Europa: radici e prospettive
martedì 8 maggio 2012
 

Relatori: Don Pietro Vittorelli,  Dr. Salvatore Rebecchini,  Gaetano Rebecchini,  Mons. Guido Pozzo,  Onorevole Pietro Giubilo,  Prof. Vittorio Emanuele Parsi,  Salvatore Rebecchini, 

Moderatore: Dr. Salvatore Rebecchini

Gaetano Rebecchini
saluto


Rivolgo a tutti il benvenuto ed un  sentito grazie per aver accolto l’ invito a questo 18° Convegno del Centro di Orientamento Politico. Un particolare ringraziamento rivolgo ai due  oratori S.E. don Pietro Vittorelli, Abate di Montecassino  ed al Prof. Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni  Internazionali all’Università Cattolica di Milano.
 Abbiamo un po’ tardato ad indire questo nostro Convegno, nel corso del quale, come sapete verrà trattato il tema “Europa: radici e prospettive”. Un  ritardo voluto al fine di  meglio comprendere la  situazione nella quale oggi ci troviamo ed in particolare gli aspetti di una  crisi che investe tutti i Paesi europei. Crisi che, voglio sottolineare,  non è solo di carattere economico-finanziario ma che ha anche aspetti ben più profondi e gravi.  E desidero dirvi che molte sono state le parole di sostegno e considerazione  da parte di personalità del mondo cattolico, politico e culturale.
Ringrazio, per il sostegno offerto a questo nostro Convegno, l’ing. Massimo d’Aiuto, Amministratore Delegato della Simest, che ci raggiungerà più tardi.
Ed ora prima di passare la parola al tavolo dei relatori rivolgo  un saluto ed un sincero augurio  a tutti i giovani qui presenti ed in particolare  ai circa 20 giovani laureati che seguono i corsi del master   “Esperti in politica ed in relazioni internazionali”, master  promosso dall’Università LUMSA e dalla Fondazione Roma.


 

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Salvatore Rebecchini
intervento di apertura


Solo una brevissima citazione. Ad ottobre del 2002, proprio in questa sala, organizzammo un convegno dal titolo “Democrazia e Mercato nel futuro dell’Europa” e tra le considerazioni  conclusive di quel convegno, a cui presero parte, tra l’altro, il senatore Fisichella, che saluto perché è qui questa sera, ed altri illustri personaggi, ce n’era una che diceva che l’auspicio è che gli Stati europei possano pervenire ad un assetto istituzionale che nel pieno rispetto dei principi della democrazia e del mercato possa aiutare il Continente a svolgere un ruolo determinante nel promuovere una globalizzazione sostenibile e positiva. L’Europa, quindi, vista come un fattore importante della crescita e dello sviluppo.
Dieci anni dopo, purtroppo, il quadro è molto diverso: l’Europa è, paradossalmente, il problema del sistema geopolitico mondiale. L’Europa con le sue forze ma anche con le sue debolezze con il suo processo di integrazione incompleto, l’Europa in cui è stata realizzata l’unità monetaria ma è ancora lontanissima l’unità politica o istituzionale, questa Europa è diventata un problema. E quindi le domande che si possono fare sono tante: che cosa è l’Europa, cosa si intende per unità europea, da dove veniamo, dove andiamo?
In ordine a queste domande abbiamo chiesto un intervento dei nostri due oratori di questa sera, S.E. don Pietro Vittorelli, l’Abate di Montecassino, che parlerà più degli aspetti relativi alle radici, ma non necessariamente solo di questo, e il prof. Vittorio Emanuele Parsi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che alcuni di voi ricorderanno ha già partecipato ad uno dei nostri convegni sempre sul tema dell’Europa e degli Stati Uniti.
Dopo il loro intervento ci saranno due brevi interventi di due nostri soci fondatori del Centro di Orientamento Politico, l’onorevole Pietro Giubilo e mons. Guido Pozzo.
Do la parola don Pietro Vittorelli, Abate di Montecassino.

 


 

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Don Pietro Vittorelli
Europa: radici e prospettive


