La crisi etica dell'Occidente
martedì 26 maggio 2009
 

Relatori: Dott. Giuliano Ferrara,  Dott. Salvatore Rebecchini,  Ing. Gaetano Rebecchini,  S. Em.za Cardinale Carlo Caffarra, 

Ing. Gaetano Rebecchini
Saluto


 

 

Eminenze[1], Eccellenze, ospiti ed amici, a tutti il più sentito benvenuto del Centro di Orientamento Politico, e grazie per aver accolto il nostro invito, a questo   quattordicesimo incontro  della serie, iniziata oltre dieci anni fa,  definita “Le sfide del XXI secolo”.

Un saluto ed un grazie  particolare  ai relatori, a S. Em.za il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, ed al Direttore de “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, che,  come  sapete, tratteranno il tema  “La crisi etica dell’Occidente”.

Una crisi che investe proprio il nostro mondo, figlio di quella cultura, di quella civiltà, le cui radici dobbiamo mantenere sempre vive e tenere presenti, come ci ha ricordato, ancora due giorni fa, S. Santità Benedetto XVI nel corso della sua visita a Montecassino, ed a questo proposito sono particolarmente lieto vedere qui e salutare l’Abate di quella storica Abbazia fondata da San benedetto.

Ed ora, prima di cedere il microfono al tavolo dei relatori, desidero ancora salutare e rivolgere un particolare ringraziamento al Cav. Lav. Enzo Benigni per il sostegno che sempre offre alle nostre iniziative.

Qui mi fermo ed invito il coordinatore a prendere la parola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] L’indirizzo è rivolto ai Cardinali Giovanni Battista Re ed al Cardinale Sergio Sebastiani, presenti in sala.

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Dott. Salvatore Rebecchini
Intervento di apertura


Svolgo con molto piacere il ruolo di coordinatore per la presenza di due illustri persone. L’Arcivescovo di Bologna,  Cardinale Carlo  Caffarra, che, ricordo, è professore di teologia morale e preside dell’Istituto Giovanni Paolo II e che, con grande nostro onore, ha accettato l’ invito a parlare di questo tema dell’etica.
L’idea di una riflessione sull’etica nasce nel Centro di Orientamento Politico alcuni  mesi fa quando, nel pieno della crisi economica e finanziaria che agitava il mondo e gli opinionisti, ci siamo detti che forse era opportuno riflettere e richiamare l’attenzione anche sulla radice etica di quella crisi economica e finanziaria. Non solo quindi questioni  di leggi, di regole, di istituzioni o di istituti, ma anche un problema etico è alla base di questo sconvolgimento.
Oltre al Cardinale Caffarra abbiamo invitato un vecchio amico del Centro di Orientamento Politico, Giuliano Ferrara, Direttore de “Il Foglio” che, come forse alcuni di voi ricordano, era qui con noi nel 2005 per parlare della questione antropologica insieme a S.E. Mons. Rino Fisichella ed il noto politologo americano  Prof. Francis FuKuyama. A Giuliano Ferrara, noi come Centro di Orientamento Politico e penso molti di  voi, siamo grati per la sua costante e quotidiana battaglia in difesa dei “valori non negoziabili” a cui  ci richiamiamo e che così abilmente conduce tutti i giorni con particolare impegno.
Mi limito a queste brevissime parole e do subito la parola a Giuliano Ferrara.

 

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Dott. Giuliano Ferrara
La crisi etica dell'Occidente


