Il principio di autorità
martedì 30 ottobre 2007
Rassegna Stampa
 

Relatori: D.ssa Eugenia Roccella,  D.ssa Roccella,  Dott. Salvatore Rebecchini,  Dott. Siro Mazza,  Ing. Gaetano Rebecchini,  Prof. Antonio Saccà,  Prof. Bernhard Bueb testo italiano,  Prof. Bernhard Bueb testo tedesco,  Prof. Emmanuele Emanuele,  Prof. Ernesto Galli della Loggia,  Prof.ssa Paola Santarelli testo tedesco italiano,  S. Em.za Revd.ma il Cardinale Alfonso Lopez Trujillo, 

Relazioni
Ing. Gaetano Rebecchini
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Prof. Bernhard Bueb testo italiano
D.ssa Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Prof. bernhard Bueb testo italiano
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Dott. Siro Mazza
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Prof. Bernhard Bueb testo italiano
D.ssa Roccella
Prof. ernesto Galli della Loggia
D.ssa Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Dott. Salvatore Rebecchini
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Emmanuele Emanuele
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Prof. Bernhard Bueb testo italiano
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Antonio Saccà
D.ssa Eugenia Roccella
Prof.ssa Paola Santarelli testo tedesco italiano
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Prof. Bernhard Bueb testo italiano
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
Prof. Ernesto Galli della Loggia
D.ssa Eugenia Roccella
S. Em.za Revd.ma il Cardinale Alfonso Lopez Trujillo
D.ssa Eugenia Roccella


Ing. Gaetano Rebecchini
intervento di apertura


Eminenze reverendissime, autorità, ospiti ed amici del  Centro di Orientamento Politico , a tutti il più cordiale benvenuto, ed il più sentito grazie  per aver accolto l’invito a questo nostro XII Convegno di Palazzo Colonna.
Come ben sanno molti dei presenti, particolarità di questi nostri convegni è di affrontare i temi più significativi e certo non semplici, spesso a carattere etico-sociale, che ci vengono posti di fronte dal convulso momento storico che stiamo vivendo: tramonto dell’era moderna con tutte le sue straordinarie novità e le molte contraddizioni, ed inizio di una post-modernità dall’incerto futuro, che obbliga ad impegnarci ancora di più  sul piano culturale.
Oggi si parlerà del “principio di autorità”, e della sua crisi che ebbe inizio con la contestazione giovanile del ’68,  prima rottura culturale dell’Occidente esplosa 40 anni fa, a 20 anni quindi dalla fine della guerra mondiale che aveva devastato l’Europa.
 Da allora quella crisi continua ancora e di questo ci parleranno tre persone di eccezione, che sentitamente ringrazio e che, come sapete, sono:

- il prof. Bernhard Bueb, per 30 anni (dal 1979 al 2005)  Rettore del prestigioso Collegio Internazionale di Salem nel Baden Wurtenberg, autore tra l’altro del libro “Elogio della disciplina”,  che ha avuto un grande successo in Germania e che altrettanto ci auguriamo possa  averne  in Italia;
- il prof. Ernesto Galli della Loggia, professore di storia contemporanea, Preside della facoltà di filosofia all’Università San Raffaele di Milano, scrittore e noto editorialista del “Corriere della Sera”, che abbiamo avuto qui come relatore unitamente all’allora Cardinale Joseph Ratzinger, oggi S.S. Benedetto XVI   in un indimenticabile  Convegno su “Storia, politica e religione” nell’ottobre 2005;
- la d.ssa Eugenia Roccella, scrittrice e giornalista intervenuta più volte ai nostri Convegni, e che, come sapete, è stata nel maggio scorso portavoce insieme a Savino Pezzotta alla grandiosa manifestazione del “Family Day”, una delle persone  più sensibili ed attente  al processo della crisi di autorità  per averne seguito, direi vissuto,  sin da giovanissima le varie fasi di sviluppo.

A questo punto vorrei rivolgere un particolare ringraziamento al Cav Lav.
Lav. Ing. Enzo Benigni, Presidente della Società  Elettronica, per il costante sostegno al nostro Centro.
Desidero altresì rivolgere un particolare saluto ai rappresentanti qui presenti delle  associazioni culturali, impegnate come noi su temi come quello oggi  in discussione e segnalarVi che la Fondazione “Magna Carta”, ha in animo di svolgere sulla rivoluzione culturale  del ’68 un apposito Convegno di più giorni, con la partecipazione di  esponenti di Paesi europei che hanno vissuto quell’evento.
Ringrazio ancora una volta tutti i presenti e cedo la parola ad Eugenia Roccella.
 

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D.ssa Eugenia Roccella
Il principio di autorità


Ringrazio il Presidente Rebecchini ed il Centro di Orientamento Politico  per averci offerto questa occasione di incontro che è nata da spunti diversi, però confluenti.
Il primo è naturalmente il libro del Prof. Bueb, un libro sulla “disciplina”,  vocabolo da tempo bandito dal nostro linguaggio. Nessuno osa più parlare di disciplina. Il fatto che un testo imperniato su questo tema abbia avuto successo e che in Germania abbia suscitato un ampio dibattito è già sorprendente e indica che forse qualcosa inizia a cambiare.
Il Prof. Galli della Loggia a sua volta ha pubblicato qualche mese fa sul “Corriere della Sera” un editoriale sulla “scomparsa dei padri”, che a sua volta ha dato origine ad un dibattito.
L’articolo non si inseriva soltanto nella discussione che in Italia ha condotto per esempio lo psicanalista Claudio Risé, cioè la discussione sui danni derivati da un indebolimento della figura paterna in ambito familiare, ma si allargava ad un problema più ampio, individuato, secondo me, con grande acutezza: l’autorefenzialità della formazione giovanile dovuta ai nuovi strumenti di inculturazione, di comunicazione, a tecnologie a cui spesso il mondo adulto è abbastanza estraneo e che comunque non padroneggia con la stessa sicurezza delle generazioni più giovani, a forme di socialità nuove legate a queste nuove tecnologie.
Oltre che ai cambiamenti subiti dalla famiglia, la “scomparsa dei padri” coincide quindi con la mancanza di una cultura influente trasmessa da padre in figlio, con una cesura nuova, del tutto diversa dal classico conflitto intergenerazionale che da sempre ha accompagnato la storia dell’umanità. Una cesura nuova fra le generazioni accompagnata da una sorta di autarchia formativa sempre più accentuata. Questo è il secondo spunto che abbiamo accolto pensando a questo dibattito.
Il terzo è che quest’anno ricorre il quarantennale del ’68, come ha già accennato Gaetano Rebecchini; l’anno fatidico che ha segnato più ancora che la politica il costume e i rapporti personali.
In altri Paesi, come ad esempio in Francia, la critica su quel periodo è stata avviata da tempo, mentre da noi il bilancio sull’eredità del ’68 non è mai diventato un’occasione di revisione critica seria di quegli anni, non si è mai trasformato in un dibattito da prima pagina, in un dibattito culturale da prima serata. Forse per via della specificità del nostro ’68, che in Italia è durato oltre un decennio mentre in genere negli altri Paesi ha semplicemente coinciso con l’anno 1968, magari con qualche strascico. Da noi invece si indica come ’68  un momento storico che si conclude alle soglie degli anni ’80, e coincide sostanzialmente con l’intera giovinezza di una generazione; è più difficile, quindi, aprire una discussione che non sia viziata dalla memorialistica affettuosa e molto parziale dei reduci.
Qualche segnale di novità si comincia però a vedere anche da noi ed il Centro di Orientamento Politico ha voluto apportare questo contributo affrontando un tema che nel ’68 è stato assolutamente centrale: quello della critica al “principio di autorità”.
Oggi forse possiamo tornare a parlare in modo più libero di “principio di autorità” come qualcosa che non ha soltanto una funzione repressiva e coercitiva, ma in primo luogo una necessaria funzione equilibratrice rispetto alle naturali pulsioni anarchiche dell’individuo; inoltre ha una funzione formativa (altrettanto necessaria) che permette al bambino di uscire dalla condizione infantile di onnipotenza del desiderio, quando ogni rifiuto e ogni ostacolo viene vissuto come una frustrazione intollerabile. Il divieto, e il riconoscimento dell’’autorità che impone il divieto, sono  difficili da  accettare perché rappresentano lo scontro con la realtà e con i limiti che impone, ma servono a far crescere la consapevolezza e ad adattarsi alla realtà che ci circonda: in una parola, a diventare adulti responsabili.
Infine il principio di autorità può avere una funzione moderatrice nei confronti di una società in cui sempre di più desiderio e diritto tendono a coincidere, tanto che alcuni hanno preso a parlare di “diritti insaziabili”.
Il ’68 è stato il momento storico in cui il principio di autorità è stato contestato alle radici, facendolo coincidere tout court con l’autoritarismo e con la fonte della diseguaglianza sociale.
Non si è messa in discussione solo la legittimità delle gerarchie, ma la legittimità dell’esercizio di qualunque autorità e alla fine anche le basi su cui si fonda ogni forma di autorevolezza, per esempio dei genitori e degli educatori.
Da una parte si è posta l’enfasi sull’individuo che liberamente sceglie e si autodetermina (è nato nel ’68 il concetto di libera scelta e di autodeterminazione così come lo conosciamo oggi, cioè come influisce sul dibattito pubblico) fino a contrapporre terminologicamente chi è a difesa della vita, cioè “pro-life”, e chi è per la scelta, cioè “pro-choice”, ossia un’esaltazione del principio di scelta, fino a contrapporla alla vita, come se si trattasse di due valori equivalenti. Siamo così impregnati dell’idea dell’autodeterminazione che questa equivalenza ci sembra del tutto ovvia e assodata, ma in realtà è sorprendente che si mettano sullo stesso piano la vita e la scelta.
È chiaro però che un individuo che per definizione non è autonomo, come il bambino, non possa liberamente scegliere, né autodeterminarsi. Sono nate quindi le teorie educative che potremmo definire come fondate sul “vietato vietare”, uno dei famosi slogan creativi antiautoritari della primavera sessantottina.
Naturalmente non è stato il ’68 ad inventare tutte le teorie pedagogiche, psicologiche, sociologiche di tipo antiautoritario che si sono affermate in quegli anni, e che in gran parte sono state formulate nel decennio precedente, intorno agli anni ’50. Però il ’68 ne ha permesso una diffusione capillare, permeando il senso comune di nuovi concetti, banalizzati, come è inevitabile che accada, quando appunto un concetto si radica nell’opinione pubblica.
Il Dr. Spock, Wilhelm Reich, ma anche il metodo Montessori, la contestazione studentesca e sindacale, un’idea di generica ascendenza rousseauiana dell’uomo come essere naturalmente buono, il femminismo e la sua critica del potere patriarcale, tutto è confluito in un’ideologia diffusa che si è concretizzata nei comportamenti privati, ma è passata soprattutto attraverso la scuola.
È stato detto fin troppo sulla distruzione del nostro sistema scolastico e universitario, e per poter toccare il tema con la necessaria brevità, basta ricordare i casi resi pubblici grazie ai filmati su you-tube su internet; l’impennata nell’ultimo decennio del bullismo; e anche, per esempio (ed è una cosa che mi colpisce molto), un’aggressività femminile nuova, che mima quella maschile: oggi le bande di ragazzine violente sono un fenomeno in espansione.
Fino a qualche anno fa il bullismo femminile aveva forme diverse da quello maschile, era basato ad esempio sull’esclusione dal gruppo e anche sulla maldicenza, adesso invece le bande femminili imitano il tipo di aggressività fisica, violenta, di quelle maschili.
Posso citare un’esperienza personale: una decina di anni fa, quando il mio figlio maggiore frequentava le scuole medie, ho dovuto confrontarmi con il bullismo, che era esercitato nei confronti di un compagno un po’ timido, che mio figlio difendeva, e di riflesso su mio figlio. Per prima cosa mi sono documentata sui libri usciti allora sul fenomeno del bullismo. Quello che era sorprendente è che gli studi sul bullismo, che all’epoca erano quasi tutti nordeuropei, finivano tutti con una straordinaria affermazione, ossia che l’unico metodo possibile per fermare le violenze e gli atteggiamenti di questo tipo era il giudizio etico esercitato attraverso una forma di autorità, cioè spiegare ai ragazzi in forma di pura autorità – perché non c’è altro modo – che alcune cose sono bene e altre cose sono male.
Questo, detto da studiosi nordeuropei, che appartenevano a correnti pedagogiche antiautoritarie, mi è sembrato abbastanza sorprendente e significativo.
Naturalmente non voglio suggerire che il ripristino automatico e antistorico del principio di autorità, in stile anni ’50, sia la soluzione per la attuale condizione di confusione della scuola, delle famiglie o dei ragazzi.
È evidente che una parte della critica esercitata in quegli anni era sacrosanta, ed ha contribuito ad aggiornare e modificare istituzioni che non avrebbero potuto sopravvivere così come erano, e che hanno subito un’evoluzione in positivo: penso per esempio al nuovo diritto di famiglia, alla patria potestà attribuita anche alle donne ed altre cose ancora.
Ma forse se avessimo potuto sottoporre prima ad una critica libera e serrata i  miti del ’68 ci saremmo risparmiati molti dei danni che oggi ci troviamo ad affrontare.
Comunque siamo qua e possiamo cominciare questo dibattito nel nostro piccolo ambito.
Darei dunque la parola prima di tutto al Prof. Bueb per la sua relazione.


 

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Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Il principio di autorità


Ich begrüße Sie meinerseits herzlich, fühle mich sehr geehrt, dass ich in diesem schönen Schloss vor einem so erlauchten Publikum sprechen darf und hoffe, dass Sie auch in der Übersetzung meine Worte verstehen, aber ich habe die Übersetzerin schon kennengelernt und sie schien exzellent zu übersetzen.
Mein Vortrag darf nicht länger als 20 Minuten dauern. Ich werde mich „diszipliniert“ daran halten.
Es geht um das Thema der Wiederentdeckung von Autorität und Disziplin.
Ich erinnere mich genau, wie ich lernte, Fahrrad zu fahren. Mir hat sich lebhaft das Bild eines kleinen Jungen eingeprägt, der immer von neuem versucht, das Fahrrad zu besteigen, die Angst vor dem Umfallen zu überwinden, der den Anweisungen des Vaters folgen, ihnen aber gleichzeitig entrinnen will. Es war eine frühe, bewusste  Erfahrung des Übergangs von Disziplin zu Selbstdisziplin. Fahrradfahren gehörte nicht zum Pflichtprogramm des aufwachsenden Kindes, aber es gehörte zu seinen dringendsten Wünschen, diese Kunst zu beherrschen.
Das Wechselspiel von Disziplin und Selbstdisziplin begleitet den Menschen von der Wiege bis zur Bahre. Mit Recht ist die Spannung zwischen Disziplin und Selbstdisziplin, zwischen Zwang und Freiheit ein zentrales Thema aller Erziehung.
Niemand leugnet, dass auf Disziplin und Selbstdisziplin  alle Kultur aufbaut. Trotzdem sprechen wir in Deutschland nicht unbefangen von Disziplin und verwandten Begriffen, nämlich Autorität, Gehorsam und Ordnung. Wenn wir in Deutschland von Disziplin sprechen, fügen wir in der Regel einen entschuldigenden Satz hinzu: wir meinen damit nichts, was Kinder verbiegt, wir wollen schon gar nicht in die rechte Ecke gestellt werden.
Disziplin heißt Unterordnung. Ein disziplinierter Mensch ist bereit, seine Triebe und seine Wünsche zugunsten eines höheren Zwecks zu zügeln. Dafür übt er sich in Tugenden, die deswegen Sekundärtugenden genannt werden, weil sie ihren Wert erst durch den Zweck erhalten, dem sie dienen. Disziplin beginnt immer fremdbestimmt und sollte selbstbestimmt enden, aus Disziplin soll immer Selbstdisziplin werden.
Sekundärtugenden bilden das Fundament aller Kultur, der Kultur des Alltags wie der großen Meisterwerke eines Volkes. Ordnungssinn, Verlässlichkeit, Pünktlichkeit, Fleiß – niemand kann leugnen, dass ohne solche Tugenden das Zusammenleben der Menschen unerträglich wird und keine schöpferische Leistung zustande kommt.
Die Gründe, warum Disziplin in Verruf gekommen ist, liegen in unserer Geschichte und sind jedermann bekannt.