Affidare ad un monaco benedettino una riflessione sugli aspetti religiosi e culturali dell’Europa è quasi tendere una trappola, un attentato a quella umiltà che San Benedetto tanto raccomanda ai suoi figli al Cap. VII della sua Regola. Il rischio infatti, è quello di una autocelebrazione benedettina, per così dire, della rievocazione di una storia nutrita di secoli e animata dal dinamismo e dalla presenza di schiere innumerevoli di abati e monaci della grande famiglia benedettina. Ma la storia è storia e non si può cambiare. Supero allora il disagio, spinto dal desiderio di comprendere insieme a voi cosa vuole insegnare a noi europei di oggi la storia dell’Europa di ieri e come questa può offrirci chiavi di lettura per decrittare i passaggi critici della modernità  e della contemporaneità.
Sullo stipite della porta del monastero di Subiaco si leggono scolpite queste parole: “Nonnisi in obscura sidera nocte micant” ( Le stelle brillano di più, quanto più fonda è la notte). E’ una scritta che esprime bene il senso di ciò che capita tra Dio e l’uomo in questi anni, un tempo in cui gli uomini sono così avari nel riconoscere le radici cristiane dell’Europa. Quanto più profonda è la crisi che stiamo vivendo, quanto più imprevedibili ne sono gli sbocchi, tanto più ricchi di luce si rivelano per noi gli insegnamenti e le opere di San Benedetto. Perciò presumo che ricordarne l’opera compiuta dai suoi figli non è cedere al gusto dell’erudizione, ma piuttosto - come ebbe a sottolineare Giovanni Paolo II nel 1980 nel XV centenario della sua nascita - è lasciarsi illuminare da un astro di prima grandezza, per “ rileggere e interpretare alla sua luce il mondo contemporaneo”.
Nel 1947, Pio XII, celebrando il XIV centenario della morte definì San Benedetto il Padre dell’Europa. “ Mentre l’Impero romano - disse - , corroso dalla vecchiaia e dai vizi andava in rovina e i barbari ne invadevano le province, Benedetto, chiamato l’ultimo dei grandi romani, unendo insieme la romanità e il Vangelo, vi attinse la forza che contribuì moltissimo ad unire i popoli dell’Europa sotto il vessillo auspicale di  Cristo e a formare la cristianità”. Alcuni anni dopo Paolo VI , riprendendo e sviluppando il pensiero di Pio XII, il 24 ottobre 1964 proclamò S. Benedetto Patrono d’Europa, poiché, spiegò, egli con il suo lavoro personale e con l’opera dei suoi figli aveva portato la civiltà cristiana dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alla Polonia, “ con la croce, con il libro e con l’aratro”.  Concetto ancora ripreso da Benedetto XVI nella sua ultima visita pastorale alla mia diocesi il 24 maggio 2009: “Benedetto fu l’esempio luminoso di santità e indicò ai monaci come unico grande ideale  Cristo; fu maestro di civiltà che, proponendo un’equilibrata e adeguata visione delle esigenze divine e delle finalità ultime dell’uomo, tenne sempre ben presenti anche le necessità e le ragioni del cuore….Alla sua scuola i monasteri sono diventati, nel corso dei secoli, fervidi centri di dialogo, di incontro e di benefica fusione tra genti diverse, unificate dalla cultura evangelica della pace. I monaci hanno saputo insegnare con la parola e con l’esempio l’arte della pace attuando  in modo concreto i tre “vincoli che Benedetto indica come necessari per conservare l’unità dello spirito tra gli uomini: la croce…, il libro…, l’aratro…”.
In questa sintesi mirabile tra fede, cultura e lavoro sta l’essenza del messaggio di San Benedetto. In questa sintesi tra croce, libro e aratro risiede pure l’ispirazione, l’idea stessa di Europa. Proverò allora brevemente a delineare come l’idea di Europa sia nata dall’unità di popoli diversi nella medesima fede, nella cultura e nella concezione del lavoro e di un ordine economico a misura d’uomo. E in un secondo momento, quali orientamenti concreti il messaggio benedettino suggerisce oggi a noi nel costruire la nuova Europa.
1. La Croce.
Non c’è dubbio: da un punto di vista storico, il primo e più decisivo elemento che ha dato forma e unità all’Europa è stato la fede cristiana. Nel V e VI secolo, cadute le deboli difese dell’Impero romano, i barbari ne invasero le regioni. Il fatto religioso rimaneva il più forte elemento di contrasto e di divisione fra vincitori e vinti; gli abitanti del vecchio Impero erano cristiani; gli invasori erano invece pagani ( franchi e angli) o ariani ( come i Goti). Ciò che consentì la nascita di una coscienza europea comune fu l’assimilazione  tra elemento romano e elemento germanico. Ed essa si compì con l’adesione di tutti all’unica fede di Roma. In questa opera di conversione e di unificazione spirituale, durata diversi secoli, S. Benedetto e i monasteri benedettini ebbero un posto di primissimo piano. Partendo da Montecassino, la Regola si diffuse in tutto l’Occidente: in Italia con Gregorio Magno, in Gallia e in Bretagna dove lo stesso Gregorio Magno inviò nel 596 il monaco Agostino con trentanove monaci. Nel 670 con il Concilio di Autun ogni insediamento monastico in Europa assunse definitivamente la Regola di Benedetto. Questa diffusione della Regola benedettina in Occidente significò non solo lo sviluppo straordinario della vita cenobitica, ma anche un potente impulso all’evangelizzazione dei popoli barbari senza contare il Corpus di consuetudini che sempre da Montecassino andava imponendosi nei monasteri europei e nelle genti circostanti. Così i monaci con la loro vita ordinaria e con la loro evangelizzazione diretta o indiretta non si contentarono di dedicarsi alla lode di Dio ma si trasformarono in ferventi evangelizzatori di popolazioni ancora pagane.  Così Villibrordo nella Frisia, Bonifacio in Germania, Anscario in Danimarca e Svezia, Adalberto in Ungheria e Boemia. Il frutto principale di questa cristianizzazione dell’Europa, lenta e faticosa, fu la coscienza collettiva dell’unità spirituale che servì a saldare tra loro popoli diversi. La spada prima li aveva divisi, la croce ora li univa.
Il primato di Dio venne a stabilire una scala di valori largamente accettata e popoli e regni diversi, spesso divisi e in lotta fra loro, convennero in una medesima scala di valori. Nacque così la civiltà occidentale, che oggi diciamo europea, nella quale il benessere temporale andava subordinato e finalizzato allo sviluppo spirituale dell’uomo, al raggiungimento del suo fine trascendente; dove la norma etica di giudizio e di comportamento si fondava ultimamente in Dio e da Lui riceveva i caratteri di universalità e di assolutezza, ai quali ispirare la legislazione civile degli Stati. Fu così che l’Europa nacque innanzitutto come unità spirituale e il cristianesimo ne divenne l’anima.
2. Il Libro.
Il secondo elemento che ha dato forma e unità all’Europa è stata la cultura. Anche qui furono proprio Benedetto e i suoi monaci a riaccendere in Occidente la fiamma che le invasioni barbariche avevano quasi del tutto spenta. Certo, il merito di aver promosso la rinascita della cultura greco-romana e cristiana va anche ad altri. Tralasciando di parlare di Severino Boezio e di altri, non possiamo qui non accennare all’opera del monaco calabrese Cassiodoro ( 480-575), contemporaneo di San Benedetto. Ma la sua Vivarium non ebbe futuro. Morto il fondatore, anche essa cessò poco dopo. Diversi furono invece l’impostazione e l’esito dell’opera culturale di Benedetto. Innanzitutto la sua intenzione nel fondare Montecassino non fu quella di creare un centro culturale, come aveva fatto Cassiodoro. Il monastero non doveva essere una scuola di insegnamenti profani, bensì, come dice la regola, una “scuola del servizio divino”. Tuttavia l’attività culturale vi occupava un posto importante. La stessa priorità data alla lectio divina esigeva che ogni monastero avesse una scuola in cui insegnare a leggere e a scrivere agli illetterati; che vi fosse una scuola di grammatica, in cui si dessero i primi elementi di cultura generale ai ragazzi che si offrivano al monastero per restarvi come monaci; che abbondassero libri e codici con i testi della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa alla cui lettura i monaci erano assiduamente invitati dalla Regola. Nacque così nei secoli il noto aforisma “ Monasterium sine armarium est sicut castrum sine armamentarium” ( Un monastero senza biblioteca è come una fortezza senza arsenale). A tale proposito è di grande interesse un articolo di Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, apparso otto anni fa, dove tra l’altro afferma : “Queste radici cristiane (dell’Europa)  e questi valori sono espressi in maniera privilegiata nei libri delle Sacre Scritture. La Bibbia è quindi il libro delle radici europee e sarà anche il libro del suo futuro”. Una profezia , quest’ultima, che ancora non vediamo compiuta ma che soggiace anche ai grandi contrasti economici e sociali in atto in Europa.
La produzione e riproduzione del Libro per eccellenza, la conservazione di questi e dei libri della cultura più ampia: fu così che i monasteri benedettini sparsi in occidente, pur non proponendoselo direttamente come fine, divennero i più importanti centri di elaborazione e irradiazione culturale; e questo proprio quando sembrava che le invasioni barbariche con le loro devastazioni volessero cancellare ogni vestigio di civiltà. Gli scambi culturali si intensificarono con i monaci missionari. Così un manoscritto di Tito Livio, copiato in Italia nel V secolo, dapprima fu introdotto in Inghilterra nel VII e nell’VIII secolo, di qui fu poi portato nella regione di Utrecht da un missionario anglosassone. Dunque la nuova cultura, la cultura europea, nacque come sintesi tra l’eredità classica pagana e l’eredità cristiana, come impegno di illuminare con la fede le culture non cristiane. Rabano Mauro abate di Fulda nel IX secolo, scrive: “Se quando leggiamo i poeti pagani, incontriamo qualcosa di utile, lo convertiamo al nostro dogma”. Nel frattempo nasceva pure una lingua nuova: il latino cristiano medievale. Su questa piattaforma si realizzò un’omogeneità culturale tra tutti i popoli del vecchio Continente, fondata su un’antropologia nuova; una cultura ispirata ad una scala di valori universalmente accettata, al cui vertice rimase il primato dello spirito e di Dio quale fondamento ultimo della dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili.
3. L’aratro.
Il terzo elemento infine che ha dato forma e unità all’Europa è stato la concezione profondamente umana del lavoro, posta a fondamento di un ordine economico che si voleva a misura d’uomo. Ancora una volta, convinti ispiratori e diffusori di questa visione del lavoro, rivoluzionaria nei confronti della concezione pagana, furono i benedettini, che rivalutarono per primi la fatica intellettuale e fisica riscattandola. Il lavoro che fino ad allora nel mondo romano era stato prerogativa degli schiavi diventava con San Benedetto occasione di riscatto dell’uomo, affermazione di libertà e dignità, possibilità unica per l’uomo di rigenerarsi collaborando all’opera creatrice dello stesso Creatore. Una ventata di novità e di rinnovamento, una rivoluzione  culturale che ben presto si affermerà su tutto il Continente europeo capovolgendo la prospettiva sociologica dei nostri popoli. Ma come questa coscienza nuova dell’unità rafforzandosi, costituì il germe fecondo dello sviluppo straordinario del vecchio Continente, così al disgregarsi della sua unità spirituale, culturale ed economica restano legati i momenti più difficili che l’Europa ha conosciuto.
Ciò è particolarmente vero se guardiamo all’ultima grande crisi, la quale, scoppiata, tre secoli fa, è giunta al culmine nei nostri giorni quando si annuncia laboriosamente l’affermarsi di un’Europa nuova, pronta a voltare le spalle e a disconoscere il ricco patrimonio delle sue radici cristiane.
