80€. Però indubbiamente sono scelte molto difficili che presentano aspetti politicamente molto delicati.
Si parla anche del contributo dell’immigrazione. Indubbiamente il contributo dell’immigrazione può essere positivo. La Commissione europea prevede per l’Italia -  dopo la Germania, con 200.000 immigrati l’anno -  un flusso di 150.000 unità l’anno. E vi assicuro che 150.000 unità non è poco. Naturalmente danno un contributo positivo se sono lavoratori regolari, se pagano i contributi, se pagano le imposte, altrimenti se vanno nel mercato nero e non hanno un lavoro regolare questo ovviamente non porta nessun contributo. Ovviamente però l’immigrazione presenta con questi flussi, con queste consistenze, indubbiamente dei problemi molto delicati. Spesso gli immigrati stanno poco tempo, riportano nel loro paese le rimesse, cioè le risorse accumulate e poi innegabilmente ci sono dei problemi di integrazione di non facile soluzione che paesi, come gli Stati Uniti, hanno sperimentato.
Andiamo rapidamente sui dati sulle pensioni. L’Italia presenta quindi il record di speranza di vita, però presenta anche il record, cioè il livello più elevato di spesa pensionistica rispetto al PIL. Gli ultimi dati della Ragioneria, c’è stata una revisione del PIL all’inizio 2006 quindi permette leggermente di abbassare, l’Italia presentava un totale della spesa pensionistica rispetto al PIL pari al 14,2%. Gli ultimi dati pubblicati da un mese dalla Ragioneria Generale dello Stato mostrano che questo rapporto si è ridotto a 14,1 per effetto della rivalutazione del PIL. Però è un livello molto elevato e nonostante le riforme, questa spesa avrà un picco intorno al 2039-'40 proprio per effetto del baby boom, la generazione nata fra gli anni ’40 e gli anni ’60, invecchierà, andrà in pensione a partire dal 2015-2020. Quindi il grosso, l’onda arriverà intorno al 2040 e lì ci sarà il picco della spesa pensionistica. Quindi questo pone dei problemi molto seri, tanto per farvi capire, ecco questo è il solito grafico (tav. 6) noi in Italia lo chiamiamo, con termine forse improprio, anzi sicuramente improprio, "gobba pensionistica", parte a sinistra della slide, vedete in nero, in grassetto la curva con la riforma Maroni, cioè l’innalzamento dell’età e anche la revisione dei coefficienti, mentre la curva più piccola, diciamo meno spessa, fa vedere cosa succede se non fosse attuata la revisione dei coefficienti in discussione. Guardate, un salto di circa 2 punti percentuali quindi questo  pone  problemi molto seri.
Mi avvio alle conclusioni. In sintesi quindi, l’Italia presenta il più basso tasso di fecondità, le più elevate aspettative di vita, la più elevata riduzione della popolazione in età di lavoro, il tasso di dipendenza, il numero di persone con più di 65 anni rispetto al numero di persone che lavorano, che si più che duplica, l’aritmetica dei vincoli di bilancio pure è sfavorevole, la spesa aumenta di poco. In Italia la spesa aumenterà solo del 1,5%-1,6% del PIL, ma aumenta di poco perché le abbiamo già fatte queste riforme, ovviamente il problema è tenere fermo, continuare e non ovviamente modificare queste riforme; il problema è che comunque la demografia da noi pone delle sfide molto importanti per la finanza pubblica.
 Direi che ci sono sostanzialmente alcuni aspetti importanti.
Il primo, la discussione sull’età pensionabile la trovo molto difficile. Chiaramente dal punto di vista politico è molto difficile spiegare agli individui che devono andare in pensione più tardi, però i dati sono tali che ci convincono che non sia più rinviabile un aumento dell’età pensionabile. Gli Stati Uniti parlano addirittura di 67 anni, 68, la Germania 65. Quindi credo che questo sia un punto di cui ormai tutti quanti dobbiamo renderci conto, anche perché la maggior parte degli individui intorno a 60 anni stanno bene, in perfette condizioni, quindi è anche uno spreco sociale quello del pensionamento. Quindi la riforma Dini va pienamente realizzata. Ecco un aspetto importante -  lo dico anche perché ho un ruolo nei fondi pensioni insieme al mio amico Corbello, che vedo qui -   sviluppare il sistema dei fondi pensione è molto importante. L'Italia ha dei fondi pensione in percentuale al PIL molto limitati e ci sarà indubbiamente anche un problema di adeguamento delle prestazioni in essere, ma non tocco questo punto perché sarebbe troppo complicato.
Volevo  chiudere, se mi resta ancore qualche minuto, su alcuni aspetti.
Il problema dell’invecchiamento determinerà un problema politico molto importante. Il prof. Dumont lo metteva molto bene in mostra nella sua relazione, anche se lo ha solamente accennato nella presentazione con le diapositive e cioè l'elettore mediano.
Gli economisti individuano l'elettore mediano in colui che divide il corpo elettorale nel 50%, è colui che fa vincere una piattaforma politica, perché è l'individuo che sta in mezzo .E quindi è quello che decide quale sarà l'argomento o chi vincerà. Bene, l’elettore mediano attualmente secondo le stime in Italia nel 2002 aveva 44 anni, nel futuro, nel 2050 passerà intorno ai 60 anni, 57-58 anni. Ora capite che questa finestra di opportunità tende a chiudersi, perché invecchiando l’elettore mediano, quale forza politica avrà il coraggio di suicidarsi cercando di proporre riforme che ridistribuiscono in modo più equo tra le generazioni il peso del finanziamento pensionistico? Quindi, chiedo scusa, torno un attimo indietro, torno a quel “window of opportunity”, che si chiama così perché è proprio una finestra di opportunità. Eccola qua, vedete (tav. 2). Noi abbiamo fino al 2015-'17 una finestra di opportunità, perché ancora l’invecchiamento non si farà sentire, dopo quella fase lì, l’elettore mediano sarà sempre più anziano, sempre più verso i 60 anni, 65. Quindi qualsiasi proposizione, qualsiasi proposta di riforma che cerchi di distribuire in modo più equo e cioè a meno svantaggio dei giovani -  e guardate che minor svantaggio dei giovani  vuol dire incentivare la crescita, l'occupazione, la ricerca scientifica, quindi con effetti importanti sull’economia -  non sarà possibile perché ogni forza politica guarderà il proprio collegio elettorale composto da persone che hanno più di 60 anni e quindi al centro dell’agenda politica vi saranno temi come le pensioni, la preparazione di case per gli anziani, al posto di scuole o altri aspetti per i giovani. In se, non è una cosa negativa, si tratta di capire quali sono e possono essere gli effetti economici di questa situazione. Quindi tornando al grafico, chiedo scusa di questo salto, c’è un problema proprio di conflitto distributivo tra generazioni che è molto importante. C’è un problema di riforma graduale verso una terapia shock, ma l’aspetto che veramente mi preme sottolineare, abbiamo questi 10-15 anni dove ancora abbiamo uno spazio per cercare di distribuire le risorse  in modo più equo. Che vuol dire più equo? Vuol dire distribuire il costo dell’offerta delle prestazioni pensionistiche su tutto l’arco delle fasce di età. Dopo diventerà molto più difficile e se questo non riusciamo a farlo credo che le conseguenze economiche sulla produttività, sulla crescita del PIL, ma anche distributive. Per finire, rischiamo di scatenare una guerra tra le generazioni che già inizia a manifestarsi, perché è evidente che saranno inferiori di numero ma quando i giovani tra 10-15 anni capiranno quale sarà il loro tasso di sostituzione, cioè il livello di prestazioni pensionistiche a cui avranno diritto, sicuramente non saranno d’accordo e il rischio di una protesta e di un conflitto tra le generazioni aumenterà molto, speriamo con conseguenze non drammatiche.
Grazie.