Grazie molte a Gaetano e Salvatore Rebecchini per le loro parole, per il loro invito e perché trovano sempre il modo di riunire un po’ di amici per discutere di temi effettivamente alti ed importanti. Temi dei quali naturalmente – lo dico senza falsa modestia – non sono degno, non siamo degni.
A parlare della crisi dell’etica si può risultare, se non si sta attenti a come se ne parla, degli impiccioni; i francesi dicono donneurs de leçons, le persone che desiderano  imprimere sugli altri la loro scala di valori, dire agli altri come devono comportarsi.
Oggi questo atteggiamento è universalmente squalificato, non solo nei circoli  frequentati dalla gente di mondo: come atteggiamento non mai etico, che non fa emergere la verità attraverso un franco dialogo, l’opposizione delle idee, dei valori, dei concetti; i comportamenti prescrittivi sono considerati  squalificanti,  non sono  sostanzialmente accettati. Dire agli altri quel che devono fare non fa andar lontani.
Ma non è questo il nostro compito. Io ho avuto il privilegio di leggere il testo che presenterà il Card. Caffarra subito dopo questa mia breve introduzione. Parole  che si depositeranno qui tra tutti noi e che hanno un valore di alta cultura e di radicale spiritualità.
Un conto è la catechesi, un altro  conto è la riflessione libera nella quale, secondo me, la Chiesa è straordinariamente versata perché possiede il deposito di idee, di cultura (non solo in senso bibliografico ma di cultura viva) che tutti sappiamo. La Chiesa è versata nella riflessione alta, importante, sulle radici delle incertezze, delle inquietudini e dello stato estremamente problematico dell’esistenza contemporanea.
Tutto possiamo negare, tranne il fatto che l’uomo liberato (poi vedremo cosa questo significhi)  dell’epoca contemporanea sente  il rischio della infelicità, sente  il rischio di una coscienza infelice della sua condizione nel mondo.
Lo dice la filosofia dell’intero ‘900, lo dice poi la storia del ‘900, il secolo appena lasciato, e lo dicono anche  molti segni, alcuni dei quali davvero tenebrosi. Alcuni segni sono fremiti di spavento che proprio in questo primo decennio del XXI secolo si fanno vivi, soprattutto in materia di manipolazione della vita. Segni che alludono a questo straordinario potere che l’uomo ha conquistato nei confronti di se stesso come specie, e nei confronti di se stesso come comunità, nei confronti di se stesso come insieme di regole e di possibilità. Questi sono poteri ai quali non corrisponde - è normale che sia così, è successo altre volte nella storia dell’umanità - un accrescimento dei poteri di comprensione e di conoscenza morale di ciò che significa agire in un modo o nell’altro. E’ proprio su questo tema delle basi della conoscenza morale, che il Cardinal Caffarra ci parlerà.
Vorrei partire da una questione che mi sta  molto a cuore, perché è l’unica ragione per la quale io godo dell’ospitalità di un Centro di Orientamento Politico così rigoroso nello svolgere temi di cultura con una grande ambizione di spiritualità. Qualcuno di voi ha letto il mio giornale o ci siamo incontrati in qualche serata televisiva a parlare dell’Enciclica del Papa, di uno scontro, di divisioni del mondo, dell’esistenza, della persona umana, situazioni incongrue in apparenza in  cui, a sorpresa, una voce laica si schierava a difesa delle tesi cattoliche e a difesa talvolta asprigna della Chiesa cattolica.
La ragione fondamentale di questo incontro sta in una famosa affermazione dell’allora Cardinale Ratzinger: «Nell’alfabeto della fede al posto d’onore sta l’affermazione “in principio era il logos”». Voglio dire, cioè, che si regge o cade un discorso sull’etica, sul come comportarsi  e sul come giudicare il discrimine del bene e del male,  sul filo di questa possibilità: una  fede che  sappia fino in fondo - corrispondendo ad un antico invito apostolico  - dire le sue ragioni, dire la sua ragione. Un grande teologo protestante, Karl Barth, che scagliò un anatema contro i procedimenti analogici di conoscenza della grande cultura scolastica del Medioevo cristiano, disse che non ci può essere nessuna analogia dentro la fede e nel suo argomentare razionale la necessità di Dio, non ci può essere nessuna possibilità di stabilire una analogia tra l’uomo e Dio perché Dio è “totalmente altro”. Quindi la fede requisisce per sé sostanzialmente lo spazio della ragione, riformula la ragione e la rielabora riproiettandola nell’esistenza come un grado di conoscenza di serie “b”.
Dire, invece, come ha detto uno dei più grandi teologi cattolici del ‘900, il Cardinale Ratzinger oggi Benedetto XVI, che nell’alfabeto della fede al posto d’onore sta l’affermazione “in principio era il logos” significa che la verità che abbiamo in comune come problema é insieme  persona e parola, che è struttura, che è logica dell’esistenza a partire della creatura, via, verità, vita, detto non evangelicamente ma laicamente, è struttura  di decifrazione di ciò che è possibile e di ciò che non è possibile fare, di ciò che è bene e di ciò che non è bene fare. Cristo come maestro di giustizia: è stata una delle grandi virtù dell’incarnazione cristiana per coloro che l’hanno creduta e per coloro che l’hanno guardata con rispetto e con devozione senza essere parte del gregge, senza avere avuto la benedizione di una conversione. (Le conversioni sono sempre belle e sono sempre una benedizione, ma possono esserci e non esserci).