 Nello stesso tempo, mentre prendiamo atto delle coincidenze, siamo coscienti altresì delle grandi differenze tra il nostro tempo e quello di S. Benedetto. Esse sono tali che rendono inedito e nuovo lo sforzo che noi oggi siamo chiamati a compiere per contribuire a creare la nuova Europa. Una differenza sostanziale che oggi, in un mondo che è cambiato e in una Chiesa che è cresciuta, un progetto di cristianità sul tipo di quello medievale non è più proponibile, né storicamente, né teologicamente, in una Europa culturalmente, socialmente e politicamente pluralistica. Un’altra differenza sostanziale è che la nuova Europa nasce non più come un universo a sé, come il centro dell’umanità ma ridimensionata in una delle tante regioni del mondo.
Nella tappa parigina del Cortile dei Gentili, occasione di incontro e dialogo tra credenti e non, promossa dal Pontifico Consiglio per la Cultura, nello scorso ottobre il filosofo francese Rémi Brague e il politico italiano Giuliano Amato hanno espresso una convergenza sulla necessità di individuare, nel quadro delle nostre società “postmoderne”, uno zoccolo duro di principi e valori capaci di garantire la piena realizzazione di tutte le libertà, individuali e collettive, rigettando quel vuoto del relativismo dove tutto è indifferente.
Dice Brague: “il cristianesimo ha proprio questa particolarità notevole di essere una religione che è solo una religione, una religione e niente altro. Le altre religioni , sono delle religioni e , ogni volta qualcos’altro. Il buddismo,…è una religione e una forma di saggezza, lo shintoismo è una religione e un legittimismo, il giudaismo è una religione e un popolo, l’islam è una religione e una legge. Il cristianesimo non è una legge. Nel cristianesimo, è netta la distinzione fra norme ( tra cui diritto e morale)  da una parte e religione dall’altra”. Così Brague può argomentare che per questo motivo i suoi principi morali hanno valore generale: sono il “kit di sopravvivenza” dell’umanità, vantaggiosi non solo per il cristiano ma per ogni uomo. Il “diritto naturale”, per Brague, è sempre anche diritto razionale, perché per gli esseri umani la ragione è “naturale”.
Certo il messaggio di San Benedetto conserva tutta la sua validità, però, dopo quindici secoli, gli elementi fondanti che hanno dato vita e prosperità all’Europa  ( fede cristiana, cultura e lavoro) vanno ripensati e riproposti in modo nuovo. E’ il compito soprattutto dei cristiani di oggi. Si tratta di porre tutto il dinamismo della fede cristiana al servizio della costruzione di una nuova Europa, divenuta pluralistica, in leale collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. Perciò il miglior modo di celebrare l’attualità del messaggio di San Benedetto è quello di trarne ispirazione per porre a fondamento dell’Europa una nuova unità spirituale, per impegnarci in una nuova sintesi culturale, per lavorare alla creazione di un nuovo ordine economico a misura d’uomo.
Se da un lato dobbiamo fare attenzione a non prendere come valori quelle che in realtà sono deviazioni patologiche di una civiltà in crisi, d’altro lato sarebbe grave se ci sfuggisse il fatto che molti valori delle culture di oggi sono in realtà una traduzione secolarizzata di valori cristiani; da assumere, quindi, da armonizzare e da aprire ad una visione integrale dell’uomo e della storia. Quanti ignorano, per esempio, che alcuni comunissimi modi di dire oggi usati anche da laicissimi uomini e donne europei hanno una radice profondamente monastica e quindi cristiana? Spesso sentiamo o diciamo “ Non ho voce in Capitolo” senza sapere che il Capitolo era ed  è la convocazione dei monaci a Consiglio. In esso i monaci potevano e possono esprimere un voto conservando voce attiva, si dice, dando il proprio voto in favore di qualcuno, oppure voce passiva, ricevendo il voto di qualcuno. Se per un motivo grave l’abate deve punire un monaco, una delle più gravi restrizioni è privarlo della “ voce in Capitolo” sia attiva che passiva. Potrei proseguire ma mi fermo.
Così, accanto ad idee impazzite, che minacciano di distruggere l’uomo, si deve riconoscere che oggi l’uomo ha una coscienza più profonda di sé, della vita, della storia, delle sue responsabilità personali e sociali. Oggi non sono più soltanto le èlites,  ma le masse ad avere il senso della dignità della persona e della inalienabilità dei suoi diritti: è divenuta, grazie a duemila anni di predicazione cristiana, coscienza universale il bisogno di giustizia e di equità, il dovere della tolleranza e del rispetto del pluralismo, la necessità della solidarietà e del dialogo per realizzare insieme un mondo più fraterno. Bisogna però ammettere che è del tutto sparita , nella società italiana almeno, la borghesia, quella fascia illuminata della popolazione che ne ha garantito per secoli il progresso. Scriveva Edgar Quinet , storico francese dell'Ottocento :" la borghesia senza popolo , e' la testa senza il braccio. Il popolo senza la borghesia e' la forza senza la luce”. Nelle molteplici disgregazioni della modernità e della contemporaneità anche la borghesia è stata travolta. Tutto iniziò con la II guerra mondiale.
“Ma fra le tante impressioni che questa casa della pace suscita  ora nei nostri cuori, una pare dominare sulle altre; ed è la virtù generatrice della pace”. Così si esprimeva Papa Paolo VI a Montecassino nell’allocuzione tenuta per la solenne consacrazione della basilica dell’Archicenobio cassinese ricostruita dopo la seconda guerra mondiale. Era il 24 ottobre 1964, esattamente quarantotto anni orsono, quando insieme ad innumerevoli Padri Conciliari, Pellegrino di Pace salì sul sacro monte a celebrare la pace, con la convinzione e la forza che la stessa storia di Montecassino ispiravano.
 Quattro volte distrutta dalla violenza cieca dell’uomo e quattro volte ricostruita dalla pazienza e dall’amore l’abbazia  rende ragione al suo motto Succisa virescit,  la quercia schiantata rinasce; una sentenza che racchiude un programma che proprio a Montecassino, cifra e simbolo di ogni casa benedettina, ha trovato la sua attuazione più vera, più visibile. E Papa Paolo VI così proseguiva: “ Spesso avviene che siccome all’idea di pace si connette quella della tranquillità, della cessazione dei contrasti e della loro risoluzione nell’ordine e nell’armonia, siamo facilmente indotti a pensare la pace come l’inerzia, il riposo, il sonno, la morte………Qui invece la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità, estremamente interessante, di ricostruzione, di nascita, di rigenerazione. Parlano queste mura. E’ la pace che le ha fatte risorgere.” Mai come in questo periodo così difficile della storia dell’uomo, quando il terrorismo internazionale sembra volere annientare ogni energia di pace e di solidarietà, queste parole hanno un’eco profonda nel nostro animo e devono ridarci la forza e l’entusiasmo per costruire un futuro bello, ricco dell’esperienza degli uomini che hanno sofferto e creduto nel miracolo della pace.
La pace è impegno, la pace è ingegno, la pace è responsabilità personale mai delegata, la pace non è qualcosa che deve esserci donata, la pace è sempre da donare, è sempre da costruire.
Ci avviamo a celebrare, nel 2014 , il 70° anniversario della distruzione-ricostruzione di Montecassino , un’occasione per dire ancora una volta con forza il nostro no deciso alla guerra e ad ogni forma di violenza. Fare memoria di un evento che ha segnato nella sofferenza e nel dolore tante famiglie del nostro Paese ci aiuta a comprendere come le ragioni della speranza e della pace devono e possono sempre prevalere sulle ragioni della violenza e del male.Un insegnamento per la nuova Europa. Nella lettera autografa che il Beato Giovanni Paolo II inviò all’ Abate di Montecassino il 15 febbraio 2004 così sottolineava l’importanza della memoria storica: “La vicenda di Montecassino merita di essere commemorata e proposta quale monito alla riflessione e richiamo per tutti al senso di responsabilità. Le nuove generazioni italiane ed europee, per loro fortuna, non hanno vissuto direttamente la guerra . Anch’esse tuttavia hanno conoscenza dei drammi provocati dalle guerre a causa delle vittime che non pochi conflitti stanno procurando in varie parti del mondo. I giovani sono la speranza dell’umanità: devono pertanto poter crescere in un clima di costante e fattiva educazione della pace. E’ necessario che apprendano dalla storia una fondamentale lezione di vita e di solidale convivenza:il diritto della forza distrugge, mentre la forza del diritto costruisce.”
E’ vero, i giovani sono la speranza dell’umanità, ad essi va il nostro pensiero ad essi va la nostra attenzione di adulti, coscienti della responsabilità formativa che abbiamo nei loro confronti.
San Benedetto fondò il venerato Cenobio di Montecassino nel 529 d.C. in un’epoca non meno difficile della nostra, con l’Impero Romano ormai in declino e con violente orde barbariche che devastavano il territorio italico. Nello stesso anno in cui  ad Atene si chiudeva la famosa Scuola Filosofica che aveva generato le grandi menti del pensiero ellenico, a Montecassino si apriva quella che lo stesso Patriarca dei Monaci definì la “ schola Dominici servitii”, quella scuola del servizio divino che ha generato alla virtù della pace schiere innumerevoli di giovani uomini che da ogni parte del mondo e da ogni ceto sociale salivano al “ monte cui Casino è su la costa”, come lo definì il Divin Poeta, affascinati dall’ideale di pace che Benedetto proponeva alle giovani generazioni, sintetizzato nel motto “ Ora et Labora et Lege”. Non a caso il Breve Apostolico con il quale Papa Paolo VI proclamava San Benedetto Patrono Primario d’Europa si inizia con le parole “Pacis Nuntius”, Messaggero di Pace: una pace vissuta e predicata con la vita e le buone opere.
Sono davvero grato all’ing. Rebecchini e alla sua Fondazione che da anni si adopera per tenere vivo il dialogo su temi di grande attualità facendo di questi apprezzati incontri un luogo ideale di riflessione per l’Europa, per un’Europa dei valori della fratellanza tra i popoli, della solidarietà, dell’amicizia. Grazie a questa stessa passione per l’Europa Montecassino è divenuta nei secoli crocevia di popoli, sempre rappresentati dai numerosissimi pellegrini che salgono ad abbeverarsi alle fonti della spiritualità e del più genuino pensiero europeo. A tutti San Benedetto rinnova la sua lezione di pace sintetizzata in una perla della sua Regola, al capitolo trentaquattresimo: “ Se tutti debbano ricevere il necessario in  misura eguale”  dice il Santo come è scritto : “Si distribuiva a tutti secondo il proprio bisogno”. Con ciò non vogliamo dire che si facciano, non sia mai, preferenze personali, ma che si tenga conto delle infermità, sicchè chi ha meno necessità, renda grazie a Dio e non stia di malumore, chi invece è più bisognoso, si umili per la sua infermità, e non si insuperbisca per le attenzioni che riceve: e così tutte le membra saranno in pace.”
I monaci di Montecassino ogni giorno al calar del sole, dopo il canto del vespro, raccolti in preghiera sulla tomba del Santo intonano un inno in onore del Patrono d’Europa che esordisce con le parole “ Sìgnifer invictissime sacraeque dux militiae”, “Invitto vessillifero e condottiero di una sacra milizia”. Sono questi i vessilli che prediligiamo, i vessilli del dialogo e del confronto pacifico, sono queste le milizie di pace che auspichiamo, uomini e donne di buona volontà. Possa San Benedetto continuare a portare alto il vessillo della Pace percorrendo tutti i Paesi dell’Europa accomunandoli in un unico grido: pace. Una pace che richiede oggi a tutti noi un impegno antico e nuovo. Ora et labora et lege.