 

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D.ssa Eugenia Roccella


 

Mi sembra davvero un punto centrale questo della finestra di opportunità, perché appunto ci sono pochi anni dopo i quali sarà difficile costruire un consenso intorno ad una riforma pensionistica, una riforma del Welfare. E avremo non più il conflitto di classe, ma il conflitto fra generazioni con i pensionati in piazza contro gli asili nido, e forse gli studenti contro i pensionati. Non più il conflitto di classe, come vorrebbe Sanguineti, ma il conflitto appunto generazionale fra vecchi e giovani.
Vediamo adesso se questo Governo, se Padoa-Schioppa, sarà coerente con quello che scriveva un anno fa, se questo Governo metterà mano alla riforma delle pensioni. E in che chiave lo farà.
Passiamo appunto al secondo giro di interventi e alle domande. Io volevo chiedere al prof. Dumont anzi, facciamo una premessa. C’è stato per esempio recentemente un rapporto inglese che ha suscitato molte polemiche in Inghilterra, un rapporto commissionato da David Cameron, il “rapporto Smith”, sulla disgregazione sociale, dell’Inghilterra e sulle cause di questa disgregazione sociale. Questo rapporto puntava il dito proprio sulle “unioni di fatto”, non sui matrimoni gay, ma proprio sulle unioni di fatto, sostenendo, dati alla mano, con i numeri, che lo sviluppo, l’aumento delle “unioni di fatto” ha portato a tutta una serie di conseguenze, come la transitorietà del ruolo paterno, la precarietà in generale dei rapporti e addirittura il disagio giovanile, la criminalità giovanile. Si è visto appunto che le “unioni di fatto” si rompono con una frequenza dieci volte maggiore per esempio dei matrimoni. Invece in Francia si è dato molto risalto a questo recente incremento demografico e si è anche sostenuto che questo, se pur non è proprio prettamente frutto dei Pacs, ma quantomeno  non c’è stato un effetto negativo delle “unioni di fatto” o dei Pacs, di questo tipo di politica sulla natalità. So però che i dati su questo incremento demografico francese sono stati oggetto di polemica, ci sono stati alcuni studiosi che hanno detto che in realtà l’incremento è dovuto in gran parte agli immigrati.
 Volevo quindi chiedere  al prof. Dumont, se ci sono  dati scorporati sulla natalità, sull’incremento della natalità dovuto agli immigrati, ed anche sulla seconda generazione di immigrati, che essendo cittadini francesi a tutti gli effetti forse non vengono segnalati nei grafici demografici. E poi appunto quali effetti secondo lui hanno avuto i Pacs sulla natalità, quali effetti sociali, quali effetti sui matrimoni, se può tracciarci un quadro, più veritiero forse di quello che ci viene fornito in genere dai media su queste cose.
Grazie.


