Multiculturalità e identità cristiana
mercoledì 27 febbraio 2002
Rassegna Stampa
 
Intervento di apertura: Ing. Gaetano Rebecchini

Relatori: D.ssa Franca Coen Eckert,  Dr. Antonio Socci,  Dr. Ettore Gotti Tedeschi,  Ing. Gaetano Rebecchini,  Mons. Rino Fisichella,  P.pe Sforza Ruspoli,  Prof. Antonio Saccà,  Prof. Gianfranco Legitimo,  Prof. Rino Cammilleri,  Prof. Rocco Buttiglione,  Prof. Vittorio Mathieu, 

Moderatore: Prof. Gianfranco Legitimo

Ing. Gaetano Rebecchini


Eminenza, Autorità, Signore e Signori, vi ringrazio per aver accolto l’invito del “Centro di Orientamento Politico” a partecipare a  questo Convegno sul tema “Multiculturalità e Identità Cristiana”.Un particolare ringraziamento rivolgo ai relatori, dei quali consentitemi poche parole di presentazione:

-         S.E. Mons. Rino Fisichella, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma, è    Professore   Ordinario    di  Teologia  all’Università    Gregoriana, Consultore   della   Congregazione   per   la  Dottrina   della   Fede, ed anche Cappellano   della   Camera  dei  Deputati, come sanno i  Parlamentari qui presenti. E' autore di numerosi libri ed articoli. Ed è stato di recente nominato dal Santo Padre  Rettore Magnifico  della Pontificia Università Lateranense.

-         Il dott. Antonio Socci, giornalista e noto editorialista de’ Il Giornale e de Il Foglio, è autore di numerose pubblicazioni, in particolare riguardanti la  storia della Chiesa. Di lui mi piace , in questa sede, dare in anteprima  notizia di un'importante lavoro, ormai  in corso di stampa, che tratta delle recenti persecuzioni subite dai cristiani nelle più diverse  parti del mondo.

 Dopo le relazioni i presenti potranno intervenire per rivolgere domande o svolgere brevi commenti, cui faranno  seguito le repliche dei due relatori.

Coordinerà e concluderà i lavori il prof. Gianfranco Legitimo, co-fondatore e membro del Consiglio Direttivo del Centro.

Avrete probabilmente notato che l’invito, prima dell’indicazione del tema oggetto del nostro convegno, riporta la dicitura “Riflessioni nell’era globale". E questo perché anche l’incontro odierno fa parte della serie iniziata circa due anni fa nelle sale di questo splendido Palazzo Colonna, dedicata ad argomenti attinenti o comunque legati al processo di globalizzazione.

Nel nostro primo incontro, al quale numerosi dei presenti hanno partecipato, avevamo affermato che il fenomeno della globalizzazione avrebbe caratterizzato la storia del nuovo millennio, e di conseguenza influenzato tutto il dibattito culturale, cosa che anche gli avvenimenti di questo inizio secolo hanno confermato.

Stiamo vivendo una fase di cambiamenti epocali.

Il mondo sembra farsi ogni giorno più piccolo e sempre più

ravvicinati e frequenti diventano i rapporti tra i popoli e le diverse culture. E' quindi,  a nostro avviso, necessario sia  mettere bene a fuoco i problemi legati alla "multiculturalità", con i quali avremo sempre più occasione di confrontarci, sia sviluppare e diffondere una più approfondita coscienza dell’identità cristiana, non solo per esserne giustamente orgogliosi ma anche per evitare i possibili  effetti negativi del pluralismo culturale.

Questa duplice esigenza è particolarmente importante oggi in Europa, dove, di fronte alle sfide poste dalla globalità, ci si interroga sulla maniera più opportuna per rafforzare l’integrazione politica del Continente.  Proprio domani, come sapete, avranno inizio i lavori della "Convenzione"  - e   sono lieto di salutare qui l’on. Fini, che vi parteciperà come rappresentante del Governo Italiano - "Convenzione" che dovrà elaborare la proposta di "Costituzione", o meglio diciamo della  Carta Fondante dell’Europa Unita. Ed è logico che in quella sede emergerà inevitabilmente il problema dell'identità dei popoli europei e dei valori condivisi  su cui deve essere costruita la Comune Casa Europea .

Alla vigilia di un evento tanto atteso ed importante il tema di oggi, “Multiculturalità e Identità Cristiana”, assume un carattere di particolare attualità e rilevanza. La specifica competenza dei relatori indurrà certamente ad utili riflessioni. Finalità perseguita dalla nostra Associazione, che non a caso si è data la denominazione di Centro di Orientamento Politico.

Prima di cedere la parola al prof. Gianfranco Legitimo, con piacere informo che sono giunte al Centro numerose testimonianze di compiacimento ed auguri per i lavori di questo Convegno, in particolare, segnalo quelle di S.Em.za il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità; del Vicario di Roma, S.Em.za il Cardinale Camillo Ruini; di S. Em.za il Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e del Sindaco di Roma, On. Walter Veltroni.

Nel chiudere desidero rinnovare il nostro grazie a S.Em.za il Cardinale Giovanni Battista Re per aver accolto l’invito, onorandoci della sua presenza.

 

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Mi unisco ai saluti dell’ing. Rebecchini e ringrazio per la sua presenza il Ministro Buttiglione, al quale do immediatamente la parola, dovendosi egli allontanare, chiamato altrove da improrogabili impegni istituzionali.

 

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Prof. Rocco Buttiglione


L’ing. Gaetano Rebecchini si sta qualificando come grande organizzatore culturale, figura di cui vi è grande bisogno nella città di Roma e nel contesto della cultura italiana, ricca di un patrimonio di idee che però talvolta stentano a diventare popolari, forse per la difficoltà a reperire sufficienti strumenti di comunicazione. L’ing. Rebecchini ha creduto nell’importanza della elaborazione culturale ad alto livello e nella sua diffusione, al fine di aiutare nella crescita una classe dirigente di cui il Paese ha bisogno. Glie ne siamo grati.

Quello dell’identità cristiana e della multiculturalità è un tema più che mai attuale in un momento in cui ci si accinge a scrivere la Carta fondamentale, ovvero la Costituzione Europea, definitoria dell’identità dell’Europa. Marx era convinto che i modi di produzione, l’economia facessero la storia; Arnold Toynbee era convinto che fosse l’autocoscienza, il modo in cui le persone, gli individui, i popoli concepiscono se stessi a fare la storia, perché dal modo con cui noi concepiamo noi stessi dipende quello che faremo, che considereremo risorsa, ed anche il modo in cui riusciremo a legarci con gli altri per lavorare insieme. È ormai evidente la vittoria, nella cultura contemporanea, di Toynbee su Marx.

Del pensiero di Samuel Huntington io ben poco condivido, tranne la tesi metodologica fondamentale: la cultura è la base dell’esistenza delle comunità umane e dentro il primato della cultura è di fondamentale importanza il fattore religioso, che costruisce l’identità individuale e sociale. È importante richiamare questo concetto, perché in Europa si riscontra a volte la tendenza a pensare che chi viene da fuori ha il diritto di portare con sé la propria cultura - diritto che certo non intendiamo contestare, e del quale siamo anzi decisi sostenitori – ma che invece chi è nato in Europa il diritto alla propria cultura non l’abbia.

In Germania Fredric Mertz ha introdotto nel dibattito politico l’idea di cultura guida, legata in modo particolare con la storia di un popolo e di un territorio, in modo che quel territorio corrisponde a quella cultura e quella cultura corrisponde a quel territorio. Si pensi alla città di Roma: dovunque si trovano i segni di una specifica cultura, quella del popolo romano, che è poi la cultura dell’Europa, segnata nella sua essenza dalla religione cristiana, ma anche dall’ebraismo, dalla grande eredità laica della filosofia greco-latina. Socrate è stato un grande europeo, certamente, ma non si può comprendere questa identità mettendo da parte quell’avvenimento cristiano che è stato l’enzima intorno al quale si sono organizzati tutti gli altri elementi costitutivi della nostra cultura. Credo sia importante affermare nella Carta costituzionale questo tema identitario: abbiamo diritto anche noi alla nostra cultura.

Preoccupa pure che l’idea di non discriminazione possa finire con l’essere applicata a senso unico. Non vedo, infatti, nella politica europea grande attenzione alla persecuzione dei cristiani nel mondo, né impegno per l’affermazione della libertà di religione come valore universale. Il Governo Berlusconi, di cui ho l’onore di far parte, è convinto che la libertà religiosa è un diritto umano che non si può negare nemmeno per rappresaglia, e fra breve la Repubblica avrà una nuova legge sui culti, che mostrerà con evidenza come si persegua questo obiettivo. Tuttavia, nell’apertura di rapporti commerciali, nella costruzione di relazioni culturali, non possiamo non ripetere che il rispetto dei diritti umani è un elemento fondamentale della nostra concezione dei rapporti internazionali, ed invitare i Paesi con cui abbiamo rapporti a compiere passi avanti verso la garanzia del diritto alla libertà religiosa, fonte di tutti gli altri diritti umani. Ritengo debba esservi in questo senso maggiore impegno anche da parte dell’Unione Europea, e che si debba vincere un certo qual timore a chiedere con forza il rispetto dei diritti nei Paesi con i quali intratteniamo rapporti di vario tipo.