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Salvatore Rebecchini


Ringrazio Don Pietro Vittorelli, per questo messaggio di speranza e questo programma di vita. La parola ora al professor Parsi

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Prof. Vittorio Emanuele Parsi
Europa: radici e prospettive


Grazie. Se non fosse bastata la bellezza di questa Galleria ad intimidirmi, la relazione dell’Abate Vittorelli ha completato l’opera, per così dire, per cui non proverò neppure ad illudervi di potervi tenere su questi livelli così elevati e mi concentrerò su una parte molto più piccola di percorso storico. Mi concentrerò sì sulle radici dell’Europa ma in un senso più laico, più volgare, se volete, più politico, più meccanico.
Perché è così importante andare alle radici dell’Europa per capirne le prospettive? Perché c’è stata un’importante operazione di rimozione in questi anni.
Non mi riferisco alla rimozione sulla questione delle radici cristiane di cui ha parlato così bene chi mi ha preceduto, che è questione importante eppure così lapalissiana, per certi aspetti, da aver occupato fin troppo spazio nelle polemiche degli anni scorsi.
Le radici cristiane dell’Europa, esattamente come quelle illuministe e come quelle greche e come quelle latine e come tante altre di quelle frecce unite in un pugno che fanno l’Europa, sono sotto gli occhi di tutti. E oggi qui se qualcuno di voi guardasse come me il soffitto affrescato ne avrebbe una vivida rappresentazione, magari non così irenica come ricordava prima l’Abate però altrettanto sostanziosa.
Quando parlo di radici, e di rimozione della questione delle radici europee, parlo della rimozione di un fatto più eclatante, dal mio punto di vista. Cioè che le radici, evidentemente politiche, della costruzione europea negli ultimi anni sono state essenzialmente obliterate. E’ come se in questa algida Europa tecnica si fosse librata una paura del caldo afflato della politica, dimentichi che senza politica l’Europa semplicemente non ci sarebbe stata. Non ci sarebbe stata perché l’Europa nasce come costruzione politica in un momento molto particolare, se volete in un momento in cui, per riprendere un passaggio della bella relazione dell’Abate, quel processo di tre secoli  iniziato simbolicamente con la pace di Westfalia che è la individuazione di Stati nazionali all’interno di una comune matrice europea stava perdendo il suo significato politico concreto. Alla fine di quel percorso, quindi dopo la Seconda Guerra Mondiale, si scopre la necessità di rimettere insieme l’Europa, ma non nel senso culturale delle antichissime radici qui evocate, fondamentali per fare poi un’operazione politica, non c’è dubbio, ma di per sé non sufficienti. Basti ricordare che le due Guerre mondiali sono state due guerre europee, l’ultima della quale iniziata come europea e chiusa come emarginante definitamene l’Europa dal resto del mondo. E’ quella esperienza, quella necessità politica che porta alla costruzione dell’Europa. Sono lì le radici dell’Europa, ed è una costruzione politica dell’Europa che cambia e che ridefinisce l’europeità e ridefinisce l’essere europei in termini politici innanzitutto.
Questo sarà importante ricordarlo quando vedremo uno slittamento dal campo politico a quello prima legislativo e poi legale. 
Ad un certo punto l’Europa diventerà un reticolo di norme ed istituzioni, dimenticando che sotto un reticolo di norme ed istituzioni ci deve essere un momento costituente che normalmente è sancito con una costituzione. Vedremo poi le conseguenze della disastrosa non adozione della Costituzione europea.
Quello che voglio dire è che quando si riscopre questo nuovo concetto di Europa, questo nuovo concetto politico nasce dentro un altro concetto politico completamente ridefinito dopo la Seconda Guerra Mondiale che è il concetto di Occidente. Non c’è dubbio che il concetto di Occidente è antico persino più dell’Abate, di me e di San Benedetto messi insieme, non c’è dubbio su questo, ma il concetto politico di Occidente è un concetto giovanissimo che sancisce un punto: la trasformazione dell’Atlantico in un mare interno occidentale. Quello che separa unisce e intorno a quello che unisce si costituisce una comunità politica, istituzionale e di valori. Lì dentro nasce l’Europa, con quella preoccupazione, unire gli europei rispetto ad una minaccia reale in quegli anni, che spaccava in due l’Europa, ma non  minacciava solo l’Europa. L’ultima manifestazione della centralità dell’Europa era affermata proprio dalla sua non completezza, dalla sua divisione, i cui effetti si riverberavano a livello globale. Era la prima volta che qualcosa di simile  capitava negli ultimi trecento anni.
Non è un caso che allora questa costruzione europea inizia ad essere sottoposta a stress proprio nel momento in cui la guerra fredda finisce. Nel momento in cui la guerra fredda finisce, l’Europa si deve reinventare, per non correre il rischio di finire insieme con la guerra fredda. Dalla sua ha un vantaggio: la lunga esperienza comune dei popoli europei istituzionalizzata in collaborazione politica, gli stessi popoli europei che avevano appena finito di farsi due guerre mondali con abbondante entusiasmo; però contro di sé ha le circostanze storiche. Le circostanze storiche non sono favorevoli, non portano a mantenere l’unità. Quelli che di voi sono abbastanza grandi per ricordarsi gli anni intorno all’89, ricorderanno la paura  delle capitali europee che con il crollo del Muro, crollasse proprio il muro portante della costruzione, il muro maestro su cui si appoggiava la costruzione europea, di un’Europa che oggi farebbe ridere della sua ampiezza: dal fiume Elba a Biarritz, questa era l’Europa, saranno 1200 chilometri, forse l’Italia è più lunga. In quel momento però l’Europa  risorse benedettianamente o come l’araba fenice, dalle ceneri del muro di Berlino: la polvere del muro crollata non si era ancora depositata che in un’altra più luminosa Berlino, rispetto alla triste e grigia Berlino di oggi, venne lanciato un progetto di un respiro prometeico.
Posta di fronte ad una grande sfida, l’Europa reagì raccogliendola.
Ho la sensazione che sia stato l’ultimo grande momento in cui questa squadra data in partenza non per favorita ha raccolto la palla in mezzo al fango e l’ha giocata cercando di portarla fino in fondo, fino all’ultima linea, la linea di meta. Allora dobbiamo ricordarcelo, perché oggi quando si parla di Europa, sembra che la questione politica sia una questione che quasi intralcia. Sembra quasi che l’idealità politica intralci, dia fastidio, sia un problema. Che la democrazia, che significa tante cose, ma che almeno in una accezione significa che per fare le cose secondo metodo, in realtà per fare le cose affinché restino e non vengano dissolte il giorno dopo, è fondamentale il consenso, il consenso dei governati è fondamentale perché i governanti possano trasformare le cose. Senza questo non si va da nessuna parte. Le scorciatoie non portano da nessuna parte e allora credo che mai come in questo momento ci accorgiamo di quello che è stato il disastro del fallimento della Costituzione europea. Disastro perché come fa a nascere una nazione europea senza un patto tra popoli? L’Europa è fatta di popoli, resterà fatta per sempre di popoli, come fa una costruzione politica di questa ambizione a stare in piedi senza aver previsto la politica!
E’ questo che fanno le Costituzioni, prevedono la politica, sanno che c’è la politica, sanno che il momento costituente finisce ad certo punto. La forza dell’entusiasmo iniziale cala, non si può stare sempre a giocare raccogliendo la palla e andando dritto, perché dopo un po’ i segni della fatica aumentano, le gambe diventano pesanti e non si va da nessuna parte. Le Costituzioni sanno che la politica c’è, che la politica va imbrigliata perché possa svolgere la sua funzione di forza trainante ma che non va negata e non va temuta.
Invece l’assenza di questa Costituzione, l’assenza di questo patto tra popoli e dell’idea che questa Europa è una costituzione evidentemente politica, che se non sarà politica non sarà più nulla, ci fa sperimentare la sensazione di non essere più cittadini dei nostri Stati nazione senza però essere davvero diventati cittadini d’Europa.
E’ già stato detto che gli Stati nazione sono ormai un po’ demodé. Però non siamo diventati cittadini dell’Unione, non ci avvertiamo cittadini dell’Unione, semmai in questi tempi tristi evocati nella relazione molto bella che ho avuto il piacere di ascoltare, siamo soggetti, sudditi europei. Questa è la sensazione. E’ giusta, è sbagliata? Quando la politica torna e torna come intralcio è difficile non accorgersi che le norme, le regolamentazioni, la produzione legislativa dell’Europa e i vincoli che la legislazione europea pone alla politica sono una pallida imitazione di una Costituzione e di una cittadinanza. Può darsi e magari può essere anche positivo - io non sono convinto che sia sempre positivo - però può darsi che la gran parte dei cittadini degli Stati europei non siano più disposti a morire per la propria Patria nazionale, può darsi!
Io penso che non sia una cosa positiva, ma di sicuro non vedo nessuno disposto a morire per una patria europea per il semplice motivo che la patria europea non c’è. Non c’è perché non si è voluto costruirla, non si è avuto il coraggio di finirla, non si è avuto il coraggio di finire ciò che nell’89 si era cominciato a fare.
Per molti aspetti l’Euro è la metafora perfetta di questa Europa. Una moneta senza stato che potrebbe essere uccisa dal debito sovrano di stati senza moneta. Il Padreterno ha un senso dell’umorismo che neanche Woody Allen in un suo film potrebbe descrivere meglio, credo. Però questo è il punto!
Il punto è proprio qui. Chi di voi ricorda la concezione dell’Euro? L’Euro è stato costruito per due ragioni, eminentemente politiche.
La prima ragione per togliere ai tedeschi il marco, in sostanza, controllare la Germania. Evitare che all’Europa unificata potesse diventare troppo tedesca. A una quindicina d’anni dall’introduzione dell’Euro, ci siamo accorti di avere dato ai tedeschi uno strumento incredibile che si chiama Deutsch Euro al posto del Deutsch Mark. Se l’Euro doveva servire ad imbrigliare la Germania, beh, complimenti!
L’altra ragione era quella di proteggere l’Europa dalla pressione eccessiva della globalizzazione, lo ricordate. Questa è un’altra metafora che si accosta all’Euro: la Linea Maginot. Eccola lì, chi di voi l’ha visitata ha visto questa incredibile, poderosa costruzione di cemento interrata sul confine franco-tedesco, che dal confine belga alla Svizzera essenzialmente avrebbe dovuto proteggere la Francia dall’invasione tedesca: inutile!
Allora tornando all’Euro e a quello che avrebbe dovuto fare l’Euro nei confronti dei cittadini d’Europa, dei lavoratori d’Europa, degli imprenditori d’Europa, verrebbe da pensare ad una sorta di Linea Maginot. So che poi molti economisti verranno poi a spiegarci che non è così ed io sono ben contento che lo facciano, ma ancor di più di non essere un economista, però resto sempre perplesso di fronte a certe dinamiche cui accennerò nella parte conclusiva.
La tornata elettorale che si è appena svolta in diversi Paesi europei tra i quali il nostro, è l’anticipazione del fatto che i nodi stanno venendo al pettine. Che il non aver saputo prevedere la politica e regolamentarla sta producendo la radicalizzazione del quadro politico.
