Prospettive della postmodernità: analisi culturale, politica ed economica
giovedì 14 ottobre 2010
 

Relatori: Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Dr. Salvatore Rebecchini,  Mons. Rino Fisichella,  On.le Maurizio Lupi, 

Dr. Salvatore Rebecchini


Dr. Salvatore Rebecchini

Ringrazio tutti per aver accettato l’invito del Centro di Orientamento Politico e di essere qui questa sera.
L’incontro odierno vede di nuovo con noi Mons. Rino Fisichella, che tante volte ci ha accompagnato nelle riflessioni nell’ambito di iniziative analoghe. Vorrei ricordare che Mons. Fisichella è stato nominato di recente alla guida del neo costituito Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, un compito importantissimo e di grande responsabilità. E’ questa la prima occasione per me per fargli pubblicamente gli auguri per l’opera di nuova evangelizzazione di cui ovviamente non possiamo non sottolineare l’importanza e l’esigenza.
E’ qui con noi, come diverse volte in passato, il nostro amico Ettore Gotti Tedeschi che, come sapete, è uno dei componenti del Consiglio scientifico del Centro di Orientamento Politico, oggi anche nella nuova veste di Presidente dell’Istituto delle Opere di Religione.
L’onorevole Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera dei Deputati, ci raggiungerà a breve.
Il tema di questa sera è il post-modernismo, la post-modernità: è un neologismo che, per certi aspetti, è entrato ormai nel linguaggio corrente con il quale si possono intendere tante cose. Le sue declinazioni culturali, economiche, etiche, politiche verranno trattate dagli oratori questa sera.
Io vorrei ricordare però che questo tema della post-modernità è presente da tempo nei nostri incontri, seppure non classificato come tale: solo nel maggio 2009, nell’incontro che abbiamo tenuto qui con  S.E. il Cardinal Caffarra dal titolo “La crisi etica dell’Occidente”. E’ chiaro che la crisi dell’etica e dell’etica occidentale in particolare è uno delle componenti – credo si possa dire – che caratterizza la post-modernità.
Nel 2005, cinque anni or sono, Mons. Fisichella, nostro ospite, insieme a Giuliano Ferrara ci illustrava i rischi delle sfide determinate dalle tecno-scienze nel convegno intitolato “Natura umana e biotecnologie”. Questo rapporto tra la tecnologia e la natura umana e la capacità della tecnologia di modificare o di intervenire sulla natura umana stessa, è sicuramente un’altra delle caratteristiche della post-modernità.
E poi, ovviamente con grande rispetto, ricordo che nel 2004 l’allora Cardinale Ratzinger, in un colloquio tenuto qui con noi, parlava già di quelli che possono essere i termini essenziali del problema posto dalla post-modernità. Il fatto che l’uomo è capace di produrre in laboratorio l’uomo stesso, diceva testualmente l’allora Cardinale Ratzinger, “trasforma l’uomo, che non è più un dono di Dio ma un oggetto”. E poneva drammaticamente il problema che questo comporta perché diceva testualmente “a questa capacità di fare, a questa tecnologia, non ha fatto riscontro una pari crescita del nostro senso morale”.
Credo che in termini molto sintetici il problema della post-modernità forse – a rischio di essere un po’ semplicista - può essere riassunto in questa espressione.
Naturalmente non sta a me trattare l’argomento, per cui darei immediatamente la parola a Mons. Rino Fisichella; poi parlerà l’amico Ettore Gotti Tedeschi e, a seguire, l’on. Maurizio Lupi.

 

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Mons. Rino Fisichella


S.E. Mons. Rino Fisichella

 Postmodernità?

 Non sono esperto in futurologia e ritengo che darle troppo credito equivarrebbe a cedere a un'imprudenza da cui è bene astenersi, soprattutto quando si è chiamati all'analisi dei fenomeni culturali. Per questo motivo vorrei partire da un interrogativo non affatto ovvio: siamo agli inizi della postmodernità oppure tocchiamo con mano il culmine della modernità? La domanda non retorica tende a sottolineare che la fine di un'epoca non necessariamente coincide con l'inizio di una nuova. Forse, ci siamo troppo in fretta abituati alla frenesia del linguaggio, che muta con una rapidità prima impensabile, da non prendere sempre in considerazione il fatto che i fenomeni culturali hanno bisogno di tempo, di un lungo periodo di gestazione, prima di mostrare gli elementi determinanti che vengono a caratterizzare una nuova epoca. Come diceva T. S. Eliot: "Solo col tempo si conquista il tempo". Ciò vale a fortiori per il progresso e la mutazione dei fenomeni culturali che la storia insegna a valutare con la dovuta perspicacia, senza fretta e soprattutto con una buona dose di saggezza. Per questo motivo, all'interrogativo posto preferisco rispondere che, a mio avviso, siamo dinanzi alla fine della modernità. Certamente, si riscontrano ormai in maniera chiara elementi contraddittori che evidenziano e, forse, possono anche far verificare, la conclusione di un periodo nato con l'intento di trovare un centro catalizzatore e che alla fine del suo processo si ritrova, invece, con il predominio della frammentarietà. Scriveva il poeta irlandese William Butler Yeats agli inizi del secolo scorso:
Tutto cade a pezzi, il centro non tiene
Il mondo è pervaso dall'anarchia.
Probabilmente, la lucidità del poeta che, per definizione, è in grado di esprimere con più intensità del filosofo la capacità di cogliere e tradurre il reale, intravvede ed esprime sentimenti che, probabilmente, albergano nel cuore di tanti di noi dinanzi a molti fatti di cui siamo spesso inermi spettatori. Ciò a cui assistiamo è la mancanza di un centro di gravitazione in grado di fare sintesi del processo culturale che ci ha preceduto, tale da essere in grado di esprimere una nuova progettualità da proporre alla generazione che si staglia nel prossimo futuro.
La modernità che lentamente sorgeva dopo il periodo del medioevo aveva una suo progetto. Esso si traduceva poco alla volta nel tentativo di porre l'uomo al centro di tutto. Lo voleva liberare dai legami con il passato ritenendo che avesse vissuto fino a quel momento in una forma di subalternità a Dio e alla natura. Di fatto, la nuova epoca nasceva come un atto di rottura con il passato. Sono diverse le motivazioni che portano a questa lettura; essa, tuttavia, è largamente condivisa dagli studiosi. Se le premesse erano quelle di focalizzare l'attenzione sull'uomo, gli sviluppi, però, furono ben altri. La modernità, d'altronde, si esprime al meglio con l'illuminismo e con il suo tentativo di far emergere la grandezza della ragione in grado di sviluppare in maniera completamente autonoma una scienza oggettiva, prodromo per una libertà assoluta in forza dell'imporsi dei diritti universali. Progetto grandioso e allettante che si è frantumato nel corso dei secoli per la costatazione dell'uso strumentale della stessa scienza. Non è qui il caso di ripercorrere le differenti tesi di lettura del fenomeno ad opera di intellettuali quali in particolare Adorno, Horkheimer e Habermas. Se per i primi due le tesi dell'illuminismo si contraddicevano davanti ai campi di sterminio, le squadre della morte, le due guerre mondiali con lo spettro di un reale annientamento nucleare dopo l'esperienza di Hiroshima e Nagasaki, il terzo mantiene fino ad oggi una lettura ottimistica nonostante sia chiamato a fare i conti con i risultati ottenuti che sono sotto gli occhi di tutti e poco spazio lasciano a interpretazioni ottimistiche. Come espressione sintetica, comunque, potrebbe rimanere inalterato il monito di Max Weber secondo il quale le aspettative dell'illuminismo rimangono come "un'amara e ironica illusione". La storia, infatti, ha mostrato il vero volto della strumentalizzazione scientifica che ha toccato l'intera vita sociale e culturale, le strutture economiche, finanziarie, giuridiche e perfino artistiche. Insomma, l'energia vitale che i padri dell'illuminismo volevano creare per il cambiamento epocale della società si è risolta in un'entropia precoce che ha inghiottito ogni utopia prospettata come soluzione definitiva. In una parola, per riprendere Nietzsche da cui è impossibile prescindere quando si parla di modernità, si potrebbe dire che essa ha significato una creazione distruttiva e una distruzione creatrice. La rottura con il passato, infatti, ha distrutto ogni possibilità di continuità con la tradizione precedente, caratterizzata da una profonda unità tra la conoscenza personale e la verità rivelata, mentre la crisi nella ricerca della verità ha creato solo frammentarietà, relegando nell'oblio tutto ciò che era stato costruito, conquistato e conosciuto… insomma, tutto ciò che siamo. Non serviranno molte definizioni ulteriori che nel corso dei decenni si sono susseguite per far comprendere il dramma della modernità nel suo tentativo titanico di costruire una nuova verità distruggendo quella già acquisita. "Era del vuoto", "società liquida", lo stesso termine di "postmodernità" e quanto altro la nostra fantasia riesce a produrre non serve ad altro che ad evidenziare il processo finale di questa epoca. La scienza oggettiva, espressione della conquista dell'autonomia della ragione e, quindi, dell'uomo, si è rivelata una chimera perché la strumentalizzazione di ingenti interessi economici ne ha fatto, piuttosto, una compagna di merenda. Lo stesso obiettivo di una morale e di un diritto universale si è risolto in una progressiva perdita dell'istanza etica e in una sopravvalutazione del diritto individuale su quello collettivo. Insomma, sono messo alle strette dai versi del poeta: il centro non esiste più; ciò che emerge è l'anarchia che si estende a macchia d'olio, coinvolgendo i diversi ambiti della vita personale e pubblica.

