Quale umanesimo oggi? Laici e cattolici a confronto
mercoledì 25 maggio 2011
 

Relatori: Gaetano Rebecchini,  Giuliano Ferrara,  Mons. Giampaolo Crepaldi,  Salvatore Rebecchini, 

Moderatore: Salvatore Rebecchini

Gaetano Rebecchini
Saluto


Eccellenze, autorità, amici, a tutti il benvenuto ed il grazie del Centro di Orientamento Politico, oggi giunto  al dodicesimo anno di vita ed al suo diciassettesimo Convegno in questa sala.
Un grazie particolare per aver accolto il nostro invito  rivolgo a Sua Eccellenza Mons. Giampaolo  Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, ed al Direttore de “Il Foglio” Giuliano Ferrara, ambedue in questi giorni   particolarmente impegnati: Mons. Crepaldi  nella Conferenza Episcopale ed il Direttore  Ferrara che aggiunge al quotidiano lavoro del giornale  quello della trasmissione “Radio Londra”.
Il tema, come sapete è “Quale umanesimo oggi?”. Tema che, come meglio vi dirà il moderatore, si ricollega a quello del precedente Convegno svoltosi nell’ottobre scorso, nel corso del quale venne trattato il tema della crisi della modernità e quindi della prospettiva della post-modernità.
Come vedete ho qui con me una cartella con le tante lettere di compiacimento ed augurio per questa nostra iniziativa e  mi  limito a citare quella inviata da S. Em.za il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, il quale oltre a rivolgere un sentito saluto ai relatori e a tutti i partecipanti  conclude augurando “ meritato successo alla manifestazione”.
 Prima di passare la parola al tavolo dei relatori, ho il  dovere di ricordare e ringraziare i sostenitori di questa iniziativa, indicati anche nell’invito da Voi ricevuto e colgo l’occasione per salutare, qui presenti, il Cavaliere del Lavoro Ing. Enzo Benigni, Presidente dell’Elettronica SpA – abituale sostenitore  dei nostri convegni - e con lui  l’Ing. Massimo D’Aiuto Amministratore Delegato della Società SIMEST.
Ed ora prego il  moderatore di prendere la parola.


 

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Salvatore Rebecchini
Intervento di Apertura


Il mio compito rapidissimo è ricordare il collegamento logico con il precedente convegno che vide qui Mons. Fisichella, l’on. Lupi e il dott. Gotti Tedeschi. Nell’analizzare la post-modernità, era emerso che una delle caratteristiche della nostra epoca era la frammentarietà, lo spezzamento della realtà in ambiti tra loro separati, la mancanza di unitarietà dell’uomo, della persona, al suo interno e nel rapporto con Dio. Tra l’altro, di questo spezzettamento della realtà dà una bellissima descrizione anche S.E. Mons. Crepaldi nel volume “Il cattolico in politica” dove richiama l’esigenza di una visione unitaria per i cattolici e, in particolare, per i cattolici che si vogliono impegnare in politica. Ebbene Mons. Fisichella come proposta per superare questa frammentarietà, ci invitava a ricreare in questa nostra epoca postmoderna uno spirito umanistico caratterizzato, appunto, dall’unitarietà, uno spirito desideroso – sono le sue parole – di guardare all’uomo non con rivalità per emarginarlo, ma con simpatia per reinserirlo in modo coerente nel suo rapporto con il creato e con Dio. Questa la ricetta di Mons. Fisichella. E ci è parso quindi opportuno rielaborare questa visione con l’Arcivescovo Crepaldi e con il nostro amico Giuliano Ferrara, che su questi temi conduce da tempo una bellissima campagna di formazione e di mobilitazione delle coscienze. Detto questo non mi resta che dare la parola al primo dei nostri oratori

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Mons. Giampaolo Crepaldi
Quale umanesimo oggi?