 C’è un dilemma: se sia possibile battersi per un’etica fondata sulla concezione cristiana della persona, se sia possibile fare questo su basi puramente razionali. Cioè se sia possibile sostanzialmente avvicinarsi a una razionale scala di valori etici che sia all’altezza del mondo così come il Cristianesimo ce l’ha consegnato in eredità, quindi non un mondo in cui l’uomo è particella della natura e basta, non un mondo in cui l’uomo è particella della natura e basta, non un mondo in cui l’uomo si autocentra in perfetta autonomia e crea, fabbrica tutto, oggi ad esempio la fabbrica dei bambini o anche la loro distruzione nel seno delle loro madri , quando vuole, come vuole, dove vuole.
Bisogna capire se sia possibile che l’essere umano stabilisca una scala di valori in cui certe cose sono accettate e certe cose sono rifiutate in un ambito appunto di ragione allargata, una ragione che comprende la lezione cristiana, che comprende il messaggio cristiano, l’annuncio cristiano, una ragione che sappia passare attraverso la lettura del Vangelo, che sappia passare attraverso una lettura non soltanto storica, riduzionistica, ma una lettura efficace secondo i suoi principi della storia della Chiesa. Quindi si può essere razionali e anche devoti alla Chiesa, si può essere razionali, si può essere progressisti o tradizionalisti, si può avere un’etica moderna fondata razionalmente ma  al tempo stesso avere un rispetto non solo formale, un rispetto dal profondo della  coscienza e del fatto religioso, del dato religioso, e non del fatto religioso come sociologia, ma della religione tua, della religione in cui nasci, della religione che è la cornice spirituale e culturale in cui vieni allevato e che è un dato della tua vita personale e della storia della collettività della comunità in cui vivi.
Allora, il punto è questo. Ci sono molti cattolici che non la pensano così,  molte guide anche spirituali di molte comunità cattoliche – posso citare qui gli ultimi esercizi spirituali tenuti da padre Julián Carrón, il successore di Don Giussani. Un sabato mattina a Rimini Carron  si è intrattenuto sulla questione della riduzione del cristianesimo a etica o cultura, ha detto molte cose significative, comprensibili, razionali che sono inevitabili per un prete cristiano, per una guida spirituale di un movimento che deve seguire Cristo e non deve in prima istanza decidere ciò che è bene e ciò che è male secondo una specie di formulario astratto, non deve essere legalistico. Però questo problema c’è. Si comincia ad avvertire.
Scindere fede e ragione come fonti della morale è secondo me un errore. Evitato  durante tutta la fase in cui i vescovi italiani hanno dato battaglia in modo smagliante, molto franco, molto chiaro, scontando come disse il Cardinal Ruini la possibilità di una Chiesa contestata però non irrilevante, di una Chiesa che avesse un peso effettivo nella società, anche nella società che sta fuori le mura della Chiesa. Ora l’idea di Carron è quella di non perdere tempo con l’etica, perché c’è  il pericolo della riduzione della fede a moralismo: non perdiamo tempo con le questioni etiche, quelle lasciamole risolvere ai laici, alle loro filosofie, alle loro ricerche, alle loro teorie della giustizia – John Rawls – ai loro kantismi vecchi e nuovi. Insomma, lasciamo in fondo alla cultura illuministica più tradizionale di giocarsi la questione dell’etica, per noi la questione più importante è la coltivazione, il radicamento, la fioritura spirituale della fede. L’etica seguirà. Noi cattolici siamo il popolo che attende la salvezza dalla grazia non da una costruzione intellettuale razionale.
Tutto giusto, ma tutto ciò si scontra - secondo me - con questa straordinaria vicenda che noi abbiamo attraversato:  noi abbiamo avuto un Papa ricco di doni profetici – parlo ovviamente di Giovanni Paolo II, dopo il tormentatissimo ma decisivo regno di Paolo VI nel Concilio e dopo Concilio – e, dopo di lui, un Papa Benedetto XVI, con grandi doni non soltanto teologici ma di presa storica, intellettuale, concettuale sulle strutture vere della contemporaneità. Cioè un Papa che ha capito il tempo in cui viviamo secondo i suoi principi non estrinsecamente, non esortativamente, ottativamente, lo ha capito in modo lineare. Ha capito quello che nel saggio sulla  sacralità della vita umana – uno dei saggi di teologia morale raccolti in un volume recente di Lindau -  dice a pagina 561: “l’essenziale è indubbiamente la formazione di una nuova coscienza tra i cristiani per ciò che attiene la responsabilità politica e sociale della fede” - e sentite la diagnosi chirurgica definitiva -   “solo la rivoluzione culturale, iniziata nei tardi anni ’60” -  è il Cardinale Ratzinger che parla -  “rivoluzione culturale che ha mutato in radice la struttura intellettuale del mondo occidentale” -  Ratzinger usa le parole con un senso molto preciso, è un chirurgo, ha educato nel seminario di Frisinga, di Tubinga, a Bonn, a Regensburg (Ratisbona). E state  attenti -  “rivoluzione culturale che ha distrutto il consenso minimo etico cristianamente fondato, fino ad allora sopravvissuto a tutte le rivoluzioni intellettuali”.