  Erziehung heißt Führung

Die Zeit scheint gekommen zu sein, dass wir wieder beginnen können, selbstverständlich über Autorität, Disziplin und Ordnung zu sprechen. In meinem Buch „Lob der Disziplin“ versuche ich, diese Begriffe  in der Pädagogik unbefangen zu verwenden. Die unverhältnismäßig starke Wirkung dieser „Streitschrift“ führe ich darauf zurück, dass ich ausspreche, was viele sich insgeheim wünschen, dass nämlich das Leiden der Erziehenden gemildert wird und Kinder glücklicher werden, wenn  Autorität und Disziplin wieder selbstverständlich gelten. 
Wenn ich meine 33 Jahre als Leiter, Lehrer und Erzieher Revue passieren lasse, dominiert in der Erinnerung das Leiden an mangelnder Disziplin und Ordnung. Wie häufig habe ich gehofft, dass eine Schulversammlung ohne Unruhe verläuft, dass Gastredner auftreten konnten, ohne dass Schüler zwischendurch den Raum verließen, dass genügend Schüler zu einem Konzert erschienen, dass die Mahlzeiten manierlich verliefen, dass Schulfeste in der äußeren Form anständig gefeiert wurden, dass Schüler Papiere nicht einfach auf den Boden fallen ließen und sich nicht im Ton vergriffen. Am meisten litt ich darunter, dass viele Lehrer und Erzieher nicht erzogen, nicht eingriffen und keine Konflikte gewagt haben. Ich litt auch, wenn ich Gast in anderen Schulen war, weil sich dem Besucher allzu oft ähnliche Bilder boten wie zuhause oder wenn ich Jugendliche in der Öffentlichkeit erlebte, die durch gleichgültiges, unhöfliches und lautes Verhalten auffielen, aber durchaus als Gymnasialschüler zu erkennen waren.
Das Thema Autorität, Disziplin und Ordnung ist seit den siebziger Jahren selten aufgegriffen worden. Wer es tat, galt als konservativ, was bei aufgeklärten Pädagogen so viel hieß wie rückwärtsgewandt, undifferenziert, flach in der Argumentation.
Ich bekenne mich zu dieser konservativen Haltung. Sie beruht auf der Auffassung, dass Erziehung Führung heißt, dass Autorität und Disziplin das Fundament aller Erziehung bilden und dass es vor allem darauf ankommt, welchem Menschenbild die Erziehenden folgen.
Mein Menschenbild ist christlich inspiriert: Der Mensch ist nicht gut von Natur – wer kann an die Güte des Menschen überhaupt noch ernsthaft glauben nach den Erfahrungen des 20. Jahrhunderts, einem Jahrhundert, dem die Aufklärung voranging? -, wir sind zwar nach christlicher Lehre gut geschaffen, aber nach dem Sündenfall eine „gefallene“ Natur geworden, wir sind daher beschädigt von Geburt an und bedürfen der Erziehung, um  „kultiviert“ zu werden, um zu menschlichen Menschen heranzuwachsen. Gut und Böse schlummern in der menschlichen Natur, der Mensch besitzt einen „Hang zum Bösen“ (Sigmund Freud). Durch Erziehung sollen wir junge Menschen  stärken, das Gute in sich zu wecken und das Böse zu zügeln. Erziehung bleibt immer eine Gratwanderung zwischen Disziplin und Liebe. Liebe muss das Movens jeder Erziehung sein, denn Disziplin rechtfertigt sich nur durch Liebe zu Kindern. Aber Liebe allein genügt nicht.
Heranwachsende Kinder und Jugendliche bedürfen der Disziplin, das heißt, sie müssen sich einem äußeren Zwang unterordnen, um in die Kultur Ihres Volkes und dessen Moral hinein zuwachsen. Erziehung bedeutet dann auch  Gewöhnung, unendliche Wiederholung und Einübung. Damit es nicht zu Dressur abgleitet, müssen die Erziehenden sich als höchstes Ziel setzen, die jungen Menschen zu Selbstdisziplin zu führen.
Wie können wir Jugendlichen den Nutzen von Disziplin nahe bringen?
Um das zu erreichen, müssen wir ihnen den Begriff des Glücks der Anstrengung nahe bringen. Unter Glück verstehen viele Jugendliche eine Animation von außen. Alkohol, Rauchen, Drogen machen glücklich oder vor dem Fernsehen zu sitzen. Manche Jugendliche glauben, erotisches Glück resultiere aus der Begegnung schöner Körper oder Reichtum mache glücklich. Traditionell folgt in unserer Kultur aber Glück einer Anstrengung. Einen Berg bestiegen, ein Fußballspiel gewonnen oder ein Theaterstück erfolgreich aufgeführt zu haben, macht glücklich. Dieses Glück ist unendlich wiederholbar, ohne dass es schal wird und es wird einem weniger geneidet als das Glück, das einem in den Schoß fällt.
Wie kann man Jugendlichen diesen Begriff von Glück nahe bringen?

 Unsere Salemer Erfahrungen

Welchen Weg man durch Disziplin zur Selbstdisziplin beschreiten soll, da scheiden sich die Geister. Ich will  aus unserem Salemer Alltag berichten, denn nur das Konkrete interessiert.
Salem hatte in den siebziger Jahren sein Profil, viele seiner gewachsenen Rituale und seine innere Ordnung verloren.  Ohne Kompass segelte das stolze Schiff durch die aufgeregten Zeiten. In den letzten Jahrzehnten haben wir versucht neben vielen neuen Ideen das Profil der Schule zu klären und eine innere Ordnung  zu finden.
Rituale haben wir wieder eingeführt: jeden Morgen treffen sich alle zu einer Schulversammlung, genannt „Morgensprache“, die Schüler stehen auf, wenn der Lehrer den Raum betritt, während des Mittagessens schweigen alle 10 Minuten (leider nur in der Unterstufe), jedes Trimester beginnt und endet mit einem Gottesdienst, in der Mittelstufe bis einschließlich 11. Klasse tragen alle  täglich wieder einen Schulanzug, zum Geburtstag erhält jeder beim Mittagessen einen kleinen Kuchen mit Kerze  usw.
Ich galt als der „Höflichkeitsonkel“, weil ich regelmäßig forderte, dass jeder jeden grüßt, einschließlich der Putzfrauen; ich erwartete von den Mitarbeitern, dass Schüler zu mir geschickt wurden, die sich im Ton vergriffen. Das wurde leider nur  zögernd wahrgenommen, aber Mitarbeiter aus Küche, Unterricht und Internat  sahen darin eine hilfreiche Unterstützung. Ich erwartete weiterhin, dass Mitarbeiter eingriffen, wenn die Manieren nicht stimmten. Wenn ein Schüler sich vor einem Erwachsenen durch die Tür schlängelt, muss nach meiner Meinung der Erwachsene den Schüler darauf ansprechen.
 Höflichkeit und Disziplin richteten sich immer nach der Haltung der Erwachsenen: wo sie bereit waren, die vereinbarten Maßstäbe und Standards einzufordern, verhielten sich die Jugendlichen respektvoll, ordentlich und höflich. Aber leider war nur eine Minderheit der Mitarbeiter bereit, Konflikte zu wagen, um das Verhalten der Jugendlichen zu korrigieren.
Wiederholung zehrt an Nerven und Kräften. Darüber hinaus geben sich viele Erwachsene sehr tolerant, ertragen Unruhe, schlechte Manieren und Schlamperei, weil mangelnder Anstand inzwischen zum Standard in diesem Land  geworden ist. Nicht nur Bildungsstandards sollten wir fordern, sondern auch Verhaltensstandards, denen wir Erwachsene zu folgen haben.
Standards genügen aber nicht. Denn Eltern, Lehrern und Erziehern fehlt es oft nicht an Einsicht, sondern an Autorität und der Bereitschaft, sich mit Jugendlichen auseinander zu setzen. Mut nennen wir die Tugend, einzugreifen, zu führen und zu formen. Sie setzt aber Selbstbewusstsein voraus – ich als Lehrer habe das Recht und die Pflicht einzugreifen – und auch einen Glauben an die Segnungen von Disziplin. Außerdem ist Eingreifen anstrengend. Erwachsene glauben darüber hinaus zu häufig, die Zuneigung der Jugendlichen zu verlieren, wenn sie streng sind. Dabei habe ich die Erfahrung gemacht, dass Jugendliche mehr Strenge akzeptieren und sogar wünschen, als Erwachsene den Mut haben, auszuüben. Junge Menschen müssen aber spüren, dass die Erziehenden Disziplin aus Fürsorge fordern.

 Strafe als legitimes Mittel der Erziehung

Erziehung kommt nicht ohne Strafen aus. Kinder und Jugendliche müssen sich wie Erwachsene ein wenig fürchten, wenn sie ein Regel übertreten, weil dann eine üble Folge droht. So wird Strafe definiert. Wir kennen  die Strafen für Steuerhinterziehung, für Fahren unter Alkohol. Bei Abendgesellschaften ist nicht die Rede von Schäden, die alkoholisiertes Fahren verursachen können, sondern vornehmlich von Verkehrskontrollen und Strafen. Man unterhält sich, wer wann einmal einer Polizeikontrolle entgangen oder nicht entgangen ist oder hat sonstige Anekdoten zu diesem Thema parat.
Warum nimmt man an, dass Jugendliche anders „ticken“? Auch sie brauchen Kontrollen und Strafen, die ihnen helfen, das moralisch Geforderte zu erfüllen. Aus Einsicht handeln nur Menschen vernünftig, die einen hohen Grad an Selbstdisziplin erreicht haben. Das ist eine Frage der Reife und der Erfahrung.
Als besonders plakatives Beispiel einer Hilfe durch Kontrollen und Strafen will ich die Drogenregelung in Salem anführen. Seit 10 Jahren gilt die Regel, dass jeden Morgen ein Schüler der Mittel – und Oberstufe per Losverfahren bestimmt wird, der eine Urinprobe um 6. 30 abgeben muss. Ergibt der Test einen positiven Wert, auch bei Haschisch, muss er sofort die Schule verlassen. Seitdem wir diese Tests eingeführt haben, haben die Schüler aufgehört in Salem zu kiffen.
Sie wissen, dass sie die Finger von den Drogen lassen müssen, wenn sie in Salem bleiben wollen.
Ich kann viele weitere Beispiele, auch in harmloseren Fragen, anführen. Wer Unterricht schwänzt, muss am Samstag Abend nachsitzen. Wer Alkohol trinkt und noch nicht 16 ist, muss beim ersten Mal 6 Stunden in Haus und Betrieb arbeiten, bei Wiederholung 10 Stunden  und die Eltern werden benachrichtigt, beim dritten Mal muss einer mit Entlassung rechnen. Um die Kontrollen effektiv zu gestalten, verfügt jeder Mentor(Lehrererzieher) über ein Alkotestgerät wie die Polizei. Denn warum sollen wir bei Jugendlichen nicht ähnliche Methoden der Aufklärung anwenden wie bei Erwachsenen? Wenn ein Professor der Medizin sich solchen Kontrollen unterziehen muss, warum nicht ein 15-Jähriger?
 Die Angebotspädagogik war ein Irrweg
Einen Irrweg der letzten Jahrzehnte sollten wir beenden, nämlich in der Pädagogik vornehmlich mit Angeboten zu arbeiten statt Jugendliche zu verpflichten. Das gilt in der Familie ebenso wie in der Schule, in Internaten und in aller Art Jugendunternehmungen (Sommerlager, Schullandaufenthalte usw.).
Eltern sollten Kinder und Jugendliche selbstverständlich verpflichten, Konzerte mit ihnen zu besuchen, Wanderungen zu machen, aber auch Pflichten in Haus und Garten zu übernehmen. Ebenso sollten wir in Schulen und Internaten Schüler außerhalb des Unterrichts verpflichten, an Schulkonzerten, Theateraufführungen und Vorträgen teilzunehmen.
Der Gründer Salems hat seiner Schule eine Einrichtung hinterlassen, die für mich zu den besten Elementen der Salemer Erziehung zählt: Die Dienste. Jeder Schüler muss ab der 10. Klasse einen Nachmittag in der Woche (2-3 Stunden) im Dienste anderer Menschen verbringen. Es gibt technische Dienst wie die Feuerwehr, der größte Dienst ist der Sozialdienst; die Schüler betreuen behinderte Kinder, besuchen alte Menschen, machen Hausaufgaben mit Grundschülern oder lernen mit Asylantenkindern deutsch. Durch die Dienste erleben Schüler ein Stück außerschulischer Lebenswelt, vor allem erfahren sie praktische Nächstenliebe als eine beglückende Tätigkeit. Diese Erfahrung würden sie nicht machen können, wenn die Dienste nicht obligatorisch wären. Selbst in antiautoritär  inspirierten Zeiten, etwa den siebziger Jahren, zweifelte niemand in Salem an dem pädagogischen Nutzen der für jeden Schüler verpflichtenden Dienste.
Damals wurde zwar argumentiert, Nächstenliebe müsse aus dem Herzen kommen und dürfe nicht verordnet werden. Aber gerade dieser Gegensatz besteht nicht: verordnete Nächstenliebe führt häufig bei jungen Menschen zu einer neuen Einstellung gegenüber dem Leiden der „Nächsten“. Der „Appetit kommt mit dem Essen“, erst dadurch, dass ein Jugendlicher am Dienst teilnehmen muss, macht er die Erfahrung, wie beglückend Helfen sein kann. Natürlich gibt es Jugendliche, in denen auch die Erfahrung des Helfens keine Nächstenliebe weckt. Sie haben aber wenigsten ein paar Jahre lang anderen geholfen.
Obligatorische soziale Dienste sollten wir in Deutschland in allen Gymnasien wenigsten in einer Jahrgangsstufe einführen. Es gibt schon Gymnasien, die solche verpflichtenden Dienste in der 11. Jahrgangsstufe eingeführt haben.
Dieses „Erziehungsmuster“, dass ein Verhalten angeordnet wird und dann zu einer neuen Einstellung gegenüber der zunächst erzwungenen Tätigkeit führt, gilt nach meiner Auffassung für die Einführung in  Kultur jeder Art: Musik lernt man kennen und schätzen durch Üben und durch angeordnete Besuche von Konzerten, Zugang zur bildenden Kunst durch fürsorglich „erzwungene“ Besuche in Museen, Nächstenliebe durch die Verpflichtung, anderen zu helfen.