 Il centro non tiene

 In questo contesto si comprende maggiormente la considerazione secondo la quale ritengo che sia più corretto parlare di fine della modernità, per delineare nella maniera più realistica il periodo in cui siamo immersi che manifesta tutti i tratti della sua fase terminale. La logica propulsiva che aveva dato inizio al fenomeno e la forza che lo aveva mantenuto in vita spingono ormai verso il limite estremo. In qualche modo, siamo i testimoni chiamati a certificare la morte della modernità per autodissolvimento senza aver potuto prima generare. Un'osservazione di A. de Tocqueville mi ha aiutato non poco a comprendere il cambio di paradigmi che portano a questa condizione. Nel suo De la démocratie en Amérique, scrive che i popoli democratici mostrano un "amore più ardente e più duraturo per l'uguaglianza che per la libertà" (cfr II,101-104 ed. fr.). A prima vista mi sembrava di aver letto qualcosa di normale, per non dire banale; uno sguardo agli avvenimenti che segnano i nostri decenni, invece, mi ha provocato a rileggere quella espressione per capire il senso sotteso. La conclusione a cui sono giunto è che si è completamente modificato l'ordine e non in maniera indolore. Non è come in matematica che scambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia. Qui noi siamo dinanzi a un risultato diverso per il cambiamento paradigmatico dei valori. La priorità ora è cambiata non più l'uguaglianza dei cittadini, ma la libertà diventa criterio dominante. Questo, purtroppo, a scapito dell'uguaglianza; anzi, in forza della libertà si creano squilibri tali da compromettere la stessa uguaglianza. Questo cambiamento, mi sembra, ha messo in crisi la società tout court.
 Questa, infatti, si viene a trovare sprovvista di quel fondamentale apporto e supporto dato dalla responsabilità pubblica e sociale, per la supremazia della libertà individuale. Il nostro contemporaneo, infatti, sembra aperto a ogni forma di novità senza, tuttavia, avere il sostegno di uno spirito critico. Senza alcuna resistenza cambia velocemente il suo modo di pensare e vivere e appare sempre più come un soggetto cinetico, sempre pronto a sperimentare, desideroso di essere coinvolto in ogni gioco anche se più grande di lui, soprattutto se lo rapisce in quel narcisismo non più neppure velato che lo illude sull'essenza della vita. Insomma, il processo di personalizzazione ha generato un'esplosione di rivendicazioni di libertà individuali che tocca la sfera della vita sessuale, delle relazioni interpersonali e familiari, delle attività del tempo libero come di quelle lavorative, lo spazio dell'insegnamento e della comunicazione ne sono fatalmente coinvolte e l'intero ambito della vita ne viene modificato. Per paradossale che possa sembrare, le rivendicazioni sociali sono sempre fatte in nome della giustizia e dell'uguaglianza, ma alla base si riscontra determinante il desiderio di vivere più liberi a livello individuale; si tollerano e sopportano molto di più le ingiustizie e disuguaglianze sociali piuttosto che le proibizioni della sfera privata. Se volessimo sperimentare quanto stiamo descrivendo in un orizzonte ipotetico sulla base di fatti all'ordine del giorno, si vedrebbe facilmente quanto l'analisi non sia molto lontana dalla realtà.
 Penso, in modo particolare ad alcuni fatti di cronaca raccapriccianti che non sono più un fatto isolato, ma diventano costume. Alla base del litigio tra medici in sala operatoria vi è il richiamo alla libertà di agire come si crede; alla base del pestaggio a un tassista che investe un cane non al guinzaglio ci si appella alla propria libertà e ai diritti degli animali; una volta stabilito il diritto all'aborto si vuole limitare la libertà di coscienza di quanti ne sono giustamente contrari… in ogni comportamento che andiamo ad analizzare riscontriamo lo stesso denominatore comune. Come se tutto questo non bastasse, siamo obbligati a fare almeno menzione di una nuova e più geniale forma di conoscenza che si impone sempre di più, e ha il sopravvento perfino sui vari tentativi lodevoli, anche se deboli, per non dire perdenti, di quanti vogliono costruire qualche barricata con la conservazione di una conoscenza umanistica. Il cosiddetto sapere scientifico si è frammentato in una serie di conoscenze che a stento riusciamo a seguire. Basti pensare al progresso della comunicazione e della cibernetica, all'algebra moderna e all'informatica, alla possibilità di creare compatibilità tra il linguaggio personale e la macchina fino alla traduzione automatica simultanea, alle tecniche di memorizzazione con le varie banche dati, alla telematica e alla creazione di terminali intelligenti capaci di autoprodursi, per non parlare della genetica e dell'ingegneria applicata alle scienze mediche… l'elenco potrebbe facilmente essere allungato, ma nulla toglierebbe alla costatazione di una massa conoscitiva che difficilmente si riesce a comporre per creare sintesi e progettare un nuovo modello culturale in grado di corrispondere alle attese di senso del nostro contemporaneo.