Direi che questa distruzione etica, in conseguenza di una rivoluzione culturale che ha mutato in radice il nostro modo di intendere il mondo e ciò che eventualmente lo trascenda, è il principale fatto cui noi abbiamo assistito nel corso della nostra vita. Se  ripercorro indietro la mia vita da quando ero un giovane figlio di comunisti, da quando ho militato nel Partito Comunista nei miei vent’anni, se penso al terrorismo, alla violenza, se penso alla mia fragile  conversione liberale, all’idea che il comunismo era un totalitarismo, se penso a tutta la mia evoluzione, se penso al vero quadro di ciò che è accaduto nel corso della mia vita, è accaduto questo:  questa trasformazione della struttura intellettuale dell’Occidente, questa dittatura del relativismo, questa idea che la coscienza sia il luogo del desiderio, il luogo della volontà, il luogo in cui la verità si afferma come sensibilità individuale alla verità relativa, al mio Io. Tutta questa roba qui ha dei  nomi banali, se volete: la pillola del giorno prima e la pillola del giorno dopo, la radicale distruzione di alcune delle premesse, di alcuni dei presupposti di una idea sulla quale si regga la famiglia.
Certo, poi ci sono molte cose che si intersecano, molti fattori di liberazione che si incrociano con nuove schiavitù, molti apparenti progressi che si abbracciano con nuove infelicità, però questo è quello che è successo. L’aborto è successo, non nel senso che l’aborto non sia sempre stato il compagno di dolore dell’umanità e delle donne in particolare, ma nel senso che se ne è smarrita la qualità morale, la qualità etica. E’ diventato moralmente indifferente, è diventato seriale, è diventato universale, è addirittura imposto dallo Stato attraverso i mezzi della pianificazione familiare, lo finanziamo quando paghiamo le tasse, quando finanziamo organismi multilaterali in sede di Nazioni Unite. Insomma, è successo questo ed è successo poi con la deriva finale, con l’ingegneria genetica nelle sue varie forme, derivante dai nuovi metodi di fecondazione e fertilizzazione in vitro, tutto quello che sappiamo.
Si è rimessa in discussione la moralità della scienza, la capacità autonoma della scienza di darsi un perimetro e un confine. L’idea che la scienza tutto può ciò che vuole, e deve volere tutto quello che può tecnicamente, è il disastro etico di fronte al quale ci troviamo.
Un disastro fondato interamente sul fraintendimento del concetto di libertà della coscienza. A questo proposito cito spesso il brindisi del  Cardinale John Henry Newman  di cui parlò nella famosa lettera al Duca di Norfolk, quando disse: “se io dovessi sottoporre la religione ad un brindisi, cosa che peraltro non è commendevole da farsi ” – perché era anche molto spiritoso – “ io brinderei al Papa, ma  prima alla mia coscienza e poi al Papa”. D’altra parte, era un grande convertito alla chiesa cattolica.
La coscienza individuale a cui pensava il Cardinale Newman era però una coscienza che conteneva significativamente un orientamento verso l’autorità della verità, verso il punto in cui il Logos è l’incarnazione, è il figlio di Dio, è la straordinaria spiritualità, è la straordinaria logica del Vangelo di Giovanni ma è anche la verità ontologica, la verità della metafisica, la verità della filosofia dell’Occidente.  La coscienza individuale deve avere qualcosa dentro, deve avere, come scrisse Ratzinger in un suo saggio del 1991,  una “trasparenza verso la verità”. Oggi invece la coscienza – basti pensare all’impalcatura psicoanalitica, che pure ha delle sue virtù di letteratura dell’esistenza quotidiana (e tanta gente ha afferrato la psicanalisi come strumento vivacemente reattivo ai suoi problemi)-  ha assunto questo carattere abissale, è il luogo dell’ignoto delle possibilità più estreme: tutto può essere deciso in buona coscienza. E allora l’etica è diventata farisaica.
La differenza, come scriveva il  Cardinale Ratzinger, è tra le virtù cristiane del pubblicano, del pubblico peccatore, e l’insufficienza cristiana del fariseo. La differenza è tutta lì. Il pubblicano pecca, strapecca, ma nella coscienza ha un rapporto con la verità che resiste. Sa di avere peccato, ha ancora quel lemma, la parola peccato nel suo dizionario morale, è inquieto per questo. Non è in buona coscienza. Il fariseo, invece è un legalista, ha osservato tutti i precetti che era necessario osservare, ha compiuto tutte le buone opere, ma ha questo di insufficiente da un punto di vista cristiano che è inorgoglito della propria bontà, sicuro di sé, è in buona coscienza. La sua coscienza riposa tranquilla ed in pace senza porsi più alcun problema di adeguamento del comportamento alla struttura della verità e alla distinzione del bene e del male.
Io credo che oggi, se dovesse riscrivere la sua lettera al Duca di Norfolk, il Cardinale Newman si fermerebbe un momento a riflettere sul cattivo destino della coscienza contemporanea,  e direbbe beffardo: “brindo al Papa e poi, ma solo poi,  alla mia coscienza”.
Grazie.