Vorrei ricordare due pionieri degli studi sull’estremamente vasto e complesso tema della multiculturalità:  il Cardinale Jean Danielou, oggi ingiustamente un po’ dimenticato, cui si deve il bellissimo Saggio sul mistero della storia; ed il cardinale Henry De Dubac, che ha scritto il  Saggio sul mistero della salvezza delle Nazioni. Tanti anni fa essi ci hanno detto qualcosa di straordinariamente moderno: le culture non sono realtà chiuse in se stesse, ferme, monolitiche; le culture sono attraversate da contraddizioni, sono il luogo di un dibattito sulla verità dell’uomo. Pertanto, noi non possiamo pensare ad un multiculturalismo statico, bensì ad un multiculturalismo in cui ogni cultura è capace di recepire indicazioni che arrivano da altre culture; ogni cultura cresce nel dialogo con altre culture e questo è, fra l’altro, il fondamento dell’idea missionaria del cattolicesimo, che non implica l’abbandono di una cultura, ma la convinzione che in ogni cultura vi sono elementi che portano verso il riconoscimento di quell’ultima e definitiva verità sull’uomo e su Dio che, come afferma Giovanni Paolo II nelle sue Encicliche, e in modo particolare nella Redemptoris, è contenuta nell’avvenimento cristiano.

Vi è possibilità di dialogare con le culture, e che in particolare vi sia con l’Islam dobbiamo esserne convinti. Alcuni pensano che l’Islam sia per propria essenza una cultura chiusa, con cui non si può dialogare; altri pensano che sia una cultura aperta, che contiene tutti i valori che noi possiamo desiderare, ed anche qualcuno in più. È forse vero che l’Islam vive un momento di grande tensione al suo interno, e noi dobbiamo entrare in questa tensione con una proposta di dialogo rispettosa e forte, interreligiosa, culturale ma anche politica.

Il Piano Marshall per il Mediterraneo, proposto insistentemente da Silvio Berlusconi nel G8 e poi nel Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, è una grande proposta di dialogo fra culture, che tocca il modo in cui si concepiscono gli archetipi che guidano la vita: la possibilità di aprire, attraverso il canale pacifico del commercio, della cooperazione economica e culturale, anche il dialogo della pace, il riconoscimento reciproco, la possibilità di favorire nella cultura islamica, come nella nostra cultura, la capacità di riconoscere l’altro e rispettosamente di proporgli i nostri valori, la nostra concezione della vita, non rifiutando di imparare da lui.

Gli Stati Uniti hanno recentemente stanziato 48 miliardi di dollari per nuovi armamenti, la seconda tappa della guerra contro il terrorismo; non dico che l’Europa dovrebbe stanziare 48 miliardi di dollari per il Piano Berlusconi per la pace in Mediterraneo e in Medio Oriente - non saremmo forse in grado di mobilitare tante risorse - ma uno sforzo in questa direzione sarebbe un fattore potente di pace nel mondo, di dialogo fra le culture, di iniziativa comune per riscoprire una verità più profonda intorno all’uomo e intorno a Dio, perché quello che l’uomo pensa di sé dipende in larga misura da ciò che l’uomo pensa di Dio.

Di questo dialogo mi piace indicare come precursore Giovanni Paolo II. Nel discorso che egli ha tenuto in occasione del suo viaggio in Marocco, che ha lascito un’eco profonda nella cultura islamica contemporanea, dialogo culturale, economico, politico sono parti di una medesima preoccupazione per la verità dell’uomo, per la pace, per la possibilità di scoprire, nel dialogo gli uni con gli altri, più profondamente la nostra dignità umana.

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Come sempre lucidissime le riflessioni del Ministro Buttiglione, che ha richiamato il tema della globalizzazione, al quale non ci si può non riferire se si vogliono approfondire le questioni legate al rapporto controverso e contrastante tra multiculturalità e identità.

Vi è più di una chiave di lettura del fenomeno globalizzazione, ma è comune la convinzione che sia irreversibile, perché legato alla spinta incessante della tecnologia, ed ambiguo, perché può essere sia positivo che negativo. È positiva la globalizzazione in quanto allargamento di mercati, intensificazione di traffici, incremento della produzione; è negativa in quanto possibile esposizione di popoli deboli a operazioni di tipo neocolonialistico in senso economico da parte di gruppi o di Nazioni in grado di imporre, oltre ai loro prodotti, anche un certo modo di pensare, gusti, costumi, e quindi un’omologazione del pensiero e della vita civile. Per non dire, poi, degli spazi che la globalizzazione può aprire ad attività speculative di identità finanziarie anonime e apolidi, sempre a danno delle economie meno in grado di difendersi.

Tutto questo ha a che fare con il nostro tema, che non è solo di ordine filosofico o sociologico, ma ha stretta attinenza con la realtà concreta della vita contemporanea, con gli aspetti economici della vita contemporanea da cui nascono tanti problemi e si determinano tante sofferenze e insofferenze generatrici di quelle inquietudini a cui possiamo fare riferimento trattando il nostro tema. Il richiamo al concetto di problematica planetaria è pertinente perché dobbiamo tenere presente – è cosa nota, ma forse non sempre ne traiamo le debite conseguenze – che un terzo degli abitanti della terra detiene due terzi delle risorse. Questo è il nocciolo del problema ed il motivo per cui il mondo occidentale, l’Europa è meta di un flusso di immigrazione che è difficile pensare di arginare con semplici provvedimenti di autodifesa immediata, di ordine pubblico, di polizia, quando invece occorrono interventi a valle, accompagnati e seguiti da altri di diverso tipo e respiro.

Finora la globalizzazione ha favorito, accresciuto o contribuito a diminuire questo fenomeno? Credo si possa rispondere che quantomeno non ha influito nel senso di contenerlo. La globalizzazione opportunamente utilizzata può favorirne il contenimento? Quel che è certo, in ogni caso, è che non si può prescindere da un dato fondamentale: il diverso tasso di fecondità, altissimo nei Paesi di emigrazione, è invece bassissimo, se non negativo, in quelli di immigrazione. In questo senso l’Italia detiene un triste primato, e recentemente Le Monde ha pubblicato sul tema un articolo ben documentato, in cui per l’Italia si parlava addirittura di rischio di suicidio demografico, prevedendo per noi la riduzione di un terzo della popolazione nel 2050. Pur se la situazione in Italia è particolarmente preoccupante, non si può certo dire che gli altri Paesi occidentali stiano tanto meglio di noi.

Ci si deve dunque domandare a quale soluzione si debba tendere in una prospettiva di lungo periodo. E qui si pone la questione dell’identità. Quando diciamo di dover difendere l’identità dei Paesi meta di emigrazione, ci si riferisce agli aspetti culturali, ideali, morali, ai valori storici, alla continuità di una civiltà e di una cultura come parte attiva; occorre però tenere conto anche del significato, della portata, del carattere di chi arriva da noi, che pur nella diversità si caratterizza per un elemento comune: è portatore di un unico tipo di cultura, quella islamica. Parlo di cultura più che di religione, perché nella visione islamica gli aspetti religioso e civile sono strettamente interconnessi, manca la visione di due sfere, la religiosa e la civile, distinte ed autonome.

Si verifica dunque la convergenza estremamente rischiosa di una grande espansività demografica e di una grande espansività culturale, alla quale l’Occidente si limita ad opporre quel relativismo di cui si è imbevuto negli ultimi decenni. Al Forum della Fondazione De Gasperi il Santo Padre ha denunciato la secolarizzazione che sta alla base “del laicismo e del secolarismo agnostico e ateo”, di cui l’Europa è portatrice.

È dunque chiaro che l’Occidente, l’Europa, l’Italia debbono tornare ad attingere alle proprie radici cristiane. Su tale necessità si è ripetutamente soffermato il Vicepresidente del Consiglio, il quale, richiamando un concetto di Schuman, dell’Europa delle cattedrali, ha sottolineato l’esigenza di attingere alle nostre radici cristiane, che possiamo anche definire radici europee, cioè le radici della civiltà tout-court di cui siamo tutti portatori. E questo non solo per rigenerare all’interno dei Paesi occidentali, europei, anticorpi capaci di rappresentare una pur indispensabile difesa per evitare di diventare oggetti passivi di conquista culturale prima ancora che materiale, fisica, del territorio, ma anche per ritrovare quei motivi di apertura al futuro da cui dipende un atteggiamento non egoistico nei confronti della procreazione. Infatti, come si può pensare di rovesciare la tendenza alla depressione demografica se non rinasce un certo spirito, un diverso atteggiamento nei confronti della vita e del suo significato?

Occorre ricercare le nostre radici per ritrovare in esse la motivazione per intraprendere un’azione di recupero della capacità di costruzione di condizioni di pace e di convivenza più equa nel mondo. Da parte sua, il Papa ha affermato che “attingendo all’eredità cristiana si attingerà all’eredità dei grandi valori umani della dignità e della inviolabilità della persona, della libertà della scienza, della dignità del lavoro e del lavoratore, del diritto di ciascuno a una vita dignitosa e sicura, e quindi alla partecipazione ai beni della terra, destinati da Dio al godimento di tutti gli uomini”.