 Un neoumanesimo

 In una condizione simile, parlare di postmodernità potrebbe apparire anche come un auspicio per tentare di creare dei bastioni al crescere della marea individualista. Purtroppo, siamo ancora a verificare la stagnazione di questo processo che non trova la forza necessaria per uscire dalle sabbie mobili. Un ingiustificato accanimento dei nipoti di Voltaire tende a far prevalere l'illusione sulla realtà e non vogliono cedere al riconoscimento che l'utopia proposta si è vanificata. Siamo chiamati a un sussulto di responsabilità se non per noi, almeno per quanti amiamo e stanno sul punto di sorpassarci. E' per questo che ritengo necessario prospettare un cammino che potrebbe apparire arduo, ma non vedo alternativa. Mi sembra di poter dire che dovremo essere capaci di porre le premesse per la costruzione di un neoumanesimo. Utilizzo intenzionalmente questo termine per il valore che possiede. L'umanesimo segnò, a suo tempo, un autentico entusiasmo che investì tutti gli ambiti dell'attività umana; ciò che costituì la sua fortuna fu appunto la freschezza del movimento che si mise in atto e che coinvolse lo spirito del tempo in modo tale da reinterpretare in modo nuovo le problematiche di sempre. L'umanesimo fu la capacità di comprendere il cambiamento del tempo, ma ugualmente espresse la convinzione di poter rileggere e per alcuni versi risolvere i problemi che l'umanità possiede da sempre. Non fu una visione frammentaria del mondo, ma unitaria; così come unitaria era la lettura dell'uomo che era posto al centro del creato. In questa fase, che si estese dalla filosofia alla letteratura, dall'arte alla scoperta di nuove terre, Dio non era escluso ma diventava l'orizzonte di senso della ricerca personale e della vita sociale. Un umanesimo in cui la passione per la verità acquisita nel passato diventava vero traino di trasmissione di una cultura fortemente valorizzata, perché segno della conquista del sapere di cui ognuno si sentiva responsabile per essere custodito e reinterpretato.
 Dovremmo poter ricreare per l'inizio della postmodernità questo spirito umanistico unitario e profondo, desideroso di guardare all'uomo non con rivalità per emarginarlo, ma con simpatia per reinserirlo in modo coerente nel suo rapporto con il creato e con Dio. Non è nostro compito riprendere un pensiero del passato per doverlo riproporre in maniera ingenua e astorica. Ciò che siamo chiamati a compiere è, anzitutto, ricreare l'entusiasmo e la consapevolezza per porre le premesse fondamentali di un pensiero e di uno stile di vita capace di farsi carico delle conquiste proprie dello spirito del tempo di questi secoli che ha determinato la precomprensione di ciò che oggi siamo. Intendo dire che dovremmo rileggere l'uomo, ricostruire una antropologia che si faccia carico di interpretare l'uomo di oggi alla luce della conquista realizzata nel generale sapere, soprattutto quello scientifico, che non può né deve essere marginalizzato, ma inserito in quella comprensione di sé che sa allargare gli orizzonti per includere e non per escludere, per amalgamare in una nuova sintesi e non per compiere una nuova rottura. Ciò di cui abbiamo bisogno è colmare il vuoto che si è creato nel passato con la rottura dalla tradizione, attraverso una ricchezza culturale che permane come veicolo di umanizzazione nella sfera dell'estetica, dell'etica e della logica veritativa.
 Sono questi tre elementi che dovrebbero essere posti come pilastri nella formazione di un neoumanesimo per il prossimo futuro. Vorrei solo, a conclusione, spendere una parola per la via estetica. E' solo mediante questa, infatti, che è possibile riprendere con forza e convinzione il giusto rapporto con il bene e con la verità. Scriveva von Balthasar: "In un mondo senza bellezza, -anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l'hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso- in un mondo che non è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione; l'uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve preferire piuttosto il male. Anche questo, infatti, costituisce una possibilità, persino più eccitante. Perché non scandagliare gli abissi satanici? In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica" (Gloria I,11). Riprendere la via della bellezza richiede coraggio e forza di decisione a favore della verità e del bene. Non avremo un reale recupero dell'etica né della passione per la verità senza un vero rapporto con la bellezza. Qualcuno, forse, sentendo parlare in questo modo potrà increspare le labbra al sorriso, giudicando il tutto come un romantico desiderio durante una passeggiata nell'ottobrata romana. Non è così. La via della bellezza non è un gioiello appeso al collo; chi non è capace di contemplare la bellezza e di coglierla nella sua relazione intima come sorgente di etica e di verità, probabilmente non è più capace di pregare e, presto o tardi, neppure di amare. In un mondo privo di amore, però, l'uomo viene abbandonato a se stesso senza alcuna possibilità di sopravvivenza. La nostra presenza cristiana si gioca tutta qui: nel saper ricondurre l'uomo nell'intimo per comprendere la bellezza della sua presenza nel mondo, del suo rapporto con un Dio che lo ama e del suo fine ultimo da raggiungere come comunione di vita con il Creatore. La via della bellezza, dunque, è fondamentale per un neoumanesimo. Essa potrebbe permanere come l'espressione caratteristica in grado di esprimere la novità di questo momento di cambiamento epocale. Soprattutto nel contesto delle scienze esatte, essa si innalza come criterio veritativo per recuperare a pieno la necessaria unità fondamentale di ogni persona nel suo rapporto con se stessa, con Dio e con il creato.

 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Dr. Salvatore Rebecchini, moderatore