 

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Dott. Salvatore Rebecchini


Grazie Giuliano per questa tua appassionata impostazione del problema che è di grandissimo respiro e profondità ancor più apprezzabile proprio alla luce di quello che tu ricordavi essere stato il tuo percorso.
Sua Eminenza, a lei la parola.

 

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S. Em.za Cardinale Carlo Caffarra
La crisi etica dell'Occidente


Ringrazio innanzitutto l’ingegner Rebecchini di questo invito che mi ha molto onorato e che mi è stato  stimolo di impegno culturale. 
Un acuto studioso di etica, Ross  Poole, ha scritto : «Il mondo moderno non fornisce buone ragioni per credere nei suoi propri principi e valori.  La modernità ha costruito una concezione della conoscenza che esclude la possibilità di conoscenza morale . Date le concezioni dell’agente umano e delle ragioni prevalenti nel mondo moderno, un individuo razionale respingerà le richieste     della moralità» . 
La condizione dell’etica in Occidente è qui fotografata correttamente. Se le cose stanno così, qualcuno potrebbe concludere:  peggio per l’etica. Ma possiamo rassegnarci a questa situazione,  possiamo vivere  senza etica? Non possiamo rispondere a queste domande se prima non abbiamo risposto alla seguente domanda: ma di che cosa parliamo, quando parliamo di etica? La mia riflessione inizia dalla risposta a questa domanda.
  Certamente quando parliamo di etica  parliamo dell’agire umano, di ciò che dipende dall’esercizio della nostra libertà: delle nostre scelte: è di questo che noi parliamo quando parliamo di etica.
Poiché la scelta per sua stessa natura presuppone ed implica un giudizio dobbiamo domandarci in base a quale criterio di giudizio compiamo la scelta   di A piuttosto che di B.
In base a quali criteri un marito sceglie di non tradire sua moglie piuttosto che di tradirla se gli si presenti l’occasione?
Queste elementari osservazioni bastano alla formulazione di una domanda di fondo circa la libertà e la sua capacità di scelta: esistono criteri di giudizio, e quindi ragioni per compiere la scelta di A ( di essere fedele) e non di B, (di tradire sua moglie) validi non solo per chi sta scegliendo ma per ogni persona ragionevole?
E’ questa l’altra domanda di fondo da porre. Ora a me sembra che tali “ragioni per scegliere”,  se esistono dovrebbero avere almeno cinque proprietà.
Primo: valere per se stesse prima di ogni interesse, desiderio, preferenza.
Secondo:  valere non in quanto progettano corsi di azione ritenute capaci di soddisfare i propri desideri.
Terzo: essere condivise da ogni persona ragionevole.
Quarto:  chiedere di regolare i propri interessi, desideri, preferenze anche rinunciandovi.
Quinto: esigere un rispetto incondizionato da parte della libertà, senza ammettere  di essere violate adducendo  il proprio interesse, il proprio desiderio, le proprie preferenze o  del gruppo sociale a cui si appartiene.
L’ipotesi di ragioni, che abbiano queste 5 proprietà, per una scelta piuttosto che per un’altra,  ci aiuta comunque ,  ad avere un’intelligenza più profonda della persona umana che agisce  compiendo le sue scelte ed è 
 un fatto immediato dell’ esperienza   che ciascuno ha di se stesso, l’essere inclinato verso uno scopo da raggiungere quando fa la sua scelta.
Chi agisce infatti, agisce sempre per un fine. La forza motiva  che spinge ad agire sta nel fatto che   il fine propostosi ha sempre il carattere di bene:  è ritenuto capace di soddisfare il nostro desiderio e di acquietare il nostro movimento o la nostra  inclinazione.
Tenendo conto di questi dati elementari, dobbiamo domandarci: la logica, il logos intimo delle inclinazioni dell’uomo (per esempio:  l’inclinazione sessuale; l’inclinazione a vivere in società),  è un egoismo radicale? Le inclinazioni sono orientate esclusivamente alla soddisfazione del proprio bene individuale? Hanno in sé solo una logica utilitaristica? Oppure abita dentro alle naturali inclinazioni umane una vocazione ad essere regolate da una ragionevolezza che  introduca in esse una forma di bontà che non coincide necessariamente con la propria utilità? Detto tutto in breve : esistono solo “beni per me” oppure esistono “beni in sé e per sé”?
La nostra riflessione, pur partendo da dati elementari, è arrivata  al nodo del problema che  può essere illustrato in due modi fondamentali.
 Primo modo: la nostra ragione è solo una ragione strumentale, è cioè semplicemente la facoltà che ci è data per progettare e per realizzare risposte soddisfacenti ai bisogni dell’individuo  e della società in cui vive ? Oppure essa è anche la facoltà che è capace di scoprire e di proporre corsi di azione che realizzano l’uomo in quanto uomo, cioè corsi di azioni che liberano l’uomo dal proprio “particulare” e lo elevano ad un ordine eterno e dotato di una sua propria intrinseca bellezza?
Secondo modo: esistono solo beni -  oggi si preferisce dire valori -  dei singoli individui od anche  beni  comuni, propri cioè ad ogni persona e a  tutte le persone?
Di questo si tratta quando  parliamo di etica. Parliamo cioè di che cosa è il bene dell’uomo. Più precisamente parliamo della misura della nostra ragione; di che cosa in realtà significa vivere ragionevolmente. In una parola parliamo dell’uomo alla ricerca del vero se stesso, cioè  del suo vero bene. Di questo parla l’etica, quando si parla di etica – anche se la vulgata ci ha  abituato a parlare di regole di comportamento -  si parla del bene dell’uomo.
SPAZIO