Il confronto vero richiede coraggio. Inutile sfumare i toni e addolcire le ruvidezze della realtà. Bisogna andare al cuore del problema. Ciò vale anche per l’incontro / scontro tra laici e cattolici sull’ uomo. Le mezze verità non accontentano nessuno. Ecco perché vorrei cercare di andare al cuore del problema. Penso infatti che solo da lì, dal cuore del problema, si possa poi eventualmente trovare un percorso di confronto e di incontro.
Il punto fondamentale mi sembra questo: l’ indispensabilità di Cristo per un vero umanesimo. Il laico non chiederà al cristiano di rinunciare a questa pretesa della sua fede. Sarebbe come chiedergli di rinunciare a tutto. “Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna”. Ci può essere un pieno umanesimo che non contempli il raggiungimento della vocazione umana nella sua completezza? Non si tratta, si badi, di un qualcosa che, aggiungendosi, rende le cose migliori. Per il cristiano la fede in Gesù Cristo non è lo zucchero per addolcire la vita, è la vita. Senza Gesù Cristo i conti non tornano in nessun campo, la realtà non viene nemmeno compresa e l’uomo non riesce neppure a sapere chi egli sia. Non esiste un documento del Magistero che affermi possibile un pieno umanesimo - anche semplicemente terreno - senza Cristo. Briciole se ne potranno certamente trovare qua e là. Ma solo il Signore è “vero uomo”, perché è “vero Dio”. Non è l’uomo ideale, kantianamente inteso, non è il modello migliore di uomo, è uomo vero e vero uomo. Né si può distinguere, su questo punto, se non capziosamente, il magistero preconciliare da quello conciliare o postconciliare. Né il primato di Dio, né la Signoria di Cristo, né la sua ricapitolazione di tutte le cose alla fine dei tempi sono punti della dottrina cattolica che si possano trascurare.
Bisogna partire da qui, da ciò che appunto i laici rifiutano e a cui invece i cristiani non possono rinunciare, se si vuole andare al nocciolo del problema. Un nocciolo irriducibile a compromesso. Nessun incontro sarà possibile se i cristiani non potessero mantenere questa pretesa e se i laici non prendessero in considerazione che proprio ciò rende salata la propria laicità.
Dal punto di vista laico, spesso una simile pretesa è considerata come arrogante, dogmatica, discriminante e violenta. Non è così, come vedremo, però quasi sempre e quasi tutti i laici la pensano così. Questo mi conferma nell’idea che siamo proprio davanti al nodo fondamentale della questione. Dove la resistenza è maggiore, lì è il punto di maggior delicatezza.
Vediamo per esempio la questione della verità e della fede come conoscenza. Davanti a ciò, l’insofferenza laica si manifesta spesso con modalità di rifiuto. La fede non è un sentimento, essa è conoscenza che pretende di avere una propria dignità epistemica fondata sulla logica della testimonianza. La Fides et Ratio fa notare che noi conosciamo per fede la grande maggioranza delle nostre conoscenze e la fede apostolica è una fede che riposa su dei “testimoni”. Questo rende la fede cristiana “ragionevole”, atta cioè a confrontarsi con la ragione già nel suo intimo, non per compito successivo, ma per connaturalità. Se la fede non fosse conoscenza, non avrebbe un posto nel quadro del sapere e quindi non potrebbe dialogare con la ragione. Dialogherebbe, semmai, per forzatura, per convenienza, per obbligo ma non perché essa “è fatta così”. Naturalmente, vale anche il contrario: se la fede non fosse ragionevole come potrebbe la ragione dialogare con essa? Per farlo dovrebbe rinunciare a se stessa. A Regensburg Benedetto XVI ha lamentato con grande rammarico l’esclusione della teologia e della fede dalla Universitas studiorum e la Fides et Ratio pone come obiettivo del nuovo millennio la ricostruzione del quadro unitario del sapere, la cui mancanza genera smarrimento antropologico. Su questo punto, inutile nasconderlo, la contrapposizione tra laici e cattolici è forte: i saperi, laicamente intesi, al massimo parlano della fede ma non con la fede. La fede e la teologia come divagazioni letterarie sono accolte e ospitate su riviste patinate; gli intellettuali cattolici da salotto sono ambiti nei talk-show del sapere laico. Ma Benedetto XVI ad Aparecida ha detto che se si mette da parte Dio la nostra stessa conoscenza della realtà viene falsata. Si tratta del contrario di quanto pensano i laici e cioè che solo mettendo da parte Dio si sviluppa lo spirito critico e i saperi possono considerarsi autonomi. Gustavo Zagrebelsky dice che la verità, così come proposta dalla dottrina cattolica, blocca il laico spirito di ricerca e Aldo Schiavone non ammetterebbe mai una discussione con un cattolico che ponesse sul tavolo la fede cristiana nel “peccato delle origini”. La fede cattolica, invece, pensa il contrario, l’autonomia ci deriva a partire da altro: è la verità che ci fa autonomi e la verità non la produciamo noi. La fede implica una epistemologia fondata sulla trascendenza della verità.
Mi torna in mente, a questo proposito, il Barone di Münchausen, usato come esempio da Joseph Ratzinger più di 40 anni fa, che voleva trasportare se stesso di là dal fiume, prendendosi per i capelli. Chi è nelle sabbie mobili non si salva da solo. E per il cristianesimo l’uomo è nelle sabbie mobili.  Nessuno può darsi il proprio nome e farsi discepolo di se stesso. Non ci si chiama da sé, si è chiamati. Che Cristo sia la vocazione dell’uomo e che questo costruisca l’unico vero umanesimo comporta l’idea che l’uomo si fosse perduto e che sia stato ritrovato. Comporta che “in Cristo” egli si possa ritrovare. Cosa incomprensibile ed inammissibile per il pensiero laico, secondo il quale, invece, la natura umana è capace di se stessa. Ma se così fosse, viene da chiedersi, perché, tolto il riferimento a Dio, anche la natura umana risulta indebolita, negletta e perfino perduta? Perché, dopo Grozio, aver appoggiato il diritto sulla sola natura umana non è stato sufficiente a garantirne l’efficacia? Perché il pensiero laico è scivolato e scivola verso l’abbandono dell’ontologia? Perché anche i ripensamenti di Habermas, che pure ha rivisto tante delle sue precedenti posizioni, non arrivano a recuperare la dimensione ontologica dell’umanesimo? Questo punto è oggi il principale discrimine tra pensiero laico e dottrina cattolica. Quando il pensiero laico parla di “natura”, “persona”, “famiglia”, ”bene” – quando ne parla! - esclude ogni accezione ontologica, diversamente dalla dottrina cattolica. Del Noce sosteneva – con Gilson – che nella fede cristiana è implicita una metafisica. Senza metafisica non c’è “realtà” mentre il cristianesimo è realista. Il cristianesimo si occupa di vita vera, di vita reale, di questa vita e dell’altra vita, più reale ancora di questa. Senza metafisica non si accede concettualmente all’ “invisibile”, ma la fede cristiana comporta appunto l’invisibile. Senza metafisica non c’è creazione, non c’è uomo imago Dei, non c’è anima, non c’è peccato, non c’è progresso … non c’è Dio e non c’è uomo, oltre i suoi fenomeni. Gesù Cristo è il Logos, è la Verità, è la Sapienza Creatrice: il mondo non è frutto del determinismo o del caso. Ecco cosa significa che la fede cristiana implica una metafisica. Ma proprio su questo, oggi, pensiero laico e dottrina cattolica divergono. Divergono sull’uomo perché divergono sulla realtà, divergono sulla realtà perché divergono sulla verità, divergono sulla verità perché divergono sul valore conoscitivo della fede, senza la quale non c’è unità del sapere. Divergono sul valore conoscitivo della fede perché l’uomo non viene inteso come nelle sabbie mobili, ma si pensa che egli, prendendosi per i capelli, possa trasportarsi al di là del fiume. Il pensiero laico e la dottrina cattolica divergono sul peccato originale, incomprensibile per il primo, fondamentale – anche se oggi dimenticato – per la seconda. Molti hanno messo in evidenza la secolarizzazione del peccato originale nel pensiero moderno e poi la sua completa negazione. Come potranno intendersi laici e cattolici se per i primi la persona è integra e può da sola conseguire i propri obiettivi, mentre per i secondi è ferita e da sola non riesce nemmeno a capire chi essa sia? Come potranno intendersi se per i primi la salvezza deriva dalla rivoluzione ieri o dalla tecnica oggi, mentre per i secondi non c’è una briciola di vita umana che non abbia bisogno dell’influsso, almeno per riflesso, della grazia divina per sanare le sue ferite e migliorarsi?