Anche qui ci sono molti paradossi. Per molti aspetti, l’ostinazione tedesca nella rigidità, nel rigore, anzi, economico nella sorveglianza puntuta se non arcigna sul pericolo dell’inflazione è spiegata anche dal ricordo degli effetti dell’iperinflazione degli anni tra il ’20 ed il ’30. Quell’inflazione favorì la radicalizzazione del quadro politico in Germania che concorse all’elezione del Cancelliere tedesco Adolf Hitler. L’iperinflazione, la più ingiusta di tutte le tasse, svuotava di senso la democrazia. Che senso ha la democrazia di Weimar nel momento in cui il pane costa un milione di marchi al mattino e verso le cinque di pomeriggio costa due milioni di marchi… Chi di voi ha letto quel bellissimo romanzo di Remarque, L’obelisco di marmo, ambientato nella Germania dell’iperinflazione credo trovi pagine terribilmente suadenti del significato politico dell’inflazione. Però adesso, il paradosso è che, spinti dalla legittima preoccupazione per cui se i fondamentali dell’economia saltano fanno saltare anche i fondamentali della politica, è come se fossimo tutti bloccati rispetto alla capacità di capire che in questo momento la minaccia che grava sull’Europa non è l’inflazione ma è la disoccupazione, è la non crescita. E quello che sta accadendo è lo svuotamento della democrazia. Come si fa ad essere sorpresi se dopo aver delegato e commissariato dall’estero la democrazia in un Paese, i cittadini di quel Paese o non vanno a votare o votano per formazioni che ritengono che la democrazia sia una farsa.
D’altra parte quando gli economisti ci avevano spiegato che il vantaggio per Paesi come la Grecia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo nello stare dentro una moneta come l’Euro, un po’ pesante per i loro fondamentali economici, era potersi indebitarsi ad un tasso basso che nessuno di loro avrebbe potuto spuntare sul mercato, cosa hanno fatto i greci, i portoghesi, gli spagnoli, gli italiani? Si sono indebitati. Hanno dato retta agli economisti per poi sentirsi dire che si sono indebitati, male e troppo.
E la questione, , al di là del nostro affetto per questo Paese così ricco di ricordi per la nostra comune radice antica, non è limitata alla Grecia ma il problema è che la radicalizzazione del quadro politico sta emergendo ovunque. Che non significa solo l’emergere di soggetti politici radicali ma significa spostamento di soggetti politici, non necessariamente radicali, su posizioni radicali per intercettare il malcontento dell’opiniuone pubblica. Persino in Francia, se guardate bene, quello che è successo è stato forse un tentativo di intercettare ed incanalare in forme istituzionali il malcontento rispetto all’Europa e all’idea che l’Europa è fatta in questo modo e basta.
Per ciò che attiene la vittoria di Hollande, al di là del fatto che Hollande abbia posizioni che a molti di noi possono non piacere. Ma come ben capite, in tempi di crisi economica gli elettori non votano su una agenda etica, ma votano su una agenda socio-economica, giusto o sbagliato è così ed è giusto saperlo. Hollande è in fondo l’ultimo tentativo per prendere in mano un distacco rispetto ai diktat, che è una parola grossa ma che uso per brevità, rispetto alle ingiunzioni europee, alle decisioni che sembrano vengano prese a Bruxelles ma che molti ritengono siano prese a Berlino, e vedere se è possibile cambiare questo stato di cose. Cambiarlo all’interno di un processo ancora guidato, in qualche modo. Ma questo succede perché il sistema elettorale francese è fatto in un certo modo. Questo succede perché ha tenuto, seppur scricchiolando, il patto repubblicano anti lepenista. Hollande ha un mese di tempo, da qui alle elezioni politiche, per cercare di convincere gli elettori francesi che lui è in grado di essere un tutore della sovranità francese. Ricordo a quelli di noi che sono disattenti sui fatti politici francesi, che l’elettorato francese fu il principale responsabile della bocciatura del trattato costituzionale europeo proprio perche la riteneva lesiva della sovranità nazionale, e contemporaneamente dovrà convincere la Sig.ra Merkel che o si dà una regolata e cerca di diventare un leader europeo oppure l’Europa non si lascerà portare dentro un’area di egemonia tedesca. Questo è il punto.
Io non credo che ci sia un disegno egemonico della Sig.ra Merkel di realizzare la grande Germania europea, ma figuriamoci! La Sig.ra Merkel, una signora della Pomerania figlia di un pastore protestante che solo il destino, la Provvideza e una dose di fortuna machiavellica ha portato dove è ora. Però credo che per tutti gli altri Paesi europei la prospettiva di stare in un’Europa a guida tedesca è una prospettiva, per ragioni storiche da un lato, e per il modo in cui questa egemonia è esercitata, quindi per ragioni che hanno a che fare gli equilibri socio-economici ed il futuro, insostenibile. Quel che occorre è la ridefinizione dell'asse franco-tedesco, di fatto congelato al 1989. In realtà, si tratta di ripensare che cosa Francia e Germania vogliono e possono essere anche nella relazione reciproca per l'Europa di oggi e domani e non per quella di ieri o di ieri l'altro. Se fallirà, il rischio che anche a Parigi il radicalismo guadagni consenso è tutt'altro che remoto.
Neppure l'Italia sfugge a una simile prospettiva. Anche se, occorre dirlo, nessun Paese presenta un quadro drammatico come la Grecia, perché in nessun altro Paese la sospensione della democrazia è stata così brutale. In queste elezioni, la presenza di un governo tecnico ha funzionato da frangiflutti. Per quanto stia crescendo il numero di cittadini poco convinti che l'esecutivo riuscirà ad andare oltre l'incremento della pressione fiscale, il fatto che il governo non sia espressione diretta di una coalizione partitica ha prodotto una sorta di diversivo rispetto a chi ne contesta legittimità o efficacia. Questi elettori hanno magari potuto votare "contro" questo o quel partito della maggioranza (si veda la debacle del Pdl).  Ma questo non si  è riflesso in maniera diretta in un giudizio sul governo. Non per caso, la ministra Cancellieri ha subito precisato che astensionismo e "disaffezione" erano indirizzati contro i partiti e non contro il governo (peraltro rintuzzata fermamente da Rosy Bindi, il cui partito ha tenuto). La verità è che più tempo passa senza che si vedano gli effetti del piano "cresci Italia!", più il governo rischia di venir associato al discredito di cui gode il sistema partitico.
Oltre che dall'emergere di soggetti politici "radicali", ciò su cui occorre fermare l'attenzione è la radicalizzazione delle posizioni di partiti inseriti nel sistema. Il caso esemplare è quello della Lega. La Lega di oggi, Maroni o non Maroni, ha infatti scelto con decisione la via della radicalizzazione, considerando che è difficile immaginare qualcosa di meno sovversivo dell'invito alla rivolta fiscale. Il marciume emerso dal circolo magico e dalla cerchia familiare di Bossi ha impedito che i leghisti mietessero voti al Nord. Ma il successo di Tosi a Verona - smarcatosi brillantemente dal gergo, dalle ritualità e dalla fedeltà trinariciuta all'ex leader carismatico, tipici della Lega - dovrebbe ammonirci sul fatto che lo spazio per soggetti politici antisistema non è certo interamente occupato dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Il movimento fondato dall'attore genovese è cosa ben diversa dai neonazisti greci ovviamente. Oltretutto, definire Beppe Grillo l'espressione dell'antipolitica appare magari rassicurante ma certo è poco utile. Più interessante è invece constatare che l'area per una contestazione frontale del sistema è a disposizione di diversi soggetti politici disposti sull'intero continuum destra/sinistra. Al di là di una Lega post-bossiana (e forse post-maroniana), più apertamente di destra di cui Tosi è espressione e del Movimento Cinque Stelle, anche partiti come l'Idv e Sel potrebbero essere tentati di intercettare un voto che esprime l'esigenza di un cambiamento radicale e che appare in crescita. D'altronde, dei partiti che sostengono il governo, solo il Pd ha tenuto, ma in un quadro in cui l'astensione è salita da un quarto a un terzo dell'elettorato in cinque anni. Al massimo nel giro di 13 mesi si andrà a votare per eleggere il Parlamento. È fin troppo facile prevedere che se non verranno attuate (non promesse o impostate) politiche efficaci per la riduzione della disoccupazione e la ripresa della crescita, anche in Italia la radicalizzazione del quadro politico figlia del "furioso rigore tedesco" si manifesterà senza più infingimenti. E allora potrebbe essere troppo tardi per correre ai ripari
Allora io non voglio dire che tutto quello che sta succedendo in Italia sia colpa dell’Europa. Però, attenzione, questa incapacità di prevedere la politica nel disegno europeo, questa incapacità di ricordare il ruolo che la politica ha avuto nella costruzione dell’Europa, questa incapacità di mettere la Costituzione al centro di un progetto politico (perché in sua assenza la costruzione europea, al livello di complessità cui siamo arrivati, non può stare in piedi) ha finito per dare alla politica una dimensione tecnica. E la tecnica è conservativa: l’idraulico non inventa un giunto cardanico, l’idraulico ripara i rubinetti perché applica conoscenze consolidate. Normalmente quando viene a casa l’idraulico non dice riparo il rubinetto ma se l’acqua esce calda o fredda, decido io e tu paghi. Normalmente non funziona così. Nel caso dell’idraulico nostra moglie lo manderebbe a casa. Nel caso del governo la cosa, per così dire, è un po’ più complicata.
Ma non abbiamo bisogno di tecnicalità. La tecnica può essere una pezza, ma se siamo in un momento di forte cambiamento, se stiamo attraversando una fase di forte discontinuità, se necessario, allora serve un rientro forte di politica e di politicità.
E credo serva non solo per salvare questo paese dall’illusione della tecnolatria, che tra l’altro è particolarmente perniciosa per i giovani, convinti che la politica possa essere data coincidere con la tecnica, che la sapienza politica possa coincidere con il sapere tecnico. La politica può dirti tecnicamente come si fa, ma la politica deve decidere chi paga il conto alla fine perché il punto è che i costi sono asimmetrici non ricadono automaticamente su tutti nella stessa misura. E la politica a questo è chiamata: dire apertamente assumendosene le responsabilità, chi paga, quanto e per che cosa. Credo che se non facciamo questo, se no  consentiamo il forte rientro della politica in Europa, se non ci battiamo perché questi temi siano ascoltati, e adesso è il momento, sarà la fine dell’Europa. E con la fine dell’Europa perderemo tutti qualche cosa, perché possiamo parlarne male, possiamo criticarla insieme all’Euro, ma al cospetto di tanta storia, sappiamo per certo che senza Europa sicuramente staremmo ancora peggio perché insieme all’Europa, quello che sta sparendo è la naturale identità di interessi all’interno dell’Occidente, tra Stati Uniti ed Europa.
Tra le due sponde dell’AtIantico i valori resteranno comuni, la cultura resterà in gran parte una, gli ideali resteranno gli stessi; ma gli interessi no. Quelli già ora sono spesso divergenti. E quando gli interessi iniziano un braccio di ferro con i valori, si sa già come andrà a finire, chi vincerà e chi perderà.