Non si tratta, dunque, solo di attingere alle radici cristiane per difendersi, per ritrovare un motivo positivo e costruttivo nei confronti della vita e rovesciare nel tempo la tendenza al suicidio demografico - per usare l’espressione di Le Monde - ma anche di assumere un atteggiamento di apertura, di condivisione costruttiva dei beni, delle risorse di cui il progredito mondo occidentale gode. Ciò non può essere riduttivamente e persino assurdamente inteso come apertura indiscriminata dei confini, anche perché vi sarebbero problemi di contenimento, pur se spesso tale interpretazione viene presentata come la più lungimirante e generosa. Essa, invece, è del tutto assurda se viene posta come meta di un cammino, mentre equa e razionale è la condivisione intesa come impegno a costruire un circuito vitale unitario nel mondo, fra i popoli, da parte dell’Europa, che proprio in virtù della sua ispirazione cristiana dovrebbe sentirsi chiamata a promuovere lo sviluppo in quei Paesi e per quei popoli che ne hanno bisogno.

È utopistico tutto questo? Una risposta noi dobbiamo cercare di darla.

 

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Mons. Rino Fisichella


Due studiosi americani, Clyde Kluckohn e Krober, nel 1952 hanno scritto un testo che di recente ho voluto rivedere per prepararmi a questo incontro. Si parla di cultura dandone più di cinquanta differenti definizioni. Si comprende l’imbarazzo dovendo trattare il tema della multiculturalità e dell’identità cristiana.

Per quanto mi riguarda, le riflessioni che svolgerò avranno un taglio prevalentemente teologico, ma non posso venir meno al compito di condividere con voi la conclusione a cui i due autori già nel 1952 giungevano: “Anche nei circoli intellettuali o para-intellettuali raramente si conosce la distinzione esistente tra il concetto generale di cultura e quello che si intende parlando di singola cultura”. Non è cosa da poco per chi è arrivato ad analizzare cinquanta differenti concetti di cultura in prospettiva antropologica, sociologica, psicologica, filosofica e via dicendo.

Quando parliamo di multiculturalità, a che cosa facciamo riferimento? Dalla mia prospettiva, è logico che il pensiero vada alle espressioni emerse nel Concilio Vaticano II, che su questo punto si è fatto forte dello spessore culturale dato da un filosofo quale Jacques Maritain. Nei documenti del Concilio, in particolare nel n. 53 di Gaudium et Spes la costituzione che tratta dei rapporti tra la Chiesa e il mondo contemporaneo - i Padri conciliari hanno ripreso il concetto di cultura formulato nei precedenti decenni da Jacques Maritain, il quale sosteneva che cultura o civiltà è l’espansione della vita propriamente umana. Ossia, dove c’è vita umana c’è cultura, si crea cultura. Per i Padri del Concilio c’è cultura dove vi sono gli strumenti, i mezzi che aiutano l’uomo ad esplicitare le proprie doti di anima e di corpo, e a rendere sempre più umana la vita sociale, delle istituzioni, dei costumi; là dove si crea il presupposto perché il progresso abbia ad essere conservato nelle grandi opere che gli uomini realizzano. La cultura, quindi, per essere tale ha bisogno che ciò che è progresso, ciò che costituisce elemento di vita sempre più umana, abbia ad essere conservato, altrimenti si cade nell’effimero. La cultura deve tendere a che vi sia una permanenza di elementi dei diversi ambiti del sapere, dall’arte alla letteratura, alla politica, alla poesia. . .

La questione della multiculturalità si pone non tanto e soltanto in termini di definizione di cultura, quanto perché sociologicamente siamo investiti, in questi ultimi decenni, da fenomeni che prima non conoscevamo direttamente; in primo luogo, per quanto riguarda il nostro Paese, quello dell’immigrazione. Ha  portato in casa nostra questo fatto che larghe fasce della popolazione ha vissuto nei decenni precedenti, perché essa stesso era immigrata in terra straniera. E’ sufficiente scorrere le  immagini dei documentari dove si vede l’immigrazione degli italiani di varie Regioni che, arrivati a New York, Boston, Chicago, dovevano inserirsi in un ambito culturale totalmente differente. Penso alla grande figura, poco conosciuta in Italia ma molto negli Stati Uniti, di Santa Francesca Cabrini, proveniente dal mio paese natio, che ha svolto opera di grande promozione culturale insegnando agli italiani emigrati la lingua inglese, e dunque permettendo loro di immettersi nella cultura del Paese di accoglienza, ed insieme aiutandoli, con le sue scuole, a non dimenticare le loro tradizioni.

Il fenomeno dell’immigrazione comporta la presenza, nel nostro Paese, di più culture; l’unificazione e l’interdipendenza tra i popoli non esclude la giusta, importante, lecita conservazione delle tradizioni locali, perché se viene meno questa dimensione viene meno la cultura, cioè vengono meno quelle espressività rappresentative dell’identità personale.

Per noi credenti il problema della multiculturalità non è di oggi, e per certi aspetti nemmeno ci preoccupa. Da sempre, come cristiani, abbiamo convissuto in aree multiculturali. Un esempio è presente negli Atti degli Apostoli, si dice che: “Paolo e Barnaba  rimasero insieme in quella comunità un anno intero e istruirono molta gente. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”(AT 11,26). Si tratta di parole di portata storica eccezionale. All’epoca, Antiochia non era una tra le tante città; era una città per eccellenza. Quando, all’incirca nell’anno 43, Paolo vi giunse, sappiamo  anche da fonti extra bibliche sappiamo che aveva circa 300 mila abitanti. Era una città grandiosa ed in particolare vi confluivano e convivevano più culture, più popoli. Vi erano ovviamente i greci, gli abitanti che venivano da Cipro e da Cirene; Giuseppe Flavio ci informa che c’erano dai ventiduemila ai sessantacinquemila giudei. C’era anche un gruppo di persone che nessuno riusciva a definire, il quale per il proprio modo di vivere non si identificava con nessuna delle culture presenti. Questo non confondersi con i greci, con i giudei e con i romani ha fatto sì che venissero identificati per ciò che loro stessi erano e proponevano di essere, vale a dire  “discepoli di Cristo”. Per la prima volta, quindi, abbiamo una indicazione che i cristiani che vivevano in una situazione multiculturale e cosmopolita, quale era quella ad Antiochia, non persero l’identità ma al contrario, vivendo nella propria identità di fede furono identificati come “cristiani”.

Un ulteriore esempio lo si ritrova, in uno dei testi più antichi della nostra letteratura, intorno al 150 d.C., di autore ignoto, La lettera a Diogneto, si dice che “i cristiani né per voce, né per costumi sono da distinguere da tutti gli altri uomini. Non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia dagli altri, abitano città sia greche che barbare, come è capitato a ciascuno di loro, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e a detta di tutti paradossale, obbediscono alle leggi stabilite ma con la loro vita superano le leggi stesse”. Si tratta di un piccolo affresco che ulteriormente conferma un dato fondamentale: i cristiani vivono dove capita loro, non vestono in una maniera differente, non assumono un linguaggio diverso da quello di dove sono inseriti, ma il loro stile di vita, ciò che vivono e dicono è paradossale agli occhi di tutti e li rende diversi.

Non è dunque la multiculturalità che crea problemi, perché questa accompagna da sempre la nostra vita. Ciò che invece potrebbe creare preoccupazione è il voler disperdere la propria identità cristiana in nome di una apertura ad un processo multiculturale che invece richiede il mantenimento ad una forte identità. Infatti, nel momento in cui si perde l’identità non si ha più nulla da dire e la pentecoste da cui siamo nati si trasforma in una nuova Babele, dove ognuno dice la sua, incapace di ascoltare e di capire l’altro. L’identità, dunque, per noi è condizione necessaria perché ci sia la multiculturalità, altrimenti tanto varrebbe parlare di multirazzialità, con riferimento più al colore della pelle o ai tratti somatici che non all’intelligenza, che sa promuovere e sviluppare la vera cultura ed il dialogo interculturale.

Certo, soprattutto alcuni filosofi contemporanei tendono a svilire il concetto di identità, in questo caso quella cristiana, per aprirsi al dialogo interculturale. Si richiamano essenzialmente al concetto biblico, di kénosis con la conseguenza che la Chiesa dovrebbe assumere in sé la legge dell’ incarnazione. Mi riferisco, in particolare, al filosofo Vattimo ed al suo volumetto Credere di credere. Quanto sia facile dimostrare la non pertinenza con quanto il filosofo propone delle categorie bibliche mi sarebbe abbastanza facile, ma non è questo il problema. Ciò che mi preme dimostrare è come l’assunzione di questi elementi biblici non corrisponda affatto alla realtà che la Sacra Scrittura vuole esprimere. L’assunzione del concetto di kénosis per dire che i cristiani debbono disperdersi e quindi non debbono avere una propria identità, o quello di assunzione della legge dell’incarnazione per dire che debbono immettersi là dove vivono, dove sono inseriti e quindi non debbono di fatto avere una propria identità, non ha nulla a che vedere con il principio a cui ci si richiama. Il concetto di kénosis, per cui il Figlio di Dio rinuncia alla gloria che dovrebbe ricevere come figlio e si fa servo, ma rimane pur sempre Figlio, dimostra che egli non rinuncia a ciò che è. La stessa legge dell’incarnazione implicano che all’interno della storia degli uomini viene immessa una volta per sempre una verità che diventa normativa per tutti gli uomini, ossia la vita del Figlio di Dio. La verità della rivelazione quindi viene immessa attraverso il linguaggio degli uomini nella storia dell’umanità. Le diverse culture, pertanto, se vogliono uscire dalla loro contraddizione, dal loro limite e aprirsi verso una verità che da se stesse non possono darsi, hanno bisogno di accogliere in sé questa verità che solo Dio può dare.