Ringrazio Mons. Fisichella e do la parola a Ettore Gotti Tedeschi

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Dr. Ettore Gotti Tedeschi

Sa Mons. Fisichella, è da quando siamo stati invitati che sto cercando di capire che cos’è la modernità e la post-modernità, le do la mia parola d’onore. Ogni tanto qualche genio inventa queste bellissime connotazioni e passa alla storia per aver scritto un libro.
Io non ho capito davvero cosa sia, però ho seguito perfettamente quello che lei ha detto. Essendo soprattutto un economista, che da tanti anni cerca di capire che cos’è l’applicazione dell’etica - che per me è rappresentata dai valori morali nel comportamento umano, a differenza di molti altri che parlano di post-modernità – cosa di cui parlerò trattando la crisi attuale –, sono convinto di una cosa che potrebbe essere un manifesto di concezione post-moderna.
Bisogna smettere di dare la colpa agli strumenti quando le cose vanno male e dobbiamo prenderci la responsabilità di aver noi usato male quegli strumenti. Siamo noi che usiamo strumenti che non sono né etici né non etici. E’ l’uomo che ne dà il senso. La responsabilità del cattivo uso degli strumenti etici – attenzione Mons. Fisichella –, la responsabilità del fatto che tutto questo mondo sia degradato, come lei ci ha illustrato, è anche dei preti che non hanno insegnato più dottrina da tanti anni. E  non insegnando dottrina, non  hanno permesso alle persone di riflettere su qual è il senso della vita. Se io non do senso alla mia vita, non do senso alle mie azioni e non do senso all’uso degli strumenti, che siano scientifici, economici, politici. Quindi c’è qualcosa di molto più profondo alla base di tutto questo.
Io mi limito a dirvi quali sono i grandi fatti che secondo me stanno contraddistinguendo questo passaggio epocale. Ne ho classificati tre, che esporrò rapidissimamente. Poi passerò a quello economico, che mi è molto più proprio e conosco molto meglio.
Lo strumento non può essere preso di per sé. Cosa è cambiato nell’economia o cosa è cambiato nella finanza. La domanda è sempre la stessa: cosa è cambiato nell’uomo che usa l’economia e usa la finanza?
Negli ultimi trent’anni, - se possiamo prenderli come un’epoca per contraddistinguere un comportamento che è cambiato, che tra l’altro coincide con questa grandissima crisi economica che abbiamo prodotto noi e non viene certo dai prodotti finanziari -, sono cambiate una serie di cose.
Dal punto di vista morale, l’ho già detto, abbiamo perso il senso della vita, perché i preti non ci hanno insegnato dottrina, ma ci hanno insegnato sociologia, politica e, infatti, la percezione, che troviamo dappertutto, in varie generazioni, è la loro coscienza su cosa sono le cose più importanti della vita.
Dal punto di vista culturale, quali sono le cose più importanti che, secondo me, contraddistinguono quest’epoca?
Noi abbiamo negli ultimi trenta–quarant’anni ignorato la cultura dell’Occidente, che è una cultura dell’insegnamento del “saper perché”, il know-why. L’abbiamo cancellata a partire dagli anni ’60 e abbiamo cominciato ad insegnare nelle scuole col processo del know-how, cioè “imparare come”. Abbiamo dimenticato come si impara e si insegna “il perché” ed abbiamo mal insegnato “il come”. E questo, perché è più facile. Insegnare “il come”, la cultura del know-how, importata tra l’altro dal mondo anglosassone, è di più facile apprendimento e si suppone che le persone abbiamo bisogno di meno tempo per apprendere ed essere operative e produrre risultati. Quando però ci sono le crisi, le persone non sanno più prendere decisioni, non sanno più innovare e trovare soluzioni. A seguito di questo grande cambiamento, si è appresa più scienza e meno conoscenza. Conseguentemente, il grande cambiamento sociale – che per me è drammatico e soltanto questo andrebbe approfondito – è la visione antropologica dell’uomo. Dall’uomo centrale - in cinquecento anni di distacco dall’uso degli strumenti, dalla morale, i grandi passaggi della modificazione dell’uomo sono straordinari -  abbiamo prodotto uno strumento di produzione, di consumo, di quello che vogliamo.
Ma non solo. In un passaggio, Lei ha accennato all’animalismo. Oggi l’uomo non è soltanto non più centrale, non è più neanche mezzo di produzione. L’uomo è visto come essere dannoso, cancro dell’umanità, che rovina il pianeta e deve essere estinto. Abbiamo cominciato a non farlo più nascere ed a considerarlo – come dice il prof. Veronesi – poco più di un animale intelligente, al quale la scienza potrebbe dare tanti valori e vantaggi: dal risolvere i problemi di carattere fisico, malattie, ma anche quelli morali. Il prof. Veronesi crede che all’uomo si possa, grazie alla scienza, persino dare la felicità o togliergli il dolore, se non ci fosse la religione cattolica che non lo permette, perché continua ad insinuare nella mente dell’uomo che in lui c’è qualcosa di sacro. Questa è la cultura dominante che coincide tra l’altro con i fatti che da venticinque anni contraddistinguono l’andamento dell’economia. L’uomo animale si soddisfa solo materialmente: l’uomo non ha bisogno di uno sviluppo integrale - come dice Benedetto XVI nell’Enciclica - l’uomo è un animale e quindi un animale si soddisfa solo materialmente. Negli ultimi venticinque anni lo abbiamo fatto consumare e basta.
Dal punto di vista economico, che cosa sono i punti forti di grande cambiamento? Galbraith, un economista americano molto polemico – a me piacciono gli economisti polemici –, che ogni tanto dice anche delle cose sorprendentemente intelligenti, in un suo articolo di un po’ di tempo fa, scrisse una cosa che mi è parsa molto interessante: riprendere, ricostruire e proporre.
Un tempo chi creava ricchezza, chi creava economia, chi creava valore economico era l’imprenditore. L’imprenditore che investiva il suo patrimonio e se stesso, prendeva il rischio e aveva una visione a lungo termine di creazione di ricchezza con capacità imprenditoriale. C’è ancora questo imprenditore?  Galbraith fa una battuta e dice no.
Se guardiamo i ricchi oggi, vediamo che molta ricchezza è concentrata nelle mani di molti imbecilli, che non hanno prodotto questa ricchezza soffrendo, impegnandosi, lavorando, creando e sviluppando, ma grazie a trucchi, corruzioni, speculazioni. E questa è una ricchezza non sostenibile. Ma non è soltanto non sostenibile e quindi dannosissima per lo sviluppo di una società, ma crea anche quello che gli americani chiamano benchmark. Crea, cioè, un riferimento dannoso per chi vuole assimilarsi a questo modello. E questa è una realtà fondamentale di cui bisogna tener conto nella valutazione del capitalismo di oggi.
Il capitalismo degli ultimi venticinque anni, in gran parte, non è un capitalismo: ci sono imprenditori che hanno sofferto e si sono impegnati, ma la maggior parte della creazione non è stata sostenibile. Sostenibile vuol dire che si crea nel lungo termine e si crea producendo valore, progetti ed iniziative. Peraltro, anche il capitalismo è stato minato proprio per le ragioni che vi dicevo: non c’è più l’imprenditore.
Il “grande” imprenditore non c’è più, è stato soppiantato negli ultimi venticinque anni dai fondi di investimento. I fondi di investimento, che controllano un’impresa, non hanno più una visione a lungo termine, vogliono la visione a breve termine, il risultato a fine anno. Un fondo di investimento vuol dire prendere il manager e dirgli tu a fine anno mi dai il risultato che voglio, altrimenti ti caccio via. Se non ti caccio via ti do un bonus. La teoria della stock option esagerata e non sostenibile, nasce con la sostituzione dell’imprenditore la cui impresa è la sua vita, con il fondo di investimento anonimo, che guarda solamente il risultato che lui deve dare ai suoi investitori ed impone il risultato alle imprese che controlla.
Questo è un fatto che per gli osservatori del mondo economico internazionale dovrebbe essere più che evidente.
La finanza, che avrebbe dovuto servire a supportare la crescita dell’economia reale, è servita invece a produrre dei risultati, distaccando sempre più l’economia reale dal reale, senza fondamenti.
Il valore economico dell’impresa quanto vale? L’hanno deciso le borse negli ultimi venticinque anni, decidendo il valore di un’impresa prescindendo dal suo valore reale. Ognuno di voi, immagino che sia un investitore dei propri risparmi. Molti di voi hanno investito in azioni quotate in borsa. Vi siete mai domandati quanto vale un’azione quotata in borsa e perché? Quando il vostro consulente finanziario vuole reinvestire in un’impresa quotata, gli avete domandato questo prezzo da cosa è spiegato?
E’ spiegato da quanti capitali ha investito, da quanto faceva di fatturato prima? Neanche per idea!
E’ spiegato da quanti utili ha fatto? No!
Il valore di un’impresa quotata sul mercato per venticinque anni è stato spiegato dagli utili che avrebbe potuto fare nei vent’anni successivi. E non è vero! Non solo non è vero, ma non li hanno neanche fatti.
E infatti, l’economia delle aziende quotate è crollata del 50% in dodici mesi, dall’inizio alla fine del 2008. Era insostenibile. E perché? Perché i politici hanno truccato la crescita del PIL, la crescita economica.
Questo è il più grande dramma, la più grande menzogna raccontata, che la crisi è dovuta all’avidità dei banchieri, all’avidità dei finanzieri, alla mancanza di regolamentazione: questa è la più grande menzogna che vi hanno raccontato!
Questa crisi nasce da un effetto semplicissimo: abbiamo ignorato le leggi naturali. Le leggi economiche, come le leggi giuridiche devono seguire il diritto naturale, devono seguire l’economia naturale.