 

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Salvatore Rebecchini


Ringrazio il professor Parsi per queste considerazioni e sono particolarmente lieto per questo suo del tutto non coordinato richiamo al primato della politica. Il nostro piccolo Centro, nella sua titolazione, è di orientamento politico. E’ stato questo che tanti anni fa ci spinse ad unirci per qualche iniziativa culturale. Poi proprio l’idea di poter aiutare ad orientare la politica è una forma forse anche di carità cristiana che poteva trovare una concreta realizzazione nelle nostre attività. E quindi richiamando il Centro di Orientamento Politico do la parola ai nostri due soci fondatori, l’onorevole Pietro Giubilo prima e mons. Pozzo per un breve intervento e poi ci sarà una conclusione dei due oratori se vorranno riprendere o rispondere a qualche osservazione che è stata fatta l’un l’altro.

 

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Onorevole Pietro Giubilo


Grazie Salvatore, Anche io ringrazio i due oratori, le cui relazioni sono assai interessanti per il lavoro di proposta e di analisi che il Centro di Orientamento Politico svolge da anni.
Nel mio intervento cercherò di offrire elementi su  in alcuni spazi particolari  di queste importanti relazioni che hanno colto pienamente il quadro della tematica delle radici e delle prospettive dell’Europa.
Anche io sarei tentato di  svolgere qualche considerazione sulle recenti elezioni greche, ma anche  francesi ed italiane  che , pur  con esiti diversi, sono tutte   particolarmente significative,  per  l’influsso di difficoltà istituzionali  dovute all’attuazione della politica di rigore nella quale siamo complessivamente coinvolti in Europa. Tuttavia  vorrei partire con una citazione. Nel 1993 Guido Carli scriveva: “Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la costituzione monetaria della Repubblica federale di Germania, che proibisce al principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento, costringere tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici”. Quasi tutti  accentuarono  gli aspetti positivi di  quanto deciso, forse, però. minimizzando i necessari cambiamenti che ne sarebbero derivati. Con la nascita dell’Euro si apriva , come scrisse Giancarlo Galli nel 2001, “la grande scommessa”. Era questo  il senso dell’Accordo di Maastricht. Con un po’ di forzatura,  si porterebbe dire che le preoccupazione ed i dibattiti oggi in Europa sulle politiche monetarie e forse su alcune incoerenze delle politiche nazionali, nascono,  appunto,  da quanto deciso allora e così esattamente definito da Guido Carli.
Questa condizione sta lacerando l’Europa come dimostrato anche dalle recenti dimissioni  del Presidente dell’Eurogruppo Junker. Dobbiamo tuttavia dire che, in questi anni,  siamo stati in presenza dell’idea che dal progresso economico e monetario potesse ineluttabilmente derivare anche l’ unità politica dell’Europa. C’è stata una diffusa opinione   politica, ma altresì di carattere culturale , che giustificava e garantiva questa direzione. Se ne potrebbero rintracciare i connotati “ideologici” ed anche gli interessi che l’anno ispirata. Alcuni segnali in senso contrario e cioè che non si stesse andando verso  una vera unità politica non sono stati sufficientemente valutati: primo fra tutti il fallimento del  disegno  della Costituzione europea. Certo la Costituzione europea nasceva non propriamente come  patto tra i popoli e le istituzioni, ma andò assumendo un carattere  restrittivamente normativo e legislativo come  il professor Parsi ha indicato più in generale quale  tessuto delle istituzioni europee nel loro complesso .  La sua sostituzione con il Trattato di Lisbona fu un venir ancora meno di  quel disegno. Il professor Parsi nella sua relazione svolta  alla settimana sociale dei cattolici italiani, ha detto, e qui ha ripetuto in una forma molto ampia: “Siamo di fronte ad una perdurante unificazione del mondo quasi esclusivamente in termini economici… mentre siamo progressivamente regredendo in termini di coesione del sistema politico internazionale”.
La mia domanda: possiamo arrivare ad ammettere che proprio il disegno unitario condotto in Europa sul solo piano economico e monetario ha avuto un esito inibitorio a livello politico?
Ci sarebbe da aggiungere – lei ha fatto un riferimento alle politiche dello sviluppo – che questa logica monetaria ha fortemente ridotto  agli Stati quegli strumenti di intervento, alcuni certamente obsoleti,  per la ripresa economica. Aggiungo, si propone il tema delle solidarietà tra gli stati in contrapposizione alle sollecitazioni egoistiche  solo in parte suggerite dagli appuntamenti elettorali.. Ma tale solidarietà non può non avere  un fondamento metaeconomico e metapolitico. Alcune voci autorevoli  in passato avevano largamente anticipato questo tema importante.
Ne cito solo una, forse tra le più lontane nel tempo  e vado alla conclusione.
L’autorevole storico inglese – convertito al cattolicesimo -  Christopher Henry Dawson aveva scritto, addirittura,  negli anni ’30: “Il vero fondamento dell’unità europea si deve rinvenire non in accordi politici o economici, ma nella restaurazione della tradizione spirituale su cui quell’unità si basava originariamente”. Ce ne ha parlato diffusamente la relazione di S.E. Vittorelli.
Seconda domanda finale. Se il disegno unitario economico appare possibile solo se sorretto da un forte indirizzo politico e se questo non può che fondarsi su valori e radici storiche e culturali, quali percorsi sono oggi necessari per prendere nuovamente in considerazione il traguardo dell’unità politica da suggerire alle forze politiche come noi in qualche modo, con il nostro Centro di Orientamento cerchiamo di indicare?
Grazie.
 