Non bisogna che ci facciamo sconti reciproci, se vogliamo intenderci. Perché solo da lì, dall’aver posto il problema nella sua radicalità, potrà emergere una qualche via di soluzione. Le buone maniere sono utili e lubrificano i rapporti, ma non  sono mai decisive. Vediamo allora se e come sia possibile, partendo proprio dal cuore del problema, costruire una bozza di percorso comune per un vero umanesimo oggi. Potrà mai il mondo laico accettare il cristianesimo in tutte le sue pretese? Comprese le pretese di presenza pubblica, di vivificazione storica e di guida spirituale e morale? Potrà farlo senza rinunciare a se stesso? Per rispondere a questa domanda dobbiamo esaminare due aspetti: se il pensiero laico non lo fa si danneggia irreparabilmente rischiando perfino di non essere più laico; la suddetta pretesa cristiana non è oppressiva perché, dice Gesù, “Il mio giogo è leggero”. Vorrei cominciare da questo secondo aspetto, per poi tornare al primo.
La verità è forte (caritas in seipsa fortis est et nulla impugnatione convellitur – San Tommaso) e perfino intollerante: sì sì, no no. Però è anche dolce e soavemente convincente, “mite ed umile”, bella e perfino suadente. Solo dando il nostro consenso perché convinti dalla verità ci sentiamo liberi. Il pensiero laico parte dalla coscienza mentre la dottrina cattolica parte dalla verità, si dice, ma l’unico modo per dare consistenza alla coscienza, come insegna il Cardinale Newman, è di strutturarla nella verità. Ora, la fede cristiana non solo ha la pretesa che Cristo sia la Verità, ma ha anche quella di ritenere che Egli non schiacci nessun’altra verità. Non è venuto ad abolire ma a confermare e ad elevare. La verità cristiana è come l’acqua che passa sulla pietra e ne vivifica i colori. “Non abbiate paura!”, diceva Giovanni Paolo II: Cristo non toglie niente all’uomo e la luce della fede vuole spingere la ragione a non fermarsi mai. Guardare il volto di Cristo è il primo preambulum fidei, una possibilità anche per chi è nel Cortile dei Gentili, perché in Cristo l’uomo vede se stesso. Penetra a fondo dentro se stesso e scopre zone di sé finora inesplorate. Come diceva Guardini: diventa adulto, capace di sé. Cristo è convincente illuminando la verità delle cose, aprendoci gli occhi.
Perché il pensiero laico non dovrebbe accettare questa sfida, questa proposta di dialogo continuo? Proposta di dialogo che presuppone che la pretesa cristiana sia tenuta ferma fino in fondo. Se il cristianesimo si ponesse solo come una delle tante saggezze di questo mondo, il pensiero laico di cosa se ne farebbe? La collocherebbe nel proprio pantheon e sugli scaffali del supermercato religioso. Il pensiero laico non ha bisogno di una religione da consumare, non sarebbe più laico e nemmeno pensiero. Per il pensiero laico la sfida diventa interessante solo se il cristianesimo non rinuncia alle pretese di cui ho parlato finora e non addolcisce le sue posizioni. Solo così diventa possibile un vero confronto e nel confronto il pensiero laico può verificare se le sue posizioni possono veramente vantare la propria autonomia, se sono in grado di darsi da sole quella valorizzazione fulgente che l’acqua dà alla pietra quando la bagna.
Il cristianesimo non teme questa sfida, perché non può venire dal vero Dio quanto è contrario alla ragione. La fede cristiana è aperta al confronto con l’umanesimo laico, dicendogli che è insufficiente,  certo, ma cosa se ne farebbe il pensiero laico di un cristianesimo che gli dicesse che della redenzione di Cristo non c’è bisogno? Se il pensiero laico pretende un cristianesimo laicizzato, che senso ha la partita? Gli piace la vittoria facile? Nel dialogo ognuno farà i conti anche con se stesso, e forse prima di tutto con se stesso, naturalmente, ma li potrà fare solo a partire da questi livelli alti, che veramente interpellano. Il cristianesimo si fonderà sulla creazione per dare alla ragione quanto le spetta, ma la ragione laica non potrà escludere l’orizzonte della rivelazione e della salvezza, anche nei loro aspetti mondani, perché ucciderebbe il proprio interlocutore.
Possiamo ora tornare sul secondo punto. La fede cristiana accetta l’aiuto che le viene offerto dalla ragione. Lo ha sempre accettato, fin da quando andava a prendere le parole di Aristotele e degli Stoici per esprimersi. Essa chiede alla ragione laica di accettare l’aiuto che le è derivato e le deriva dalla fede cristiana. Ambedue sanno di non poter fare da sole. E sanno anche che se ascoltano le sirene della contrapposizione finiscono per perdere se stesse.
Secondo Del Noce la filosofia che si colloca fuori della fede è già positivismo. Ne sono convinto anch’io e mi sembra che ne sia convinto anche Benedetto XVI, che affida alla fede cristiana il compito di salvare la ragione da questo esito, possiamo dirlo, fideistico. Ho sempre pensato che il più grande credulone della storia fosse stato David Hume. Fuori della fede o contro la fede, la ragione si restringe fino a poter dire pochissime cose. A tutto il resto Hume credeva per fede, credeva perfino ai nessi causali tra le cose, ritenendo impossibile conoscerli con la ragione.
Oggi va di moda parlare di una ragione “aperta” alla fede. Come se prima ci fosse la ragione e poi, davanti alla fede, essa si aprisse. Ma una ragione che non sia già, fin da subito, aperta alla fede, come potrebbe riconoscerla? La riconosce solo se, in qualche modo, la attende, ne porta con sé un naturale bisogno, convive con essa da sempre. Si apre solo se è già aperta, perché non si cerca ciò che non si conosce e una volta trovato non lo si riconoscerebbe nemmeno. Anche il laico  fa da sempre i conti con la fede.
L’umanesimo laico non è, allora, un umanesimo condotto con la sola ragione che, ad un certo punto, si imbatte nell’umanesimo cristiano. L’estrinsecismo, in queste cose, non paga. Il cristiano non è il laico più qualche cosa, né è il laico meno qualche cosa.
Tiriamo i fili del discorso. Niente sconti. La fede cristiana porta un messaggio di salvezza integrale ed interpella tutto l’uomo. Le distinzioni vanno fatte, ma a partire dall’unità. Unire per distinguere è meglio che  distinguere per unire. Su questo de Lubac batte Maritain. Questa pretesa cristiana rende possibile il vero incontro tra laici e cattolici. Naturalmente, se il pensiero laico la accetta e concede ad essa di esprimersi nella storia pubblica. Viceversa, esso stesso perde di respiro e finisce per fare troppe concessioni al fideismo. Una ragione indebolita, assoluta ma ristretta nel suo piccolo o piccolissimo settore, incapace di dire cosa sia “persona” o cosa sia “famiglia”, si smarrisce facilmente nelle sabbie mobili, da cui non sa tirarsi fuori da sola.    