 Übernahme von Verantwortung setzt Disziplin voraus

Wir wollen junge Menschen zur Verantwortung erziehen, so hat  unser Gründer, Kurt Hahn, den Auftrag Salems beschrieben. Jeder Schüler soll in der Gemeinschaft Verantwortung übernehmen und dadurch lernen, politisch zu handeln. Jungen und Mädchen leben zusammen  in Gruppen von 15 bis 20 mit einem Lehrer, der zugleich Erzieher ist. Sie wählen einen ältern Schüler oder eine Schülerin als Helfer. Diese Helfer sind verantwortlich für das Tages –und Wochenprogramm der Gruppe, für die Lösung von Konflikten, für die Atmosphäre, für Fairness und respektvollen Umgang. Darüber hinaus gibt es viele Ämter, die Schüler ausüben können: Betriebshelfer, Gästehelfer, Studienhelfer für einzelne Fächer, die Betreuung des Esssaales übernehmen Schüler u.a.m.
Der Erfolg der Schülermitverantwortung setzt in hohem Maße Disziplin und Selbstdisziplin voraus. Anderseits ist die Übernahme von Verantwortung eine wunderbare Schule der Selbstdisziplin.
Junge Menschen können aber nur erfolgreich Verantwortung übernehmen, wenn ihre Hauptaufgabe nicht darin besteht, täglich Ordnung und Disziplin herzustellen. Wir haben auch in Salem unsere Schüler in den letzten Jahrzehnten überfordert, weil die Übernahme von Verantwortung in zu hohem Maß die Herstellung von Disziplin und Ordnung bedeutete. Außerdem mangelte es ihnen selbst an Disziplin. Denn die Fähigkeit, Disziplin und Selbstdisziplin zu üben, hing zu sehr von der persönlichen Biographie ab.
Die Verantwortlichen in einem Gemeinwesen müssen sich auf das ordentliche Verhalten der Bürger verlassen können. Deswegen funktioniert die Schülermitverantwortung in Internaten nur, wenn Disziplin kein Thema ist.
  Nachbemerkung
Wer erkannt hat, dass das Glück der Anstrengung Disziplin voraussetzt, wird Disziplin als Tor zu Glück und Freiheit erfahren. Die Wiederentdeckung von Autorität und Disziplin bedeutet daher eine verbesserte Lebensqualität. Wir haben die Pflicht, Kinder und Jugendliche früh mit Disziplin vertraut zumachen, um sie zu Selbstdisziplin zu befähigen. Nur dann sichern wir ihnen eine glückliche Zukunft.

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Prof. Bernhard Bueb testo italiano
Il principio di autorità



Prof. Bernhard Bueb (traduzione)

La saluto cordialmente e mi sento molto onorato di  poter parlare in questo  magnifico Palazzo di fronte ad un pubblico tanto autorevole e qualificato e spero che Lei intenda bene le mie parole, anche perché ho avuto modo di conoscere l’interprete, che è  un’eccellente traduttrice.
Il mio intervento non  sarà più lungo di 20 minuti,  mi atterrò pertanto  in modo “disciplinato” a quanto  richiestomi.
Il mio intervento affronterà il tema della riscoperta dell’Autorità e della Disciplina.
Ricordo con precisione come ho imparato ad andare in bicicletta. Mi rimane  impressa l’immagine vivida di un ragazzino che prova e riprova a salire sulla bici, a superare la paura di cadere, che segue le istruzioni del padre, ma che vuole anche sottrarsi ad esse. È stata una prima, consapevole esperienza del passaggio da disciplina ad autodisciplina. Andare in bicicletta non faceva parte del programma di attività che il bambino che stava crescendo doveva svolgere, ma costituiva uno dei suoi desideri più irrefrenabili, cioè quello di dominare quella determinata abilità.
L’alternarsi di disciplina e autodisciplina accompagna l’uomo dall’inizio alla fine della sua vita. Necessariamente la tensione tra disciplina e autodisciplina, tra obbligo e libertà, costituisce un elemento centrale dell’educazione in generale.
Non si può negare che sulla disciplina e sull’autodisciplina si fondi tutta la cultura. Nonostante ciò, in Germania non si parla senza pregiudizi di disciplina e di concetti affini, come autorità, ubbidienza  e ordine. Quando si parla di disciplina in Germania, in genere si tende a fare una precisazione e cioè che non ci si riferisce a qualcosa che piega il carattere del bambino, non vogliamo assolutamente essere messi in un angolo.
Disciplina significa subordinazione. Una persona disciplinata è pronta a dominare i propri istinti e i propri desideri per un fine più alto. A tale scopo esercita le proprie virtù, che vengono chiamate virtù secondarie proprio perché il loro valore è insito nel raggiungimento del fine stesso in funzione del quale esse vengono esercitate. La disciplina parte sempre da un’imposizione esterna e dovrebbe sempre finire per essere dettata dall’interno, la disciplina dovrebbe sempre tradursi  in autodisciplina.
Le virtù secondarie costituiscono le fondamenta di tutta la cultura, della cultura del quotidiano così come di quella dei grandi capolavori di un popolo. Senso delle regole, affidabilità, puntualità, diligenza – non si può negare che in assenza di tali virtù, la convivenza tra gli uomini sarebbe insopportabile e non sarebbe possibile realizzare grandi cose.
I motivi per cui la disciplina è caduta in discredito, risiedono nella nostra storia e sono ben note a tutti.
                                        
  Educare significa fare da guida

Sembrerebbe essere giunto il momento per poter ricominciare a parlare in modo naturale di autorità, disciplina e ordine. Nel mio libro “Elogio alla disciplina“ ho cercato di utilizzare questi concetti nella pedagogia senza pregiudizi. La sproporzionata reazione forte scatenata da questo “scritto controverso” la riconduco al fatto che in esso io esprimo ciò che molti desiderano interiormente, e cioè che la sofferenza di chi viene educato venga alleviata e che i bambini siano più felici quando autorità e disciplina tornano a regnare normalmente.
Quando ripenso ai 33 anni di esperienza come direttore, insegnante ed educatore, i ricordi sono dominati dal rammarico dovuto alla mancanza di disciplina e di ordine. Quante volte mi sono augurato che un’assemblea scolastica procedesse senza disordini, che i relatori ospiti potessero intervenire senza che gli studenti abbandonassero l’aula, che abbastanza studenti fossero presenti ad un concerto, che durante le ore dei pasti si rispettassero le buone maniera, che le feste scolastiche si svolgessero in modo decoroso nella forma esteriore, che gli studenti non buttassero le cartacce per terra e non si esprimessero in modo sgarbato.  Soprattutto mi addolorava il fatto che molti insegnanti ed educatori non educassero, non intervenissero e non osassero affrontare gli scontri. E mi rammaricavo  anche quando ero ospite di altre scuole perché in veste di visitatore troppo spesso mi si ripresentavano le stesse immagini a cui assistevo quotidianamente nel mio istituto, oppure quando nei luoghi pubblici vedevo ragazzi che si distinguevano per l’atteggiamento indifferente, scortese, per il tono alto della voce, e che però erano facilmente riconoscibili come studenti del liceo.
A partire dagli anni ‛70 il tema dell’autorità, della disciplina e dell’ordine è stato affrontato raramente. Chi lo ha fatto, veniva preso per conservatore, che tra pedagoghi illuminati significa qualcosa come antiquato, monotono, piatto nelle argomentazioni. 
Io mi riconosco in questo atteggiamento conservatore. Esso si fonda sulla convinzione che educare significa fare da guida, che autorità e disciplina stanno alla base dell’educazione in generale e che tutto sta nel  modello di uomo a cui si ispirano i discenti.
La mia idea di uomo è ispirata al cristianesimo: l’uomo non è buono per natura – chi può credere veramente nella bontà dell’uomo dopo gli accadimenti del ventesimo secolo, un secolo preceduto dall’Illuminismo? -, secondo la fede cristiana infatti siamo stati creati esseri buoni, ma con il peccato originale abbiamo acquisito una natura “decadente”, siamo dunque segnati dalla nascita e abbiamo bisogno dell’educazione per essere educati, per diventare esseri umani degni. Il bene e il male si celano nella natura umana, l’uomo possiede una “propensione al male”(Sigmund Freud). Attraverso l’educazione dovremmo rendere i giovani forti e capaci di risvegliare dentro di sé il bene e di rifuggire il male. L’educazione resta sempre l’elemento critico tra disciplina e amore. L’amore deve essere il movente di qualsiasi forma di educazione, poiché la disciplina trova giustificazione solo attraverso l’amore verso i figli. Tuttavia l’amore da solo non è sufficiente.
Bambini e adolescenti in fase di crescita hanno bisogno di disciplina, cioè, devono sottomettersi ad un obbligo esterno per poter crescere nella cultura della propria comunità e nella sua morale. Dunque educazione significa anche abituarsi, insistere ed esercitarsi all’infinito. Per non sfociare in addestramento, gli educatori dovrebbero porsi l’obiettivo più alto di guidare i giovani all’autodisciplina.
Come possiamo insegnare agli adolescenti il beneficio della disciplina? Per riuscirci dobbiamo insegnare loro il concetto di felicità insita nello sforzo. Per molti adolescenti la felicità è uno stimolo che proviene dall’esterno. Alcol, fumo, droghe rendono felici, oppure stare seduti davanti alla televisione. Alcuni adolescenti sono convinti che il piacere erotico derivi dall’unione di corpi bellissimi, oppure che la ricchezza renda felici. Per tradizione però, nella nostra cultura, la felicità segue la fatica. Scalare una montagna, vincere una partita di calcio oppure riuscire bene in una rappresentazione teatrale, rende felici. Questa felicità può essere reiterata all’infinito senza perdere d’intensità, e suscita meno invidia rispetto alla felicità che piove dal cielo.
Come fare ad insegnare questo concetto di felicità agli adolescenti?

La nostra esperienza a Salem

Sono discordanti le opinioni in merito a quale strada si debba seguire per raggiungere l’autodisciplina a partire dalla disciplina. Io voglio riportare la nostra esperienza quotidiana a Salem, poiché è la realtà concreta che conta. 
Negli anni '70 Salem aveva perso la propria immagine, molti dei rituali di sempre ed il proprio ordine interno. La nave fiera navigava senza bussola in tempi caratterizzati da acque agitate. Negli ultimi decenni abbiamo cercato, oltre alle tante nuove idee, di rinnovare l’immagine della scuola e di ritrovare un nuovo ordine interno.
Abbiamo reintrodotto alcuni rituali: ogni mattina ci si riunisce tutti in un’assemblea scolastica chiamata „discorso del mattino“, gli studenti si alzano in piedi quando gli insegnanti entrano in classe, durante la pausa pranzo si rispettano 10 minuti di silenzio (purtroppo solo nelle classi inferiori), ogni trimestre inizia e finisce con la celebrazione della santa messa, tutti gli studenti delle classi intermedie fino all’undicesima tutti i giorni indossano di nuovo una divisa scolastica, il giorno del compleanno ogni studente riceve un dolcetto con una candela all’ora di pranzo, eccetera.
Io ero considerato il „signor cortesia“, perché pretendevo sempre che tutti salutassero tutti, comprese le donne delle pulizie; esigevo dai miei colleghi che mi mandassero gli studenti che si esprimevano in modo sgarbato. Purtroppo questo è stato recepito solo con titubanza, tuttavia i colleghi cuochi, insegnanti e il personale del collegio vedevano in questo espediente un valido sostegno. Inoltre esigevo che i colleghi intervenissero qualora non venissero rispettate le buone maniere. Quando uno studente rifugge una persona adulta scappando dalla porta, secondo me l’adulto deve cercare il chiarimento con lo studente.
Cortesia e disciplina si orientavano sempre al comportamento degli adulti: quando questi si mostravano decisi ad esigere il rispetto delle regole e dei modelli di comportamento concordati, gli adolescenti si comportavano in modo rispettoso, disciplinato ed educato. Purtroppo però solo una minoranza dei colleghi era disposta ad affrontare i conflitti per correggere il comportamento degli adolescenti.
Insistere logora i nervi e le energie. Perciò molti adulti si dimostrano molto tolleranti, sopportano l’irrequietezza, le cattive maniere ed il disordine, perché oggi la mancanza di educazione è diventata una regola in questo paese. Non solo dovremmo esigere il rispetto di modelli educativi, ma anche di modelli di comportamento, che noi adulti dobbiamo seguire.
Le regole però non bastano. Ai genitori, agli insegnanti e agli educatori spesso non manca il giudizio, ma l’autorità e la disponibilità a discutere con gli adolescenti. Il coraggio è la virtù di intervenire, di guidare  e di formare. Esso presuppone però consapevolezza – io in quanto insegnante ho il diritto e il dovere di intervenire – e fiducia nella funzione benefica della disciplina. Inoltre intervenire è faticoso. Per questo troppo spesso gli adulti credono di perdere la simpatia degli adolescenti se sono severi con loro. A tal proposito ho potuto osservare come gli adolescenti accettino o addirittura desiderino più severità di quella che gli adulti osino esercitare. Tuttavia i giovani devono avvertire che gli educatori esigono disciplina perché premurosi nei loro confronti.

  La punizione come legittimo strumento educativo

Non esiste educazione senza punizione. Bambini e adolescenti, come gli adulti,  devono provare un minimo di timore quando infrangono una regola, sapendo che dovranno pagarne le conseguenze. Questa si definisce punizione. Noi siamo abituati alle multe per evasione fiscale e guida in stato di ebbrezza. Il popolo della notte non si preoccupa dei danni che la guida in stato di ebbrezza può provocare, ma piuttosto dei controlli della polizia e del rischio di essere multati. Ci si raccontano episodi di quando qualcuno è scampato o meno ai controlli della polizia o si hanno sempre pronti aneddoti simili sull’argomento.
Perché si accetta che i giovani si comportino a modo loro? Anche loro hanno bisogno di supervisione e castighi che li aiutino a soddisfare le esigenze morali. Con giudizio agiscono ragionevolmente solo le persone, che hanno raggiunto un elevato grado di autodisciplina. Si tratta di una questione di maturità e di esperienza.
Vorrei riportare un esempio particolarmente lampante di beneficio attraverso i controlli e punizioni, e cioè la regola che vige a Salem in merito all’uso di stupefacenti. Da dieci anni infatti, ogni mattina viene estratto a sorte uno studente delle classi intermedie e superiori che alle 6:30 deve consegnare un campione delle proprie urine. Se il test risulta positivo, anche all’uso di hashish, lo studente viene immediatamente espulso dalla scuola. Da quando abbiamo introdotto questi test, gli studenti di Salem hanno smesso di fumare spinelli.
Sanno di dover tenere giù le mani dagli stupefacenti se vogliono rimanere a Salem.
E potrei citare tanti altri esempi, riguardanti anche questioni molto meno allarmanti. Chi non si presenta a lezione deve restare a scuola per castigo il sabato sera. Chi assume alcol e non ha ancora compiuto 16 anni, per punizione deve lavorare sei ore a casa e in fabbrica la prima volta, la seconda volta invece le ore diventano dieci e i genitori vengono informati dell’accaduto, la terza volta lo studente rischia l’espulsione. Per far sì che i controlli siano efficaci, ogni mentore (formatore degli insegnanti) dispone di un etilometro come quello utilizzato dalla polizia. In fondo perché per gli adolescenti non dovremmo applicare metodi di accertamento simili a quelli usati per gli adulti?  Se un professore di medicina deve sottoporsi a questo tipo di controlli, perché non dovrebbe farlo un quindicenne?