Non è una questione di presunzione; certo, la pretesa cristiana rimane tale, ma essa si fa forte di un contenuto che fino ad oggi appare insuperabile: la vita e la resurrezione di Gesù di Nazareth sono il principio per ogni uomo che crede in lui. Si può credere o non credere, ma non si può confutare l’oggettiva fede che vede nella risurrezione di Gesù di Nazareth l’ultima risposta all’interrogativo sul senso della vita. Si può credere o non credere, ma se non si crede e se la cultura non accoglie in sé questa verità, rimane senza risposta l’interrogativo su ciò che sarà dopo la morte. Si rimane in quella enigmaticità dell’esistenza per cui non vi è possibilità di andare oltre il non senso del limite e della morte.

La debolezza delle posizioni che vorrebbero affievolire l’identità cristiana pone ancora una volta l’accento sul grande problema che già Paolo VI nel ‘75 aveva sollevato, quello della frattura tra la cultura, le culture e il Vangelo, che è il dramma della nostra epoca. Anche Giovanni Paolo II ha più volte ribadito la frattura esistente fra i valori evangelici e le culture moderne, che concorrono al rischio di rinchiudersi in se stesse con una sorta di involuzione agnostica e priva di riferimento alla dimensione morale.

Noi per anni abbiamo avuto una visione propositiva che si fa forte di 2000 anni della nostra storia. Finché saputo mantenere ferma la propria identità è stato capace di ispirare le culture, mettendole in grado di creare autentico progresso. Cirillo e Metodio non hanno rinunciato alla loro cultura, ma proprio perché hanno accolto in sé in profondità ciò che erano, hanno creato una nuova cultura, dando vita all’alfabeto cirillico. Agostino e Ambrogio sono rimasti l’uno romano e l’altro africano, e non hanno rinunciato a ciò che erano; nonostante questo sono stati capaci di creare cultura, ed un progresso tale che possiede volere immutato fino ai nostri giorni. Tutto questo fa capire che non rinunciando, ma approfondendo ciò che siamo capaci di essere permette propositivi. Qualcuno forse vorrebbe che noi rinunciassimo a ciò che siamo, probabilmente perché non ha capito la differenza che intercorre tra la nostra forza di accettare anche il martirio e l’incoscienza dell’autodistruzione.

 Sono solito dire che finché avrò vita non dirò che siamo in una società post-cristiana; perché finché io vivo c’è ancora un cristiano.Questa non è una società post-cristiana, i cristiani ci sono, ringraziando il Signore, hanno ancora qualcosa da dire e nella misura in cui viene rafforzata la loro identità si può pensare che la società in cui viviamo comporti un progresso autentico.

Ciò mi consente di recuperare due punti fondamentali, senza dei quali risulterebbe poco comprensibile quanto detto finora. Occorre identificare pienamente il rapporto cristianesimo-cultura. Gli esempi che ho fatto, di Cirillo e Metodio, di Agostino e di Ambrogio, mostra che quando il Vangelo entra nelle culture non le distrugge, non le priva di ciò che esse sono, ma al contrario le obbliga ad assumere forme che consentono il superamento dei loro limiti. La parola del Vangelo, la presenza dei cristiani in una società, obbliga la cultura ad andare oltre le forme limitanti che la cultura stessa possiede, in quanto costruzione umana. La cui cultura sarà capace di generare progresso nella misura in cui accoglierà la verità che le viene consegnata e che le consente un’apertura più grande di ciò che già possiede, indirizzato verso il trascendente.

Di per sé, le culture non hanno bisogno di confrontarsi tra loro;ciò di cui necessiterebbero è l’apertura ad una dimensione più ampia che consente, anche in un eventuale confronto, di recepire una istanza veritativa che da se stesse non possono darsi. Poiché ogni uomo è nello stesso tempo figlio e padre della cultura che vive - siamo generati da una cultura ma, proprio perché propositivi, siamo anche capaci di proporre cultura - questo consente di dire che solo nella misura in cui siamo capaci di tradizione siamo anche capaci di trasmettere una tradizione , allora  siamo anche capaci di vera cultura.

Non ho timore a citare un autore non cattolico, Hans Georg Gadamer, uno dei filosofi che maggiormente hanno determinato il pensiero culturale, insieme a Heidegger e ad altri del secolo che ci lasciamo alle spalle. Ebbene Gadamer, nel suo Wahrheit und Methode parla della necessità del recupero della tradizione: senza tradizione non c’è storia; senza capacità di mantenere vivo il passato non c’è neppure possibilità di avere una identità. La manipolazione a cui oggi si è soggetti è fortemente legata all’amnesia, mentre noi credenti viviamo di memoria. E nella misura in cui manteniamo viva la memoria del passato, della nostra tradizione, siamo capaci di creare storia. Senza una vera memoria non esiste libertà, perché non esiste neppure possibilità di futuro.

In una realtà multiculturale vi sono culture che hanno raggiunto stadi di progresso avanzati, ma non per via del semplice raggiungimento di un progresso tecnico, bensì perché sono state ispirate e determinate da una presenza di verità che ha permesso di esplicitare al meglio ciò che in nuce possedevano. Riconoscere che alcune culture hanno un progresso più avanzato non significa togliere dignità alle altre; la multiculturalità deve essere in grado di creare le condizioni per una comunicazione tale che le culture che convivono nella stessa area possano aprirsi alla verità e trovare forme coerenti perché il proprio modello culturale possa esprimersi ulteriormente.

È triste dover talvolta constatare come non si voglia riconoscere l’apporto che l’identità della fede cristiana ha saputo dare alle culture e alle diverse Nazioni. Noi non siamo nati nel 1600, abbiamo 2000 anni di storia che ci rendono forti della nostra tradizione, della cui diffusione siamo responsabili. Chi potrebbe dire, oggi, che il dialogo con Trifone di Giustino, che pochissimi conoscono, sia meno importante dell’Apologia di Socrate? Chi potrebbe pensare che si crea autentica cultura rinunciando a questo? Le critiche che Celso muoveva ai cristiani sono state conservate proprio dai cristiani, i quali hanno fatto di esse uno strumento per mantenere viva la letteratura del passato. Come mai Agostino, Anselmo, Tommaso d’Aquino sono inseriti nei libri di storia e di filosofia in ogni epoca e in ogni tendenza? Come spiegare il sorgere del gotico a Chartres o a Koln nel periodo del Medioevo; quel Medioevo normalmente trattato come un tempo buio della nostra storia? Dove sono le università? Dove il barocco, dove l’arte in genere? Palestrina, Beethoven, Mozart avrebbero potuto realizzare le loro composizioni se non vi fosse stato l’apporto della fede cristiana? E Keplero e Copernico non erano forse preti?

Nessuno può separare le proprie azioni dalla fede che le sorregge e dall’identità che possiede, perché la fede è sempre stupore e meraviglia che risiede nel più profondo dell’animo e che, proprio per questo, permette a noi di guardare al futuro e di dare, in un contesto multiculturale come il nostro, quell’apporto peculiare che solo noi possiamo dare.

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Prof. Gianfranco Legitimo


Dell’ariosa e ricca relazione di Mons. Fisichella vorrei richiamare in particolare il concetto di propositività, su cui egli è tornato più volte affermando che la nostra capacità di essere propositivi sta nel portare in profondità ciò che noi siamo. Questo mi sembra essere uno degli elementi più fecondi del contributo che la sua relazione dà alle nostre riflessioni, anche perché si lega ad un interrogativo iniziale: fino a che punto l’attingere alle radici cristiane da parte dell’Europa può servire ad affrontare i problemi che sono all’origine del conflitto tra multiculturalità e necessità di tornare alle radici. La risposta sta proprio nella propositività, la capacità di estrinsecare, di esprimere, di proporsi come solutori, costruttori di una società più giusta e più pacifica.

 

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Dr. Antonio Socci


Mons. Fisichella ci ha condotto sapientemente attraverso i millenni; più modestamente io vi chiederò di seguirmi attraverso la cronaca.

Mi sembra opportuna una preliminare considerazione sul momento attuale, in cui si colloca anche il dibattito precedentemente evocato sulla nuova Costituzione europea. A me pare che il tema della multiculturalità, così come emerge nei dibattiti e attraverso i mezzi di comunicazione di massa, sia purtroppo intossicato da un altissimo tasso di ideologizzazione, che talora impedisce di fare anche le constatazioni storiche più semplici, inoffensive, ovvie.

Faccio solo due esempi. Il primo dei quali riguarda proprio il dibattito sulla Costituzione europea. Giovanni Paolo II è intervenuto varie volte dichiarando apertamente la propria amarezza per il fatto che nella Carta dei diritti di Nizza si è lucidamente evitato qualsiasi cenno alle radici cristiane dell’Europa. Ebbene, si è voluto interpretare questo intervento del Santo Padre e della Chiesa quasi come una pretesa confessionale inaccettabile in quanto la Carta costituzionale per sua natura dovrebbe essere laica. In questo a me sembra di cogliere un elemento di pregiudizio e di cecità ideologica che rischia di far nascere l’Europa in una prospettiva molto miope e monca.