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Salvatore Rebecchini


La parola a mons. Guido Pozzo.

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Mons. Guido Pozzo


Il moderatore mi scuserà. Anche se io sono stato tra coloro che hanno contribuito ad ispirare il Centro di Orientamento Politico, questo mio breve intervento non sarà politico, non sarà strettamente di carattere politico. Non entro naturalmente nei particolari né nelle argomentazioni che sono state così in modo meditato e prezioso illustrate dai nostri relatori, ma intendo semplicemente proporre alcuni interrogativi che credo meritino una speciale attenzione.
Sulle radici culturali dell’Europa credo che il discorso sia molto chiaro, come è stato ben esposto dall’Abate Vittorelli.
Quanto invece alle prospettive dell’Europa credo che il discorso si faccia più incerto se non addirittura oscuro in questo nostro momento storico. La diffusione del secolarismo, del relativismo, della dissoluzione della coscienza dei valori morali e della legge morale naturale credo che sia il nostro problema oggi e questo può condurre all’autodistruzione della coscienza europea. Così ci troviamo di fronte ad un interrogativo di fondo: nei mutamenti e negli sconvolgimenti attuali nel nostro tempo, c’è una identità dell’Europa che abbia un futuro? Una identità che, è chiaro, non può essere ridotta alla questione della moneta unica o di una politica unica finanziaria ed economica, anche se naturalmente non nego, come ricordava il professor Parsi, l’urgenza attuale del problema economico e finanziario che aggredisce i nostri paesi.
Allora vorrei brevemente indicare alcuni elementi di fondo, alcuni punti di orientamento che credo siano intangibili  e di valore essenziale per rispondere a questo interrogativo. Un primo elemento è il carattere inderogabile ed irrinunciabile dei diritti umani fondamentali e della dignità della persona umana. Questi diritti devono essere presentati come antecedenti ad ogni giurisdizione statale. Questi diritti umani sono da sempre da rispettare da parte del legislatore perché appartengono ad un ordine superiore. I credenti sanno che è Dio il fondamento di questi diritti ed è Dio che ha scritto nell’essenza della natura umana questi diritti fondamentali perché la natura umana è creata ad immagine di Dio. Ma anche i non credenti sanno e dovrebbero riconoscere che tali valori sono assolutamente non manipolabili perché sono la garanzia della stessa libertà  e della stessa dignità della persona umana. Ora oggi è facile riconoscere questi diritti, questi valori fondamentali quando si tratta, per esempio, di condannare ogni forma di razzismo, oppure condannare ogni forma di totalitarismo. Ma oggi questi valori sono minacciati da altri pericoli. Pensiamo alla minaccia della clonazione umana, alle manipolazioni genetiche, ai traffici degli organi a scopo dei trapianti, al diritto alla vita fin dal suo inizio del concepimento e fino al termine naturale. Diritto che è minacciato dalle leggi dell’aborto e dell’eutanasia che si stanno diffondendo sempre di più. Sempre vengono addotte delle finalità buone per giustificare ciò che non è giustificabile.
Un secondo elemento in cui appare una minaccia per l’identità europea nel futuro è la concezione del matrimonio e della famiglia. L’Europa non sarebbe più Europa, ma più universalmente, una civiltà stessa, non sarebbe più degna di questo nome se la cellula fondamentale della società che è la famiglia scomparisse. Famiglia nata dal matrimonio monogamico tra uomo e donna. E tutti sappiamo che proprio il matrimonio e la famiglia oggi sono minacciati da uno svuotamento radicale e non solo a causa di forme sempre più facili di divorzio ma da un nuovo comportamento che si va diffondendo: la convivenza tra uomo e donna senza la forma giuridica del matrimonio o addirittura la richiesta di vita in comune di persone omosessuali che paradossalmente chiedono una forma giuridica di riconoscimento che sia più o meno equiparata al matrimonio. Con queste tendenze si esce fuori non solo dalla storia del Cristianesimo, ma dalla storia morale dell’umanità intera.
E qui non si tratta di discriminazione come qualcuno vorrebbe far credere, ma della questione semplicemente di ciò che è la persona umana intesa come uomo e donna. Se si riconosce una forma giuridica alle persone omosessuali, siamo davanti ad una dissoluzione dell’immagine dell’uomo le cui conseguenze possono essere solo che estremamente gravi.
L’ultimo elemento su cui vorrei far riflettere è la questione religiosa. In tutte le culture, in tutte le grandi tradizioni dell’umanità, vi è un aspetto fondamentale che è il rispetto per il sacro e per Dio stesso. Laddove questo rispetto viene infranto, in una società va perduto qualcosa di essenziale. Oggi, si condanna giustamente chi offende la religione ebraica, chi offende la convinzione religiosa dell’Islam o di qualunque altra minoranza religiosa, ma si rivendicano non solo la libertà di opinione, ma la libertà di cancellare e di rimuovere Gesù Cristo, la sua Chiesa, tutto ciò che è sacro e moralmente vincolante dal punto di vista dell’ordine morale oggettivo e non solo da un punto di vista della morale confessionale.
E’ chiaro che noi cattolici non possiamo e non potremo mai accettare questa idea di libertà o questa idea di laicità dello stato che ben sappiamo non è la sana laicità ma è il laicismo ideologico e anticristiano che ben abbiamo conosciuto sin dai tempi della Rivoluzione francese e poi durante tutto il secolo dell’Ottocento della prima metà del Novecento e che oggi si ripresenta di nuovo, in nuove forme  e nuove modalità, talune anche aggressive.
C’è un odio dell’Occidente europeo verso se stesso, come ha richiamato spesso Papa Benedetto nei suoi scritti, nei suoi interventi fin da quando era cardinale.
L’Occidente non ama più se stesso e vede solo ciò che è deprecabile e distruttivo nella sua storia e non ciò che è grande, ciò che è puro, ciò che è santo e che appartiene al patrimonio perenne della civiltà cristiana. La stessa multiculturalità che viene spesso oggi invocata e incoraggiata non può sussistere in realtà, senza dei punti di riferimento a partire dai valori propri delle nostre radici culturali e religiose e che devono rimanere la base di costruzione dell’Europa futura. Quindi la promozione dell’identità cristiana dell’Europa e dell’ordine morale universale, razionale e oggettivo è la condizione per un servizio a cui tutti hanno diritto. La domanda allora è: è possibile, è auspicabile collaborare alla prospettiva di una Unione Europea con vincoli politici e giuridici per tutte le nazioni, i popoli e le persone e i cittadini che ne faranno parte, se questi valori e questi principi fondanti non fossero garantiti?
La domanda è: su quali fondamenta si vuole costruire l’unità dell’Europa in futuro? Senza una risposta chiara a questa domanda ogni discorso sulle prospettive dell’Europa rimane oscuro e destinato a grosse delusione. Come andranno le cose nessuno di noi, credo, lo possa sapere. Sappiamo però che i pericoli sono grandi e assai inquietanti. Un’altra cosa però è certa ed impellente: la Chiesa cattolica non può rinunciare a contribuire in modo militante e non semplicemente come mera testimonianza, a che l’Europa riacquisti il meglio della sua eredità e affondi le sue radici nella tradizione cristiana e si metta così a servizio del mondo intero.
Questa è, credo, l’impresa religiosa e culturale che ci attende oggi e nei giorni futuri.
Grazie per l’attenzione.

 

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Salvatore Rebecchini


Chiedo ai nostri due oratori una breve sintesi o conclusione o considerazione conclusiva. Comincerei con il professor Parsi e poi a don Pietro Vittorelli il compito di finire.