  La pedagogia della scelta è stata un errore

Dovremmo porre fine ad un errore compiuto in ambito pedagogico negli ultimi decenni, cioè quello di offrire agli adolescenti la possibilità di scegliere invece che imporre loro qualcosa. Ciò vale sia in famiglia che a scuola, nei collegi come per ogni genere di iniziativa che coinvolge gli adolescenti (campi estivi, soggiorni scolastici, ecc.).
I genitori dovrebbero imporre naturalmente ai bambini e agli adolescenti di andare con loro ai concerti, di fare gite, ma anche di adempiere a dei doveri in casa o in giardino. Allo stesso modo dovremmo pretendere che gli studenti delle scuole e dei collegi, al di fuori delle ore di lezione, partecipino ai concerti scolastici, alle rappresentazioni teatrali e alle conferenze.
Il fondatore di Salem ha lasciato alla sua scuola un’istituzione che secondo me costituisce uno degli elementi più validi del metodo educativo di Salem: i servizi. A partire dalla decima classe, ogni studente deve mettersi a servizio di altre persone per un pomeriggio a settimana (per 2-3 ore). Vengono proposti servizi di tipo tecnico come quello dei vigili del fuoco, il principale servizio è quello sociale; gli studenti assistono bambini disabili, fanno visita a persone anziane, aiutano i bambini delle scuole elementari a fare i compiti o studiano il tedesco insieme ai bambini dell’asilo. Grazie a queste attività gli studenti si arricchiscono di prime esperienze di vita extrascolastiche, e soprattutto vivono l’amore concreto per il prossimo come un impegno che dona felicità. Gli studenti non avrebbero la possibilità di fare queste esperienze se le attività non fossero obbligatorie. Proprio negli anni d’ispirazione autoritaria, come negli anni settanta, nessuno a Salem metteva in discussione la funzione pedagogica dei servizi obbligatori previsti per ogni studente.
Allora si sosteneva che l’amore per il prossimo dovesse essere dettato dal cuore e non potesse essere imposto. Tuttavia proprio questa contraddizione non sussiste: imporre l’amore verso il prossimo conduce spesso i giovani ad un nuovo atteggiamento nei confronti della sofferenza del “prossimo”. “L’appetito vien mangiando”, e cioè solo se l’adolescente è costretto a prestare un servizio può rendersi conto, attraverso l’esperienza, che aiutare gli altri rende felici. Ovviamente ci sono anche adolescenti nei quali tale esperienza non suscita alcun  senso di amore verso il prossimo. Per lo meno però hanno aiutato gli altri per un paio d’anni.
I servizi sociali obbligatori dovrebbero essere introdotti in tutte le scuole superiori in Germania almeno per un anno scolastico. Esistono già licei dove questi servizi obbligatori sono già previsti nell’undicesima classe.
Questo „modello educativo“, secondo il quale un determinato comportamento viene imposto e scaturisce un nuovo atteggiamento nei confronti dell’attività inizialmente imposta, secondo il mio punto di vista, si dimostra valido per introdurre in qualsiasi tipo di cultura: la musica si impara a conoscere e ad apprezzare esercitandosi ed essendo costretti ad assistere ai concerti, la sensibilità verso l’arte figurativa viene stimolata “costringendo” in modo premuroso a visitare i musei, l’amore per il prossimo obbligando ad aiutare gli altri.

    Assumere responsabilità richiede disciplina

Vogliamo educare i giovani alla responsabilità, così il nostro fondatore, Kurt Hahn, ha descritto la missione di Salem. Ogni studente dovrebbe assumersi delle responsabilità all’interno della comunità, imparando in questo modo ad agire politicamente. I ragazzi e le ragazze formano gruppi di 15-20 persone con un insegnante che riveste anche il ruolo di educatore. Essi eleggono uno studente o una studentessa più grande come assistente. L’assistente è responsabile del programma del giorno e della settimana del gruppo, della risoluzione dei contrasti, del clima che si respira, della correttezza e del rispetto reciproco. Ci sono dunque molte funzioni che gli studenti possono ricoprire: assistente di direzione, assistente per gli ospiti, assistente scolastico per le singole materie, occuparsi della sala mensa, eccetera.
Il buon esito della responsabilizzazione degli studenti presuppone soprattutto disciplina e autodisciplina. D’altronde assumersi una responsabilità costituisce un’ottima scuola di autodisciplina.
Tuttavia i giovani possono assumersi responsabilità con buoni risultati solo se il proprio compito principale non consiste nel generare quotidianamente ordine e disciplina. Negli ultimi decenni anche a Salem abbiamo preteso troppo dai nostri studenti, poiché assumersi responsabilità significava, in maniera eccessiva, generare ordine e  disciplina.  Tuttavia loro stessi mancavano di disciplina. Infatti la capacità di esercitare disciplina e autodisciplina dipendeva troppo dall’esperienza di vita personale.
Chi si assume le responsabilità all’interno di una comunità deve poter fare affidamento sul comportamento rigoroso dei cittadini. Per questo la responsabilizzazione degli studenti nei collegi funziona solo qualora la disciplina sia già un dato di fatto.

    Osservazioni conclusive

Chi ha compreso che la felicità della fatica presuppone disciplina, vivrà la disciplina come la chiave della felicità e della libertà. La riscoperta di autorità e disciplina conduce dunque ad una qualità della vita migliore. Abbiamo il dovere di abituare sin dall’inizio i bambini e gli adolescenti alla disciplina per metterli in condizione di sviluppare l’autodisciplina. Solo in questo modo possiamo garantire loro un futuro sereno.

 

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D.ssa Roccella


Ringraziamo il Prof. Bueb per la sua illuminante relazione, piena anche di consigli pratici, che però, devo ammettere, esiterei a seguire anche in famiglia. Penso infatti che ci siano forti differenze culturali tra Italia e Germania, ed una scuola italiana che dovesse seguire quei metodi, benché personalmente io li ritenga ottimi, farebbe fatica ad essere accettata.
Passo ora la parola al Professor Galli della Loggia.

 

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Grazie!
Sì, io penso che il libro del Prof. Bueb sia un libro molto interessante, che ho letto con grande piacere e un libro che colpisce particolarmente il pubblico italiano perché è il libro di un conservatore, di un conservatore nel senso migliore del termine (questa è una postilla che bisogna sempre fare da noi in Italia), perché è un libro che indica i pericoli e, diciamo pure, gli aspetti negativi del cambiamento.
Il punto di vista conservatore in una società è appunto quello che indica i pericoli del cambiamento, che mette in guardia contro il cambiamento e tendenzialmente apprezza la tradizione, apprezza ciò che sta alle spalle. In tutte le società normali questo punto di vista che ho chiamato conservatore esiste; in tutte le società occidentali esiste, ha piena legittimità ed è un polo dialettico della discussione pubblica utile ed  interessante. Tuttavia in Italia questo polo dialettico, questo punto di vista conservatore invece ha grande difficoltà ad esprimersi, è ultraminoritario ed è ancora circondato da uno sfavore per così dire preliminare. E per questo il libro ci ha colpito  particolarmente, ma  al tempo stesso è forse proprio questa  la ragione per cui in Italia il libro non ha avuto il successo che ha invece ottenuto in Germania. Le ragioni sono naturalmente anche altre, ma credo, che questo possa essere un motivo importante.
Il libro, come abbiamo sentito, illumina gli aspetti negativi del cambiamento in un punto assolutamente cruciale: il rapporto disciplina-educazione, il campo dell’educazione. E non a caso il campo dell’educazione è quello in cui massimamente si sono verificati i cambiamenti della modernità. Possiamo dire, il perché di questo ?  Ritengo per due o tre ragioni evidenti:  perché al centro ci sono i giovani e i giovani di per sé sono figure sociali portatrici di cambiamento, che impongono il cambiamento; perché al centro dell’ambito educativo ci sono le teorie della società, le teorie dell’uomo, ci sono gli intellettuali che sono anch’essi dei grandi agenti storici del mutamento; perché nel campo dell’educazione si sono affermati -  soprattutto in un Paese come l’Italia -  due grandi miti moderni: il mito dell’uguaglianza che si traduce nella fortissima tendenza antimeritocratica (ciò che conta non è il merito ma l’eguale risultato che bisogna che tutti conseguano),  e l’altro grande mito, quello dell’autonomia del giovane, della sua spontaneità, ed il sistema educativo deve consentire questa forma espressiva tipicamente individuale che appunto l’autonomia dei giovani.
Il libro del Prof. Bueb, come abbiamo sentito, presenta una rassegna di esempi, che certo suscitano anche in me le considerazioni che hanno suscitato in Eugenia Roccella, oltre ad un’altra considerazione; e cioè sono indicazioni, ricette, terapie che sono applicate in un collegio, non in un sistema educativo pubblico, dove non si fa quel tipo di vita in comune che invece appare così essenziale per le ricette che abbiamo sentito illustrate.
Comunque io sono interamente d’accordo con la diagnosi, con la terapia e quindi non ho che da dichiarare il mio totale consenso.
Aggiungerò qualcosa invece su un altro aspetto che mi pare non sia stato affrontato, non intendo dire trascurato, bensì che semplicemente non era nell’intento del libro in questione affrontarlo, e cioè il problema dell’anamnesi, dell’eziologia, del perché siamo arrivati, in tante società occidentali, a questa scomparsa, a questa crisi, chiamiamola come vogliamo, del binomio autorità-disciplina, che io considererei insieme. La disciplina esiste se c’è un’autorità che la fa, la incarna, la rappresenta e se ne fa portatrice. Io personalmente credo che sarebbe il caso (mi spiace di non essere d’accordo con la mia amica Eugenia Roccella) di non dare al ’68 troppe colpe. Ne ha tantissime naturalmente, ma io penso che in questo caso il problema non è stato -  parlo soprattutto per l’Italia  naturalmente -  il ’68, quanto piuttosto l’aspetto strutturale della società italiana che ha aggravato enormemente quel che è stato il ’68;  lo ha infatti reso in Italia un fenomeno interminabile, particolarmente duraturo ecc., mentre invece in altri Paesi, dove c’è stata lo stesso fenomeno, poi insomma il superamento è stato abbastanza rapido, abbastanza tranquillo. In Italia io credo che il problema non sia stato il ‘68, è stato il dominio assoluto che su ambiti decisivi della società italiana ha la politica. Il vero cuore del problema sta nella debolezza della società civile italiana e invece nella eccessiva forza, supremazia, egemonia della politica e dei suoi meccanismi che dominano (e il campo dell’educazione è un campo particolarmente clamoroso). Tutta la scuola italiana è stata interamente plasmata, indirizzata, governata da esigenze che erano tutte di natura politica o politico-ideologica piuttosto che ………………. (interruzione audio).
Il sistema educativo italiano è stato interamente sopraffatto dalla politica, basti pensare al ruolo decisivo che nella scuola italiana hanno i sindacati che credo non abbia corrispettivo fuori l’Italia.
Ma perché la politica ha dominato tanto? Credo che facendo un passo indietro, dobbiamo avere il coraggio di dire che un po’ in tutto l’universo politico occidentale la crisi della disciplina e dell’autorità (che riguarda particolarmente l’Italia per le ragioni che ho detto, ma non solo l’Italia) sono il sottoprodotto della democrazia, non come sistema politico fondato sulla rappresentanza ecc., ma della democrazia come ethos diffuso, come modo di pensare, come costruzione della personalità. La disciplina e l’autorità sono qualcosa che proviene dall’alto. Mi pare impossibile pensare a questi due termini, disciplina e autorità, senza pensare a qualcosa che viene dall’alto. La democrazia, invece, per sua definizione è un qualcosa che viene dal basso cioè viene dal singolo individuo. Il suo presupposto è per l’appunto l’autonomia dell’individuo e il fatto che qualunque sistema sociale è legittimo soltanto se si fonda sul consenso di coloro che sono sottoposti ad esso e quindi sull’autonomia, sulla decisione, sul consenso libero di ogni individuo.
Decidere è il contrario di obbedire, però  obbedire è il contrario di decidere.
La democrazia affida la decisione della vita sociale in tutti i suoi aspetti a tutti, e quindi di per sé è evidentemente una contraddizione. Una polarità contraddittoria rispetto all’elemento della disciplina, presupponendo ovviamente un individuo autonomo, che sceglie, che decide, che dà il suo consenso e che, diciamo così, è buono e razionale, due caratteristiche indispensabili, il cui presupposto è necessario, ma la realtà è diversa.
La democrazia è  - abbandono poi subito questo argomento che forse sa un po’ troppo di teoria -  il tentativo di conciliare l’autonomia dell’individuo, di ciascuno di noi, con un ordine sociale che però ci vincoli, di cui noi poi rispettiamo le leggi. Lo strumento, il tentativo di conciliazione tra l’autonomia dell’individuo e il sistema sociale sono rappresentati dal consenso. È legittima solo quell’autorità che è fondata sul consenso. Naturalmente però l’autorità fondata sul consenso difficilmente è compatibile con l’autorità fondata sulla tradizione; l’autorità fondata sulla tradizione è però disgraziatamente l’autorità fondata sul passato, l’autorità fondata sulla conoscenza, quel tipo di autorità che incarna weberianamente il potere tradizionale, perché appunto non è fondata sul consenso. Il potere tradizionale però è proprio quello delle istanze educative che hanno un quid disciplinare forte al proprio interno: la famiglia, la scuola sono tutte cose che sono fondate anche sulla trasmissione del passato, su vincoli disciplinari che non possono essere contrattati politicamente. I rapporti familiari per cui un padre ha autorità su un figlio è un tipo di rapporto che implica la disciplina e l’autorità, ma sfugge completamente all’elemento del consenso. Può cercare di implicare la massima apertura e disponibilità, ma evidentemente non può essere fondato sul consenso. Una parentesi che interesserà tanti di noi: anche il potere della Chiesa risente di questa difficoltà, quando è immerso in un ambito democratico; non per nulla il campo religioso è stato il primo in Europa in cui si è affermato il dilemma, diciamo così, tra la libertà dell’individuo e la compatibilità di questa libertà con l’autorità e la disciplina rappresentati dalla Chiesa, il problema della difficile conciliazione tra la libertà di coscienza dell’individuo e il binomio autorità-disciplina. Alla fine poi la storia della Chiesa Cattolica ha sciolto questo dilemma pronunciandosi a favore della libertà di coscienza, come sappiamo, però poi la tensione tra queste polarità è rimasta sempre ed è destinata a rimanere. Questo il difficile rapporto tra autorità-disciplina e democrazia.
Allora dobbiamo concludere che tutto è stato deciso con la vittoria della democrazia? Che a noi non resta nient’altro da fare se non la velleitaria, impossibile scelta di cancellare la democrazia?
No, io credo che le cose siano un pochino più complicate e cioè la democrazia (ed è il vero problema cui le nostre società si trovano di fronte ed è il vero problema politico): la democrazia si fonda sull’autonomia dell’individuo, su individui razionali, liberi e responsabili, ma essa stessa non riesce a produrre tali individui, perché se le sue istituzioni (ad esempio scolastiche), si fanno penetrare troppo dalla democrazia  non riescono a produrre individui di questo tipo.
I sistemi educativi occidentali, in particolare quello italiano non riescono certo a produrre individui liberi, autonomi e in grado di affrontare consapevolmente i ruoli sociali – e penso che siamo tutti d’accordo - il contrario. Cioè in sostanza il problema della democrazia è quello che le società democratiche non riescono a produrre le soggettività, gli individui di cui pure si avrebbe in teoria l’assoluto bisogno, perché riesce molto difficile ai sistemi democratici opporre ai giovani, al loro narcisismo, alla loro propensione al branco, all’aggregarsi, opporre un’autorità che non sia consensuale. La democrazia. Una delle prime personalità che ha parlato di democrazia in termini moderni, Montesquieu, ha detto giustamente (lui è stato il primo, poi molti altri dopo di lui hanno asserito la stessa cosa),  la democrazia ha un bisogno essenziale di una cosa: della “virtù”.
Come la monarchia ha bisogno del senso dell’onore, allo stesso modo la democrazia ha bisogno della  virtù. La democrazia funziona se i cittadini che la abitano sono virtuosi, cioè sono autonomi, liberi, educati, consapevoli, informati ecc.. Il problema è che i sistemi educativi delle democrazie non riescono a produrre questo tipo di persone.
Ciò allora vuol dire che dobbiamo rinunciare alla democrazia ? No! Vuol dire un’altra cosa! Che la democrazia, i sistemi democratici per funzionare hanno bisogno che alcune parti della struttura sociale non siano democratiche, non rispondano al principio informatore della democrazia.
Un paragone assolutamente calzante in proposito: così come il capitalismo funziona soltanto se ci sono delle parti della società che non sono capitalistiche ossia ci sono cose che non sono merci, che non sono scambiabili col denaro, così la democrazia funziona soltanto se vi sono degli ambiti in cui non vige il principio dello scambio consensuale, autorità-consenso, in cui c’è l’autorità e si riconosce la validità di un’autorità non fondata sul consenso. In sostanza la democrazia per funzionare deve avere in sé delle parti sottratte alle regole democratiche e cioè sottratte alla politica, perché in una democrazia quando arriva la politica, arriva la democrazia e quindi il consenso, la necessità di coinvolgere tutti e pertanto la crisi dell’autorità e della disciplina.
Il compito, il gravissimo compito delle classi politiche democratiche è quello di riuscire ad ottenere il consenso dei cittadini relativamente ai confini da porre, agli ambiti da sottrarre al meccanismo democratico, altrimenti le democrazie stesse incorrono in  quella crisi profonda che appunto il libro del Prof. Bueb illustra così bene per quello che riguarda l’ambito cruciale dell’istruzione.
Grazie!