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Giuliano Ferrara
Quale umanesimo oggi?


Grazie a voi tutti e grazie a Sua Eccellenza, per un discorso così impegnativo e anche senza tanti margini di convenienza. Un discorso con un fondo, se posso dire, omiletico. Si capisce che Sua Eccellenza non ha voluto partecipare ad una tavola rotonda ma ha voluto fare il suo mestiere di Vescovo. Ha voluto condurre in termini di vigore apostolico una discussione che vada alla radice delle cose. Io parto proprio dalla fine del discorso di  Mons. Giampaolo Crepaldi, il Vescovo di Trieste.
Sono fondamentalmente d’accordo - salvo un importante punto finale - con tutta l’impostazione che egli ha dato alla sua riflessioni: quali sono le basi per un umanesimo in cui il pensiero acattolico, (il pensiero laico) si incontri con la dottrina cattolica e soprattutto con la fede cattolica intesa come strumento di conoscenza. Questa sua riflessione, ripeto, mi sembra molto alta, molto impegnativa, parla a tutti, parla ai laici, parla anche ai cattolici, parla a come si struttura il pensiero cristiano e cattolico nella Chiesa di oggi. Lo abbiamo capito tutti, non credo ci sia da aggiungere niente perché il discorso è stato di grande evidenza.
Io parto dalla fine, ma questo concetto c’è anche in altre parti nel discorso di Mons. Crepaldi. Il concetto finale che mi interessa è il seguente: il pensiero laico se non accetta le basi cristiane dell’umanesimo, se non accetta di guardare il volto di Cristo, se non accetta in modo intrinseco un dialogo forte, basilare, di fondamento, alla fine – e questo è molto curioso, ma sensato – il pensiero laico finisce per fare troppe concessione al fideismo. E’ un po’ l’idea di Chesterton: chi non crede in Dio rischia di credere a qualunque cosa e di diventare, appunto, fideista.
Per la conversazione di questa sera, sono andato a rileggermi un articolo abbastanza fatale per la cultura contemporanea che è un capitolo di un vecchio libro di Julian Huxley. E così vorrei renderne conto perché ci fa capire cosa vuol dire trasformare una prospettiva laica, trasformare l’eredità dell’illuminismo laico più radicale, quello negatore dei fondamenti religiosi del pensiero cristiano, trasformarlo in una nuova utopia a sfondo religioso e quindi sostanzialmente in un pensiero fideistico.
La mia idea è questa: il problema dell’umanesimo moderno e post-moderno lo ha paradossalmente descritto lui che è il fondatore del “transumanesimo”. Nel 1957 Julian Huxley, che era nel suo modo talentuoso ed eccentrico, figlio dell’Inghilterra vittoriana - è il fratello di Aldus Huxley, autore de “Il mondo nuovo” -  è stato un biologo, un naturalista ed è stato anche direttore generale dell’UNESCO ai suoi esordi, fu in qualche modo un protagonista militante della cultura contemporanea più istituzionale. Ebbene questo eccentrico e talentuoso figlio dell’Inghilterra lanciò la formula magica del “transumanesimo” nel suo libro  intitolato “Nuove botti per un nuovo vino”.
Huxley,  biologo e naturalista, rampollo della cultura evoluzionista darwiniana e dei suoi fasti a cavallo dei due secoli, l ‘800 e il  ‘900,   in un certo senso decretò la fine dell’evoluzionismo e della sua naturale appendice che è la selezione naturale della specie. La dialettica del caso che entra dentro la necessità. Secondo Huxley, secondo quell’ articolo del suo libro – che bisognerebbe spiegare e fare oggetto di discussione per quante cose dice su come ci siamo ridotti – secondo il transumanista per effetto del progresso scientifico e tecnico, specie nel campo della biologia e delle sue branche di ricerca e di applicazione, l’uomo del  ‘900, l’uomo di questo tempo, l’uomo storicamente concreto, è in grado di prendere direttamente in mano il suo destino di specie e di forgiarlo sulla base della propria conoscenza e autocoscienza (esattamente l’esempio usato da Ratzinger nella sua introduzione al cristianesimo, che qui  riponeva Mons. Crepaldi con il Barone di Munchausen che si prende dai capelli per tirarsi fuori dalla corrente del fiume).
La casualità, che è la regina del darwinismo, e l’adattamento, che è il concetto re del sistema darwiniano, nella visione di Huxley  sono sostituiti o integrati in modo radicalmente nuovo da un progetto consapevole di cui l’umanità evoluta ha ormai  in pugno la chiave tecnica. Il suo messaggio è questo: possiamo fare da soli. Non nel senso kantiano, osiamo conoscere,  non nel senso della ricerca e dell’osservazione scientifica sotto il cielo stellato del cosmo e con l’aiuto della morale che è in noi. No. E’ che possiamo fare da soli, perché abbiamo la capacità tecnica di produrre il nostro mondo, il futuro, il tempo.
Il punto ideologico è delicato quando si parla di umanesimo ed è gravido di conseguenze per qualunque rimessa  in discussione dell’umanesimo stesso. Qui bisogna fermarsi un momento.
Per Huxley infatti  non è più così importante – e ciò è curioso, è un rovesciamento interessante - stabilire la discendenza biologica dell’homo sapiens, ma è importante capire che la sapienza dell’uomo  lo rende capace di fabbricare vita e destino a propria misura e secondo la propria volontà. Veniamo dalla scimmia ma siamo ormai un animale capax dei almeno in senso tecnico . Anche nella dottrina cristiana naturalmente l’uomo è capax dei, nel senso però che è capace di amare Dio e di essere amato da Dio, e fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ma qui c’è una sfumatura di significato che  parla d’altro, capax dei nel senso che può diventare egli stesso Dio, almeno in senso tecnico, non certo nel senso teologico o cristiano che qui viene piegato ad una versione di impatto ateo.
 Il mistero è volato via dal mondo, sostiene Huxley, autore di quell’ articolo che coniò la formula del “transumanesimo”, oggi molto diffusa. Il mondo lo abbiamo esplorato  geograficamente tutto, adesso possiamo  esplorare tutto l’uomo, corpo e mente. “Sapere donde origini la sua particolarità, la sua eccellenza il suo evidente potere di dominio sulle cose e su se stesso. Siamo solo all’inizio – dice questo testo della fine degli anni ’50 -  ma è la direzione di marcia che conta; la grande svolta è che noi non siamo solo un prodotto altissimo dell’evoluzione, ma un prodotto che può dare inizio ad una nuova storia, ad una nuova epoca, a un tempo nuovo”.