E sono così ad un altro punto della mia riflessione.
Mi è stato chiesto di riflettere sulla crisi dell’etica, e debbo quindi  prima dire cosa intendo per “crisi”. La riflessione etica può trovarsi di fronte - e  nella sua storia si è sempre trovata   di fronte -  a domande difficili,  inedite, e si può trovare in gravi difficoltà nel dare una risposta, ma non solo.  Può trovarsi anche in condizioni di conflitto di risposte alle stesse domande e non raggiungere quindi l’unità della risposta.
Questa situazione può   verificarsi in due contesti radicalmente diversi: il conflitto delle risposte avviene all’interno dell’accettazione degli stessi presupposti fondamentali,(meta-etici) configurandosi come  discordia argomentativa, oppure avviene all’interno  presupposti fondamentali contrari, configurandosi così come conflitto fra le stesse premesse dell’argomentazione. Se in un certo periodo della storia si passa   dalla prima situazione –  che Benedetto XVI ha indicato come antecedente al ’68  -  alla seconda situazione ( conflitto  tra le premesse stesse) ,  ci si viene a trovare  in quella che io chiamo la crisi della riflessione etica. Ora la mia tesi è che questa sia la condizione in cui versa oggi la riflessione etica in Occidente. Ed il sintomo più grave è la fatica, l’incapacità dell’Occidente di elaborare un’etica pubblica. Ma procediamo con ordine.
Noi  ci troviamo in un conflitto di presupposti od il conflitto è al livello di fondamentali? In realtà abbiamo gli strumenti per capire che ci troviamo in un conflitto di presupposti dell’argomentazione etica. La crisi, in questo  senso, riguarda il concetto di ragione,  di libertà ed il   rapporto fra verità e libertà. Alla fine la crisi riguarda la stessa visione dell’uomo: è un conflitto di antropologie intorno alla ragione, anzi alla ragione pratica, che  si è autolimitata per fungere da “serva degli interessi dell’individuo”,  come ragione al servizio dei desideri dell’individuo. E’ quanto afferma uno dei padri della modernità che scrive: «Noi non andiamo mai di un passo oltre, al di fuori di  noi  stessi»  . Ridurre la “ragione pratica” a “ragione utilitaria” ha cambiato tutto perché il discorso etico -    pur continuando ad usare sempre lo stesso vocabolario (libertà, bene, male, coscienza, legge naturale) -   ha cambiato totalmente senso.
  E’ come se sullo stesso rigo musicale ci fossero dei segni ed io cambio la chiave di lettura, i segni restano gli stessi però cambiando la chiave di inizio del rigo muta tutta la melodia.
È l’etica dell’autonomia radicale, intesa come mera affermazione del proprio desiderio, dal quale è assente qualsiasi ragionevolezza che rimandi ad un “passo oltre se stesso”,  come abbiano visto, riguarda quindi  il concetto stesso di ragione.
Quanto alla   libertà viene affermato il primato assoluto della stessa; la libertà è un primum che trova in se  stessa e per se stessa il suo senso. Che possa esistere un bene in sé e per sé a cui la persona è naturalmente inclinata ed orientata, e  che  la scelta libera possa poi accogliere o rifiutare, è cosa del tutto negata. La libertà nel suo fondo è pura indifferenza, è pura neutralità.
Concependo la libertà in questo modo, la conseguenza allora è che “il bene” non può assumere che il volto de “il legale”: bonum quia jussum, ed “il male” non può presentarsi che con il  volto de “il proibito”: malum quia prohibitum. E non c’è quindi alla libertà un motivo intrinseco  di fare il primo , ossia il bene, ed evitare il secondo, il male. Non esiste  un problema di verità/falsità circa la progettazione che la persona fa di se stessa con la propria libertà. Perciò un  discorso di etica quindi che voglia esibirsi come discorso universalmente valido, è ritenuto impossibile, non solo ma  opposto anche all’affermazione della libertà. Sono possibili solo tante autobiografie etiche quante sono le persone, tutte “straniere morali” le une alle altre.
Vedremo poi  come questo discorso venga ripreso  in termini di etica pubblica. 
E siamo alla questione decisiva per cogliere la crisi dell’etica: il rapporto verità-libertà. Partiamo ancora dalla constatazione di ciò che accade in noi quando compiamo una scelta, quando prendiamo una decisione.
La scelta e la decisione non è determinata dall’oggetto scelto, dalla figura di azione che io ho progettato prima di agire, non è determinata da questo. La libertà è dipendenza da sé; la libertà è essere determinati da sé: è appunto auto-determinazione  ( concetto basilare con cui inizia la seconda parte della “Summa” di San Tommaso, dedicata all’etica); tuttavia, per poter decidere liberamente  è necessario che la persona dia un giudizio circa l’oggetto da scegliere, la decisione da prendere. Ed è in forza non dell’oggetto ma del  giudizio sul valore e  sulla bontà dell’oggetto, e sull’azione  da compiere che la persona muove se stessa. In altri termini, il riferimento “al vero”, conosciuto mediante il giudizio della ragione , appartiene all’essenza stessa dell’atto libero.
