I rapporti tra Stati Uniti ed Europa: valutazioni e prospettive
venerdì 10 ottobre 2003
I rapporti tra Stati Uniti ed Europa: valutazioni e prospettive  
 

Agenzia Repubblica (29/9/2003)

Dibattito a Roma con Charles Kupchan organizzato il 10 ottobre dal Centro di Orientamento Politico sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
 Amato e Fini sul conflitto Europa-America mentre Berlusconi cerca di ricucire all’Onu.

    
I due “Grandi” italiani della Convenzione europea, alla vigilia degli incontri di Roma per la ratifica della Costituzione dell’Unione, sono stati chiamati dal Centro di Orientamento Politico, organismo d’ispirazione cattolica presieduto da Gaetano Rebecchini , a discutere su “I rapporti tra Stati Uniti ed Europa”. Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione, e Gianfranco Fini, che vi rappresenta il governo italiano, concordano, da sinistra l’uno e da destra l’altro, sull’esigenza di approvare la carta messa a punto a Bruxelles, lasciando al futuro il compito di razionalizzarne le linee, necessariamente frutto di un realistico compromesso. Sia Amato che Fini hanno lavorato e lavorano perchè, nel segno dell’unità dell’Occidente, non si allarghi l’Atlantico. Per impedire che si precipiti, come profetizza uno dei più acuti politologi statunitensi, Charles Kupchan (professore alla Georgetown University ed autore del celebre “The end of the American era”, che Clinton volle nel suo governo facendone uno dei più ascoltati consiglieri di politica estera alla Casa Bianca) in una guerra civile tra Usa e Ue; la cui conclusione potrebbe addirittura risolversi a vantaggio di quest’ultima: come accadde alcuni secoli prima tra la Gran Bretagna, superpotenza dell’epoca, e la neo unione degli Stati americani, conflitto che finì a favore di quest’ultimi. E proprio Kupchan sarà a Roma per partecipare il 10 ottobre, nel Casino dell’Aurora di Palazzo Pallavicini a Via XXIV Maggio, al dibattito, con Amato e Fini, organizzato da quello che è diventato dopo tre anni di attività il club della politica più importante ed aperto del nostro Paese. Grazie anche all’apporto di fondazioni, sponsor bancari ed industriali, primo fra tutti la ELETTRONICA SPA di Enzo Benigni, il gruppo che ha sposato da sempre l’opzione “atlantica” nella propria politica imprenditoriale, senza tuttavia avere la pretesa di conferire alla scelta indicazioni politico-strategiche.
     Questo importante dibattito ha luogo a Roma dopo che a New York, in occasione dell’ Assemblea delle Nazioni Unite, Silvio Berlusconi, nella sua qualità di presidente dell’Unione europea, ha saputo svolgere un sottile lavoro diplomatico volto a smussare gli angoli delle divergenze tra Europa e America che erano esplose nelle more dell’intervento angloamericano in Iraq.
Così Bush dichiara “finita” la querelle con la Germania, Chirac di non intendere ostacolare il compromesso, e come lui si comporterà Putin. Il rasserenamento almeno formale del clima politico transatlantico era ormai per tutti un’esigenza pragmatica irrinunciabile. E il discorso tenuto da Berlusconi all’Assemblea generale dell’Onu in nome dell’Ue è servito a ricordare che le distanze si sono accorciate fra le due anime dell’Occidente. Ed anche fra europei si è ricominciato a dialogare, nella consapevolezza che un’Unione divisa non potrebbe contare nella nuova partita che si apre. Buone notizie, dunque. Se pur resta il problema di fondo, su cui sono chiamati a discutere Amato e Fini con Kupchan, sul domani dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.