Huxley voleva programmare il mondo con criteri di razionalità eugenetica lasciando indietro i deboli e gli imperfetti (qualche traccia di questo, purtroppo, è rimasta nel nostro tempo ed è rimasta in alcune dottrine favorite anche da  l’UNESCO, e dalle Nazioni Unite, in certe politiche pubbliche che sono diventate ideologia, bandiera nel campo della pianificazione familiare). Ho detto che era un eccentrico perché Huxley – che ha avuto anche una biografia complicata  passando  da  depressione a depressione - predicava la sterilizzazione per chi avesse accumulato troppi anni di disoccupazione e di marginalità sociale. Non la cassa integrazione, ma la sterilizzazione, una cosa un po’ diversa.
Huxley voleva pianificare le nascite per scongiurare l’apocalisse demografica - tra l’altro previde in modo esatto il numero degli abitanti della Terra nel 1999 - ed è andata come aveva previsto lui, 6 miliardi; e di questo gli va dato atto, ma la riteneva una previsione apocalittica già 50 anni fa. E oltre all’apocalisse demografica ce l’aveva con la decadenza dei gruppi etnici, formula dissimulatoria ed eufemistica per simulare connotati razziali non all’altezza dei migliori standard ideologici. Era un razzista!
Ma soprattutto intendeva fondare – anche se non lo avrebbe mai confessato nemmeno a se stesso – una sorta di religione scientista che superasse l’orizzonte cristiano in cui nel tempo l’umanesimo, che è stato una grande cultura immanentista connotata anche da un filone di un elemento di critica e di limitazione della dimensione trascendente dell’umano e della sua origine, era stato ricompresso, in un certo senso pacificato. Cioè, il cristianesimo alla fine aveva in qualche modo vinto con la sua stessa persistenza e con la forza delle sue radici culturali, restando,  forte del linguaggio, presente nella vita degli uomini e delle donne, nella vita concrete. Restando fede e quindi attività, azione, vissuto, per gli uomini, il cristianesimo aveva in qualche modo assorbito i presupposti dell’umanesimo anticristiano e naturalmente il problema di Huxley che è quello di fondare una religione scientista in nome del progresso e dell’avanzamento della tecnica e della tecno-scienza che superi l’orizzonte cristiano.
L’uomo parla con toni profetici come risultato di migliaia di milioni di anni di evoluzione, l’universo adesso è conscio di se stesso. Cosmic awareness. C’è un’autocoscienza cosmica che si realizza nel genere umano in questo tempo storico. Forse è successo altrove, in altri pianeti che girano intorno ad altre stelle, al altri soli in altre forme di vita. Qui nella Terra non era mai successo prima.
“Questa nuova autocoscienza del cosmo, dell’universo, è arrivata attraverso nuova conoscenza che negli ultimi secoli – sta parlando sempre Huxley – è stata affermata da psicologi, biologi ed altri scienziati. Questa nuova conoscenza ha definito la responsabilità e il destino dell’uomo oggi. Essere il propulsore, l’agente, nel lavoro nel realizzare le proprie inerenti potenzialità nel modo più completo possibile”.
In questo esordio dell’articolo si comprende molto bene  il tentativo di andare oltre l’umano così come lo conosciamo  fino ad ora -  l’umano del mondo biblico e post-biblico -  è il rovesciamento del pensiero biblico, è una eresia nell’ambito giudaico-cristiano, più che lo sviluppo delle scienze naturali. A me interessa che si colga questo elemento.
Mons. Crepaldi diceva che il pericolo del laicismo, quando non riesce a confrontarsi con il terreno giusto della fede, è quello di cadere nel più astratto fideismo, è quello di credere a tutto perché non riconosce lo statuto di conoscenza delle fede. E questo è proprio un caso di scuola di questo fideismo. Siamo sostanzialmente in una new age – Huxley è  un fondatore, oltre che del “transumanesimo”, anche  dello spirito del new age quello che ha poi generato molte sette, molte scuole, molto pensiero, molta prassi para o pseudo- religiosa – siamo oltre la storia, l’uomo non ha più una storia biologica alle spalle, può costruire da sé destino e storia, in una situazione cosmica in cui ci si può  impadronire della natura e, a nome della natura, realizzare sostanzialmente il sogno dell’immortalità.
La specie umana può, se lo desidera, trascendere se stessa, non uomini che sporadicamente realizzano la bellezza, l’arte, il pensiero, non uomini che realizzano  ai limiti dell’umano. No, non è solo una visione dell’eccellenza dell’uomo e della sua centralità nell’universo. E’ un’altra cosa: la specie umana può trascendere se stessa nella sua interezza in quanto umanità. Shakespeare ha trasceso l’uomo creando in un certo senso il romanzo della personalità, lanciandolo nel mondo moderno  fino ad oggi, ci parla in qualunque rappresentazione, in qualunque testo che leggiamo, ha definito le passioni e molti uomini sono stati eccellenti ed eccedenti rispetto al resto degli umani. Ma qui si tratta della specie umana in quanto tale. Abbiamo bisogno di un altro nome per questo nuovo bliss, per questo nuovo credo che nasce dall’accumulo di conoscenza. Forse transumanismo è il nome che ci serve: l’uomo rimane uomo, ma si trascende e realizza nuove possibilità in nome della natura umana.
Vi dico altri elementi di questa ideologia e concludo rapidamente, perché siamo al cuore del problema e mi sembra che  questo possa funzionare come risposta alle questione che ha posto Mons. Crepaldi.
Il tono è profetico: “l’esplorazione della natura umana è appena agli inizi – siamo nel ’57, è stato scoperto da poco il DNA, tutto è ancora molto embrionale, la tecnologia non è spericolata come la conosciamo oggi – un grande mondo nuovo di possibilità  non tracciate ora in nessuna carta ed in attesa del suo Cristoforo Colombo”.