 

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Prof. Gérard-François Dumont
la crisi demografica in Europa (testo francese)


 

Merci d’abord de vos questions. Si vous me le permettez donc, je vais peut-être les examiner comme si vous aviez posé deux questions. C'est à dire d’abord qu’est-ce qui explique que le niveau de fécondité en France soit plus élevé que celui de l’Italie et pourquoi ce niveau de fécondité s’est plutôt amélioré ces dernières années. Et deuxième question donc, les effets démographiques des Pacs. C’est bien ces deux questions ?
Or premier élément, il y a une question fondamentale à comprendre dans l'évolution de la fécondité en France ces dernières années, dans la mesure où nous avons eu le contrecoup de certaines décisions politiques. Je m’explique, la fécondité en France est relativement élevée justement parce qu'un Premier Ministre qui s’appelait M. Jospin avait essayé de la faire diminuer.
 Quand nous avions M. Jospin comme Premier Ministre l’ambiance de l’époque était que pour respecter le pacte de stabilité et entrer dans l’Euro la France devait supprimer le caractère général des allocations familiales. C’était l’avis du Parti Socialiste, mais c’était aussi l’avis de la droite et notamment des projets de M. Juppé. Simplement vous savez qu’en France on a dissous l’Assemblée, enfin le Président de la République a dissous l’Assemblée en 1997 espérant que la droite allait être élue et ce qui devait arriver arriva, c’est la gauche qui a été portée au pouvoir. Donc la gauche a repris ce projet de supprimer la généralisation des allocations familiales, et M. Jospin, Premier Ministre, l’a mis en œuvre le 1er Janvier 1998. Cette décision a été critiquée de tous les cotés, c'est-à-dire que les partis politiques y compris le Parti Communiste ont considéré que supprimer la généralisation des allocations familiales c’était remettre en cause un élément fondamental de la société française. Le résultat c'est que M. Jospin au bout de 9 mois, vous voyez que la durée n’est pas le fait du hasard, au bout de 9 mois M. Jospin a dû annuler sa mesure, et ceci a eu un effet boumerang. C'est à dire que depuis, les programmes des partis politiques ne contiennent plus cette idée de supprimer toute une partie de la politique familiale et en même temps les français, dans leurs inconscient collectif savent que la politique familiale a désormais une garantie de pérennité qui peut donner confiance en l’avenir. Donc premier élément du niveau de fécondité en France, c’est une politique familiale qui n’est pas parfaite mais qui assure une certaine  justice à l’égard des familles, qui facilite la conciliation de la vie familiale et de la vie professionnelle, pas parfaitement bien sûr, mais qui néanmoins l’assure beaucoup mieux qu’en Italie ou en Espagne. Donc il est vrai que cet élément doit être pris en considération.
Deuxième élément qui explique le niveau de fécondité en France, c’est le fait que les français aiment les enfants. Pourquoi aiment-ils les enfants ? Peut-être tout simplement parce que la France a connu dans son histoire au XXe s., et surtout dans la première moitié du XXe s., le vieillissement de la population et l’histoire a peut-être imprégné les mentalités françaises du fait que le vieillissement est quelque chose de nocif et qu’il faut aimer les enfants. Alors, comment peut-on prouver, je dirais scientifiquement, que les français aiment les enfants? Il y a deux éléments statistiques qui le montrent: le premier c’est le fait qu'en France il y a beaucoup de naissances hors mariage, autrement dit les familles françaises accueillent un enfant sans trop ses soucier de savoir si cet enfant est né dans le mariage ou hors mariage.
 Alors ceci nous conduit à une attitude sociale tout à fait particulière et qui a complètement changé: dans les années 1960 lorsqu’un couple non marié attendait un heureux événement il se dépêchait de courir se marier à la marie, et nous avions beaucoup d’enfants qui naissaient 6 mois après le mariage, 5 mois après le mariage. Donc on était dans une société française dans les années '60 où l'on considérait qu'il fallait se marier d’abord et avoir les enfants après. Nous avons une formule française qui dit « il faut pas mettre la charrue devant les boeufs ». Bon, ceci a changé, nous avons toute une partie de la société aujourd’hui qui a modifié le calendrier, c'est-à-dire qu'on a des enfants et on se marie après et le tiers des mariages légitime des enfants nés avant le mariage. Donc ce premier indicateur montre que l’enfant est aimé quelque soit son statut juridique, et en même temps les lois ont changé, ce qui fait que l’autorité parentale s’organise y compris pour les naissances hors mariage.
Deuxième élément de cet amour des enfants, c’est le fait que nous avons une proportion très forte des femmes qui souhaitent avoir un enfant ou qui ont un enfant. Contrairement tout particulièrement à l’Allemagne, où une proportion de femmes sans enfants, ou une proportion de femmes qui ne souhaite pas avoir d'enfants, ou qui considère qu’elles ne peuvent pas avoir d'enfants compte tenu du manque de conciliation entre vie professionnelle et vie familiale, qui engendre donc une proportion très importante de femmes sans enfants. Alors qu’en France nous avons pratiquement la proportion la faible d’Europe de femmes sans enfants. Donc ceci est une seconde raison, je dirai culturelle, un niveau de fécondité moins abaissé que dans le reste de l’Europe même si la fécondité de la France est insuffisante pour assurer le seuil de remplacement des générations.