     Il mettere a confronto statisti italiani con importanti rappresentanti della cultura politica statunitense costituisce per il Centro di Orientamento Politico se non una prassi certamente una consuetudine. Nel precedente convegno, svoltosi a gennaio a Palazzo Colonna su “Gli Stati Uniti e l’Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo”, il confronto fu con Joseph Nye, direttore della Kennedy School of Government a Harvard ed anche lui già sottosegretario con Clinton, il quale (pur criticando i new conservative dell’Amministrazione Bush per il loro unilateralismo) sostiene che in termini di potere politico e di potenza militare gli Usa non hanno rivali nel mondo, Ue compresa. Proprio il contrario, dunque, di quanto sostiene l’ospite di oggi. Dopo il professor Joseph Nye, il professor Charles Kupchan. Mentre ancora si avvertono le conseguenze dello strappo provocato da Francia e Germania nelle more dell’intervento anglo-americano in Iraq, Gaetano Rebecchini ha intelligentemente posto al centro del dibattito il teorema di Kupchan, secondo cui l’alleanza atlantica tra Usa ed Ue è al tramonto, e sarà proprio l’Europa il prossimo avversario dell’America. Una linea che assomiglia molto a quella che stanno assumendo gli intellettuali repubblicani vicini alla Casa Bianca, come si evince dalla lettura di uno degli ultimi numeri del settimanale THE WEEKLY STANDARD, espressione dei new conservative, dove in copertina troviamo l’inizio di un fondo titolato “Contro l’Europa Unita’, in cui si suona l’allarme per l’accelerarsi della compattezza anche politica e militare dell’Ue con un conseguente rischio di scontro con la superpotenza americana. Il che, ci pare, esime l’ingegner Rebecchini dall'invitare ad un prossimo convegno professori repubblicani della covata di Donald Rumsfeld, l’onnipotente Segretario alla Difesa che siede alla destra di George W. Bush. Anche se quando parla di “guerra civile” un democratico moderato, se non bipartisan, come sono quelli invitati a Roma da Rebecchini, è  ben altra cosa.
     Il politologo democratico Charles Kupchan in particolare segnala una prospettiva, senza auspicarla. Tende a livellare il rapporto di forza tra le due potenze occidentali, negando che gli Stati Uniti siano la superpotenza del mondo globale. “L’Ue ha un prodotto interno lordo di 8.500 miliardi di euro. Gli Usa non sono poi così avanti, con i loro 10.600 miliardi di dollari. Presto l’euro sfiderà il dollaro come valuta mondiale.  Già il rapporto tra le valute pende a favore di quella europea. L’Europa si è allargata a nuovi Paesi membri, e altri arriveranno nel 2004. La sua popolazione sarà testa a testa con i quasi 300 milioni di americani”. Guerra tra le due sponde dell’Atlantico? Kupchan non crede che si possa arrivare ad un conflitto militare, “ma non illudiamoci che gli attriti resteranno confinati alle battaglie di oggi sui dazi o sulle scelte di politica internazionale”. Ciò che poi è avvenuto a causa della guerra preventiva in Iraq, che il docente della Georgetown considerò come fattore di divisione nell’Occidente, rafforza la sua tesi. “Io continuo a leggere il nostro destino di uomini dell’Occidente come ai tempi dell’Impero romano, alla fine sono i rapporti di forza a determinare alleanze e battaglie fra le potenze. L’Occidente, come accadde con Roma e Costantinopoli, si separerà ancora una volta in due metà, con l’Europa a flettere i muscoli contro Washington, che a quel punto rischierà di chiudersi in se stessa”.
     Il professor Kupchan prevede la nascita intorno al 2030 di grandi regioni, il Nordamerica con Usa, Canada e Messico confederati, l’America Latina intorno a Brasile e Argentina, un legame forte tra Cina e Giappone come leader dell’Asia, l’Africa impoverita e l’Europa potente e partner della Russia. A questo punto, tra Giuliano Amato, Gianfranco Fini e Charles Kupchan si cercherà, nel dibattito organizzato a Roma dal Centro di Orientamento Politico (sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Ciampi), d’illuminare le vie praticabili per una prospettiva pacifica e costruttiva delle relazioni fra i due popoli dell’Occidente cristiano. E’ proprio necessario che l’Unione europea si trasformi in SuperStato sfidante l’America?    