Ricordare le “radici cristiane” nella Costituzione europea, sarebbe un arbitrio confessionale? O è piuttosto una semplice constatazione storica? Risponderò rammentando la svolta della socialdemocrazia tedesca che ha portato la storia della sinistra europea fuori dal marxismo traghettandola, una cinquantina di anni fa, nel famoso Congresso di Bad Godesberg, ad un recupero della cultura socialista umanitaria. Sono rimasto colpito leggendo nel documento che prelude appunto alla svolta di Bad Godesberg, questa dichiarazione: “Le idee socialiste non sono una religione di ricambio, il movimento socialista non si propone il compito di una associazione religiosa. In Europa il Cristianesimo, l’umanesimo e la filosofia classica sono le radici spirituali ed etiche dell’essenza del pensiero socialista”.

Non credo che i socialisti tedeschi volessero con questo fare una dichiarazione confessionale, ma piuttosto e molto più semplicemente una constatazione culturale. Del resto, lo stesso pensiero di Marx è assolutamente incomprensibile al di fuori della concezione della storia giudaico-cristiana. E tuttavia il dibattito attuale vede quella che vagamente potremmo definire cultura di sinistra, il pensiero - in senso lato - socialista, polemizzare con questo richiamo alle radici giudaico-cristiane dell’Europa, che a me sembrano semplicemente un’evidenza storica. Richiamarle significa indicare un’identità dell’Europa, un orizzonte e una prospettiva ben più significativi rispetto a un’Europa che si qualifica solo per i suoi interventi sul diametro delle fragole o sulle quote latte. A mio parere sarebbe altrimenti molto difficile capire in cosa l’Europa si differenzia dall’Asia e dal Medio Oriente. L’Europa ha, per sua natura, una identificazione culturale.

Il secondo esempio che propongo come prova dell’ideologizzazione che intossica il dibattito riguarda un episodio di qualche mese fa che ha avuto come protagonista il nostro Presidente del Consiglio. Immediatamente dopo i fatti dell’11 settembre il Presidente Berlusconi ebbe a sostenere, in una conversazione di carattere informale, la sua preferenza per i nostri valori, per i valori umani su cui è fondato il sistema, la cultura occidentale. A seguito di ciò si è scatenata una vera e propria tempesta, quasi un incidente diplomatico per fortuna poi rientrato. Ebbene, il 3 aprile 2001, vale a dire un anno fa, il precedente Presidente del Consiglio di allora, Giuliano Amato, persona colta ed autorevole, il cui governo era sostenuto dal centro-sinistra, in un convegno a Firenze in preparazione del G8, quindi in un discorso ufficiale, testualmente dichiarava: “Io credo ai miei valori e non ritengo che tutte le diversità siano sullo stesso piano. Credo che vi siano diritti fondamentali della persona che tutte le civiltà umane debbano riconoscere, e se non li riconoscono io affermo la superiorità della mia diversità su quella di chi non li riconosce”.

Vi è in entrambi i casi un analogo uso del concetto di “superiorità”, eppure non mi risulta che sul Presidente Amato si sia scatenata una tempesta, come invece si è verificato per il Presidente Berlusconi. Questo mi induce a pensare che il tema della multiculturalità e dell’identità italiana ed europea sia una sorta di terreno minato che impedisce di riconoscere come patrimonio comune quello che anche per la storiografia è acclarato.

Nel libro recentemente tradotto da Donzelli, L’Europa. Storia di una civiltà, di Lucien Febvre, uno dei fondatori dell’Ecole des Annales, e dunque storico laico di grande importanza e non certo un “integralista cattolico”, intere pagine sono dedicate ad una riflessione molto dettagliata e lucida sul ruolo immenso avuto dal cristianesimo nella costruzione dell’identità europea.

Dunque dovremmo oggi riuscire a ragionare sui dati di fatti, liberi dai paraocchi dell’ideologia. Così come molta ideologia si ritrova là dove il problema della multiculturalità incontra il tema dell’immigrazione. Più di una volta si è stati indotti a pensare che quello della multiculturalità sia innanzitutto un problema della Chiesa, dei cattolici. Molto opportunamente e con grande lucidità Mons. Fisichella ha illustrato i soli a non avere tale problema siano proprio i cristiani. La Chiesa infatti è per definizione cattolica, cioè universale, e per la sua natura e la sua storia attraversa tutte le culture. In un suo noto intervento il Cardinal Biffi ebbe a dire che i cristiani, di fronte a persone che arrivano in Italia e sono in condizione di bisogno, non possiamo che soccorrerle. Il problema esiste per lo Stato, per la comunità civile.

A tale affermazione fece seguito una violentissima polemica, quasi che il Cardinal Biffi avesse inteso pretendere, per l’ingresso in Italia, una sorta di sigillo di qualche notaio in ordine alla confessione religiosa. Io ritengo che, soprattutto dopo i fatti dell’11 settembre, questa intuizione del Cardinal Biffi si sia riproposta nella sua profondità e verità, perché la cultura laica, la cultura non cattolica riscopre il tema dell’identità, del cristianesimo e dell’influenza della verità cristiana nell’identità italiana ed europea.

Il prof. Buttiglione ha ricordato un intellettuale non cattolico, Samuel Huntington, autore de Lo scontro delle civiltà, che propone una nuova lettura del quadro geopolitico mondiale in base alle diverse appartenenze culturali. Egli vede anche i futuri possibili conflitti collocarsi sulle linee di faglia delle diverse culture: quella occidentale, l’islamica, ecc. Più recentemente in Italia un intellettuale noto  (non cattolico e neppure vicino alla cultura di centro-destra), il prof. Giovanni Sartori ha fatto scalpore con un volume intitolato: Pluralismo, multiculturalismo ed estranei.

Sartori è una personalità intellettuale che credo si possa ascrivere genericamente all’area democratico-progressista. Il suo libro ha fatto scalpore per la tesi che sostiene, che proverò a sintetizzare stralciando due brevi brani: “Oggi la parola pluralismo va molto di moda, il che non implica che sia ben capita. Anzi. La riprova di quel mal capire è nel ritenere che il pluralismo trovi una prosecuzione e un suo ampliamento nel multiculturalismo, e cioè in una politica che promuove le differenze etniche e culturali. No, in questo libro andrò a sostenere che questa complementarietà è sbagliata e che pluralismo e multiculturalismo sono concezioni antitetiche, neganti l’una dell’altra”.

L’autore domanda poi “fino che punto la società pluralistica può accogliere senza disintegrarsi estranei che la rifiutano? E per converso, come si fa ad integrare l’estraneo immigrato di tutt’altra cultura, religione o etnia?”.

Sempre Sartori prosegue: “Rispondo: si fa male, e anzi ‘non si fa’, se questi difficili problemi vengono affrontati con la faciloneria, non saprei dire di quanto irresponsabile o di quanto incosciente, con la quale i politici in carica li stanno affrontando. A chi si sente ‘invaso’ (non importa se le statistiche dicono a torto) i nostri reggitori rispondono in due modi: primo, assicurando che per integrare l’immigrato basta ‘nazionalizzarlo’ (e cioè attribuirgli la cittadinanza); e secondo, facendo presente che gli immigrati sono ‘utili’ e quindi che servono anche a lui. La prima risposta  è falsa, e in merito alla seconda osservo sin d’ora che è soltanto banale”.

Questo libro fece molto discutere, perché fa emergere il problema all’interno di un mondo dentro il quale un conformismo politically correct a lungo lo aveva soffocato.

Già precedentemente personalità della cultura del tutto insospettabili avevano avvertito che questo sarebbe stato il problema a cui saremmo andati incontro. Un intellettuale che dal punto di vista del rispetto delle altre culture è un’autorità assoluta, Claude Lévi-Strauss, un etno-antropologo che ha fatto scuola, scriveva: “Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura”.

Sono parole pronunciate da una personalità al di sopra di ogni sospetto. Certamente egli non voleva alimentare un clima sociale da assedio, una paura diffusa che poi rende aggressivi, ma segnalare un problema enorme. Del resto la capacità di incontrare le altre culture, di abbracciare al tre civiltà deriva appunto dalla profondità delle proprie radici. Anzi, tendo a pensare che sentimenti di rigetto e di xenofobia nascono più facilmente là dove un’identità non c’è più, laddove l’indistinto ha divorato ogni ricchezza umana e culturale.

Vorrei segnalare altri due fenomeni. Dopo i fatti dell’11 settembre ho colto in molti intellettuali laici non solo un’apertura sorprendente e inattesa a questo problema, ma anche - sul piano personale - una disponibilità, un interesse e una stima nei confronti del Cristianesimo e della Chiesa, che in altre stagioni anche recenti si riteneva del tutto impossibile.

Ad esempio, sono stato colpito da un episodio di qualche mese fa. Quando il Cardinale Ruini ha presentato un suo libro con Paolo Mieli, ex direttore de Il Corriere della Sera, grande giornalista di cultura laica e di sinistra, che  ha origini familiari ebraiche e dunque non è riconducibile a un universo confessionale cattolico. Proprio Mieli, evocando quella grande persecuzione a cui, nel silenzio e nell’indifferenza di molti, i cristiani in tanta parte del mondo oggi sono sottoposti, ha invitato la Chiesa ed il Cardinal Ruini a chiedere ai partecipanti alla giornata di preghiera del 24 gennaio ad Assisi l’adesione almeno a due valori comuni: il rifiuto di legittimazione teologica della violenza e del terrorismo, e il riconoscimento del valore universale della reciprocità, per cui chi da altre terre viene a vivere in Europa ha diritto ad essere rispettato nel suo credo religioso e nella sua cultura, ma pari diritto hanno i cristiani che vivono in Paesi dove dominano culture diverse. Il Cardinal Ruini ha sottolineato come si colga una svolta rispetto al precedente incontro di Assisi: nell’86 il mondo laico chiedeva alla Chiesa di disfarsi di una sua identità, “annacquandosi” nel mondo, oggi chiede invece alla Chiesa di tornare a far sentire alla nostra civiltà quali sono le sue radici.