Il punto base è questo: l’uomo vive al di sotto delle sue possibilità, cioè l’umanesimo deve riconoscere una immensa miseria della condizione umana che vive al di sotto delle possibilità che avremmo, oppure potremmo educarci all’estasi mistica – l’ho detto è un uomo bizzarro  - o alla pace spirituale così come impariamo a giocare a tennis o a ballare. Se pensate agli approdi della filosofia che dice che attraverso la ricognizione e la mappatura neuronale dello spirito dell’uomo è tutto ricostruibile, cioè il riduzionismo tecnico scientifico sostiene oggi che si può spiegare l’estasi mistica e si può spiegare la pace spirituale, come si spiegava la reazione fisica del corpo a certe vitamine.
“L’uomo può – e questo è un altro punto fondamentale – sradicare la miseria e la malattia cronica attraverso le applicazioni tecniche della scienza”. Sradicare, non curare, sono due concetti molto diversi. “L’uomo può raggiungere la sua grande – il termine mi sembra molto significativo – efficienza spirituale”. Il new age è questo, è un allenamento ed un essere spiritualmente in forma che ci eleva al di sopra delle possibilità che ci concede invece una semplice umanità.
“Bisogna affermare – altro punto che c’è nell’articolo, che c’è sul transumanesimo -  i fondamenti fisiologici del destino umano. Bisogna distruggere le idee e le sue istituzioni che impediscono di realizzare il vero destino dell’uomo”. E qui che il ciclo del “transumanesimo”, contemporaneo erede dell’illuminismo radicale, abolisce anche il darwinismo, nel senso che lo ritiene compiuto. L’evoluzione si è compiuta e l’uomo è diventato capace di essere Dio attraverso la scienza e la tecnica, e quindi il suo umanesimo diventa la scoperta di un mondo, di una terra incognita, nella quale egli potrà fare con le sue forze, prendendosi i capelli e trascinandosi al di là del fiume, al di là del mare - ciò che Cristoforo Colombo ha fatto scoprendo il mondo nuovo - ed arriva alla sua densità, bisogna distruggere le idee e le istituzioni che impediscono il vero destino dell’uomo.
La Chiesa cattolica mi pare che sia su questo cammino. Ed  un pensiero libero, un pensiero non utopistico, un pensiero realista, un pensiero laico, preoccupato di definire e  limitare le pretese della ragione, è anch’esso su questa strada.
Per concludere, mi faccio una domanda.
Quanta strada ha fatto il transumanismo in questi 53 anni?  Io vi ho raccontato la storia di un articolo bizzarro, di un uomo bizzarro ed eccentrico, di un inglese un po’ matto, oppure c’è qualcosa che nella vita attuale ci parla di questi segni e di questi profetismi ideologici?
 Si tratta solo di eccentricità di uno scientista oppure nel mainstream della vita e per certi aspetti in una parte del pensiero e della prassi cristiano e cattolica qualcosa di questo fideismo senza Dio è entrato?
Io penso che, purtroppo, la risposta sia che non sono idee che non hanno generato fatti e non sono scollegati da fatti che genereranno nuove idee. Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando: la pianificazione demografica si è realizzata nella forma più brutale, attraverso tutte le politiche pubbliche che hanno fatto della contraccezione una bandiera e che hanno definito la libertà femminile come una libertà di decidere intorno alla procreazione. Libertà per il NO. Libertà dalla ipoteca di una maternità consapevole, costruita attraverso il vincolo della definitività, dell’amore, del matrimonio e della famiglia.
Obiettivamente – io non sto facendo  considerazioni di tipo moralistico – il mondo dopo la pillola, il mondo dopo l’assunzione come valore sociale della planned parenthood, della pianificazione familiare, il mondo che sopporta la variante di culture allogene, lo sterminio delle bambine non nate in Cina e in India, oppure un mondo che sopporta in Occidente la pratica di un miliardo di aborti in 30 anni e per di più aborti che vengono definiti elementi di privacy della persona,  aborti divenuti legge, naturalmente confligge con il nostro sentimento e con la nostra idea di ciò che oggi l’individuo e la sua libertà, il pensare di punire una madre che rifiuta la maternità.
Ma noi ci siamo rifiutati di accogliere e aiutare a rimuovere questo rifiuto della maternità, dramma,  tragedia del mondo moderno.
Non abbiamo fatto questo. Non abbiamo fatto una battaglia contro l’aborto salvando l’autonomia, l’indipendenza e la libertà delle donne di fronte al problema della maternità. Noi abbiamo accettato l’aborto per ciò che è, timbrandolo con leggi e con  sentenze come  elemento di privacy e  infischiandocene di ciò che esso significa ontologicamente in relazione al problema della verità, di ciò che è l’uomo, quindi umanisticamente, infischiandocene di ciò che significa per le donne stesse, l’abbiamo accettato con sordità morale progressivamente sempre più devastante. Nessuna battaglia sull’aborto può uscire da una condizione apparentemente settaria e ultraminoritaria nel mondo utilitaristico che lo considera uno strumento, lo strumento principale di regolazione delle nascite. Questa è la verità delle cose.
La contraccezione, l’aborto, la destrutturazione della famiglia e dei criteri umanistici intorno a cui si forma la famiglia che sono la definitività, la promessa, l’educazione, la fede reciproca, la lealtà, ebbene tutto questo mondo morale è stato destrutturato e scarnificato completamente. Siamo proprio arrivati all’osso. Resiste poco, resistono solo vecchie abitudini, esistono delle famiglie normali che però  pian piano vanno conquistando un posto di minoranza.
E di tutto il resto, vogliamo parlare? Alcuni aspetti del “transumanesimo” di Huxley io li trovo  nella scuola filosofica e di filosofia della biologia che è cresciuta arroccata in una delle più grandi istituzioni sanitarie e universitarie fondate da un prete cattolico, don Luigi Verzè: il San Raffaele. E’ lì che il prof. Boncinelli e molti altri hanno applicato, costruito, lanciato idee che sono generosamente ospitate nei giornali della borghesia laica. E’ quello il dialogo che c’è stato.