Troisième élément, et bien le phénomène migratoire. Il est clair que les immigrants en France ont une fécondité en moyenne beaucoup plus élevée que la fécondité des françaises et les immigrants en France sont de plus en plus nombreux. Ils sont plus nombreux que les chiffres qui sont donnés par les statistiques officielles et d’ailleurs 8 ans après ce que j’avais expliqué, notre Institut Statistique de Recherche Nationale décide enfin d‘ajuster ces chiffres à la hausse. Or cette immigration entraîne une natalité importante, parce que la naissance d’un enfant en France entre dans la logique de ce que l’on appelle le « droit du sol », pensez à une Ivoirienne, pensez à une Chinoise, pensez à une Africaine en général qui arrive en France de façon clandestine, ou bien qui arrive en France avec un visa de tourisme, mais ensuite reste sur le territoire français son visa de tourisme terminée. Si elle a un enfant en France, cet enfant est reconnu aussitôt légalement et pourra avoir la nationalité française; il sera beaucoup plus dur d’expulser cette femme immigrée du territoire français. C'est un phénomène très courant en France, que l’on constate d'ailleurs aussi aux Etats-Unis avec les immigrés clandestins d'origine hispanique et notamment d'origine mexicaine. Et si l'on veut comprendre ce phénomène, il est encore plus simple d’aller dans un département français d’Outremer qui s’appelle la Guyane, en Amérique du Sud, où là nous avons toutes les habitantes du Suriname qui traversent le fleuve pour accoucher en France plutôt que d’accoucher au Suriname. Donc il est clair que la dimension migratoire joue également.
Donc lorsque l'on veut comprendre l’augmentation de la fécondité de ces dernières années les études que nous avons conduite nous mènent à la conclusion suivante: à peu près la moitié de la légère hausse de la fécondité est liée aux deux premières causes que j’ai évoquées, c'est-à-dire à la fois la politique familiale et les attitudes culturelles et la moitié est due au phénomène migratoire et à la raison de l’immigration, ce qui peut être attesté par exemple par l'augmentation du nombre de bébés qui ont au moins un parent étranger, ou deux parents étrangers.
Voilà comment je pouvais essayer de résumer votre première question sur la spécificité tout à fait particulière de la France par rapport à l’Italie, à l’Allemagne ou à l'Espagne dans l'évolution de sa fécondité.
La deuxième question porte sur le Pacs. Je dois dire que j’essaye de suivre d'aussi près que possible les votes du Sénat italien et en particulier les vicissitude politiques qui font, ce dont je me réjouie, que le projet de Pacs a été supprimé du programme du Gouvernement, si j’ai bien compris, du Gouvernement lui-même et c’est donc…j'ai pas très bien compris mais vous me l'expliquerez, mais il essaye quand même de le faire voter par la voie parlementaire. Bon là, c’est un petit peu une façon de se cacher derrière son petit doigt, nous disons en France, voilà. Le problème du Pacs en Italie, à mon sens, n’est pas tout à fait le même que celui de la France parce que nous ne sommes pas en Italie dans la même période historique que la France. En ce qui concerne la France, le Pacs a été voté comme vous le savez il y a quelques années; il s’applique à la fois aux "couples hétérosexuels" et aux "couples homosexuels", je mets tout ça entre guillemets, et dans un soucis de refus de transparence il est interdit de donner des statistiques permettant de savoir le nombre de Pacs entre un homme et une femme et le nombre de Pacs entre deux femmes et deux hommes. C’est beau le courage politique. Alors, qui utilise le Pacs en France ? Et bien les gens se pacsent lorsqu’ils ont un intérêt à se pacser, soit un intérêt symbolique, soit un intérêt financier. Il faut bien comprendre que deux homosexuels qui se pacsent cela n’a qu’une valeur symbolique s’ils sont pauvres, s’ils sont pauvres cela n’a aucun intérêt financier. Un pauvre qui se pacse avec un pauvre n’a aucun avantage fiscal supplémentaire ni pour l’impôt sur le revenus, ni pour les droits de succession. Donc le Pacs a été institué pour des gens riches, c’est une mesure anti-sociale, puisqu’il bénéficie aux personnes en fonction de leur richesse, et l'idéal d'ailleurs pour un milliardaire qui veut se pacser, c'est de se pacser avec un pauvre et c'est ce qui lui rapporte le plus fiscalement. Pardonnez-moi de vous donner ces quelques conseils, j’espère que vous n'en ferez pas mauvais usage. Donc le résultat c’est que les Pacs en France sont dans leur grande majorité des Pacs d’intérêt ; soit d'intérêt, parce que fiscalement c’est intéressant, soit d’intérêt parce que cela rapporte des avantages juridiques, soit parmi les fonctionnaires parce que cela facilite la mobilité. Je m’explique. La France c’est le contraire de l’Italie, je simplifie bien sûr : en Italie on migre du Sud vers le Nord, en France quand on habite dans le Nord on veut aller habiter dans le Sud. Quand vous êtes un professeur, dans le Nord de la France, célibataire, si vous voulez être nommé dans un lycée du Sud de la France, pour avoir des points supplémentaires et avoir des chances, il faut vous pacser avec quelqu’un du Sud. Donc il y a tout un système informel qui est organisé, c’est le système D, nous appelons ça, et la partie de la France où il y a le plus de Pacs c’est dans l'Education Nationale, pour profiter du barème qui permet des mutations vers d'autres endroits.
Donc en réalité qu'est-ce que signifie le Pacs? Je ne vous parlerai pas de sa signification philosophique, il y a dans la salle des gens beaucoup plus compétents que moi pour en parler, il est évident que le Pacs n’a rien de naturel. Mais ce qui est certain, c’est que le Pacs pour le budget de l'Etat représente des coûts fiscaux importants. Le Pacs qui a été voté en France, c'est moins de recettes dans l'impôt sur le revenu, c'est moins de recettes dans l'impôt sur les successions et c'est un certain nombre de coûts aussi en matière de logement. Donc cela veut dire clairement, et je l'ai dit plusieurs fois en France au Gouvernement, les milliards qui vont aux pacsés je pense qu'il aurait mieux valu les donner aux gens mariés et à la politique familiale. Néanmoins vous voyez qu'en France le Pacs a été décidé à un moment où nous étions à un certain niveau de politique familiale, et donc le budget du Pacs n'a pas réduit celui de la politique familiale, même si je considère qu'il aurait dû être utilisé à la politique familiale. Donc aujourd’hui nous sommes dans une situation où les conséquences démographiques du Pacs en France ne sont qu'indirectes compte tenu de ce que j'ai essayé de vous expliquer.
En revanche, voter la Pacs en Italie serait à mon avis catastrophique. Il serait catastrophique parce que la priorité en Italie c'est d'investir dans la politique familiale. Et donc il est évident que instaurer le Pacs, c'est donner un certain nombre d'avantages financiers à ce nouveau système juridique, au moment où il faudrait dégager des budgets pour développer la politique familiale.