Dell’intervento di Oriana Fallaci successivo all’11 settembre, e del libro successivamente pubblicato mi hanno colpito due passaggi, sui quali non si è in particolare soffermata l’attenzione e che tuttavia io trovo sorprendenti, considerata l’estrazione culturale della Fallaci, laica e, per sua stessa affermazione, anticlericale e “mangiapreti”. Ebbene, in quegli scritti ella si commuove al ricordo delle sue chiese fiorentine, nel ricordare “quei Cristi, quelle Madonne dipinti o scolpiti fra i quali sono cresciuta”. E poi il suono delle campane, l’odore dell’incenso.

E ancora la Fallaci: “Aggiungo che nella mia casa di campagna in Toscana c’è una minuscola cappella; sta sempre chiusa, da che la mamma è morta non ci va nessuno. Però a volte ci vado a spolverare e controllare. Nonostante la mia educazione laica, mi ci trovo perfettamente a mio agio; nonostante il mio mangia-pretismo, mi ci muovo con disinvoltura e credo che la stragrande maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa. A me la confessò Enrico Berlinguer”.

Continua dicendo che nonostante tutte le nostre rivendicazioni, nessuno di noi può dire di non avere nulla a che fare con la Chiesa, nulla a che fare con il Cristianesimo, perché è una storia a cui apparteniamo.

Concludo con un ultimo flash. Sono convinto che uno dei modi in cui la nostra cultura, la civiltà occidentale meglio può aiutare altre culture a convenire su quelli che per noi sono i valori umani fondamentali e quindi su una via di progresso per loro, consiste nell’essere convinti sostenitori di quei valori fondamentali. In questo senso una conferma giunge da un giornalista iraniano,

Amir Taheri, che un tempo dirigeva il maggior quotidiano di Teheran, che ha abbandonato il suo Paese dopo l’avvento al potere di Khomeini ed attualmente scrive per l’Herald Tribune, per il Wall Street Journal e per altri giornali americani. Egli, giunto come profugo in Inghilterra, rimase molto colpito dal fatto che la puntata dedicata al Cristianesimo di un programma della B.B.C. sulle diverse religioni, era piena di invettive e critiche che a lui parvero grottesche ed esagerate, mentre nella puntata sull’Islam non veniva fatto dai curatori il minimo rilievo critico. Taheri così commenta: “Questo fa molto male all’Islam: ci trattate con condiscendenza come bambini e poi vi lamentate se i bambini viziati diventano irresponsabili e violenti?”.

La sua proposta è di trattare il mondo musulmano come un mondo adulto. Ciò significa ricordargli che di tutte le pene capitali eseguite ogni anno, l’80 % ha luogo in Paesi musulmani; che solo in un’infima minoranza di Paesi islamici si tengono libere elezioni; che i due terzi dei prigionieri politici del mondo sono detenuti in Stati islamici; che dei 30 conflitti oggi in corso, 28 riguardano regimi e comunità musulmane; che “nessuno ha obbligato a venire in Europa i 13 milioni di musulmani che vi abitano” e perciò “il minimo che si deve chiedere loro è che si adeguino alle regole occidentali. Alle leggi vostre, se ci credete”.

Questo certo è un parlar chiaro da parte di un intellettuale islamico. Anch’io però trovo che un eccesso di condiscendenza, oltre a manifestare un disprezzo per la propria cultura e per se stessi, non aiuta altri popoli e altre civiltà nel cammino del progresso.

 

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Non posso esimermi dal congratularmi con il dott. Socci, a nome anche dei presenti, per l’ampia, articolata, interessante panoramica presentata; le citazioni, poi, potranno essere utilmente riprese.

Si apre ora il dibattito, per il quale vi è la richiesta di intervento del Consigliere Coen.

 

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D.ssa Franca Coen Eckert


In qualità di Consigliera comunale, oltre al mio personale reco il saluto del Comune di Roma ed esprimo il nostro augurio più sentito a Mons. Fisichella per l’importante incarico recentemente conferitogli, di Rettore della prestigiosa Università Lateranense, che prepara tanti giovani al magistero cattolico e che con grande lungimiranza da molti anni ha incluso nel proprio corpo docente anche insegnanti di altre confessioni.

Nello svolgimento dei compiti affidatimi quale Delegata della multiculturalità nella nostra città, mi sono resa sempre più conto che l’appartenenza ai vari credi religiosi crea un elemento di diversità, di disagio e che può essere fonte di pregiudizi e incomprensioni per la mancata conoscenza delle tradizioni etnico-religiose dell’altro.

Molti degli immigrati che vivono nel nostro Paese debbono adattarsi a far parte di una minoranza, provenendo da Paesi di cui sono l’assoluta maggioranza; questo può provocare un calo di autostima che rischia di portare alla chiusura o all’aggressività. Viceversa, un’educazione improntata alla multietnicità aiuta al rafforzamento della propria identità e conduce a un reale confronto e arricchimento: l’incontro di diverse culture è costruttivo quando le basi del dialogo sono improntate alla chiarezza.

Certi nostri maestri vanno ben preparati. Una mamma mi ha raccontato che, tornando a casa dalla scuola materna che frequentava, la sua bambina l’ha informata che sia lei che Mohamed e Vincenzino non frequentavano la lezione di religione, perché a loro non piaceva, e che però la maestra era “tanto carina”. Al colloquio con l’insegnante (non quella di religione), questa mamma si è sentita dire dalla maestra che essa si sentiva imbarazzata davanti alla mamma di Mohamed che porta il velo, o a Deborah che non mangia il prosciutto perché ebrea, o a Vincenzino che è ateo. Ciò che importa è preparare dei bravi maestri perché un bambino di tre anni possa crescere adeguatamente preparato ad integrarsi.

Occorre quindi lavorare su due fronti: aiutando le minoranze etnico-religiose a consolidare la propria identità culturale, perché soltanto con il suo rafforzamento si acquisisce sicurezza per un reale confronto; e creando le premesse perché il confronto avvenga e sia realmente significativo ai fini della convivenza in una città chiamata a cambiare, sul modello delle interculture, in tutti i settori dell’amministrazione, dalla casa alla scuola, all’urbanistica, alla cultura in genere. Da parte sua, la Chiesa è veramente molto attiva e nei centri di accoglienza compie un’opera altamente meritoria, ma è necessario che tutti ci si impegni sempre più, avendo attenzione a quel cospicuo numero di immigrati che vivono in Italia da due, tre generazioni, e che ancora stentano ad integrarsi. Una delle ragioni può forse ricercarsi negli ostacoli frapposti dalla legge per l’ottenimento della cittadinanza italiana, ma va detto che molto spesso gli immigrati lamentano il fatto di non essere in grado di esprimersi autonomamente, e di dover essere quindi costretti a ricorrere ad interpreti. Necessita dunque una politica unica dell’immigrazione che possa fornire orientamenti, come del resto la vostra iniziativa si propone di fare, monitorare la situazione attraverso la creazione di un osservatorio, dare voce diretta allo straniero avvalendosi dei media Internet.

Per dare agli immigrati voce pubblica, uno dei compiti che sono chiamata a realizzare entro breve tempo è l’elezione dei Consiglieri aggiunti, e cioè di un Consigliere per ogni Municipio e quattro Consiglieri all’interno del Consiglio comunale, come prevede lo statuto. Per svolgere quest’opera occorrono mediatori culturali ben preparati, e gli Assessori unanimemente chiedono che abbiano specializzazioni diverse per i diversi settori, poiché non è sufficiente conoscere la lingua dello straniero.

Il Comune sta percorrendo questo difficile sentiero attraverso numerose iniziative coordinate e con scambi di esperienze con città da tempo attive nel campo della multietnicità. Roma ha una tradizione millenaria di accoglienza dello straniero, e il Comune deve impegnarsi mantenendo però una struttura laica, sulla base della quale tutte le diversità religiose possono coesistere. Certo, la responsabilità della religione prevalente è molto grande, ma ogni credo religioso, con maestri lungimiranti ed aperti alle diverse culture, potrà concorrere a fare di Roma una città di pace, di incontro e di convivenza civile.

 

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Prof. Antonio Saccà


Credo si debba operare una distinzione fra multiculturalità e relativismo. Mons.  Rino Fisichella critica il relativismo, ma la multiculturalità è un’altra cosa. Ciascuno di noi può credere nella sua cultura e credere che essa sia la vera cultura, la vera religione e nello stesso tempo accettare che vi siano altre culture e altre religioni. Questo non è relativismo. Quel che voglio dire è che non bisogna essere cristiani in Europa per difendere l'identità europea. Vi sono altre culture che la difendono, o addirittura altre religioni che la possono difendere. Quindi la multiculturalità europea non è relativismo. Ribadisco. Non bisogna necessariamente essere cristiani per difendere l'Europa. E tuttavia mentre possiamo dire che sentirci ancora greci, sentirci ebrei, sentirci ovviamente cristiani, sentirci cattolici fa parte dello spirito europeo, non riterrei che essere induisti o essere islamici faccia parte dello spirito europeo. Non sono relativista, nel senso che non metto tutte le culture o tutte le religioni sullo stesso piano, sono multiculturale nel senso che accetto la molteplicità delle culture e delle religioni e la loro coesistenza ma non posso negare che alcune culture e alcune religioni potrebbero creare problemi allo spirito europeo. Vi è in ogni caso, per essere chiari, una minaccia esterna all'Europa. Le forze culturale religiose interne all'Europa, tradizionali dell'Europa, non danneggiano l'Europa anche quando non sono cristiane. Non le accuserei di relativismo.