 

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D.ssa Eugenia Roccella


Ringrazio il Prof. Galli della Loggia, che secondo me è il vero conservatore, ed ha riconosciuto nel Prof. Bueb una parte di se stesso.
Volevo rivolgere al Prof. Bueb due domande: lei  ha parlato di “virtù prussiane”. Noi le virtù prussiane non le abbiamo mai possedute. Volevo dunque chiederLe se forse è  questo  uno dei motivi per cui, come ha detto il Prof. Galli della Loggia, in Germania si è registrato un maggiore successo del libro e soprattutto ne è seguito un più vasto dibattito.
La seconda domanda riguarda il fatto che queste “virtù”, cioè la rinuncia, il sacrifico ecc. che un tempo venivano semplicemente pretese, oggi debbono essere,  in qualche modo, sollecitate, stimolate, ma non possono più essere  pretese.
Questo vuol dire tentare una separazione della disciplina dall’esercizio dell’autorità e tendere a identificare la disciplina con l’autodisciplina. Ma ciò è possibile? O meglio, non è rischiosa l’illusione che la responsabilità personale possa nascere solo da una maturazione personale, da una maturazione spontanea, e non come ha detto anche il Prof. Galli della Loggia,  che la disciplina sia indissolubilmente legata all’esercizio dell’autorità?

 

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Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Il principio di autorità


Ja. Vielleicht kann ich zunächst noch etwas zu den Thesen von Prof. Galli della Loggia sagen, bevor ich auf Ihre Fragen eingehe. Und zwar haben Sie, finde ich, sehr gut dargestellt, dass eines der großen Probleme der Erziehung der exzessive Individualismus ist, d.h. wir leben immer in der Spannung zwischen dem Einzelnen und seinen Wünschen und der Gemeinschaft.
Wenn ich mal unsere Gesellschaft in Deutschland beobachte (aber das gilt für ganz Europa wahrscheinlich), dann leben wir hier ganz stark von einem exzessiven Individualismus, der übrigens auch ganz stark durch die Medien propagiert wird.
Kinder und Jugendliche lernen sehr früh sich um ihr „ich“ zu kümmern, um ihre Interessen, sich selbst zu verwirklichen (das ist so ein Ausdruck, ich weiß gar nicht, was man in Italien dazu sagt). Also Selbstbestimmung ist ja noch positiver aber selbstverwirklichen heißt immer „mich, um meine eigene Person drehen“. Sie haben einmal den Begriff Narzissmus genannt. Wie können wir Kindern und Jugendlichen einen Sinn für das Gemeinwohl, für das Allgemeine, für die Gemeinschaft also letzten Endes auch für die Nächstenliebe vermitteln? (Das ist die schwere, schwere Aufgabe und, konkret gesprochen, glaube ich) dadurch dass wir ihnen Gemeinschaftserlebnisse verschaffen. Aber wir werden auf eines nicht verzichten können: auf Vorbilder.
Solange es in unserem Lande nicht Vorbilder gibt, an denen sich die Jugendlichen orientieren können, wird es nicht besser. Und hier haben Sie etwas angesprochen, was ganz entscheidend ist: Die Politik wirkt vor allem dadurch negativ, dass sie so viele negative Vorbilder produziert.
Wir können in Deutschland sagen, dass es kaum politische Persönlichkeiten gibt, an denen sich Jugendliche orientieren können. Als ich in den ’50er Jahren aufwuchs, konnte man 10, 15, 20 Politiker nennen, und zwar national und international, die man als Vorbilder akzeptieren konnte, also Adenauer natürlich, das galt aber für Schuman in Frankreich u.s.w., in Italien gab es auch eine ganze Reihe von Persönlichkeiten. Und wir hatten als Jugendliche ganz klare Vorbilder in der Politik. Das Gleiche gilt für die Wirtschaft. In Deutschland gibt es eine große Diskussion um die negative Wirkung von Vorständen der großen Aktiengesellschaften. Vorbilder könnten sein die mittelständische Industrie, die Eigentümer, Unternehmer, die treten aber in der Öffentlichkeit nicht auf, sondern nur die großen internationalen Konzerne und da kriegen die Schüler, die Jugendlichen ein Vorbild mit: „Ah, ah, man muss sich nur bereichern.“ Das ist ihr Vorbild, das sie haben, und das ist die große Frage, wie kann man in der Politik, in der Wirtschaft, in der Gesellschaft wieder  Vorbilder hervorbringen? Ich muss nochmals sagen, das große, große Glück, das wir gehabt haben mit dem Papst Johannes Paul II. war, dass er nicht nur für die Christen ein Vorbild war, sondern für alle Menschen, weil er auch als Mensch so vorbildlich war. Er hat genau das gelebt, was die Menschen brauchten und diese Art Vorbild, daran müssten wir arbeiten. Deswegen ist auch mein Buch ein Appell an die Erwachsenen, wieder erwachsen zu werden, Vorbild zu sein, und vorauszugehen und das gilt natürlich für die Politik. Und was ist die wichtigste Botschaft an die Vorbilder, eben nicht die eigenen individuellen Zwecke an erster Stelle zu stellen, sondern das Gemeinwohl, die Nächstenliebe. Es ist im Grunde, das Gebot der Nächstenliebe, dies sollte vorbildhaft in den Menschen, in den Maßgebenden, in den Herrschenden wieder zum leuchten kommen. Und wenn Sie sagen, ob die preußischen Tugenden, die ich angesprochen habe, deswegen der Grund für den Erfolg meines Buches in Deutschland sind, das glaube ich nicht. Ich glaube die preußischen Tugenden sind ja nur unter dem Titel „preußische Tugenden“ in Ungnade gefallen, ansonsten wird ja niemand eigentlich bestreiten, dass Ordnungssinn, Gewissenhaftigkeit, Pünktlichkeit, Verzichtenkönnen die Grundlagen unserer Kultur sind. Denen kann ja niemand ernsthaft widersprechen. Sondern ich glaube, der Grund für den Erfolg meines Buches ist, dass einer unbekümmert einfach ausspricht, was wir brauchen, einfach von Autorität, von Disziplin, von Gehorsam spricht und nicht sagt, es sind archaische Begriffe, die nicht mehr gelten. Man muss das alles umschreiben, man darf die Sachen nicht mehr beim Namen nennen. Das hat Ärgernis erregt. Übrigens interessant: Der Widerspruch kam von Theoretikern und älteren Menschen; die Zustimmung aus der Praxis und von jüngeren Menschen. Wenn ich mit jungen Menschen diskutiere - ich diskutiere sehr viel mit Schülern in Oberstufen von Gymnasien -  die fordern eher Strenge, Disziplin und Autorität von ihren Lehrern und Eltern und sie haben vor allem kein Problem mit der Erinnerung an die Geschichte, die ist für sie in dem Punkt – Gott sei Dank – vorbei.
Ja, und deswegen glaube ich, dass Disziplin natürlich Autorität voraussetzt, dass überhaupt Autorität auch die Voraussetzung für die Wirkung von Vorbildern ist. Ein Vorbild ohne Autorität ist kein Vorbild, denn nur wenn ich an jemand hoch blicken kann, wenn ich ihn verehre, wenn ich so sein möchte, wie er, ihn nachahmen, weil er in einer Sache eine Autorität ist, das kann ja sein, er ist eine Autorität im Sport für mich oder in der Moral oder in der Wirtschaft oder in der Politik, es gibt ja viele Autoritäten. Deswegen ist die Autorität wirklich das Fundament unserer ganzen Kultur. Habe ich damit die Fragen beantwortet?

 

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Prof. bernhard Bueb testo italiano
Il principio di autorità


Prof. Bernhard Bueb (traduzione)

Sì. Forse tuttavia posso aggiungere qualcosa alle tesi del Prof. Galli della Loggia prima di passare ad analizzare le Sue domande. Ritengo che Lei abbia rilevato ottimamente come uno dei grandi problemi dell’educazione sia l’eccessivo individualismo: viviamo perennemente nella tensione tra il singolo con i suoi desideri e la comunità.
Osservando la società tedesca (ma forse altrettanto vale per l’intera Europa), notiamo che  si vive di un eccesso di individualismo peraltro propagandato in maniera assolutamente massiccia dai mass-media.
Bambini e adolescenti imparano ben presto ad occuparsi del proprio “io”, dei propri interessi, mirano ad autorealizzarsi (“selbstverwirklichen”, questa è la definizione in tedesco, non so come si dica in italiano).
L’autodeterminazione ha una connotazione più positiva, ma “autorealizzarsi” finisce sempre per significare che tutto “ruota intorno a me, alla mia persona”.
Lei, Professore, ha menzionato il concetto di narcisismo. In che modo possiamo trasmettere a bambini e ragazzi il senso del benessere comune, della generalità, della comunità e in sostanza dell’amore per il prossimo? Questo è un compito veramente arduo e in concreto credo che possiamo venirne a capo procurando ai giovani occasioni di condivisione, eventi che accomunino.
Ma a una cosa non potremo e non dovremo mai rinunciare: ai modelli.
Fintantoché nel nostro Paese non vi sono modelli a cui i giovani possono orientarsi ed ispirarsi, la situazione non migliorerà. Al riguardo Lei, Professore, ha fatto presente un aspetto decisivo: la politica, che ha ripercussioni negative soprattutto in quanto produce molti modelli negativi.
In Germania possiamo dire che praticamente non vi sono personalità politiche a cui i giovani possano volgere il loro sguardo. Ai miei tempi, negli anni ’50, vi erano una decina, 15 o forse 20 politici, certo sia a livello nazionale che internazionale, che costituivano modelli più che accettabili a cui senz’altro ispirarsi: da noi ovviamente Adenauer, ma anche Schuman in Francia, ed anche in Italia vi era una serie di personalità di rilievo.
Noi, allora giovani, avevano modelli ben definiti nella politica.
Altrettanto dicasi per l’economia. In Germania dilaga il dibattito intorno all’effetto negativo esercitato dai vertici delle grandi imprese e società per azioni. I veri modelli ispiratori potrebbero essere dati dall’industria media, dagli imprenditori e proprietari di medio calibro, che però non trovano accesso presso la pubblica opinione come invece hanno  gli uomini-immagine dei grandi colossi internazionali. E i giovani cosa ne deducono? “Ah, ah. L’unica cosa che conta è arricchirsi!” Questo è il  modello che hanno sotto gli occhi. Di conseguenza si pone la questione: è possibile riportare modelli validi nella politica, nell’economia e nella società? Ribadisco: è stata una vera fortuna aver avuto un Papa come Giovanni Paolo II che è stato un modello non solo per i cristiani, ma per tutti gli uomini, in quanto lui era un esempio proprio in sé, come uomo. Egli è vissuto di ciò di cui in sostanza dovrebbe vivere l’uomo ed è a questo tipo di modello che dobbiamo puntare. In questa ottica il mio libro vuole essere anche un appello agli adulti a rinnovarsi e diventare di nuovo adulti, a fungere da modello, ad andare avanti e in questo mi riferisco naturalmente alla politica.
E qual è il messaggio più importante che tale modello reca in sé? Non di certo quello di porre al primo posto i propri scopi individuali, bensì il benessere comune, l’amore per il prossimo. In sostanza è il comandamento dell’amore per il prossimo che dovrebbe tornare a promanare in maniera esemplare tra gli uomini, l’ autorità, i regnanti.
E quanto  alla Sua domanda, se siano state le virtù prussiane che ho menzionato nel mio intervento precedente la ragione del successo del mio libro in Germania; beh, credo proprio di no. Credo piuttosto che le virtù prussiane sono cadute in disgrazia proprio in quanto bollate come tali;  del resto penso che nessuno voglia mettere in dubbio che il senso dell’ordine, l’essere coscienziosi, l’essere puntuali , il saper rinunciare, siano cardini propri della nostra cultura; credo che chiunque si guarderebbe  dal negarne la validità. Ritengo invece che la ragione del successo del mio libro sia da ricercarsi nel fatto che chi in esso parla, dice senza giri di parole di che cosa si ha bisogno: di autorità, di disciplina, di obbedienza anziché sostenere  che quelli sono concetti arcaici che oggigiorno non valgono più. Si è infatti arrivati ad acrobazie linguistiche per descrivere qualsiasi cosa; non si possono più chiamare le cose  con il loro nome. La gente ne ha abbastanza. Poi  una cosa interessante: i denigratori del libro sono stati i teorici e le persone anziane,  mentre il plauso è venuto proprio dal mondo pragmatico e dai giovani. Quando mi trovo a colloquiare con i giovani – e mi capita di farlo assai spesso con i liceali – mi rendo conto che in qualche modo pretendono severità, disciplina e autorità da insegnanti e genitori e soprattutto che non hanno nessun problema a confrontarsi con certe pagine della storia, che per loro – grazie a Dio – fa parte del passato.
Sì, e proprio per questo penso che la disciplina presupponga l’autorità e che l’autorità a sua volta sia alla base dell’efficacia dei modelli. Un modello senza autorità non è un modello;  solo colui che riesco  a  guardare con stima, che ammiro, che imito, che prendo come esempio da emulare è sempre un’autorità nel suo campo,  e rappresenta un modello, sia nello sport  sia  a livello morale,  sia  nell’economia; e vi sono molte autorità. Per questo l’autorità costituisce un fondamento della nostra cultura.
Ho risposto alle Sue domande?