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Prof. Gérard-François Dumont
la crisi demografica in Europa (testo italiano)


 

Vi ringrazio per le domande. Se me lo permettete vorrei forse esaminarle come se mi aveste posto due domande. Prima di tutto come si spiega che il livello di fecondità in Francia sia più alto di quello in Italia e perché questo livello di fecondità sia andato piuttosto migliorando in questi ultimi anni. Seconda domanda quindi, gli effetti demografici dei Pacs. Sono queste le due domande, vero?
Allora, innanzitutto, c'è una questione fondamentale da capire nell'evoluzione della fecondità in Francia in questi ultimi anni, dovuta al contraccolpo di alcune decisioni politiche.
Mi spiego. La fecondità in Francia è relativamente alta proprio perché un Primo Ministro che si chiamava Jospin aveva cercato di farla diminuire. Quando avevamo Jospin come Primo Ministro l'atmosfera dell'epoca era che per rispettare il patto di stabilità ed entrare nell'Euro bisognava sopprimere il carattere generale degli assegni familiari. Era il pensiero del Partito Socialista, ma anche quello della destra, tra cui i progetti di Juppé. Solo che come sapete in Francia abbiamo sciolto l'Assemblea Nazionale, o meglio il Presidente della Repubblica ha sciolto l'Assemblea Nazionale nel 1997 sperando che la destra fosse rieletta e quello che doveva accadere è accaduto, è stata la sinistra ad essere portata al potere. La sinistra ha quindi ripreso questo progetto di sopprimere la generalizzazione degli assegni familiari, e Jospin, Primo Ministro, l'ha attuata il 1° gennaio 1998. Questa decisione è stata criticata da tutte le parti ed anche i partiti politici, compreso il Partito Comunista, hanno considerato che abolire la generalizzazione degli assegni familiari era rimettere in discussione un elemento fondamentale della società francese. Il risultato è stato che Jospin dopo 9 mesi, vedete come la durata non è il frutto della casualità, dopo 9 mesi Jospin ha dovuto annullare la sua misura, e questo ha avuto un effetto boomerang. Ovvero da allora i programmi dei partiti politici non contengono più l’idea di sopprimere tutta una parte della politica familiare, e nello stesso tempo i francesi, nel loro inconscio collettivo sanno che la politica familiare ha oramai una garanzia di perennità che può dare fiducia nel futuro. Primo elemento quindi del livello di fecondità in Francia, è una politica familiare che non è perfetta ma che assicura una certa giustizia nei confronti delle famiglie, che facilita la conciliazione tra vita di famiglia e vita professionale, non certo perfettamente, ma almeno la garantisce molto meglio che in Italia o in Spagna. Quindi questo elemento deve proprio essere preso in considerazione.
Secondo elemento che spiega il livello di fecondità in Francia, è il fatto che i francesi amano i figli. Perché amano i figli? Forse molto semplicemente perché la Francia ha conosciuto nella storia del XX secolo, e soprattutto nella prima metà del XX secolo, l'invecchiamento della popolazione e la storia ha forse impregnato le mentalità francesi del fatto che l'invecchiamento è qualche cosa di nocivo e che bisogna amare i bambini. Quindi, come possiamo provare, direi scientificamente, che i francesi amano i bambini?
Ci sono due elementi statistici che lo dimostrano: il primo è il fatto che in Francia ci sono molte nascite fuori dal matrimonio, in altre parole le famiglie francesi accolgono un figlio senza troppo preoccuparsi se questo figlio è nato nel matrimonio o fuori del matrimonio. Questo ci porta quindi ad un comportamento sociale del tutto particolare e che è completamente cambiato: negli anni ’60 quando una coppia non sposata aspettava un bambino correva in comune a sposarsi, e c'erano molti figli che nascevano dopo 6 mesi dal matrimonio, 5 mesi. Negli anni '60 si viveva quindi in una società francese che considerava che bisognava prima sposarsi e poi avere i figli. Abbiamo un modo di dire in francese che fa: "non mettere il carro davanti ai buoi". Bene, questo è cambiato, c'è tutta una parte della società oggi che ha modificato il calendario, cioè si hanno i figli e ci si sposa dopo e un terzo dei matrimoni legittima figli nati prima del matrimonio. Questo primo indicatore mostra quindi che il figlio è amato qualsiasi sia il suo stato giuridico, e allo stesso tempo le leggi sono cambiate, il che comporta che l'autorità parentale si sia organizzata  compreso per le nascite fuori dal matrimonio.
Secondo elemento di questo amore per i figli, è che abbiamo una proporzione molto alta di donne che desiderano avere un figlio o che hanno un figlio. Al contrario, ad esempio, della Germania, dove una proporzione di donne senza figli, o una proporzione di donne che non desiderano avere figli, o che considera che non possono avere figli per l’ inconciliabilità fra vita professionale e vita familiare, dà luogo ad una vasta proporzione di donne senza figli. Mentre in Francia in pratica abbiamo la proporzione più bassa d'Europa di donne senza figli. Questo è quindi un altro motivo, direi culturale, di un livello di fecondità  che se pur meno basso che nel resto d'Europa, rende  insufficiente anche per la Francia assicurare la soglia di rimpiazzo delle generazioni.
Terzo elemento, il fenomeno migratorio. È evidente che gli immigrati in Francia hanno una fecondità in media molto più alta della fecondità delle francesi e gli immigrati in Francia sono sempre più numerosi. Sono più numerosi rispetto alle cifre indicate delle statistiche ufficiali ed infatti  ben otto  anni dopo la mia denuncia, , il nostro Istituto Statistico di Ricerca Nazionale ha finalmente deciso di alzare queste cifre. Questa immigrazione comporta una natalità importante, poiché la nascita di un figlio in Francia entra nella logica del "jus soli". Pensate al caso di una donna della Costa D'Avorio, od ad una Cinese, od ad un'Africana che arriva in Francia clandestinamente, oppure che arriva in Francia con un visto turistico, ma che in seguito rimane sul territorio francese con il visto turistico scaduto; ebbene se questa donna ha un figlio in Francia, questo è subito riconosciuto legalmente e potrà avere la nazionalità francese e di conseguenza sarà anche molto più difficile espellere questa donna immigrata dal territorio francese.