Aprendo una breve parentesi, il più bel manuale di economia del perché siamo entrati nella crisi e come possiamo uscirne l’ha scritto un signore che si chiama Joseph Ratzinger, anche conosciuto come Papa Benedetto XVI, in un manuale che si chiama “Caritas in  veritate”. Se dopo ci fosse tempo vi do un suggerimento di come rileggervi “Caritas in veritate”. Chiudo la parentesi.
La crisi economica in corso, che rispecchia i fatti che vi ho detto, ovvero ignorare come si insegna e come si impara, ignorare che cos’è l’uomo e conseguentemente usare gli strumenti che prendono autonomia morale ed ignorano completamente qualsiasi riferimento morale, ha portato al crollo del mondo occidentale negli ultimi venticinque anni.
Ma che cosa l’ha causato? L’avidità dei banchieri? No.
Perché i banchieri hanno finanziato oltremodo iniziative che non stavano né in cielo né in terra? Perché avrebbero dovuto usare strumenti sofisticati di cui non capivano neanche loro l’utilizzo, come gli strumenti derivati? Il perché sta in una risposta semplicissima: per sostenere la crescita dell’economia, cioè del Prodotto Interno Lordo.
E perché dovevano sostenere il Prodotto Interno Lordo? Il Prodotto Interno Lordo ha cominciato a crollare quando il nostro mondo occidentale, Stati Uniti, Europa e qualche altro Paese, hanno smesso di fare figli. Questo è difficilmente accettabile.
Nei consessi mi guardano come si guarda un deficiente. Se poi ho la possibilità di discutere  e di replicare, faccio io le domande. Ma avete pensato, come fa l’economia a crescere se il numero delle persone resta uguale? Non dico decrescono, come è successo in Europa, dove c’era il tasso di crescita negativo. Voi sapete cos’è il “tasso di crescita zero”? Non è che una famiglia non fa figli. Il tasso di crescita zero è quando papà e mamma fanno due bimbi, che è il tasso di sostituzione. Se fanno un bimbo è tasso di crescita negativo, se fanno tre bimbi è tasso di crescita positivo.
Immaginate una popolazione che non cresce, resta sempre uguale la sostituzione, come fa a crescere l’economia di questo paese, la ricchezza di questo paese. Può crescere se ogni persona consuma individualmente di più, altrimenti il PIL non cresce, non può crescere. Non ci sono trucchi che tengono.
Noi abbiamo vissuto venticinque anni di crescita falsata perché trent’anni fa il mondo occidentale, assimilando e facendo proprie le dottrine che hanno anticipato il famoso nichilismo, ha rifiutato la vita, le nascite e la logica dell’uso degli strumenti, come dice il Papa nell’Enciclica nei capitoli 1 e 2.
Dice nel capitolo 1: “il mio predecessore, Paolo VI in due Encicliche, “Humanae Vitae” e “Populorum Progressio”, aveva raccomandato agli uomini di tener conto che non si va contro la vita e che lo sviluppo per l’uomo deve essere integrale, non solo materiale”.
Noi abbiamo ignorato il valore della vita umana e abbiamo fatto conseguentemente solo uno sviluppo materiale. E lo sviluppo materiale è quello che vi dicevo: rimpinzare la pancia delle persone. Cioè farle consumare di più. Per farle consumare di più, bisogna togliere all’uomo gli ideali di verità, di conoscenza e bisogna che l’uomo non ragioni: un animale addomesticato facile da indirizzare nelle scelte.
Ecco il crollo della cultura del “saper perché” degli anni ’70, che coincide esattamente con l’uomo che non ragiona più. Vive, compra le macchine e si occupa esclusivamente del consumo.
Però, il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. La pentola che ha fatto il Diavolo è quella di lasciare l’illusione che non facendo figli saremmo diventati più ricchi, come sostiene il mio amico – per così dire – Giovanni Sartori. E tutte le volte che scrivo qualcosa, mi riscrive attaccandomi e dicendomi che non capisco niente e che non sono un economista. Però tutte le volte che lo sfido a fare un dibattito pubblico con me, non viene mai. Né lui, né Cavalli Sforza. Forse preferiscono scrivere, perché è più facile scrivere che discutere.
In realtà, quello che è successo è che, per compensare la crescita zero – noi, geni bravi ad inventare le cose –, si è ricorsi alla pentola del Diavolo: assicurarci più benessere senza fare figli. E il coperchio è che non era vero. E quando abbiamo scoperto che l’economia non cresceva, cresce soltanto con un po’ di produttività, abbiamo fatto la delocalizzazione in Asia per avere i beni che costavano meno, ma ci siamo resi conto che non si andava avanti. E allora cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto il debito.
L’economia che cresce a debito è uno dei misfatti, chiamiamoli così, della post-modernità, non so se Salvatore mi passa il termine, questa nuova definizione. Nella post-modernità o nella modernità la crescita a debito è la crescita dell’economia. Se io ho un PIL di 10 e voglio un PIL di 12 e non posso guadagnare 12, che cosa faccio per fare il 20% in più di PIL? Mi indebito per il 20%. Prendo quel 20% in più, spendo immediatamente e realizzo la crescita del Prodotto Interno Lordo. Poi, che io lo paghi o non lo paghi, è un problema che per adesso non mi pongo.
Voi direte, ma è vero o non è vero? Pensate soltanto questo. Negli ultimi dieci anni il debito delle famiglie americane – poi possiamo parlare di altre, ma le americane sono sintomatiche – nel 1998 era del 68% del PIL americano, nel 2008 del 96%, cioè aumenta di venti punti percentuali. Le famiglie fanno crescere il PIL americano di 28 punti percentuali in dieci anni, tutto col debito. Ventotto diviso dieci è uguale a 2,8. La crescita ufficiale del PIL americano di questi ultimi anni è stata del 3,2. Allora il 90% della crescita del PIL americano in dieci anni è dovuto totalmente al debito delle famiglie americane che non hanno pagato, con una accelerazione negli ultimi sette anni dovuta al famoso subprime, che ora non sto a spiegare cos’è.
L’Italia, come gli Stati Uniti e tutto il mondo occidentale allo stesso tempo, ha avuto la crescita del debito del sistema-paese del 50%. Io non so se questo è contraddistinguibile come “effetti economici della post-modernità” o della demenza dell’uomo che ha perso completamente il lume della ragione - come dice il Papa nell’introduzione nell’Enciclica che raccomando di leggere. Ma vi do un esempio: dieci anni fa il debito del sistema in Italia era due volte il PIL. Che cos’è il debito di un sistema? Quando si sente parlare di debito, tutti pensano al debito pubblico. Non è vero, è una fandonia che ci raccontano. Il debito di un sistema è il debito pubblico, il debito privato, il debito delle banche e il debito delle imprese: questo è il debito di un sistema economico, il debito pubblico è una parte di questo. Lo dimostra il fatto che in Italia il debito pubblico è alto, il debito privato non c’è. Negli Stati Uniti il debito privato è altissimo e c’è poco debito pubblico, ma la situazione americana è molto peggiore della nostra come indebitamento.
Il debito del sistema in Italia, che è assimilabile a quello degli Stati Uniti, dieci anni fa era il 200% del PIL, oggi è il 320% del PIL. Questo debito chi lo sta pagando?
Negli Stati Uniti lo paga lo Stato, perché i cittadini non possono più pagarlo, non hanno più una lira. In Italia lo paghiamo noi.
Chiunque di voi ha una gestione patrimoniale a bassissimo rischio, sa che prende l’1%. Se prende di più, qualcuno lo sta fregando. Perché l’unico modo per tenere in piedi un mondo indebitato è prendere il risparmio, non pagarlo, e trasferirlo a chi è indebitato. Ma quanto tempo ancora potrà essere sostenuto questo sistema? Pochissimo!
Allora noi ci troviamo davanti ad un paradossale futuro, che è il frutto della post-modernità, gli errori della modernità. E ve lo sintetizzo con due considerazioni molto semplici: che mondo abbiamo creato, dal punto di vista economico e che uomo abbiamo creato dal punto di vista economico?
Dal punto di vista economico, il mondo che abbiamo creato è un mondo spaccato in due: il 50% del mondo che produce e non consuma, perché non ha soldi, l’altro 50%, noi, che consumiamo e non produciamo più, e poi ci arrabbiamo se Marchionne sposta l’occupazione, le risorse, il valore di produzione da un’altra parte. Noi non sappiamo più produrre! Per produrre bisogna avere una di queste capacità: o bassi costi, o alta tecnologia o prodotti unici e difendibili. Ma noi non abbiamo più niente!
In venticinque anni abbiamo trasferito capitali, capacità produttive in Asia, per prenderci la roba che costava un terzo, e non abbiamo stabilito nessuna strategia economica che assicuri posti di lavoro e produzione di ricchezza nel nostro mondo occidentale.
Se qualcuno di voi non è d’accordo su questi punti, io in qualsiasi momento sono pronto ad accendere un dibattito.
Questo è il mondo che abbiamo creato. Ma è peggio quello  che abbiamo creato sull’uomo dal punto di vista economico. Il risultato della post-modernità ha spaccato l’uomo in tre dimensioni economiche, che fra di loro sono in conflitto e non vanno più d’accordo.
Ognuno di voi, ognuno di noi, dal punto di vista economico ha tre dimensioni. Noi produciamo reddito, consumiamo ed investiamo. Paradossalmente fino a venti-trent’anni fa questi tre fatti andavano d’accordo, si conciliavano. Oggi non si conciliano più!
E per farvi un esempio, faccio quello dell’operaio che lavora alla Fiat ma non compra la Fiat, perché gli piace la Toyota. E non investe in Fiat, perché non gli da rendimento, investe nella Toyota. Dopo tre anni la Fiat è fallita e lui ha perso il posto di lavoro e ha smesso di essere produttore, risparmiatore e consumatore. E questo è successo perché, nell’ansia di creare un sistema per valorizzare l’uomo, abbiamo fatto esattamente il contrario.
Il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Grazie.