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D.ssa Eugenia Roccella


Si grazie . Grazie ancora al Prof. Bueb.
Al Prof. Galli della Loggia, oltre ovviamente alle risposte che intenderà dare al Prof. Bueb, vorrei dire: lui afferma  che la colpa è della politica, dell’invasività della politica, e che le democrazie non riescono a produrre individui che definiamo responsabili, capaci cioè di decidere responsabilmente, consci dei propri diritti ma anche disposti ad assumersi il peso dei propri doveri. Io penso che il compito di formare gli individui dovrebbe essere della famiglia, e che la famiglia sia in parte sottratta alla sfera del potere pubblico, nel senso che  intendeva Chersterton quando diceva che la famiglia è uno spazio anarchico. Chesterton ovviamente non intendeva sostenere che nella famiglia vigesse l’anarchia, che non si esercitasse l’autorità o non vi fossero al suo interno gerarchie. Voleva piuttosto dire che la famiglia è un luogo di mediazione tra l’individuo e il potere politico, un luogo che protegge l’individuo dall’invadenza del potere pubblico. Mi sembra che la formazione e l’educazione dei giovani riguardi in primo luogo la famiglia, non la politica, e che quindi il problema di fondo sia la crisi della famiglia. l’Ing. Rebecchini ha accennato alle modificazioni introdotte dalla tecnoscienza nell’esperienza umana del corpo, e alle nuove opzioni offerte dalla postmodernità. Oggi tutto si può scegliere: l’identità di genere, la famiglia, il figlio, fino a destrutturare le evidenze originarie, le esperienze che un tempo ritenevamo scontate e immodificabili. Che la famiglia fosse l’unione di un uomo e una donna, per esempio, fino a ieri era un’evidenza indiscutibile. La famiglia formava l’individuo, oggi in un certo senso è l’individuo che “forma” la famiglia, cioè decide come deve essere composta, quanto deve durare, quante famiglie vuole fare nel corso della vita. C’è un rovesciamento di ruoli: la famiglia dovrebbe educare, produrre individui responsabili, costruire le soggettività. Invece oggi il soggetto che si autodetermina può decidere cos’è la famiglia, fino a parlare di famiglie al plurale, come di un ventaglio di offerte e modelli diversi tra cui scegliere. Volevo chiedere al Prof. Galli della Loggia se non pensa che sia questo il problema: non solo un problema indotto dalla democrazia, ma nato dalla crisi della famiglia Da una parte la distruzione della famiglia come spazio di mediazione rende l’individuo solo di fronte al potere politico, dall’altro il mito dell’autodeterminazione produce quel rovesciamento di cui parlavamo, per cui è l’individuo che “sceglie” la famiglia, e non più la famiglia che forma l’individuo.
La domanda è un po’ contorta, ma forse il Prof. Galli della Loggia la può interpretare.


 

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità



Sì, io penso che bisogna fare dei discorsi contestualizzati, cioè il discorso che vale per l’Italia non vale per altri Paesi. In Italia c’è un problema generale. Qual è? Che la democrazia, la mentalità democratica proprio perché considera legittima soltanto l’autorità fondata sul consenso - e l’autorità per eccellenza fondata sul consenso in un regime democratico è quella dello Stato – per questa ragione (e per molte altre ovviamente legate alla modernità) vede un’espansione continua del potere dello Stato, potere dello Stato che occupa, tende ad occupare la democrazia, lo Stato, tutti gli ambiti sociali, però ci sono delle società che, per tradizione, per storia, non penserebbero mai che un Rettore delle loro Università possa essere scelto per ragioni politiche. Ci sono invece altre società che per tradizione e per storia (l’Italia naturalmente va annoverata tra queste), dove invece un Rettore di Università può essere scelto per ragioni politiche, cioè dove la società civile, compresi tutti i suoi ambiti possibili e immaginabili, è particolarmente debole, è particolarmente poco strutturata, ha un’immagine di sé non in grado di reggere al confronto con l’immagine molto forte dello Stato, dove invece appunto la politica e la sua ratio (che in un regime democratico è il consenso) ha la possibilità di espandersi liberamente.
La crisi dell’istituto familiare è un fatto che caratterizza evidentemente tutti i Paesi dell’area occidentale, capitalistica, democratica. In Italia penso che si presenti in maniera più forte per la fortissima influenza che lo Stato ha avuto e continua ad avere nel plasmare la società civile. Per questo i liberali hanno sempre visto con una certa diffidenza la democrazia perché hanno considerato che la democrazia, il meccanismo del suffragio universale, della sottomissione tendenziale di tutti gli ambiti alla decisione politica è un regime potenzialmente carico di un principio di autoritarismo, di sopraffazione della libertà individuale e la libertà dell’individuo (giustamente come tu dicevi) ha nella famiglia un ambito essenziale di formazione e anche nella scuola, nel sistema scolastico. Non è un caso che l’Italia paradossalmente, un Paese così “familista”, così tradizionale per tanti aspetti, è però anche quello dove l’insegnamento scolastico pubblico statale è quello che ha la maggiore percentuale dei Paesi dell’Europa Occidentale, a testimonianza di come lo Stato in Italia ha occupato lo spazio sociale in una misura molto più significativa che in altri Paesi.
E questo secondo me è determinante.
Il ’68 è stato l’effetto di ciò, ma non la causa, io credo.


 

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D.ssa Eugenia Roccella


Grazie al Prof. Galli della Loggia.  Ci sono alcune domande da parte del pubblico.
Prima di tutti il Dr. Siro Mazza.

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Dott. Siro Mazza
Intervento dal pubblico


Buona sera a tutti; ringrazio per prima cosa  i relatori e la moderatrice per le riflessioni che ci hanno proposto.
A mia volta, e assai più modestamente, volevo sviluppare un breve pensiero su quanto finora è stato detto, partendo da una considerazione. Questo 12° convegno del Centro di Orientamento Politico succede ad altre tre manifestazioni, in cui si è rispettivamente parlato di bioetica e tecniche di fecondazione artificiale, di femminismo, soprattutto in rapporto alla Chiesa Cattolica, e infine di demografia e in particolar modo del problema della crescente denatalità in Italia e in Europa.
Credo di non sbagliare nel momento in cui sostengo che vi sia un filo conduttore che riunisce in un certo senso questa, potremmo dire, tetralogia di convegni e vengo al punto, che è stato in parte anticipato dalla D.ssa Roccella. Ritengo che in questi convegni vi sia stata la presenza di una sorta di convitato di pietra, rappresentato dalla figura del padre, a cui appunto in precedenza la D.ssa Roccella faceva riferimento. Padre in senso concreto, cioè il padre di famiglia, ma anche padre in senso metaforico. La scuola è in un certo senso una metafora del padre e dell’educazione che i genitori, e in modo particolare il padre, dovrebbero esercitare sui figli.
Allo stesso modo, lo Stato esercita nella sfera pubblica quella stessa autorità che il padre esercita o dovrebbe esercitare nella sfera privata.
E infine, come estrema metafora, io farei riferimento a quel Padre con la “p” maiuscola che Gesù Cristo ci ha insegnato a definire come “nostro”.
Ecco, io credo -  ed è questa la riflessione che io propongo ai relatori per sentire il loro autorevole giudizio -  che la crisi di questa figura paterna, sia nella sua realtà concreta, sia come simbolo, archetipo addirittura, sia, ancora più del ’68 (e in questo mi permetto di pormi in mezzo al confronto  dialettico tra il Prof. Galli della Loggia e la D.ssa Roccella), alla fonte, alla sorgente del problema che abbiamo esaminato questa sera.
Grazie mille.

 

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D.ssa Eugenia Roccella


Prof. Bueb vuole rispondere?

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Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Il principio di autorità


Also, ich kann natürlich zustimmen, dass der Verlust der Religion für die Menschen schwer zu verkraften ist. Die Religion hat jetzt, wenn wir einmal Deutschland betrachten, aber das gilt sicher für die meisten europäischen Länder, leider keine Kraft mehr. Wir begegnen inzwischen einer Religion, dem Islam, die von außen kommt, die mit ungeheurer Kraft auf eine aufgeklärte Gesellschaft trifft. Diese aufgeklärte Gesellschaft ist ihrer Werte nicht mehr sicher, sie ist wohlstandsgeschädigt, das muss man auch einmal sehen, und hat nicht viel dagegen zu setzen. Nun ist dadurch die Frage, kann man eine Religion bewusst fördern? Kann man die Menschen dazu verführen, wieder religiös zu werden? Das geht meiner Ansicht nach nicht durch irgendwelche Maßnahmen, das kann weder der Staat und das kann ja auch nur sehr begrenzt die Kirche, weil Religion eben eine sehr individuelle Frage ist und sehr von dem Einzelnen abhängt. Und der Verlust der Vaterfigur, da stimme ich Ihnen zu, hängt sicher zusammen auch mit dem Verlust der Religion. Wenn ich die Erziehung und Bildung in Deutschland anschaue, dann spielt Bildung und Aufklärung und Philosophie eine große Rolle, und Religion praktisch keine Rolle mehr. Nun ist der klassische Ort der religiösen Erziehung die Familie und da gehört es auch hin. Aber da die Familien sich auflösen und immer wenigere religiöse Werte vermitteln, schwindet die Religion auch in diesem Bereich. Ich wüsste kein Mittel, um der Religion zu einer kraftfördernden christlichen Religion, wir müssen von einer christlichen sprechen in Europa, zu einer kraftvollen Antwort zu verhelfen, die wir insbesondere brauchen, gegen die starke islamische Religion, die uns bedroht. In der Erziehung selber können wir nur als Aufklärer wirken und handeln d.h. wir können nur sagen den Kindern, „lernt auch eures Verstandes zu bedienen. Das können wir euch vermitteln und wir können euch die Werte der christlichen Religion vermitteln, das sind ja nach wie vor auch in sekularisierter Form die großen Werte unserer Gesellschaft und wir können euch Vorbild sein, aber wir können euch die Religion nicht zurückgeben leider“.

 

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Prof. Bernhard Bueb testo italiano
Il principio di autorità


Dunque, sono sicuramente d’accordo sul fatto che la perdita della religione in generale sia difficile da superare. Se guardiamo la Germania, ma senz’altro la cosa vale per la maggior parte dei Paesi Europei, la religione non ha più una sua forza . Viceversa ci imbattiamo in una religione, l’Islam, che viene dall’esterno e che si fa avanti con una potenza mostruosa nella nostra società senza preconcetti. Questa società è sì senza preconcetti, ma anche non più salda nei suoi valori, è succube del benessere, bisogna pure riconoscerlo una buona volta, e non ha molto da proporre ed opporre. A questo punto sorge spontanea la domanda: si può consapevolmente promuovere una religione? Si può reindurre l’uomo a volgersi  nuovamente alla religione? Ciò, a mio avviso, non è fattibile con ipotetiche misure messe in atto dallo Stato, e solo in maniera molto limitata con provvedimenti a cura della Chiesa, proprio perché la religione è una questione estremamente individuale e fortemente dipendente dall’individuo. E la perdita della figura paterna, e  Le do ragione, ha sicuramente in qualche modo nessi con la perdita della religione. Se guardo all’educazione e alla formazione scolastica in Germania, vedo subito come  l’istruzione e la filosofia hanno un ruolo chiave mentre la religione  non ne ha praticamente nessuno. Il topos classico dell’educazione religiosa è la famiglia ed è così che deve essere. Ma se le famiglie si sgretolano e di conseguenza trasmettono sempre meno i valori religiosi, la religione decade anche in questo ambito. Non saprei indicare i mezzi per rendere la religione una religione cristiana  (in Europa dobbiamo parlare di religione cristiana) capace di imprimere forza, per farne una risposta vigorosa, quella di cui appunto abbiamo bisogno rispetto alla religione islamica, tanto forte da  minacciarci. Anche in campo educativo possiamo agire e operare solo come istruttori, ossia possiamo solo dire ai nostri figli “cercate di far uso del vostro buon senso”. Questo è ciò che vi possiamo trasmettere e vi possiamo trasmettere i valori della religione cristiana, che, anche se  in forma secolarizzata, sono sempre i valori principali della nostra società,  possiamo farvi da modello, ma purtroppo non possiamo ridarvi la religione“.

 

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D.ssa Roccella


Prof. Galli della Loggia

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Prof. ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Sarò molto breve. Io credo che la crisi della figura paterna che è sotto gli occhi non da oggi è il prodotto del fatto che nella nostra società il passato ha sempre meno prestigio. I padri non hanno nulla da insegnare quando ogni 15, 20 anni lo scenario sociale cambia radicalmente. I padri che sono i consegnatari della tradizione, quelli che trasmettono le cose ai figli, non possono più insegnare nulla. In un momento in cui nella società tutto cambia vorticosamente, che cosa insegnano? Possono essere soltanto dei punti di riferimento affettivi, questo sì, soltanto questo però!
Laddove invece fino ad oggi l’elemento affettivo della paternità era, per così dire, blindato e rafforzato socialmente dal ruolo sociale dei padri. I padri non possono più avere nessun ruolo sociale, perché a che cosa serve un padre? A niente. Esprime cose antiquate, non sa manovrare gli oggetti della modernità, i bancomat cambiano ogni tre anni completamente. Basta vedere i vecchi come si muovono a disagio nel panorama moderno, nel panorama della modernità, e i padri, diciamo così, sono i vecchi per antonomasia, i vecchi sono i padri per antonomasia. Mi pare difficilissimo che nella nostra società i padri possano riacquistare il ruolo che detenevano in precedenza e la crisi del padre è la crisi della scuola.  I sistemi scolastici sono per definizione quelli che trasmettono ciò che ereditiamo dal passato, ma se il passato è in ogni istante destituito di prestigio perché visibilmente non ha più nessuna presa, perché è completamente fuori dal gioco dei meccanismi sociali dominanti, è soltanto qualcosa di archeologico, di mussale. Anche la scuola viene vista come un luogo dove si trasmettono delle nozioni da museo, della roba che non interessa più a nessuno, che è totalmente sorpassata e che viene al massimo educatamente sopportata dagli studenti.

 

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D.ssa Roccella


Posso farti una piccola obiezione?
Oggi invece c’è una polemica in corso sul fatto che gli anziani occupano i posti di potere e non lasciano spazio ai giovani, una polemica ricorrente, che è riemersa proprio in questo periodo.