  È un fenomeno molto frequente in Francia, che riscontriamo tra l'altro anche negli Stati Uniti con gli immigrati clandestini di origine ispanica ed in particolare di origine messicana. E se si vuole capire questo fenomeno, basta andare in un dipartimento francese d'Oltremare, la Guyana, in Sud America, qui tutte le abitanti del Suriname attraversano il fiume per partorire in Francia piuttosto che partorire nel loro paese. È chiaro quindi che anche la dimensione migratoria svolge un suo ruolo.
Per comprendere quindi l'aumento della fecondità di questi ultimi anni, gli studi che abbiamo condotto ci portano alla conclusione seguente: circa la metà del lieve aumento della fecondità è legato alle prime due cause che abbiamo evocato, ovvero sia alla politica familiare che ai comportamenti culturali, e l'altra metà è dovuta al fenomeno migratorio, il che può essere attestato per esempio dall'aumento del numero di bébé che hanno almeno un genitore straniero.
Ecco come ho ritenuto di dare risposta alla  vostra prima domanda sulla specificità del tutto caratteristica della Francia rispetto all'Italia, alla Germania o alla Spagna nell'evoluzione della fecondità.
Quanto alla seconda domanda sui Pacs. Sto cercando di seguire le votazioni del Senato italiano per quanto mi è possibile e in particolare le vicissitudini politiche che fanno si  che il progetto dei Pacs venga abbandonato, cosa di cui mi compiaccio, dal programma di Governo. Se ho ben  capito  dallo stesso  Governo e poi, non ho ben capito, se cercheranno di farlo votare per via parlamentare. Me lo spiegherete dopo. Beh, è un po' un modo di nascondersi dietro ad un dito, come si dice in francese. A mio avviso, il problema dei Pacs in Italia non è lo stesso che in Francia, perché non siamo in Italia nello stesso periodo storico della Francia. Per quanto riguarda la Francia, il Pacs è stato votato come ben sapete alcuni anni fa e si applica sia alle "coppie eterosessuali" che alle "coppie omosessuali" e  metto tutto tra virgolette. E per uno scrupolo di rifiuto di trasparenza è vietato dare statistiche che permettano di sapere il numero dei Pacs tra un uomo e una donna e quello  tra due donne e due uomini. Eh, quanto è bello il coraggio politico!
Chi utilizza quindi il Pacs in Francia? Ebbene la gente si “pacsa” quando ha un interesse  che sia un interesse simbolico, ad un interesse finanziario. Bisogna capire bene che il pacs fra due omosessuali avrà solo un valore simbolico se i due sono poveri, e quindi senza alcun interesse finanziario. Un povero che si “pacsa” con un povero non ha alcun vantaggio fiscale supplementare né per le imposte sul reddito, né sui diritti di successione. Il Pacs quindi è stato istituito per la gente ricca, è una misura antisociale, dato che favorisce le persone in funzione della ricchezza. Ed infatti l'ideale per un miliardario che voglia pacsarsi, sarebbe spostarsi con un povero, perché è il modo per guadagnarci maggiormente dal punto di vista fiscale. Scusate se vi do questi consigli, mi auguro ne farete un buon uso.
Il risultato quindi è che i Pacs in Francia sono per la maggior parte dei Pacs di interesse; che sia di interesse, perché interessante fiscalmente, o d'interesse perché si acquisiscono vantaggi giuridici, o tra i funzionari perché facilita la mobilità. Mi spiego. La Francia è il contrario dell'Italia, ovviamente sto semplificando: in Italia si migra da Sud a Nord, in Francia quando si abita nel Nord si vuole andare a vivere nel Sud. Quando si è professore, nel Nord della Francia, celibe, se si vuole essere nominati in un liceo del Sud della Francia, per avere punti supplementari e avere delle probabilità, bisogna pacsarsi con una persona del Sud. C'è quindi tutto un sistema informale che è organizzato, "le système D", come lo chiamiamo noi, l'arte di arrangiarsi e la parte della Francia dove ci sono più Pacs è nell'Educazione Nazionale, per approfittare delle graduatorie che permetteno i trasferimenti verso altri posti.
Quindi, cosa significa in realtà il Pacs? Non vi parlerò del suo significato filosofico, in sala c'è gente molto più competente di me per parlarne, è chiaro che il Pacs non ha nulla di naturale. Ma quel che è certo, è che il Pacs rappresenta per i fondi dello Stato costi fiscali importantissimi. Il Pacs che è stato votato in Francia, vuol dire meno entrate per l'imposta sul reddito, meno entrate per l'imposta sulle successioni e rappresenta anche un costo in materia di alloggi. Quindi in poche parole significa, cosa che ho più volte ripetuto al Governo in Francia, che i miliardi che vanno ai pacsati penso sarebbe stato meglio darli alle persone sposate e alla politica familiare. Tuttavia come vedete in Francia il Pacs è stato deciso in un momento in cui si era ad un certo livello della politica familiare, e quindi i fondi per i  Pacs non hanno diminuito quelli per la  politica familiare, anche se considero che sarebbe stato meglio utilizzarli tutti per la politica familiare. Quindi oggi ci ritroviamo in Francia in una situazione in cui le conseguenze demografiche del Pacs sono solo indirette secondo quanto ho appena cercato di spiegarvi.
In compenso, votare il Pacs in Italia sarebbe a mio avviso catastrofico. Sarebbe catastrofico perché in Italia la priorità è investire nella politica della famiglia. È chiaro quindi che instaurare il Pacs, equivale a dare un certo numero di vantaggi finanziari a questo nuovo sistema giuridico, nel momento in cui bisognerebbe svincolare fondi per sviluppare la politica familiare.