 Madre Teresa di Calcutta la facciamo Santa: ha curato. Ha curato nel senso di assistere, ha avuto una certa idea della vita, della morte, della fede,  della speranza, della carità, che sono virtù teologali. Ma  adesso non bisogna più curare, non bisogna più sperare, bisogna agire nella dialettica delle due vite, una vita da godere e da vivere profondamente e intensamente nell’idea che ci sia ancora una vita più vera da fondare. No, questo meccanismo è ben rappresentato nella Spe Salvi in modo intellettualmente vigoroso, se posso dire così, in un modo un po’ laico nonostante una Enciclica di un Pontefice regnante non possa essere definita un documento laico.
Non si deve curare ed assistere, si deve guarire, si deve ricomporre il corpo tecnicamente e portarlo, come primo orizzonte a 150 anni e 170 anni di vita. E forse non si deve guarire, si deve cominciare da prima, si deve prefigurare l’ingegneria genetica. Per alcuni scienziati contemporanei che hanno voce in capitolo l’umanesimo è il lavoro sulle cellule staminali-embrionali, è la diagnosi reimpianto e la diagnosi prenatale. L’umanesimo è questo, è quello di Huxley, è l’eugenismo, è l’idea che l’uomo si può forgiare con la provetta.
Questa mi sembra la dimensione piuttosto drammatica dei problemi e sono d’accordo con Mons. Crepaldi sul fatto che la risposta per cui la fede dice le sue ragioni, la fede è appellata dall’interno della dottrina cattolica e dalla testimonianza evangelica a dire le proprie ragioni. E’ intrinseco alla fede mostrarsi dialogicamente.
Però Mons. Crepaldi dice che questa fede che dice le proprie ragione è una ragione aperta alla fede – ha usato espressioni molto forti, Sua Eccellenza, - e molto interessanti da questo punto di vista . Ma ciò che significa? Ha cercato di entrare dentro questa formula vaga. Naturalmente le soluzioni che hanno uno sfondo emiletico, non soltanto le rispetto, ma le accolgo perché hanno su di me una forte capacità di suggestione, perché io credo che le radici del mondo moderno, le sue migliori radici, le sue più forti radici, le sue straordinarie radice -  e se così posso esprimermi, retoricamente con un momento di enfasi -  le sue gloriose radici sono nell’idea della grazia cristiana. Dove le vogliamo trovare? Sono nello splendore della verità che si fa attraverso l’evoluzione del pensiero biblico, il compimento cristiano della legge, i padri, il Medioevo e tutto ciò che di profondamente anche nel contrasto cristiano poi motiva l’emergenza del mondo moderno di una cultura che poi vogliamo chiamare occidentale. La stessa scienza, lo stesso Huxley, è un prodotto secolarizzato del cristianesimo, in qualche modo ne è un figlio.
Io capisco benissimo che il dialogo tra fede e ragione deve essere schietto senza troppi sconti – come diceva Mons. Crepaldi – però è vero che da soli non possiamo passare al di là del fiume prendendoci per i capelli. La verità è data, trascende la nostra capacità di costruirla razionalmente, altrimenti ha ragione Huxley dobbiamo fare tutto quello che tecnicamente possiamo fare. Non esiste più etica, non esiste più pensiero etico, non esiste più guida etica morale, neanche remora, freno inibitorio. Non è questione di inibizioni è una questione di decidere del nostro futuro sulla base di un criterio che sia un criterio umanistico e non transumanistico. Quindi certo la verità ci trascende, possiamo usare formule diverse per arrivare a questa conclusione che possono avere una sfumatura di significato più legata ad una fede come prassi, come vita, al credo dei cristiani e dei cattolici, oppure sfumature più filosofiche.
Senza un elemento ontologico di riconoscimento della trascendenza della verità, nessun umanesimo è possibile, siamo d’accordo. Però bisogna riconoscere una distinzione. Lei Monsignore dice “bisogna unire per distinguere, non distinguere per unire”. Anche lì c’è molta sottigliezza di buona apologetica cattolica però dobbiamo riconosce una distinzione che per me è fondamentale, perché mi ci trovo dentro: la trascendenza della verità per alcuni è una evidenza di fede, è il credo è una adesione carica anch’essa di vita; per altri e tra questi ci sono i laici che non vogliono urbanamente presentare una ragione aperta alla fede per fare quattro chiacchiere in cattedrale, ma i laici che si pongono concretamente il problema di un dialogo senza sconti. Però anche per questi laici qui, quelli devoti o almeno che affettano devozione in senso ironico – a parte non vedo perché si debba essere libertini, sono devoto perché riconosco una gerarchia, uno statuto e un rango di valori alla Chiesa cristiana, non vedo perché non dovrei farlo, perché devo fare finta di essere un libero pensatore nei termini dell’ideologia libertina massonica – ma dico però anche io, anche noi -  e mi riferisco ad Habermas che è il padre di questo dialogo senza sconti fatti con l’allora Cardinale Ratzinger -  per noi una evidenza di fede la trascendenza della verità, è un limite della ragione. La ragione -  se è vera ragione, se non è fideismo se non è pseudo-religione se non è superomismo, se non è postnitcianesimo, se non è letteratura di un uomo signore del mondo che diventa capace di farsi il suo mondo come Dio -  la ragione,dicevo, ha un limite che è appunto il mistero. E questo limite lo rispetta, lo inquadra, ha uno sguardo adatto a leggere questo limite, il mistero, però è diverso dall’aderire ad una evidenza di fede. La trascendenza della verità la si può guardare da due lati: liberissimo - e anzi io sono felice di aver sentito questo da un principe della Chiesa – Mons. Crepaldi il dire che guardando la verità che ti trascende dal punto di vista parziale dell’osservazione del mistero come limiti non arrivi all’essenza, alla sostanza ontologica della verità, non arrivi a percepire in termini anche di conoscenza di fede la verità stessa. Può essere, ma non è una cosa che si può risolvere in un dibattito in un dialogo di alcun tipo. E’ una cosa che si risolve nella conversione delle vite e nella conversione delle culture.