 

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Prof. Vittorio Emanuele Parsi


Non dico che risponderò alla domanda che ha formulato il professor Giubilo perché sarebbe impossibile in pochi secondi. Però credo che la sua domanda sollevi un problema che è il problema di fronte al quale siamo come europei e come occidentali innanzitutto.
Che cosa è il rapporto tra democrazia e mercato, tra economia e politica, tra economia nella forma di mercato e politica nella forma di democrazia? Lo diceva già Tocqueville che non era neanche un liberale, alla fine tutto sommato era un conservatore illuminato, che il problema della democrazia è evitare che giuste concentrazioni di ricchezza si trasformino in ingiuste concentrazioni di potere. E quindi in ingiuste diseguaglianze. La domanda che lei fa quando è se l’aver fatto prima un passo economico e finanziario renda oggi più difficile fare il passo di unificazione politica. Secondo me sì. Perché unificazione politica solleverebbe la questione delle eguaglianze. Uguaglianza che è basata su un’idea di unità nazionale in qualche modo. La gravità di non riuscire a costruire una nazione europea, è una gravità anche da smemorati perché quello che ha tenuto insieme gli europei nel corso del sanguinoso ‘900 è stata la nazione non la democrazia purtroppo. In quasi tutta Europa hanno tenuto le nazioni, spesso finendo con figure di governo autoritarie, non hanno tenuto le istituzioni democratiche liberali. Le istituzioni liberali di fronte all’impatto delle masse sono saltate a gambe all’aria quasi dappertutto in Europa. Ecco perché sarebbe così grave dimenticarsi la nostra storia e credo che il tema delle eguaglianze sia il tema del futuro.
Noi spesso accusiamo gli Stati Uniti, giustamente, di essere un paese in cui il capitalismo ha assunto forme molto sfrenate, in cui la democrazia sembra essere a volte confiscata dai grandi ticons. Però se c’è una cosa che gli Stati uniti hanno fatto e hanno lasciato a noi europei, è stata trasformare l’eguaglianza da un concetto adatto ai salotti dei filosofi a un concetto di lotta e di implementazione politica. Quando noi ricordiamo l’origine degli Stati Uniti, ricordiamo la dichiarazione d’Indipendenza, dovremmo prestare più seriamente attenzione alla prima riga che dice “noi crediamo che tutti gli uomini siano stati creati eguali e dotati degli stessi diritti”. E siccome sono stati creati eguali sono liberi, siccome sono uguali sono liberi. Questa è stata la grande radice, nella mia testa, delle libertà europee. Certo che questa cosa non poteva essere costruita senza una fede in un Dio comune con tutto quello che volete voi, ma questo rappresenta la discontinuità rispetto alla tradizione che resta, ma viene recuperata e trasformata. Segna cioè una discontinuità.
L’Occidente moderno – che poi diventerà l’occidente politico dopo la seconda guerra mondiale con un senso di unità – nasce lì. E noi è questo che stiamo perdendo. E siccome il nostro posto come occidentali e come europei nel mondo andrà declinando per migliaia di fattori che voi conoscete molto meglio di me, è questo il momento di fare questa battaglia, per noi stessi e per quelli che verranno dopo di noi. Perché se non lo facciamo noi, l’adattamento tra economia capitalista e forma politica non sarà quello democratico ma sarà anche quello che altre civiltà più vigorose in questo momento, più numerose, più pesanti demograficamente, imporranno e stanno già imponendo. Se non facciamo adesso questa battaglia finché siamo ancora in grado di imporre pacificamente questo particolare connubio, perderemo. E lo dobbiamo fare prima di tutto qui dentro, in Europa, in Italia, in Occidente perché dobbiamo dimostrare agli altri che noi crediamo fortemente in queste cose e quindi le proponiamo agli altri. Non che le proponiamo agli altri per fare un po’ di antidumping nei confronti dei concorrenti economici.
      

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Dr. Salvatore Rebecchini


La bella citazione della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti appena ricordato dal professor Parsi introduce molto ben l’intervento conclusivo dell’Abate. Infatti il testo della Dichiarazione di Indipendenza continua dicendo che gli uomini sono stati, appunto, creati uguali e liberi e sono stati dotati dal loro creatore di diritti inalienabili. Quindi fonda i diritti inalienabili dell’essere umano sul gesto creatore di  Dio e così facendo li fa precedere e li rende indipendenti dal riconoscimento che ne possa fare un qualunque potere politico. Per questo mi sembra molto opportuno che sia l’Abate, che ha rappresentato un po’ la dimensione spirituale o comunque culturale cristiana di questo nostro dibattito, che concluda. Grazie.

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Don Pietro Vittorelli


Ieri ho incontrato un docente di diritto costituzionale. Raccontandomi la sua esperienza mi diceva che nei corsi che sta tenendo in questo anno accademico, per la prima volta alcuni suoi alunni sollevavano la domanda se c’era davvero da credere che la democrazia fosse il modo più compiuto per governare un Paese. Una domanda che fatta solo dieci anni fa avrebbe fatto inorridire non solo il docente di diritto costituzionale ma anche la platea degli studenti, che invece è rimasta immobile in attesa della risposta. Dico questo perché ci dà la misura ed il senso di quanto tutti siamo nel guado: abbiamo la percezione che alle nostre spalle qualcosa è morto o sta morendo, qualcosa di nuovo deve nascere ma ancora non sappiamo cosa nascerà. Quando si è nel guado, però, l’esperienza ci insegna che non si può rimanere fermi, bisogna andare avanti e bisogna avere la possibilità di capire, di comprendere. E come si può capire e comprendere? Per questo io insistevo e insisto sul dialogo, l’incontro ed il confronto perché anche un incontro come questo può aiutarci a chiarire le idee vicendevolmente. Le cose che ha detto molto opportunamente Mons. Pozzo, mettono il dito su alcuni punti significativi perché l’Europa futura, la nuova Europa con la quale dobbiamo confrontarci, lo diciamo da cristiani, deve poter avere la possibilità almeno di argomentare e discutere su valori che noi diciamo non negoziabili. Ma perché questo sia possibile, io devo avere un interlocutore che normalmente comprenda almeno le ragioni che io sto esponendo mentre noi sappiamo che c’è un’incidenza di alfabetizzazione europea che è sempre più bassa con un tasso di ignoranza che cresce nelle giovani generazioni, con un abbandono scolastico che è spaventoso e che mi fa pensare che se non ricominciamo da questo impegno educativo che riguarda tutti noi genitori, istituzioni scolastiche, chiese, centri di ricerca universitaria, confrontandoci davvero, sarà sempre più difficile comprenderci. Due anni fa a Montecassino ho promosso un convegno che portava il titolo abbastanza bizzarro “la differenza tra la net generation e la neet generation”. La net generation è quella generazione che maneggia con grande facilità tutti i social network e che comunque naviga in Internet e poi c’è una neet generation ( not in education, employment, or training) che non ha nessuna familiarità e  neanche la possibilità di accedere ai social network e soprattutto si ferma più o meno a livello di prima, seconda e terza media e non consegue nessun tipo di titolo. Abbiamo sentito in questi giorni che molti giovani hanno anche smesso di cercare il lavoro. La sfida secondo me è certamente spirituale ma è soprattutto una sfida culturale. In antico, i due mondi che si contrastavano erano il mondo dell’Impero romano ed il mondo germanico trovarono nella fede un elemento di comunione. Oggi questa fede che già ci ha uniti in qualche modo ci rende ancora capaci di ragionare sugli stessi tavoli con argomenti così importanti e ponderosi come quelli non negoziabili per i cristiani, potendo comprendere le ragioni l’uno dell’altro.
Io non ho soluzioni evidentemente, però credo molto nella possibilità di un confronto e di un dialogo che deve continuare. Con un amico che siede oggi in sala, spesso ci troviamo per ragionare sui problemi della nostra società  trovandoci talvolta di fronte a situazioni che ci deprimono perché dopo aver discusso,  dopo aver  fatto delle splendide analisi storiche, contemporanee e moderne ci ritroviamo senza  la soluzione. Ecco allora in questi casi, quando si è nel guado – come dice questo amico – bisogna tenersi per mano e non lasciarsi.
Questa è l’immagine che mi sento di consegnarvi stasera che è un’immagine non solo di speranza e neanche troppo irenica: con le mani  facciamo tante cose, non tutte buone. Quando servono per tenere un fratello comunque assolvono a un compito che parla di grazia e di salvezza.  E’ un’immagine efficace, a mio avviso,  che mentre rappresenta la debolezza e la paura della crisi che viviamo tutti e che non possiamo negare, al contempo lascia spazio alla forza di Dio.


 

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Dr. Salvatore Rebecchini


Grazie a tutti i presenti ed ai nostri oratori. Un ringraziamento particolare alla società Simest che ci sostiene sempre nelle nostre iniziative qui rappresentata dall’Amministratore delegato, Ing. Massimo D’Aiuto, e un ringraziamento particolarissimo a Gaetano Rebecchini che è sempre l’animatore di queste iniziative. Grazie

 

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