 

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D.ssa Eugenia Roccella


 

 

Devo dire che rinuncio a fatica a fare molte domande al prof. Dumont, per esempio sulle “madri singles”, visto che in tutto il Nord Europa la natalità è più alta, ma c'è questo fenomeno che  è poi un fenomeno d'impoverimento femminile, d'impoverimento dei figli e di distruzione della figura del padre. Purtroppo non abbiamo il tempo necessario. Ma  torniamo ai Dico. Dai Pacs ai Dico. Anche i Dico potrebbero essere un'unione d'interesse come il prof. Dumont dice che sono i Pacs francesi, se si realizzasse quello che era previsto nel progetto governativo, cioè l'allargamento della reversibilità della pensione. Anzi ci sono stati alcuni studiosi e giornalisti che si sono divertiti a dipingere gli scenari possibili che potevano appunto realizzarsi se si fosse dato luogo a questo allargamento della reversibilità. Non so, nel Sud tutti si scoprono omosessuali, oppure grandi rapporti di convivenza tra nonni, nipoti e zii, nipoti ecc. Volevo appunto chiedere al prof. Marè due cose, da una parte che cosa succederebbe, cosa accadrebbe se passasse non dico il progetto dei Dico, ma un allargamento della reversibilità delle pensioni anche all'interno di unioni di fatto riconosciute e dall'altra invece, visto che nel manifesto per la manifestazione del 12 Maggio, per il Family Day, si parla di audaci politiche familiari, mentre c'è una forte resistenza a realizzare il quoziente familiare che a me pare un elemento di semplice equità fiscale, ecco lui che cosa ne pensa di entrambe queste cose. Grazie.

 

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Prof. Mauro Marè
la crisi demografica in Europa


 

Grazie. Devo innanzitutto partire, permettetemi una piccola osservazione, dall'esperienza diretta, personale e sempre utile. Come dicevo prima, metà della mia famiglia è francese, ho vissuto in Francia e quindi conosco direttamente alcune differenze nella politica di sostegno della famiglia, entre la France et l'Italie.
La cosa che mi ha sempre colpito, non sapevo del dibattito tra Jospin-Juppé sul quoziente
familiare, è effettivamente l'importo monetario, l'importanza del sostegno della politica familiare in Francia e la relativa non elevatezza, direi povertà della politica fiscale per la famiglia. La differenza tanto per fare qualche piccola cifra so, per esperienza diretta, -  ho infatti molti amici in Francia -  che una famiglia francese -  il prof. Dumont può correggermi ovviamente - con moglie a carico e 3 figli riceve  qualcosa come 3.000€, 4.000€, 5.000€. Mentre in Italia, io che  ho 3 figli, vedo che l'importo degli assegni familiari non raggiunge 600€. Quindi capisco che c'è un problema di finanza pubblica, un problema di scelta; scelte che si competono ed impongono una scelta. Naturalmente, al di là dei commenti su ciò che uno può pensare della famiglia, investire nella natalità, nella famiglia ha dei ritorni, perché come dicevo prima, se il numero dei figli, il numero degli occupati si riduce questo pregiudica il futuro di un paese, il futuro proprio in termini economici, di occupazione.
Quindi la mia prima affermazione è importante. Devo dire che nel passato diversi governi hanno tentato di introdurre il quoziente familiare, di aumentare in modo molto consistente il sostegno finanziario alla famiglia, ai figli, al numero dei figli e anche in modo progressivo all'aumentare del numero dei figli. Per esempio se ricordo bene in Francia scatta un grosso beneficio al terzo figlio. Ecco misure del genere potrebbero indubbiamente avere effetti molto positivi sulla famiglia, sulla demografia, sulla spesa pensionistica, sulla sostenibilità della spesa sociale. Indubbiamente costano risorse, però sono risorse che secondo me sono ben spese.
Sempre sulla politica di sostegno della famiglia, mi domando  spesso perché tanti  miei amici hanno un solo figlio -  io sono l'unico di un gruppo che ha 3 figli – mentre  in Francia sono quello che ha meno figli, perché tutte le famiglie che io conosco ne  hanno 4 o 5 . Chiaramente non è solamente un fatto di aiuto fiscale, c'è anche un problema di servizi alla famiglia, di asili nido, di strutture che purtroppo in Italia è alquanto carente, specie in alcune aree geografiche. Quindi se si vuole aiutare la famiglia, la natalità, si devono fare politiche mirate, lungimiranti. Naturalmente ci sono anche fenomeni culturali, psicologici. Ad esempio, come tutti noi Italiani sappiamo la permanenza dei ragazzi nelle famiglie resta elevata fino a 30-35 anni per una serie di motivi, la laurea viene conseguita in età molto più avanzata intorno a 30 anni, mentre in Francia…