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Sì, ma questo in Italia.

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D.ssa Eugenia Roccella


Quindi il padre ha il potere, ma non ha  prestigio.

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Sì, hai detto bene. Il padre ha il potere imbrogliando, cioè ricorrendo a dei trucchi, cambiando le carte, diciamo così, in genere manipolando i sistemi di selezione che consentono di arrivare al potere. Siccome appunto ha il potere di farlo, manipola i sistemi di selezione per continuare ad esercitare il ruolo di padre; è come se in una famiglia i padri potessero, diciamo così, obbligare i figli a restare sempre dei dodicenni. Avessero questo potere!
I politici, i consiglieri d’amministrazione hanno, in qualche modo, questo potere; i padri delle famiglie normali no.
Ecco perché! Ma è uno degli elementi per cui il sistema politico, economico italiano non funziona ed è coperto dal largo discredito di cui è coperto. È un fatto patologico.

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D.ssa Eugenia Roccella


C’è una domanda, forse un breve intervento del Dr. Salvatore Rebecchini e poi del Prof. Emmanuele Emanuele.

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Dott. Salvatore Rebecchini
Intervento dal pubblico



Grazie, sì, una riflessione e una domanda al Prof. Galli della Loggia.
La riflessione è questa: abbiamo parlato di autorità, di disciplina, di virtù. Il Prof. Galli della Loggia ha ricordato bene a mio avviso un termine che secondo me è sottostante a tutti questi concetti, informatore del principio di autorità, di disciplina, di virtù; è un termine che abbiamo spesso evocato nei nostri convegni, è il termine “i valori”.
Io credo che noi possiamo parlare di autorità, ripeto, di disciplina, di virtù se abbiamo un insieme di valori condivisi, un insieme di valori fortemente sentiti. Eugenia Roccella ricordava la famiglia come fondamento di questo principio del primato dei valori. Non c’è un progetto educativo, non c’è un progetto di disciplina, non c’è un progetto di sana autorità se non vi sono dei valori condivisi. E quindi il problema è in effetti quello di promuovere e ampliare e rafforzare la condivisione di questo insieme di valori.
Vengo alla domanda.
Il Prof. Galli della Loggia ha giustamente evidenziato questo potenziale dissidio tra il concetto di democrazia e il concetto di autorità, disciplina, virtù e, io aggiungo, di valori. In effetti democrazia e valori non sempre vanno d’accordo, ovviamente non lo dico io, ma mi viene in mente la bellissima espressione di Benedetto XVI: “Ci sono dei valori non negoziabili”, cioè non soggetti all’approvazione del consenso democratico.
Detto questo, io però non credo che si possa dire che la democrazia sia in contrasto con i valori, né credo lo possa dire nessuno e mi viene in mente un esempio (qui voglio chiedere il conforto del Prof. Galli della Loggia): ci sono grandi democrazie che hanno dato esempio di saper piegare anche lo strumento democratico, il consenso, ad alcuni valori; io credo sinceramente che gli Stati Uniti siano un esempio di questo. Nella loro storia secolare gli Stati Uniti sono stati spesso, a mio avviso, un esempio di una democrazia, che, anche a discapito del consenso interno, ha saputo però fare delle scelte basate su una visione del mondo, un insieme di valori e ovviamente non sempre queste scelte si sono rivelate magari le migliori, perché molti Presidenti degli Stati Uniti poi hanno perso le elezioni, ma spessissimo la determinate è stata, io credo sinceramente, una visione etica che in quel Paese è molto forte, una visione etica e religiosa e questa è un po’ la domanda: se vi può essere anche un momento in cui l’etica prevale sulla democrazia?


 

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Credo che in questo tipo di questioni l’unica cosa che decide è la storia. La democrazia americana è nata da un insieme di valori religiosi, la democrazia in Europa è nata da un insieme di valori tendenzialmente ostili alla religione. Le cose stanno così! Noi possiamo dire che ci piace di più la democrazia americana, ma la storia che abbiamo avuto non è la storia americana. La storia è una delle poche cose che non possiamo cambiare naturalmente. Quindi non è un caso che nell’esperienza democratica americana, e in un certo senso anche anglosassone in modi molto diversi naturalmente, la democrazia è riuscita a incamerare, ad assorbire certi tipi di valori, perché la democrazia non ha occupato tutti gli spazi. Nel caso dell’Inghilterra perché ha dovuto fare i conti con un fortissimo ceto aristocratico che ha fornito per un secolo e mezzo la classe politica, una parte significativa della classe politica e poi perché ancora oggi è un ceto che riesce ad imporre, come dire, abitudini, costumi, persino il linguaggio. Perfino il modo di parlare dell’élite aristocratica è un modo diverso dal modo di parlare comune.
In America per altre ragioni: perché la democrazia ha avuto un fortissimo elemento di liberalismo, cioè di confine di potere dello Stato dovuto al fatto dell’afflusso continuo di nuovi emigrati ecc., però quella era una storia particolare. La storia della democrazia in Europa è diversa. Esistono i valori democratici, per carità, esistono i valori della democrazia europea, trattasi dei valori di Kant e di Rousseau, due pensatori che esprimono un mondo di valori con cui i valori religiosi hanno un rapporto molto, molto problematico. Infatti la storia della democrazia europea è stata una storia così.
Disgraziatamente (concludo con questa osservazione), i valori non si possono promuovere.
Io non credo personalmente alle campagne o ai tentativi di promuovere i valori. I valori sono quelle cose che nascono misteriosamente da una serie di combinazioni in cui la capacità di influire da parte della volontà individuale o collettiva è molto limitata.

 

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D.ssa Eugenia Roccella


C’è un’altra domanda. Vi prego di fare domande brevi perché stiamo un po’ andando oltre i tempi previsti.
Il Prof. Emanuele.

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Prof. Emmanuele Emanuele
inervento dal pubblico


Io veramente più che una domanda vorrei fare  due piccolissime riflessioni sugli argomenti che sono stati trattati, interessantissimi ovviamente, in parte condivisibili, per i quali ringrazio come al solito il Presidente Rebecchini per aver suscitato questa serata così stimolante.
La mia prima riflessione riguarda il ’68. Nella sintesi fatta su quel movimento storico, che dai relatori è considerata un’esperienza conclusa, mi pare che non si sia evidenziata la differenza che ha contraddistinto il ’68 nel nostro Paese e quello negli altri Paesi. Infatti il ’68 non è stato un nostro  fenomeno nazionale, bensì importato dagli Stati Uniti d’America. Ebbene io ho avuto la fortuna di vivere entrambi, quello americano, perché mi sono trovato ad Harvard, e quello italiano perché ero assistente all’Università di Roma.
La diversità fondamentale è questa: mentre il ’68 americano nasceva da una forte pulsione spirituale, da un desiderio di liberazione spirituale, nasceva da Big Sur, nasceva dalle visioni di Jack Kerouac, tradotte nel libro “On the Road”, nasceva dalle poesie e musiche di Joan Baez e Bob Dylan, nasceva da una serie di altre cose che hanno esaurito in breve tempo la loro valenza, anche se oggi l’hippysmo o il sessantottismo americano esistono ancora dato che nei deserti di Sonora, nei margini delle grandi città, a Rosebery, dove ho vissuto, esistono ancora i continuatori di quelle filosofie che non erano finalizzate a distruggere la società, ma ad inserirvi un forte sentimento connotato dalla concezione di fraternità, del no alla guerra e  di altre valenze che avevano un significato completamente diverso da quello europeo, in Italia esiste ancora forte lo spirito del ’68.
In Europa e in Italia il ’68, che lo si voglia o no, è stato un movimento della sinistra, diciamolo in termini molto chiari, eversivo, finalizzato a distruggere lo Stato. Punto.
Questo è accaduto con Cohen Bendit in Francia, questo è accaduto in Germania, questo è accaduto soprattutto in Italia. Con la differenza che il ’68 in Italia continua ancora perché i cattivi maestri di allora, dopo aver perso la guerra della rivoluzione che non si è verificata, hanno cominciato la lunga marcia nelle istituzioni che continua. La maggior parte di quei prototipi di rivoluzionarismo d’accatto che caratterizzavano le serate e le giornate dell’Università romana, dove coloro che come me, non erano convinti di quelle teorie venivano attaccati e vituperati, abbandonati gli eskimo, le spranghe e le battaglie nei confronti della polizia, si sono avventurati in un terreno di conquista, quello delle strutture dello Stato , della televisione e della stampa.
Praticamente il ’68 in Italia non è finito; il ’68 ha trovato terreno fertile tanto  che dura ancora, per il semplice motivo che la  risposta  della società civile italiana, diversamente da quella americana, è stata quella lassista, quella disponibile.
I padri venivano sbeffeggiati dai figli, ma non reagivano; le madri venivano insultate dai figli, ma non reagivano; le famiglie venivano disgregate dalle concezioni sessantottine e la società civile italiana non ha reagito. Perché? Perché non ci si è voluti confrontare, quanto piuttosto rassegnare e oggi siamo all’ antivigilia del capovolgimento epocale della nostra società, come giorni fa abbiamo detto espressamente, in occasione del convegno sul genere promosso dalla Fondazione da me presieduta, il Cardinal Lopez Trujillo, Gaetano Rebecchini, e modestamente anche  io.
Con le due dichiarazioni dell’ONU, del Cairo e di Pechino, recepite integralmente dal Parlamento Europeo per imporle anche in Italia, si vuole distruggere il concetto di uomo e donna, di maschio e femmina, di omosessuale ed eterossessuale. Noi siamo in divenire l’epoca del genere, stiamo per immergerci nell’epoca del genere, siamo semplicemente il genere umano, che convive con quello animale e quello vegetale. Ciò vuol dire la fine della famiglia, risultato finale della lunga marcia del ’68 che voleva scardinare e sta scardinando l’essenza profonda della nostra società, che sta distruggendo la base e il fondamento di ciò su cui la Chiesa ha edificato la sua grande missione. Come  può fronteggiarsi tutto questo? Qui si è parlato del concetto di autorità. Professore Bueb io non ho avuto la scuola prussiana di cui Lei parla. Mio padre ogni mattina mi faceva stare immobile per ore nel salone della nostra casa con la spada in mano e mi mandò ad Heidelberg ad imparare il latino, che non ho imparato, poiché passavo il mio tempo nelle “Bursenschaften” (mi pare di ricordare che si chiamino così le confraternite universitarie tedesche) dove si praticava, tra l’altro, il tradizionale duello rituale della “Mensur”, durante il quale a colpi di spada ogni membro ambisce ad essere sfregiato dall’ avversario per dimostrare il proprio coraggio e proseguire nel suo cursum honorum. Ma mio padre governava la famiglia con “autorevolezza”. La differenza fondamentale  è che la nostra società ha perduto perché non siamo stati autorevoli. Non è con l’autoritarismo,  con le punizioni che si governa. Si governa con l’autorevolezza, con la personalità, con la capacità di esprimere con l’esempio un progetto esistenziale, condivisibile.
Questo vale nell’Università come nella vita di tutti i giorni. Allora la grande risposta, se posso dire, che dobbiamo fortemente dare in questa nuova stagione, prima che tutto divenga quel che non vogliamo, è elevare le nostre persone e diventare persone autorevoli, non autoritarie; diventare credibili, spendibili, per la nostra capacità propositiva, per le nostre idee, per il nostro modo di operare nella società, e per la nostra forza solidale di condivisione e di vicinanza agli altri. Con questo credo, sono certo, che fermeremo, senza dover ricorrere ad autoritarismi di nessuna sorta, quello che è il destino che abbiamo già davanti a noi e prima che sia troppo tardi.
Grazie!

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D.ssa Eugenia Roccella


Se il Prof. Bueb vuole rispondere…

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Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Il principio di autorità


Ich kann das nur unterstreichen, was Sie zuletzt als Quintessenz gesagt haben, nämlich, dass es wesentlich ist, dass Autoritäten glaubwürdig sind. Wir brauchen Persönlichkeiten, die vor allem der Jugend vorleben, was die entscheidenden Werte sind. Ich fand Ihre Unterscheidung zwischen Amerika und Europa sehr interessant. Das teile ich auch: Amerika, die USA waren ja völlig immun gegen den Marxismus. Es ist eine erstaunliche Tatsache, dass der Kommunismus geistig in Amerika nie Fuß gefasst hat, wohingegen er in Europa sehr maßgebend war und durchaus auch mit den zerstörerischen Elementen, die Sie genannt haben. Aber es bleibt uns kein anderer Weg, als der der persönlichen Glaubwürdigkeit. Wir müssen authentisch werden, wir müssen als Erwachsene den Kindern und Jugendlichen die Werte vorleben, die wir immer propagieren und keinen anderen Weg kann man gehen.

 

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Prof. Bernhard Bueb testo italiano
Il principio di autorità


Posso solo ribadire quanto Lei ha detto circa  l’essenza profonda e precisamente  che è essenziale la credibilità dell’  Autorità . Abbiamo bisogno di personalità che nel loro modo di essere siano esempio alla gioventù, soprattutto sui valori decisivi. Ho trovato molto interessante la differenza  da Lei sottolineata tra America ed Europa e la condivido: l’America, gli Stati Uniti sono stati completamente immuni dal marxismo. È un fatto sorprendente che il comunismo non abbia mai preso piede in America, mentre invece in Europa è stato determinante e connesso agli elementi distruttivi che Lei ha menzionato. Ma non ci rimane altra via se non quelladi essere credibili. Dobbiamo diventare autentici; in quanto adulti dobbiamo, con la nostra condotta di vita,  dare a bambini e ragazzi un esempio vivente dei valori che cerchiamo  di affermare. Non vi è altra strada.

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D.ssa Eugenia Roccella



Grazie. Ci sono altre due domande. Vi prego di limitarVi nel tempo e che siano veramente domande.
Il Prof. Antonio Saccà prima di tutti.

 

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Prof. Antonio Saccà
Intervento dal pubblico


Per andare direttamente al punto, c’è bisogno di aristocrazie? Perché il professor della Loggia diceva qualcosa di singolarmente interessante: la democrazia non basta per l’autorità. Bene, c’è allora un aspetto della società che può essere governato soltanto dall’aristocrazia?
Allora: che significa aristocrazia? Perché se poi la società, e questo l’aveva detto molto bene il Prof. Bueb, è permeata dal desiderio di consumo, di comportamenti scapestrati, le personalità possono essere anche esemplari, ma saranno personalità  esemplari del tipo come: il giocatore, l’arricchito, ecc. Attenzione quindi: può capitare anche questo.
Cioè l’esemplarità in una società dove ogni giorno ci viene detto che se non consumiamo non esistiamo, se non siamo ricchi, non siamo nessuno, l’esemplarità esiste; ma di quale tipo?
Non è vero che mancano i padri; ma per carità! Ci sono i padri e padri in questo campo. Basta assistere ad un concerto per rendersi conto quanto un cantante da quattro soldi abbia ascendente sulla gente. Quindi ripeto la domanda: che tipo di aristocrazia occorre per evitare la caduta qualitativa dovuta alla democrazia del consenso? Che tipo di aristocrazia? Un’aristocrazia per esempio che sappia apprezzare e valutare l’arte? Ma è una cosa che non esiste più, esiste solo la merce, solo il romanzo merce.  Perché, attenzione, tutti i campi sono invalidati! L’autorità in genere non è che manchi, manca nel senso qualitativo del termine. È la qualità che manca. Come si può ripristinare la qualità in una società di massa se pur democratica?
Non è facile.