A riguardo, anche se può sembrare non evidente l'accostamento, va riproposto il problema demografico. Qualsiasi nostra disputa non ha senso se non diamo importanza all'elemento demografico. E' da decenni che insisto sull'argomento ma esso ancora non è dominante nell'opinione pubblica. L'elemento demografico è cruciale perché noi stiamo consegnando l'Europa ad altri, noi discutiamo tra noi se abbiamo o meno l'identità cristiana, se le altre culture o religioni disturbano o inficiano l'identità cristiana, e no ci accorgiamo del pericolo esterno, sia di carattere religioso, come ho accennato, con l'induismo e l'islamismo, sia di carattere demografico. Io direi che noi dobbiamo unirci, noi cristiani, noi cattolici, noi ebrei, noi  legati alla tradizione greca della totale razionalità dell'esistenza, noi dobbiamo difendere tutte queste posizioni e avere cautela nei riguardi delle forze esterne, che torno a dire sono quella induista e quella islamica. A questo proposito vorrei dire soprattutto ai cristiani e ai cattolici che l'apertura da essi professata verso gli altri non può essere sconfinata. E' necessario un certo limite all'accoglienza. Nessun popolo nella storia si è difeso accogliendo tutti gli altri, soprattutto quando un popolo, come l'europeo odierno, patisce una enorme denatalità. Gli stranieri ci stanno sostituendo, noi non ospitiamo stranieri, siamo sostituiti dagli stranieri. Tra alcuni decenni gli stranieri saranno milioni e milioni e noi scemeremo di milioni e di milioni. Come si governano dei paesi con una grande parte della popolazione straniera? Si porranno problemi di sovranità oltre che problemi di identità.

Per concludere. Noi siamo europei, ossia cristiani, ebrei, cattolici, e greci razionali. Credo che gli islamici e gli induisti abbiano una socializzazione in cui l'elemento religioso non differisce dall'elemento laico, che invece è la nostra conquista. Da noi lo Stato e la Chiesa sono separati. Se noi avremo una forte presenza di nuclei in cui i valori religiosi costituiscono la base dei  valori sociali, civili, noi arretreremmo la nostra società in cui i valori religiosi sono separati dallo stato e della vita civile. Dobbiamo dialogare con tutti, dobbiamo aprirci a tutti, dobbiamo evidentemente avere più figli, dobbiamo educare alla multiculturalità, e questa multiculturalità non deve essere considerato un valore debole o relativistico quasi che per avere dei valori bisogna essere soltanto credenti. Questo è islamismo indiretto e può  essere pericolosissimo per le nostre società. Noi dobbiamo sostenere la nostra laicità e la separazione del fedele dal cittadino. In fondo la presa che l'islamismo ha su molti europei è l'idea che nell'islamismo vi sia ancora la fede mentre il cristianesimo e il cattolicesimo hanno perduto questi  elementi rilevanti. Ma non si riconquista la società confondendo cittadino e fedele. Né accusando di relativismo le altre culture e le altre religioni o la coesistenza delle altre culture e delle altre religioni. Si difende l'Europa difendendo la multiculturalità dell'Europa e obbligando chi vive in Europa alla multiculturalità. Ciascuno creda in quel che vuole ma abbia il totale rispetto per la fede o la non fede dell'altro. Bisogna impedire la nostra "conversione" all'identificazione tra fedele e cittadino. Un eccesso di islamici e di induisti porterebbe a tale risultato.

 

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Dr. Ettore Gotti Tedeschi


Se ho ben capito, vi è stato un forte e diffuso consenso sul fatto che la base delle culture sono (soprattutto) le religioni. La cultura però è anche il fondamento delle civiltà, essa, non è solo arte, storia, è scelta di ciò che è bello e brutto buono e cattivo, perciò influenza le scelte della civiltà stessa. Poiché la civiltà è l’uso che in un certo momento storico un popolo, una Nazione, fa degli strumenti che ha a disposizione (tecnologia, medicina, biologia, finanza,…), ciò significa che l’uso di questi strumenti è influenzato di fatto dalla morale (che ispira la cultura). E’ evidente come dobbiamo ricordarci di ciò quando parliamo di multiculturalità. Non ero presente quando il Ministro. Buttiglione ha parlato dello scontro di civiltà di Hunhtington, tema fondamentale, perché è uno dei problemi che oggi, soprattutto dopo l’11 settembre, ci angustia maggiormente.  Come faremo a conciliare diverse civiltà che fanno uso diverso (e inconciliabile per esempio) della medicina, genetica  e persino della tecnologia? Parliamo per esempio della genetica o biotecnologia, il Nobel Levi Montalcini ha affermato che la scienza potrebbe fare molto di più per l’uomo, se non ci fosse (ancora) la visione morale della religione cristiana a porre freni... Mi domando quindi come si potrà evitare uno “scontro” fra civiltà (così definite) se le civiltà si fondano su culture fondate su differenti morali. Capiamo così facilmente perché  si vuol far diventare il Cristianesimo una religione adogmatica, una etica sociale.

La mia domanda è rivolta a Mons. Fisichella.

 

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P.pe Sforza Ruspoli


In primo luogo, penso che noi dovremmo imparare dai nostri fratelli maggiori, gli ebrei, come si difende la nostra identità di cattolici.

Inoltre, non si è parlato abbastanza di una linea massonica, protestante ed ebraica, in contrasto con un’Europa cattolica, che dovrebbe essere ben radicata. Io ritengo che se non si unirà finalmente la Chiesa cattolica con la Chiesa ortodossa, almeno nei confini del vecchio Impero, questa Europa che tanto sta a cuore al Santo Padre e da cui dipende la civiltà di tutto il pianeta,  sia in reale pericolo.

 

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Prof. Vittorio Mathieu


Vorrei aggiungere una brevissima considerazione a quanto ha detto Monsignor Fisichella sulla situazione multiculturale di Antiochia.

Vi era una condizione che definirei "agostiniana" per quella pacifica convivenza: la presenza ad Antiochia,  o comunque in luogo vicino, da cui sarebbe rapidamente arrivata a marce forzate, della legione romana, cioè di un Governo autoritario, forte, che permetteva la multiculturalità. Più tardi, a Bagdad ed anche a Gerusalemme, varie culture sono state compresenti e conviventi, ma non senza certe difficoltà, per cui avveniva il fenomeno del “marrano”, cioè di colui che doveva nascondere la propria cultura, per lo meno per non dover pagare molte più imposte di chi, per esempio, si convertiva all’islamismo.

Il problema dell’Occidente è: come conservare la presenza della "legione" ( che in questo caso spesso si concreta molto male, in forma di bombardamenti)? Questa presenza della Città del diavolo ( ecco perché "agostiniano"), che permette all’umanità di andare verso il suo destino trascendente, questa necessità, essa stessa provvidenziale, della Città del diavolo, come possiamo conservarla oggi?

 

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Prof. Rino Cammilleri


Sono completamente d’accordo con Mons. Fisichella che finché ci sono dei cristiani non si può parlare di post-cristianesimo, tuttavia non si può negare, poiché è sotto gli occhi di tutti, che di fatto l’identità cristiana è oggi piuttosto debole.

Avendo scritto qualche libro che tratta punti controversi di questa identità cristiana, mi sono sentito domandare che cosa mai io vada raccontando, visto che di fatto il Papa sostiene il contrario (mi riferisco alla questione delle scuse). In effetti, so perfettamente che cos’è la purificazione della memoria, e sono anche d’accordo. Il problema, però, è che a livelli bassi la gente legge i titoli dei giornali, ed io mi chiedo come faremo, o se facciamo qualcosa di concreto per riaffermare questa debole identità cristiana ai livelli più bassi, quelli dei grandi numeri.

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Non essendovi altri interventi, darei la parola a Mons. Fisichella, che è stato oggetto di molte richieste di chiarificazione o di commento.

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Mons. Rino Fisichella


La questione della difesa dell’identità cristiana dell’Europa non dovrebbe essere posta a me, bensì a quanti la negano! Non intendo certo addentrarmi in ambito politico, però non condivido l’identificazione tra Cristianesimo ed Europa, come non condivido l’identificazione tra cultura e Cristianesimo,perché significherebbe cadere nel fondamentalismo. Il Cristianesimo va oltre le culture e non si rinchiude in una sola cultura. Il Cristianesimo non è presente soltanto in Europa, o nell’Europa che noi conosciamo, e non a caso ho citato Cirillo e Metodio, che rappresentano gli attuali Paesi slavi. E non posso pensare che non vi sia un’identità propria dell’America Latina, o dei Paesi e degli Stati Nord-americani, ed anche là c’è il Cristianesimo. Non mi sembra che né culturalmente né dal punto di vista della fede si possa identificare il Cristianesimo con l’ Occidente

Non mi sento di identificare le diverse culture con il Cristianesimo. Il Cristianesimo le ispira. La fede cristiana fa in modo che la dimensione veritativa presente nelle culture possa esplicitarsi e andare oltre. Le culture, però, come del resto le civiltà, sono frutto dell’azione degli uomini. La fede cristiana, invece, è il frutto dell’inserimento dell’azione di Dio all’interno della realtà umana.