Dott.ssa Eugenia Roccella

…scarse tasse universitarie anche…

 

…potrebbe essere. Sono d'accordo, però questo aprirebbe un discorso sull'università che ci porterebbe lontani. Naturalmente andare a vivere da solo ha delle conseguenze difficili in termini economici, pensate all'affitto, pensate a sostentamento, soprattutto nel Centro-Sud i figli, o le figlie, preferiscono restare con i genitori, perché la casa dei genitori offre una serie di servizi di base molto convenienti e importanti e andare a vivere da solo è costoso e difficile. È chiaro che con questo tipo di incentivi, di comportamenti la famiglia si realizza molto dopo, a 30-35 anni, mentre in Francia il primo figlio, ho visto dei dati, è nettamente avanti, intorno ai 24-25 anni, da noi solo intorno ai 30. Capite che se uno comincia a fare un primo figlio a 30 anni, date le ovvie necessità fisiologiche, il range che resta per avere un figlio si restringe e questo ha effetti sulla natalità.
La reversibilità. È chiaro che se si estende l'area dei benefici, uno potrebbe addirittura dire che la speranza di vita di coppie omosessuali  potrebbe essere diversa, proprio perché una famiglia normale ha una vicinanza di età, mentre possiamo supporre che coppie omosessuali abbiano  differenze di età anche molto grandi,  quindi è ovvio  che ciò sulla reversibilità e quindi sulla spesa pensionistica avrebbe effetti gravi. Questo è innegabile. Bisognerebbe capire anche il tipo di speranza di vita che lega i diversi gruppi. Naturalmente, come diceva il prof. Dumont, c'è poi l'aspetto strategico, se fatto per guadagni fiscali, soprattutto di gruppi o ceti a reddito elevato che non avrebbero in teoria né necessità né dovrebbero aver diritto a beneficiare di questi vantaggi fiscali di trattamento. Quindi è una questione molto complessa, e va affrontata, valutandone le conseguenze economico-sociali e soprattutto quelle di finanza pubblica. Indubbiamente estendere la reversibilità non può che innalzare la spesa pensionistica, quindi nel governo deve essere fatta una scelta in questo senso, e fatta con una piena valutazione delle conseguenze economico-finanziarie.

 

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D.ssa Roccella



 

Io ringrazio moltissimo i nostri relatori. Davvero faccio fatica ad interrompere, non so se è solo un mio interesse spero sia stato anche il vostro interesse nei confronti dei temi che abbiamo trattato, perché faccio davvero fatica a non fare altre domande. Voglio ora chiamare l'On. Sen. Gaetano Quagliariello a chiudere questo dibattito con un saluto. Presidente della Fondazione Magna Carta che insieme all'Osservatorio di Orientamento Politico ha organizzato l'incontro.

 

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Sen. Prof. Gaetano Quagliariello
Intervento di chiusura


 

Diamo innanzitutto una risposta al prof. Dumont che chiedeva se i Dico, i Pacs italiani, sono o meno ancora nel programma di Governo o sono un'iniziativa parlamentare. Credo che la risposta più appropriata è a giorni alterni, a seconda dei giorni. Io lo ringrazio molto per quello che ci ha detto, perché ci ha mostrato più chiaramente l'emergenza sociale che anche in Italia ci potrebbe essere se questa normativa andasse avanti. Accanto all'emergenza sociale, ci ha mostrato anche l'emergenza semantica, perché il neologismo "pacsarsi" in Italia sarebbe tradotto nel "dirsi" e questo francamente renderebbe la comunicazione, diciamo così, più equivoca. Al di là di questo volevo anche a nome dell'Ing. Rebecchini del Centro d'Orientamento Politico ringraziare tutti.
Io credo ci sono tre motivi per essere molto soddisfatti dell'incontro di questa sera. Innanzitutto le relazioni -  e questo va a merito dei nostri ospiti -  hanno sottolineato l'importanza del tema prescelto. In secondo luogo è una testimonianza della collaborazione tra il Centro d'Orientamento Politico e la Fondazione Magna Carta. Ed è una collaborazione feconda. Ringrazio l'Ing. Rebecchini per la fiducia che ci ha concesso, siamo una giovane struttura e come tale ringraziamo chi ha più esperienza e più blasone. E infine, la terza ragione, è che ritengo che l'incontro di questa sera dimostri quanto si possa  parlare di problemi europei e di Europa anche in un modo diverso rispetto a quello  retorico che abbiamo udito in questi giorni. E parlare anche di riscoperta delle radici, non vuol dire solamente, e credo  questa sera si sia dimostrato, che porre un problema culturale, ma vuol dire porre problemi molto concreti che devono occupare il nostro futuro.
Grazie.

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