 

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D.ssa Eugenia Roccella



Grazie, c’è un’ultima domanda. È della Dr.ssa Santarelli e poi passiamo alle risposte, se i relatori vogliono rispondere.

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Prof.ssa Paola Santarelli testo tedesco italiano
Intervento dal pubblico



È per il Prof. Bueb.
Se mi consentite gliela formulo in tedesco, così teniamo alta la bandiera di noi italiani.
Wir haben heute über Disziplin, Autorität und Religion gesprochen. Eine kurze Frage über die Werte und die Vorbilder in der Gesellschaft, innerhalb der Familien. Dies ist, glaube ich, eine große Frage für alle Erwachsenen, für unsere Kinder und für eine bessere Gesellschaft in der Zukunft.
Danke schön!


(traduzione)
Oggi abbiamo parlato di disciplina, autorità e religione. Ora una breve considerazione  sui valori e i modelli nella società e all’interno della famiglia. Questa, credo, sia la grande questione per tutti noi adulti, i nostri figli e per una società migliore nel futuro.
Grazie tante!

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D.ssa Eugenia Roccella



Grazie. Se vuole rispondere Prof. Bueb.

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Prof. Bernhard Bueb testo tedesco
Il principio di autorità


Ja, ich kann die beiden Fragen, die zusammenhängen, beantworten. Zunächst stimme ich zu. Jede Demokratie braucht eine Aristokratie, aber keine Herkunftsaristokratie, sondern eine Herrschaft der Besten. Wie definiert man die Besten? Sie müssen eine Charakterelite sein, d.h. eine moralische Elite. Wir definieren Elite zu sehr als eine Elite des Erfolges, sei es im Konsum, sei es auch in der Wirtschaft, sei es in der Politik, aber da fehlt es an Moral und an Charakter. Charakterelite heranzubilden müsste das primäre Ziel von der Erziehung, aber auch von der Politik sein. Das ist ein großes Problem. Sie haben recht. Wir haben Vaterfiguren, aber sie kommen aus der Welt des Fernsehens, des Konsums und sind die falschen Väter. Das ist nicht die Charakterelite, die ich mir vorstelle. Und die Werte und die Vorbilder, die wir brauchen und die Sie auch angesprochen haben, die lassen sich natürlich schwer produzieren, d.h. wir können Vorbilder nicht hervorbringen sondern wir können nur hoffen, dass allmählich eine Stimmung im Lande entsteht und zwar in ganz Europa, dass wir wieder solche Vorbilder brauchen und dass sie dann langsam heranwachsen. Ich möchte noch einmal darauf aufmerksam machen: die Wirkung, die Jahrhundertwirkung von unserem vergangenen Papst Johannes Paul II. war die Erfüllung einer Sehnsucht nach dem vorbildlichen Menschen. Er hat diese Sehnsucht der Menschen und zwar nicht nur der Katholiken, nicht nur der Christen sondern aller Menschen erfüllt. Solche Vorbilder wollen wir und wir bräuchten im Grunde auf verschiedenen Ebenen viele Johannes Paul II., solche Menschen würden die Welt verbessern.

 

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Prof. Bernhard Bueb testo italiano
Il principio di autorità


Sì, posso rispondere a tutte e due le domande insieme, poiché sono connesse tra loro. Per prima cosa confermo: qualsiasi democrazia ha in sé l’esigenza/necessita di un’aristocrazia, ma non di un’aristocrazia di nascita, bensì intesa come prevalenza dei migliori. Allora come si definiscono i migliori? I migliori devono costituire un’élite di personalità ossia devono essere un’élite morale. Noi tendiamo a definire le élite troppo in base al successo conseguito, che sia nei consumi, che sia nell’economia, che sia nella politica, ma in questo modo tali élite sono carenti sia di moralità che di personalità. Formare una élite di personalità dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’educazione, nonché della politica. Quindi è un grande problema. Lei ha ragione. Abbiamo figure paterne, ma provengono dal mondo della TV, dei consumi, sono i padri sbagliati, non sono l’élite di personalità che intendo io. E i valori e i modelli di cui abbiamo bisogno e che Lei ha menzionato, ovviamente sono difficili da “produrre” ossia non possiamo generare modelli, possiamo solo sperare che gradualmente nel Paese, ovvero in tutta Europa, si rinnovi l’esigenza interiore di tali modelli e che conseguentemente essi si possano  mano a mano sviluppare. Vorrei di nuovo richiamare l’attenzione su un punto: l’effetto secolare del nostro precedente Pontefice. Papa Giovanni Paolo II ha rappresentato il compimento dell’aspirazione della collettività all’uomo esemplare. Egli ha costituito la concretizzazione di tale aspirazione diffusa e non solo dei cattolici, non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini. Questi sono i modelli che vogliamo, e in fondo avremmo bisogno di molti Giovanni Paolo II in numerosi campi,  che renderebbero il mondo migliore.

 

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D.ssa Eugenia Roccella


Grazie.
Se vuole rispondere Prof. Galli della Loggia.

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Prof. Ernesto Galli della Loggia
Il principio di autorità


Sì, rispondo alla domanda sull’aristocrazia.
In una democrazia le aristocrazie sono quelle del merito, purché naturalmente le si lasci sviluppare, purché si dia loro il potere di cui hanno bisogno. Le aristocrazie sono anche, diciamo così, un certo tipo di classi politiche. Non c’è dubbio, per esempio, che un sistema elettorale di tipo uninominale maggioritario che stabilisce un rapporto diretto tra l’eletto e il suo collegio elettorale, sia un sistema per così dire di tipo meritocratico, perché sottolinea le capacità dell’uomo politico di avere ciò che per un politico è essenziale, che non è il favore del suo segretario di partito, ma il favore degli elettori. Tutti i sistemi, come quello italiano che spezzano il rapporto tra elettore ed eletto sono la sicura premessa per la degradazione della classe politica.
Aristocrazia in un sistema democratico vuol dire anche i grandi corpi dello Stato, dare, per esempio, poteri, dignità, senso e funzioni appunto agli Ambasciatori, ai Direttori Generali, ai grandi corpi dello Stato che in qualche modo custodiscono le tradizioni, il senso dello stato, gli interessi nazionali che vanno al di là della politica che a sua volta si presume sia più duratura, più stabile rispetto alle diverse maggioranze politiche. Questi sono i sistemi in cui vi è un risultato. Peraltro questo rapporto necessario tra aristocrazia e democrazia non è il Prof. Galli della Loggia che l’ha scoperto, ma è una luminosa intuizione di un grande politologo ed economista che si chiamava Sean Peterson/Sean Berenson/Schubert (???). Questi sono appunto i sistemi, ma sono tutti sistemi di una grande democrazia che devono essere decisi dalla classe politica che deve rinunciare all’assoluto monopolio che il sistema democratico le conferisce (perché in una democrazia la classe politica per principio può fare tutto, se non si autolimina e se non riesce a creare gli spazi sociali perché esista un qualcosa di diverso. Tuttavia nessuno può imporre una tal cosa. Certo, l’elettorato lo può fare; e ne scaturisce la discussione pubblica: appunto, eccoci qua che nel nostro piccolo agiamo, io almeno chiederei alla classe politica italiana di creare quello che dicevo prima.

 

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D.ssa Eugenia Roccella


… e anche più prestigio ai Professori universitari, anche questo!

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Prof. Ernesto Galli della Loggia


Con delle regole per le Università nuove, nulla a scatola chiusa!

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D.ssa Eugenia Roccella


Io ringrazio i relatori e gli intervenuti.
Alla fine,  dopo aver toccato tanti temi, dalla democrazia alle regole di disciplina  nelle scuole, torniamo in qualche modo al punto centrale, che è la famiglia.
Per questo affidiamo le conclusioni a Sua Eminenza il Cardinale Alfonso López Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

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S. Em.za Revd.ma il Cardinale Alfonso Lopez Trujillo
Intervento di chiusura


Ringrazio di cuore il Presidente Rebecchini per il suo invito a dire qualche cosa in proposito.
Innanzitutto, un sincero ringraziamento per le relazioni così profonde ed illuminanti, che ho ascoltato con interesse:  strade da approfondire, soprattutto in qualità di Presidente del Dicastero della Famiglia.
Molte volte è stato citato  il problema della famiglia, ed in proposito vorrei  abusare della vostra benevola attenzione per sviluppare alcune considerazioni.
In primo luogo, quanto al ’68, molto dipende da come il fenomeno viene letto: secondo la chiave francese o quella statunitense.
Noi, in America Latina, abbiamo avuto una sintesi di ciò che si viveva in quel tempo, soprattutto dell’ insegnamento negli Stati Uniti di Marcuse – autore del saggio “L’uomo a una dimensione” che, come sapete,  ha influito moltissimo sul fenomeno del ’68 – ma anche di scritti di altri autori marxisti sia europei che americani.
Il ’68 è dunque passato sul mondo giovanile come un’esplosione vulcanica, con modalità e tempi differenti nelle varie aree geografiche: il Sud America ,l’Italia, ecc.
Secondo argomento centrale  è il problema dell’autorità, che – come già sosteneva Aristotele – ha la sua sede primaria nella famiglia, con la sua  sovranità, anteriore e superiore allo Stato. Ebbene, la famiglia ha subito l’impatto di due elementi, che io chiamo “sindromi”, secondo la definizione degli esperti del nostro Dicastero.
La prima  è quella cosiddetta di “Peter Pan”,  che è stata oggetto anche di un trattato di psicologia. Secondo questa sindrome il bambino non vuole maturare, vuole rimanere piccolo e la famiglia, senza rendersene conto, favorisce la volontà arbitraria del bambino.
L’altra sindrome, che è stata studiata nel nostro Consiglio o in altri contesti, come ad esempio dal prof. Tony Anatrella è quella  “dell’adolescenza interminabile”, che non finisce più. Qui i giovani non devono imparare niente dagli altri, né dai genitori, né dalle autorità, ma al contrario vogliono essere considerati modello  per la società.
Così, come è stato individuato in questa  conferenza, per la perdita dell’autorità paterna si è avuto il  crollo della famiglia e dunque della società. E’ stato dunque, un crollo dovuto alla paura di educare, di formare, nato, senza rendersene conto, dal tragico comportamento  di genitori timorosi di essere tali. In questa deriva ha giocato anche l’errata esortazione a non essere esigenti e impositivi, a non invadere la libertà dei bambini e dei giovani, che di conseguenza li ha spinti  ad abusarne.
Paura di educare, pertanto, di offrire principi, di mostrare che non sono i giovani il modello della società, come adesso invece accade: un  modello, in realtà, senza maturità alcuna, in una fase della vita assolutamente non completa e transitoria. E allora oggi, i giovani sono diventati modelli, seguiti dappertutto, anche dalle persone più anziane.
Tutti siamo un po’ attratti da un modello giovanile che tale non può essere, in quanto immaturo e incompleto: questo lo si vede anche nell’abbigliamento e in tante altre cose. Gli adulti sono diventati imitatori di quel modello, che è una vera menzogna, ma che purtroppo  possiede una grande forza di attrazione.
E’ quanto ha spiegato il Professor Bueb, e mi interessa molto leggere il suo libro, che non conoscevo.
Ora, il problema è chiarire bene  qual è la persona su cui si deve esercitare l’autorità per farne maturare la personalità. Con che tipo di persona dobbiamo agire? Che filosofia e antropologia troviamo dietro ad essa? E’ assolutamente indispensabile specificarlo. Chiaramente, sul piano sociale lo Stato non può inventarsi un modello di uomo; esso non  crea la verità, la verità è anteriore allo Stato, la verità è l’uomo che – insieme al bene comune – è il fine stesso dello Stato.
Su questo punto sperimentiamo dappertutto una grande confusione, in cui non si vede il traguardo, perché non si vede la persona che deve essere aiutata: il bambino, il giovane, ecc. Si pensa che la persona sia da fare o da rifare, come del resto la verità, che non è recepita o seguita, ma che si pensa di poter creare. Ma la verità non può essere stabilita né dallo Stato, né dalla famiglia. Occorre invece guidare, con grande chiarezza, la crescita dell’uomo come uomo.
Un vostro grande specialista in sociologia ha affermato che l’unica istituzione capace di formare pienamente l’uomo è la famiglia.
Abbiamo assistito a diversi totalitarismi che hanno cercato proprio di togliere l’autorità alle famiglie e ai padri per passarla allo Stato.
A proposito di democrazia, io vedo un po’ dappertutto, sulla base delle informazioni che riceviamo, che da una parte si è a favore dell’educazione libera e dall’altra, come invece è stato detto oggi qui, lo Stato vuole imporre dei modelli obbligatori (non parlo dell’Italia, ma di altre parti), in cui una concezione incompleta dell’uomo deve essere riempita con una certa ideologia totalitaria, perché quello che non può fare la famiglia lo deve fare lo Stato.
Dunque, in questa serata tanto interessante, io ho accolto  molte idee e tante considerazioni, che dobbiamo ancor più approfondire e che devono approfondire tutti, proprio tutti, perché sta crollando qualcosa di molto grande ed essenziale, anche per via del silenzio un po’ artificioso della religione, che trova tuttavia un altro momento di crescita in diverse parti del mondo e soprattutto negli Stati Uniti dove infatti  c’è una rinascita  di  valori che possano dare  speranza non soltanto ad una grande società ma a tutto il mondo.
Pertanto penso che tutto il Vostro lavoro, e il lavoro di questo Centro di Orientamento Politico, sia  splendido per tutti e serva come esame di coscienza: anche noi in effetti  abbiamo  paura di formare.
Grazie a Dio, per noi l’esempio è il servo di Dio Giovanni Paolo II, che ci ha ricordato come  vi sia  una verità della società, una verità della famiglia e  una verità della persona umana. Inoltre vi sono  valori che, anche se assai difficili da seguire ed incarnare, certamente vanno perseguiti, e la Chiesa deve sempre avere la speranza che ciò sia possibile.
Per finire, aggiungo che il nostro incontro mondiale in Messico avrà proprio come tema i valori umani e cristiani e la formazione nella famiglia. Perché i valori sono la  verità, una verità che dinamizza il corpo sociale, che dinamizza la famiglia e la famiglia è una totalità, una globalità, un soggetto unico che serve allo Stato e che può evitare che lo Stato diventi invadente nei confronti dei diritti dei genitori e anche dei bambini.
Ringrazio di cuore per la bella serata e mi scuso se ho detto alcune cose in modo poco chiaro.

 

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D.ssa Eugenia Roccella
Ringraziamenti e saluti finali


Io ringrazio moltissimo Sua Eminenza il Cardinale Trujillo che ci ha ricordato che abbiamo tutti anche una responsabilità personale sul piano dell’educazione.
Prima dell’incontro il Prof. Galli della Loggia ci ricordava che Croce aveva detto che “L’unica cosa che possono fare di buono i giovani è diventare adulti”. Mi sembra che possiamo concludere così questo nostro incontro.
Grazie a tutti!

 

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