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Dr. Salvatore Rebecchini


Dr. Salvatore Rebecchini, moderatore

 

Ringrazio Maurizio Lupi che ci ha raggiunto ed al quale do  la parola per il terzo ed ultimo intervento relativo alla  dimensione politica del tema in oggetto.

   

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On.le Maurizio Lupi


On. Maurizio Lupi

Innanzitutto chiedo scusa a tutti voi, a Mons. Fisichella e al Presidente Gotti Tedeschi per il ritardo. Mi è venuto in mente nell’ultima battuta che ha fatto il Presidente Gotti Tedeschi una frase di Eliot che diceva: “l’uomo si illude di costruire società così perfette che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono”. Eliot è impressionante proprio per la sua sintesi riguardo la fotografia della situazione.
Vi ringrazio per avermi invitato e per il tema posto all’attenzione nostra e vostra di riflessione.
Vorrei partire - prendendo spunto ovviamente dalla mia responsabilità, per il  ruolo che svolgo avendo  deciso di dedicare una parte  della mia vita alla politica – o meglio  al servizio di quello che si è dimenticato essere il compito della politica che è il “bene comune” – partire quindi  da una riflessione che S.E. Mons. Fisichella, richiamando il grande Papa e la grande Enciclica “Caritas in veritate”, ha fatto  un paio di settimane fa in  un convegno nel corso del quale ci chiedevamo che ne è rimasto di quell’enciclica  ad un anno e mezzo dalla pubblicazione.  Sono andato a rileggermi quanto  Mons. Fisichella ci aveva detto che ritengo   sia esattamente l’essenza  della nostra e della vostra riflessione.
Il Papa nell’Enciclica si pone questa domanda, tra l’altro richiamando Paolo VI e la “Populorum Progessio”: qual è il dramma della società moderna, della società e della realtà in cui viviamo? Qual è il punto, anche della crisi economica che stiamo attraversando?
Ognuno di noi inizierebbe con  un’ analisi: manca questo o manca quest’altro. Ebbene Benedetto XVI in maniera molto chiara e molto diretta ci dice: il problema di questa società è la mancanza di pensiero, è la perdita da parte dell’uomo di saper giudicare la realtà, e comprendere le ragioni della società in cui ci troviamo e quindi  essere critico verso tutto quello che accade, ciascuno confrontandolo con gli ideali,  i valori e  la dimensione che lui stesso è.
Sembra una premessa, ma è la questione fondamentale, tant’è che nella parte conclusiva della relazione di Mons. Fisichella, la prima grande sfida che viene posta avanti a noi  uomini della post-modernità,  sia come responsabili della politica e delle Istituzioni che come genitori, è proprio  una sfida culturale ed educativa.
Nel preparare quindi  questa relazione mi sono chiesto qual è il giudizio che io do di questa società tenuto anche conto della responsabilità che ho? Mi sono anche domandato: qual è la  prima questione?  Ebbene  credo che il seme che ha generato  la “modernità” e la nascita dello “Stato moderno”, con  le sue conseguenze politiche concrete ed attuative sia quella  concezione enucleata da Hobbes nel “Leviatano”, e precisamente  una  concezione negativa della persona. L’uomo non è in grado di essere buono; l’uomo non è capace di intrattenere buone relazioni con gli altri uomini; la libertà dell’uomo in azione rischia di essere compromessa quando si confronta con un altro uomo. Questo  rende necessario la presenza  di un “soggetto terzo”  che Hobbes, nel 1651 chiama il “Leviatano”, e e che altri non è che   lo “Stato moderno”  che  la Rivoluzione francese ha attuato in modo  molto chiaro, uno Stato indipendente dall’uomo, al quale  l’uomo stesso  delega i poteri affinchè  possa convivere con altri uomini. Quindi solo  nello Stato c’è la “bontà”, e  solo nella legge che lo Stato emana  c’è la garanzia del bene e del benessere.
Cosa è accaduto poi sul piano politico,  cosa ha sviluppato quella impostazione? Con la  Rivoluzione francese e quindi con  la nascita dello “Stato moderno” cosa è avvenuto? Cosa è andato ad eliminarsi? Il colpevole. Ma dove si è annidato il colpevole? Nella società, nelle relazioni tra gli uomini, in quella che oggi chiameremmo la “società civile”. Il  fondamento di tutta la cultura politica moderna è  il rapporto diretto tra l’ individuo e lo Stato. La società va combattuta e possibilmente eliminata perché è nella società che iniziano le disuguaglianze, nella società ci sono i problemi  ed è là che si sviluppa  il male.
Oggi celebriamo i 150 anni dall’Unità d’Italia. Bene,  ma non ci dobbiamo dimenticare anche i lati  negativi del processo di unificazione del Paese. Secondo me la legge Crispi che alla fine dell’800 nazionalizzò  tutte le 70 mila “Opere Pie”, è esattamente la declinazione di quella concezione di base sopradetta. E’ solo lo Stato che deve garantire il rapporto che esiste tra la comunità, la persona e l’individuo.
Secondo aspetto. La caratteristica più impressionante – lo dico da genitore ma anche da persona che va  in giro ad incontrare la gente – è che nella società moderna, o post-moderna che sia, l’ “individualismo” e il “relativismo” sono il punto di partenza. Quando c’è qualche dibattito, qualche confronto serio su determinate  leggi – vedo qui il Sottosegretario Roccella che potrebbe testimoniare quanto sto per dire, così come anche il Presidente Gotti Tedeschi e S. E. Mons. Fisichella – l’ individualismo ed il  relativismo sono sempre ammantati da una concezione nobile, la valorizzazione della libertà. Siccome dobbiamo essere liberi, l’uomo è libero di  agire da solo e non ci possono essere certezze che limitino  l’azione dell’uomo o che vadano  contro la libertà dell’uomo stesso.
A proposito dei  tanti temi su  questioni etiche ho ritrovato una frase di Milan Kundera del 1991 che esattamente così diceva: “ il mondo è diventato diritto dell’uomo e ogni cosa deve diventare un diritto”. Di conseguenza ogni desiderio deve diventare un diritto: il desiderio d’amore,   diritto d’amore; il desiderio di riposo,  diritto di riposo; il desiderio di amicizia,  diritto di amicizia; il desiderio di superare il limite di velocità,  diritto a superare il limite di velocità; il desiderio di felicità,  diritto alla felicità; il desiderio di pubblicare un libro,  diritto a pubblicare un libro; il desiderio di urlare per strada di notte,  diritto a urlare per strada di notte, e così via.
Quando poi partecipiamo a  discussioni, questa questione dell’individualismo e del relativismo porta di fatto a che la legge perda il suo scopo originario, al quale San Tommaso sempre richiamava. Scopo della legge è anche  quello di educare al bene e alle virtù; infatti la legge  ha uno scopo educativo, ha lo scopo di servire il bene comune, di aiutare lo sviluppo e l’azione delle persone e della comunità.
Altra questione  fondamentale è quella relativa al “laicismo esasperato”. Come se il parlamentare, se l’uomo di Governo, se ognuno di noi  nell’agire, nel fare, non partisse dalla passione ideale che ha e dai valori che ha, non partisse cioè dalla propria storia. Ebbene la tradizione, la storia vengono cancellate, non sono più  punti di riferimento. Ma quale popolo può guardare al futuro, quale uomo può guardare al proprio futuro se non partendo dalla propria storia, dal proprio passato, sempre ovviamente vivendo con responsabilità il proprio presente?
Un’altra conseguenza è l’indifferenza nelle scelte. Non si ha più distinzione tra bene e male. Non si ha più diritto di giudicare, di dire ciò che è bene e ciò che è male. Se uno dice ciò che è bene e ciò che è male, cioè esprime un  giudizio, il rischio è – come  richiamava lo stesso  Benedetto XVI – di essere  tacciato di violazione della libertà o della sensibilità dell’altro. E così ugualmente, se dici che la famiglia è la “famiglia naturale”,  pilastro fondamentale della società e rapporto naturale tra uomo e donna e che  compito primario della famiglia è quello di generare figli, e ciò non solo secondo perché ci è dettato dalla nostra educazione cattolica ma anche perché è contributo fondamentale allo sviluppo della società – come dimostrano anche le analisi economiche di cui ha detto il Presidente Gotti Tedeschi – ebbene se tu sostieni tutto questo non è che stai dando un giudizio partendo dalla tua concezione e dai tuoi ideali, esercitando così la tua libertà, ma stai offendendo, stai andando contro la dignità dell’altro. Ditemi se non è così!?