È in questa luce che infatti si manifesta la vera natura del male morale. Esso è il male proprio della libertà, così come l’errore è il male proprio della ragione. Ed il male morale consiste precisamente nel fatto che la libertà nega con la sua scelta ciò che la ragione ha affermato col suo giudizio.
“Video meliora proboque” (l’affermazione della ragione) ma “deteriora sequor” la libertà nega con la sua scelta ciò che la ragione ha affermato come vero con il suo giudizio. E’ la più grave spaccatura che possa accadere alla persona umana.
Ma se neghiamo che esista una verità circa il bene - le ragioni di cui parlavo all’inizio con quelle  cinque caratteristiche -  ed affermiamo che il bene/male in ultima analisi è costituito soltanto  dalla decisione della libertà -   ossia se la scelta e la decisione non contenessero in se stesse il “momento della verità”, e non si realizzasse radicandosi nel riferimento alla verità, cioè ad un ordine oggettivo dell’essere -  la morale, nel comune sentire del temine,  non  sarebbe difficile da praticare, sarebbe semplicemente impensabile. Si continuerebbe magari ancora a parlare di morale o di etica, ma si parlerebbe di tutt’altra cosa. Questa è la condizione attuale.
«In poche parole: la contrapposizione tra il bene ed il male, così essenziale alla morale, presuppone il fatto che il volere qualunque oggetto nell’azione umana si realizza in base alla verità sul bene che questi oggetti costituiscono» .
Se così non fosse l’uomo sarebbe semplicemente un inutile esperimento, e la sua vita, come dice Shakespeare, non sarebbe che una favola piena di suoni e rumori, priva di senso  recitata da un idiota.
Ricordo un incontro avuto con una giovane: parlavo su questi grandi temi dell’esistenza cercando di farla riflettere. Alla fine la giovane mi urlò:  Eminenza   ma cosa me ne faccio della mia libertà è solo una croce insopportabile per le mie spalle. “Una favola senza senso recitata da un idiota”.
Siamo ad un altro punto.
Vorrei ora riflettere  su quello che ritengo essere il sintomo più grave, più drammatico, della crisi etica  in Occidente: la crescente difficoltà che le società occidentali provano nell’elaborare un’etica pubblica. Intendo per “etica pubblica” l’insieme delle regole togliendo le quali la vita associata non è più possibile. L’etica pubblica quindi  non coincide con l’etica “tout court”: il reato, lo sappiamo bene,  è distinto dal peccato.
Passiamo subito alla domanda fondamentale cioè se il consenso ottenuto mediante l’uso pubblico della ragione pratica - mediante cioè il confronto libero ed aperto a tutti a pari condizioni -  sia la “fons essendi” unica e  sufficiente dell’etica pubblica.
Ripeto la domanda perché questa è la domanda di fondo:  il consenso che  nei parlamenti moderni viene anche  aritmeticamente  conteggiato, il consenso cioè  ottenuto mediante un confronto libero e aperto a tutti a pari condizioni, credenti compresi, è la fons essendi dell’etica pubblica? E’ ciò che costituisce in maniera sufficiente l’etica pubblica?  E’ possibile cioè proporre un’etica pubblica basata esclusivamente sul consenso?
Questa è la domanda fondamentale.
Parto da un testo di Leopardi -  lo troviamo nello Zibaldone  – che così dice: «se l’idea del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male morale non esiste, o non nasce per sé nell’intelletto degli uomini, nessuna  legge e nessun legislatore può far si che un’azione o un’omissione sia giusta o ingiusta, buona o cattiva. Perocchè non vi può esser niuna ragione per la quale sia giusto né ingiusto, buono né cattivo, l’ubbedire a qualsivoglia legge, e niun principio vi può avere sul quale si fondi il diritto che alcuno  abbia di comandare  a chi sia » .
Il testo leopardiano pone la domanda di fondo: esiste qualcosa di ingiusto in sé e per sé e che non potrà mai essere giustificato da nessuna procedura pubblica legittima? ( I Greci avrebbero detto:  giusto od ingiusto per natura). In  altre parole: esiste una verità circa il bene dell’uomo indipendentemente dai  risultati dell’argomentazione, della discussione e della deliberazione pubblica?
Nel momento in cui affermo che la procedura democratica è l’unica - sottolineo l’unica -   fons essendi della legittimità della norma promulgata delle due l’una: o penso questa procedura come un inevitabile  scontro di interessi contrapposti la cui unica soluzione è l’imposizione del più forte. O penso questa procedura come il  modo degno dell’uomo per trovare quella soluzione in cui possa riconoscersi la ragionevolezza di ognuno.
 Nel primo caso  nego semplicemente che esista un’uguaglianza di dignità fra gli uomini  perchè  la norma è sempre e solo il dominio di una parte sull’altra. Nel secondo caso,  è presupposta ed affermata  la uguale dignità di ogni persona e il possesso da parte di ciascuno della stessa ragionevolezza o natura ragionevole. Ebbene proprio questa, esattamente questa,  era l’idea che San Tommaso aveva di  legge e diritto naturale. Ciò  con buona pace anche di qualche filosofo attuale.