Ad esempio, la Chiesa, i pastori della Chiesa, non possono cambiare alcuni contenuti di fede, perché cambiano le culture o perché cambia il modo di pensare nelle culture. Se noi analizziamo i documenti anche recenti del Magistero, il Papa a proposito delle donne che non possono accedere al Sacerdozio ha detto “Io non posso, noi non possiamo cambiare”. Perché? Se fosse una costruzione degli uomini, se fosse una verità nuova, una legge data dagli uomini, gli uomini potrebbero cambiarla. Per la fede non è così. Ecco perchè non ci potrà mai essere una identificazione di questi due elementi. Nel momento in cui si crea identificazione, si cade inevitabilmente in forme di fondamentalismo che non ci appartengono, che per lo meno non appartengono alla nostra religione.

Esse non appartengono alla nostra religione anche perché – e mi piace sottolinearlo – a differenza di quello che ogni tanto si sente dire, la nostra non è la “religione del libro”: la fede cristiana è la religione della Parola, e la Scrittura non è tutto nella fede cristiana. Se noi ci limitassimo al testo sacro – non sono io a dirlo, ma San Tommaso d’Aquino – se Cristo avesse scritto qualche cosa, il pericolo del fondamentalismo sarebbe immediato per la fede cristiana. Ma siccome noi viviamo di tradizione, che manteniamo viva attraverso l’essere capaci di una presenza nelle diverse culture, e di animarle e di saperle anche trasformare, per noi è difficile questo pericolo.

Possono esservi stati momenti storici in questo si è verificato, ma perché non si è rispettata l’identità di ciò che noi siamo, non è stata capita nel modo giusto, non perché sia insito nella nostra identità.

Riguardo al tema della civiltà, sono d’accordo. A me sembra, però, che in ogni caso si debba tendere tutti verso una umanizzazione, ponendoci il problema di una civiltà e di un progresso che favorisce tecniche. La biogenetica, le ricerche a che cosa tendono? Fra un anno o due avremo medicine ad personam, ma costeranno 30 milioni l’una; e chi potrà permettersele?

Il problema della civiltà prescinde dal problema di un progresso di giustizia attraverso il quale ciò che è il frutto di uno viene ripartito per il bene di tutti? Noi non possiamo prescindere da questo interrogativo, altrimenti renderemo sempre più vasto il baratro tra chi è più ricco e diventa sempre più ricco, e i Paesi poveri che diventano sempre più poveri, inevitabilmente.

Qui, però, il problema non è più in rapporto al tema delle culture, ma delle leggi economiche e di un determinato progresso di leggi economiche che puntano verso alcuni tipi di progresso tecnico. Tutti vogliamo vivere più a lungo. Ed è anche giusto così.  Si applicherà la benedizione biblica, quando dice che il più giovane morirà a cent’anni. Ma chi, oggi può affermare che è veramente un bene il prolungare l’esistenza, se poi non si dà la possibilità  di vivere in modo degno, preservato e autonomo? Forse perché il modello che viene è la Queen mother, che a 102 anni è arzilla. Ma nel mio settore di Roma, soltanto in una parrocchia vi sono nove case per anziani, che sono rinchiusi senza un rapporto con la famiglia, senza più nessuno. La qualità della vita, lo stato della vita, è corrispondente al progresso della tecnica, della civiltà? Dobbiamo porci queste domande.

A proposito dell’identità cristiana debole, noi abbiamo delle responsabilità e non ho problemi ad accogliere una critica di questo tipo. Occorrono però delle puntualizzazioni. Il fenomeno della secolarizzazione e del secolarismo ha una dilatazione estremamente vasta. Forse che in Turchia, il Paese dove l’Islam è vissuto in maniera molto più occidentale, non vi è una forte secolarizzazione? È addirittura fortissima, e altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui sorgono i movimenti più integralisti.

Certo, se ci sarà una identità debole, dovremo essere capaci di dare più spessore culturale  e maggior contenuto. Per quanto riguarda l’Italia, tuttavia, vorrei richiamare alcuni dati: nelle scuole materne il 95 % sceglie di seguire la religione cattolica; il 90 % nelle scuole medie inferiori e l’85 % nelle scuole medie superiori. Un tale dato non può essere ignorato, e mi porta a concludere che è ancora forte il senso di una profonda identità e che il sottolineare lo 0,5 % che ha altre richieste appare una pretesa del tutto ideologica, ma non corrispondente all’identità di questo Paese. Da parte nostra, dovremo cercare di dare forza al fatto che c’è un tessuto che sa corrispondere, perché sente nella propria cultura questa forza di identità.

 

 

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Dr. Antonio Socci


Faccio una considerazione da cattolico, non più da giornalista o da osservatore. Stante i pericoli che abbiamo analizzato finora, sarebbe perdente e nefasto immaginare che la risposta giusta sia quella che storicamente in Francia dette l’Action Française. Secondo me è totalmente fuorviante e sbagliata nella sostanza. Il fondamentalismo, da cui giustamente metteva in guardia Mons. Fisichella, è una prospettiva assolutamente morta e non compatibile con l’insegnamento della Chiesa.

Un grande poeta francese, Charles Péguy, che Von Balthasar considerava la voce più cristiana del ‘900, in un suo poema rappresentava le tre virtù, la Fede, la Speranza e la Carità, con immagini bellissime: la Fede è una grande cattedrale radicata nel sole di Francia; la Carità è un grande ospedale che raccoglie tutte le miserie del mondo; la Speranza è una bimba piccina, senza la quale tutto non sarebbe che un cimitero. Péguy rappresentava la Chiesa come una grande quercia e diceva che senza quella piccola gemma che spunta agli inizi di aprile, che è la Speranza (vale a dire quel momento in cui un uomo dà la sua adesione personale alla fede cristiana), quella grande quercia non sarebbe che legno morto.

Per questo io credo che la riflessione che abbiamo fatto questa sera ci porti infine a considerare la vera grande preoccupazione che il Papa continuamente ci ripropone: l’evangelizzazione.

Anche il problema – accennato poco fa - della denatalità, che ha contorni realmente drammatici, non potrà mai essere risolto fuori da una prospettiva di responsabilità personale. Il dare la vita è questione che ha a che fare con la vita intima delle persone, col sentimento di sé che ciascuno ha, col senso della vita, con l’apertura alla speranza e quindi non consegue ad una considerazione culturale o sociologica, ma ha piuttosto a che fare con le scelte interiori più profonde. E qui siamo, mi pare, all’essenza del Cristianesimo.

 

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Prof. Gianfranco Legitimo


Dopo le relazioni e gli interventi, tutti molto suggestivi e interessanti, non ritengo sia opportuno trarre ora delle conclusioni, ma che sia piuttosto utile una ulteriore riflessione quando rileggeremo gli atti che con la consueta sollecitudine il nostro amico Rebecchini ci farà pervenire.

Pur nella diversità degli accenti e dei contributi, a me sembra vi sia stata concordia su due punti fondamentali. Anzitutto sulla complessità del tema che stiamo affrontando e sulla necessità di trattarlo considerando i diversi piani che esso comprende: culturale, filosofico, religioso, ma anche sociale, economico, demografico. Siamo di fronte ad una realtà complessa, articolata su più piani, e credo che dovremo abituarci ad analizzare queste diversità anche con diversità di approccio, di considerazione, per poterne ricavare indicazioni utili sul piano del comportamento, degli atteggiamenti, delle decisioni, in sostanza, sul piano operativo. Inoltre, in ogni caso è necessaria un’apertura, che non vuol dire perdita del senso di ciò che siamo, ma recupero, difesa della propria identità, per poi proiettarla all’esterno e farne oggetto di quella propositività di cui parlava Mons. Fisichella, come pure per scongiurare quelle deformazioni ideologiche che ha ben analizzato il dott. Socci.

Ulteriori riflessioni potranno venire, noi stessi potremo farne, avremo altre occasioni per sviluppare questo discorso che si inquadra in una tematica che si va affrontando già da un paio d’anni, anche ad iniziativa del Centro di Orientamento Politico, e che va sotto l’etichetta della globalizzazione come chiave di lettura di tutta una serie di problematiche. Andando avanti in questo approfondimento non dobbiamo perdere di vista questa consequenzialità.

Sulla necessità prospettata da Mons. Fisichella, di scongiurare una visione fondamentalista del Cristianesimo, credo che non si possa che essere tutti d’accordo, perché certo il Cristianesimo non si esaurisce nell’Europa e nell’Occidente, anche se è vero che l’Europa e l’Occidente hanno un’anima cristiana.

Se è vero che il Cristianesimo non si esaurisce nell’Europa, è vero però che se l’Europa approfondisce se stessa trova la radice cristiana. Pertanto, nella misura in cui sarà fedele a un suo recupero, a una sua capacità di rilancio e di crescita - anche tenendo conto delle riflessioni del dott. Camilleri su quello che la gente pensa, perché il Cristianesimo è fatto da tutti noi e non solo dalle autorità ecclesiastiche - allora si potrà pensare che comincino a risolversi i problemi di base più volte richiamati, primo fra tutti quello demografico. Se non ci sono le persone credo che tutti i problemi crollino; resta solo la valutazione astratta di problematiche che sfuggono alla realtà della vita.

 

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