Tutto ciò non è  banalizzazione. Siamo al punto che  non ci possiamo più permettere di dire se una cosa sia giusta o sbagliata, assumendoci la relativa responsabilità.  Io ho tre figli ed il grande problema educativo è esattamente questo: la paura di dare un giudizio. Ma nel rapporto affettivo tra genitori e figli, il giudizio è dovuto per il bene dei  figli, ed è un male  non dirlo. E’ proprio là dove non c’è un giudizio, dove non c’è un punto di riferimento che il bambino cresce disorientato.
Ho detto già del rapporto diretto tra individuo e Stato, così come della  emarginazione  della società civile ma cìè un altro  elemento che mi ha colpito e continuamente mi colpisce nel lavoro che faccio ed è la netta separazione che deve esserci tra vita pubblica e vita privata con conseguente attacco diretto e preciso alla  sfera religiosa.
Essendo appassionatissimi di maratone, come chi mi è qui accanto, ogni anno vado alla maratona di New York. E sono rimasto impressionato da una cosa: durante la Messa del sabato, in presenza di una folla enorme, essendo tu un maratoneta, la Chiesa può darti la benedizione, può dirti tutto quello che deve dirti, può pensare che quanto stai facendo è un elemento fondamentale e importante della vita, ma poi se passi   dalla sfera privata a quella  pubblica allora si verifica  l’invasione della chiesa e del mondo cattolico nell’ambito sociale.
Guardate che questo è uno dei problemi gravi della crisi che viviamo. Ed in proposito  ho trovato molto interessante ciò che mi ha segnalato un mio collaboratore riguardo ad un filosofo americano che dice: “Nietzsche ci ha avvertito da tempo che la morte di Dio è perfettamente compatibile con una religiosità borghese, egli non ha pensato neppure per un momento che la religione fosse finita, ciò che lui metteva in discussione era  la capacità della religione di muovere la persona e di aprire la sua mente”. La religione quindi è presentata come un prodotto di consumo, una forma di intrattenimento tra le altre, una fonte di conforto per i deboli, una stazione di servizio emotiva, destinata ad appagare alcuni bisogni irrazionali che essa è in grado di soddisfare meglio di ogni altra cosa.
De Lubac diceva: non è vero che non si può costruire una società senza Dio, la possiamo costruire. Il problema è che si corre il rischio di costruire una società  contro l’uomo. Questa separazione teorizzata tra la sfera pubblica e la religiosità dell’uomo provoca esattamente quanto riassunto nella frase di  Eliot: “costruiamo società talmente perfette che l’uomo non ha più bisogno di essere buono”.
Allora, rispetto a questo tipo di analisi e di lettura della realtà, qual è il compito, quale la responsabilità che abbiamo noi, in particolare cattolici  impegnati in politica, di fronte alle sfide della post-modernità, cioè alle sfide della realtà e della società?
Io credo che il primo compito sia quello della testimonianza. Se penso sempre al rapporto che ho con i miei figli – perché bisogna sempre partire dalla realtà e non dall’astrazione, perché tante volte  la politica è talmente autoreferenziale  da ritenere  che il mondo sia quello del  “palazzo” mentre la società, la vita,  è tutt’altro – se penso, dicevo, di cosa hanno bisogno i miei figli, mi rendo conto che non sono tanto le prediche  mie e di mia moglie, ma le testimonianze, i segni, gli esempi che veramente possono richiamare ad un giusto comportamento o stile di vita. Dobbiamo ritornare a questo. Sembra una banalità ma, nel  libro “Il potere dei senza potere”  del Presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Havel, che  Don Giussani ci fece leggere all’Università c’è un esempio semplicissimo ma impressionante: l’esempio del fruttivendolo.  Il regime politico obbligava un fruttivendolo ad indicare  il prezzo ma anche ad esporre la scritta  “proletari di tutto il mondo unitevi”. Dopo un po’  il fruttivendolo tolse la scritta e subito  per il regime diventò  persona molto pericolosa, e quindi venne perseguitato,   arrestarono la moglie, e subito dopo  anche lui.  Vaclav Havel si domanda come mai quel  semplice gesto aveva fatto tanta paura al potere? Se il fruttivendolo avesse tolto la frutta invece del cartello sarebbe stato ugualmente un atto di protesta ma quel gesto del cartello  fece paura al potere. Perché? Perchè – diceva  Havel – il potere, l’ideologia, ha bisogno dell’omologazione ed è  il gesto di libertà di un uomo, di uno, di un singolo fruttivendolo che fa paura al regime perché colpisce l’ideologia , il cuore del sistema di potere. E’ quel gesto, quella testimonianza il germe che può mettere in crisi l’intero sistema.
Con la  testimonianza  puoi cambiare il mondo. Questo è il  punto.
Il tuo gesto, la tua libertà di azione, la passione con cui vivi, nella politica o nel luogo dove tu sei, è testimonianza che dà inizio al cambiamento.
D’altra parte, mi hanno sempre insegnato come nella storia dell’Occidente ci sia stato un momento di svolta clamoroso. Caduto l’Impero Romano, da dove è rinata la cultura? Da un progetto politico? No,  è  rinata per opera di  due-tre piccoli monaci benedettini che guidati dal loro ideale “ora et labora” non hanno cambiato soltanto il piccolo pezzo di realtà in cui vivevano ma hanno dato  inizio al cambiamento del mondo.
Un’ ultima questione e concludo. Proprio perché ciò che viene messo in discussione da questa idea di Stato, di società e  di politica, è la negatività della persona umana e quindi della società civile,  noi nella nostra azione politica dobbiamo  ripartire testimoniando che  scopo della politica  è servire il bene comune e servire la persona e rilanciare quel  principio di sussidiarietà a cui il Papa ci richiama continuamente e  mai tanto  forte come  nell’Enciclica  “Caritas in veritate” .
Che cos’è quel principio di sussidiaretà cui ci siamo richiamati e che la dottrina della Chiesa sempre ci ricorda? E’ riportare l’azione della politica al suo scopo originario e l’azione delle Istituzioni al servizio della persona e della comunità.
C’è una persona, in un altro Paese dell’Europa oggi in forte  crisi, che sta affrontando seriamente quella sfida richiamandosi al principio di  sussidiarietà. E’ il Premier Cameron, e siccome è un inglese, tutti ritornano a parlare di big society. Nel suo discorso programmatico, di cui ha parlato “il Foglio”, viene posto in maniera molto chiara, senza mezzi termini, come la sfida alla crisi economica per la ricostruzione della società inglese, sia una sfida che deve ripartire non più dall’alto verso il basso, (top-down) ma viceversa, ossia  deve ripartire dalla base, dalla grande società, dall’azione e  dalla ricchezza della società e aggiunge che anche nella erogazione dei servizi pubblici, il vero maestro, il vero arbitro è l’uomo, è la scelta del cammino dell’uomo, della persona  che decide quale servizio prendere. Questa è democrazia. La libertà di educazione deve consentire  a tutti di agire secondo la possibilità di dare, ad ogni  cittadino di scegliere dove e come educare i propri figli, e di costituire sistemi che siano competitivi.
Ecco, secondo me, queste questioni – ovviamente ho semplificato il tema che mi era stato assegnato – possono sembrare  questioni semplici ma sono i punti di partenza, e punti di ripartenza per tutti,  politici inclusi, appassionati portatori della propria esperienza e della propria vita dediti alla testimonianza.
Il richiamo che la CEI  continua a fare per  una nuova generazione di politici cattolici impegnati al servizio del bene comune ed alla testimonianza, è un’ invito rivolto  a tutti perché tutti si sentano coinvolti per l’affermazione di una politica nuova e diversa.
Anche Benedetto XVI, anche nella sua recente visita  a Londra, ci ha richiamato a questo tema, sottolineando che  scopo della religione  non è solo quello di dettare norme,  leggi e regolamenti ma anche quello di richiamare l’uomo a recuperare quella posizione  vera e ragionevole che diventa sfida per tutti.
Io credo che questo sia lo sguardo con cui affrontare la  sfida della post-modernità che pone ciascuno di fronte a responsabilità che non possono essere delegate ad altri se vuole essere protagonista della  propria realtà.
Grazie.