Soltanto la costruzione di un consenso che sia orientato alla ricerca della verità circa il bene, costituisce una autorità che non è dominio dell’uomo sull’uomo ma è comune ricerca del bene che è comune ad ogni uomo.
Anche Jurgen Habermas è stato costretto  a giungere a queste conclusioni, quando afferma che la legittimazione di una carta costituzionale da parte del popolo non può limitarsi al computo aritmetico di maggioranze e minoranze ma deve fondarsi su una argomentazione ragionevole, e cito: “dotata di sensibilità alla verità”.
Coerentemente lo stesso Habermas in un’  opera pubblicata in originale nel 2001 e tradotta da noi nel 2002, “ Il futuro della natura umana”,  esclude che questioni di genetica umana possano essere risolte con procedure democratiche.
La radice della disgregazione sociale cui assistiamo è una sorta di censura nei confronti di ogni istanza che tenga viva la “sensibilità alla verità”. Si pensi al trattamento che sta ricevendo  il Magistero morale di Benedetto XVI. L’educazione quindi  ad un uso completo della ragione è una delle sfide più urgenti per il futuro.
Ed ancora, il progetto di costruire un ordinamento giuridico, e quindi un ethos pubblico, senza verità, mette sulle spalle della legge un peso che la stessa legge  non  è capace di portare. È il peso di creare una comunità umana, di produrre un’identità. Non a caso i romani  non dicevano ubi jus ibi societas, ma il contrario ubi societas ibi jus. Quando si assegna alla legge il compito di produrre una identità culturale, dato che questa è una progettazione impossibile, essa inevitabilmente apre il fianco a due rischi gravissimi. O rendere la legge stessa veicolo di valori imposti: questo è il rischio del clericalismo fondamentalista (e  che Dio ce ne liberi). O, altro rischio,  “privatizzare” giuridicamente ogni contenuto del vissuto umano,  e questo è il rischio del laicismo escludente. Eppure noi possediamo una categoria in grado  di  fungere da tessuto connettivo del sociale e dunque da codice fondamentale dell’etica pubblica.
  Negata che esista una verità circa il bene dell’uomo o – il che coincide – che esista una natura umana ragionevole, i diritti fondamentali dell’uomo rischiano di essere pensati e praticati come ciò che il singolo individuo preferisce per sé, “ de gustibus non est disputandum”,
e quindi “quel  che io desidero ho il diritto di avere”. Tutto ciò ha una conseguenza devastante sull’idea di legge civile e sul compito del legislatore. La nuova idea è che lo Stato e la legge non devono vietare ciò che l’individuo preferisce. Di conseguenza  la coesione sociale è insidiata alla sua stessa origine .La soluzione del problema  non è il ricorso al principio «se tu non vuoi, perché io non posso?», ossia il varo cioè di leggi  né impositive né coercitive, ma semplicemente permissive. Il non volere colmare la lacuna etica, censurando la questione della verità in nome di una supposta tolleranza, sta portando alla disgregazione le nostre società occidentali. L’aver sostituito la ragione pratica , nel senso greco del termine, con la ragione comunicativa ha indirizzato tutto il discorso etico pubblico su una via che  non ha uscita.
Insomma non si può seriamente costruire una etica pubblica se si nega che esista una verità circa il bene universalmente valida. Ma è questa negazione oggi ad essere sostenuta, portando il sociale umano ad una lacerazione  che non può essere a lungo sostenuta .
Ho finito, e voglio concludere con un pensiero di Eraclito il quale afferma che, comincia la citazione: « per coloro che sono svegli esiste un mondo unico e comune, e che invece ciascuno di coloro che dormono torna nel proprio mondo», così il vecchio Eraclito .
Ed è proprio questo che David Hume ha negato: che l’uomo possa uscire dal proprio mondo, fare uno step beyond ourselves: un passo oltre se stessi. Chi si è svegliato dal sonno della ragione, gode di una luce che è la stessa per ogni uomo. Così, richiamandoci al famoso prologo di San Giovanni, poc’anzi citato da Giuliano Ferrara:  “il logos” che illumina ogni uomo fa vedere il bene come ciò che è comune a tutti. È questa luce che pone il fondamento della comunità umana, e da  pastore credo di poter dire che sia soprattutto  questa la luce  che le giovani generazioni stanno  invocando.
Grazie

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Dott. Salvatore Rebecchini


Ringraziamo tutti i presenti e ringraziamo gli oratori. Penso che il  miglior viatico ce lo ha lasciato Sua Eminenza con questa parola di speranza e, soprattutto, con questa prospettiva e responsabilità nei confronti dei giovani.
Ce ne sono tanti anche qui, questa sera, consapevoli che - come ci ricordava, tra l’altro, il Santo Padre di recente - se non ci sono i giusti non c’è la giustizia. Spetta quindi ad ognuno di noi essere giusto per poi realizzare questi principi e questi valori che, abbiamo ricordato questa sera, come essere i fondamenti della nostra cultura e della nostra civiltà.
Grazie a tutti e arrivederci al prossimo convegno che affideremo alla organizzazione impeccabile di Gaetano.
Grazie.

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