 

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Mons. Giampaolo Crepaldi
Quale umanesimo oggi?


Considerando che mi è data la possibilità di intervenire, volevo dire che il contributo del dott. Ferrara è stato significativo perché è andato nella direzione – e di questo lo ringrazio – che nel dialogo e nel confronto è arrivato il tempo di non cedere alla stagione di Visconti, quindi tenere alto. E a me sembra che il punto di partenza possa essere in fin dei conti sempre l’umanesimo, la visione dell’uomo,  perché di mezzo c’è il nostro destino e il nostro futuro, se l’uomo lo vogliamo concepire come un prodotto, vogliamo mantenerlo come un progetto, perché tutto credo si gioca qui: questa vicenda della modernità e post-modernità che ha messo in discussione i rapporti fra  natura e cultura, sapientemente calibrati. Oggi credo che la grande sfida, che impegna molto anche i cattolici e che deve impegnare in fin dei conti tutti tra l’uomo come progetto e l’uomo come prodotto.
Grazie di cuore. Verrà però in Cattedrale a Trieste, perché lei ha detto una battutaccia sui dialoghi in Cattedrale, ma a Trieste sono un’altra cosa.

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Giuliano Ferrara
Quale umanesimo oggi?


Non era una battutaccia sui dialoghi in Cattedrale, anzi ne ho fatti parecchi anche io. E’ vero, mi manca Trieste, non so se è una promessa o una minaccia, ma verrò.

 

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Salvatore Rebecchini


Nel ringraziare  i nostri oratori, ringrazio anche tutti  i presenti. Il dialogo che qui che si è tenuto davanti a voi invita a una  grande riflessione. Io non voglio aggiungere nulla se non un breve richiamo a  quanto già citato da Sua Eccellenza: l’ invito pressante al fatto che Cristo non toglie niente all’uomo. E quindi di fronte a quei drammi, di fronte a quegli scenari, per certi aspetti sconcertanti -  soprattutto per chi nei prossimi decenni, oggi giovane  affronterà la vita e il mondo - di fronte a quel ricorrente impulso - che poi è forse  in tutta la storia dell’umanità -  ad essere come Dio, a proporsi come Dio,  il miglior viatico per tutti, io ritengo debba essere il richiamo del Beato Giovanni Paolo II  di “ non avere paura e spalancare le porte a Cristo”.

 

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