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Dr. Salvatore Rebecchini


Dr. Salvatore Rebecchini, moderatore

Ringrazio i nostri oratori. Una sola considerazione conclusiva prima di trasferirci nel tempio della bellezza. Mi fa piacere riprendere il concetto che ha richiamato Mons. Fisichella di doverci curare di più degli aspetti estetici ed educare al bello. Abbiamo la fortuna di poterlo fare direttamente già in questa sala.
Io penso che se c’è un aspetto che è stato sottolineato da tutti e tre gli oratori, che caratterizza questa epoca, che possiamo definire la fine della modernità o l’inizio della post-modernità, è questa idea di un uomo disarticolato, di un uomo frammentato.
Ettore Gotti Tedeschi ci ha parlato dell’uomo concepito esclusivamente come strumento di produzione, come homo economicus, come uomo dannoso per la natura, perché separato dal suo rapporto con la natura stessa.
Maurizio Lupi, richiamandosi alle citazioni di Benedetto XVI, ci ha descritto un uomo che rompe il legame con la ragione, con il pensiero; di un uomo che rompe il legame sociale, che non si attiva più nei corpi intermedi, nella sussidiarietà. Un uomo cioè, che non è in grado di articolarsi con gli altri e che deve ricorrere addirittura al leviatano dello stato per risolvere i rapporti sociali.
Mons. Fisichella ha parlato dell’uomo incapace di ammirare il bello e quindi anche incapace di relazionarsi a Dio. Quindi la proposta di Monsignore di riprendere a concepire, a promuovere, a predicare una visione unitaria dell’uomo. Richiamo quanto mai opportuno e condivisibile.
Questo è il messaggio più importante che possiamo ricavare dal colloquio di questa sera per affrontare le sfide che il mondo moderno, travagliato, in cammino, lacerato, ci propone.
E’ chiaro che - penso di sottolineare il pensiero di molti, se non di tutti – in questa visione unitaria dell’uomo, è essenziale il legame dell’uomo, nella sua organicità,  con la divinità, con Dio. L’uomo unitario non lo puoi concepire separato dal suo creatore, anzi, non avrebbe senso concepire una visione unitaria dell’uomo se non credessimo e non fossimo consapevoli e convinti che l’uomo trova la sua unitarietà, e il rispetto che gli è dovuto, per il fatto che esso è stato creato a immagine e somiglianza della divinità.
Quindi, alla fine se non si ristabilisce il legame, il rapporto, con la divinità non si può concepire neanche una visione unitaria dell’uomo.
Questa è la mia riflessione che ho ricavato dal colloquio di questa sera.
Vi ringrazio per essere stati con noi e vi informo che stiamo già preparando, con l’infaticabile dinamismo di Gaetano, il mio papà, un prossimo convegno: io lo ringrazio perché senza di lui non saremmo qui questa sera.
Auguro a tutti una buona serata.      


 

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