 

 

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Agenzia Repubblica (14/10/2003)

Amato e Fini correggono Kupchan al convegno del Centro di Orientamento Politico
L’ATTUALITA’ DELLA “NATO” PER L’UNITA’ DELL’OCCIDENTE

 


I due massimi protagonisti italiani della Convenzione europea, Giuliano Amato che ne è il vice presidente e Gianfranco Fini che vi rappresenta il governo di Roma, hanno commentato (come informava venerdì sera  in una breve nota l’Agenzia Repubblica sul suo sito internet) le tesi sullo scontro interatlantico futuro che il politologo americano Charles Kupchan, professore della georgetown University e già consigliere di politica estera alla Casa Bianca nella presidenza Clinton, ha illustrato nel convegno organizzato dal Centro di Orientamento politico; portando gli avvenimenti degli ultimi anni, caratterizzati dalla guerra contro il terrorismo islamico, a sostegno delle sue previsioni – presenti nel celebre libro “The end of the American era” – sulla divisione dell’Occidente dopo la scomparsa dell’impero sovietico. Il presidente del Centro, Gaetano Rebecchini, aveva scelto la cornice del Palazzo Pallavicini sul colle del Quirinale, dove sorgevano le terme di Costantino, proprio perché, nel suo libro, Kupchan traccia un parallelo tra la divisione dell’Impero romano dopo la fondazione di Costantinopoli e la divisione tra Washington e Bruxelles, cioè tra Usa ed Ue, dopo la nascita in Occidente dell’Impero “unico” americano. L’ingegner Rebecchini vi ha accennato argutamente nel suo intervento di apertura dei lavori. Anche se, va detto subito, il professor Kupchan, dopo essere partito lancia in resta nelle sue previsioni di conflitto emergente tra le due sponde dell’Atlantico, con l’Unione europea così esaltata nella sua forza potenziale  da giudicarla in grado di vincere la sfida con la Superpotenza degli Stati Uniti, di fronte alle perplessità di Amato e Fini finiva con l’abbassare di molto le rigidità del suo argomentare. Un convegno di grosso impatto culturale e politico, questo organizzato dal centro di Orientamento Politico sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, che ha spinto Carlo Azeglio Ciampi – stante la distrazione di troppi in Italia occupati e preoccupati nelle faccende di bassa cucina politica – ad inviare un messaggio volto a sottolineare come l’Occidente debba rimanere ancorato su due pilastri: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea, che esprimano attraverso la NATO “un’alleanza di democrazie che irradia sicurezza e pace”. Rappresentato Berlusconi al convegno  dal suo braccio destro a palazzo Chigi, Gianni Letta; e la classe politica della capitale dal governatore Francesco Storace.
“La competizione tra Europa e America non è necessariamente scontro”, precisa subito Fini. E se è vero che l’Ue immagina se stessa come un’entità geopolitica capace di essere protagonista, in chiave di patriottismo ma non certo di nazionalismo, sulla scena mondiale, è altrettanto vero che “un’Europa più forte non va immaginata in rotta di collisione con l’America”. Kupchan sostiene che la NATO non ha più senso dopo la caduta del Muro di Berlino, e che anche paesi come l?italia, la Gran Bretagna, la Spagna, la Polonia – i quali preferiscono un continente a forte presenza Usa – capiranno presto che non è più possibile, e finiranno per scegliere il rafforzamento anche militare di una Ue che dal punto di vista economico già rappresenta una potenza pressappoco uguale a quella  Usa. Per il nostro vice presidente del Consiglio, l’Europa non deve indebolire la NATO, ma semmai contribuire militarmente e finanziariamente alla potenzialità di questo organismo atlantico, alla pari con l’America che sino a questo momento ne ha sopportato il peso sopra le proprie spalle. Il vantaggio è reciproco, perché “gli interessi nazionali americani non possono essere intesi soltanto in modo unilaterale”. Del resto anche Charles Kupchan ammette che negli Stati Uniti la presa sull’Amministrazione Bush da parte dei new conservative, che fu alimentata dagli effetti dell’11 settembre 2001, si sta allentando. La competizione tra le due sponde dell’Atlantico può arricchire sia l’Ue che gli Usa, non escludendo sinergie per il fatto che in tutto l’Occidente esistono regole e valori comuni radicati. “Raffrontare, come ha fatto un altro importante politologo americano, l’Europa nel segno di Venere e l’America in quello di Marte è oltretutto riduttivo, poiché l’intero Occidente riflette semmai il segno di Mercurio, il dio dell’economia e dei commerci, e di Minerva, la dea dell’intelligenza e della scienza”.
Giuliano Amato vede anche lui il futuro dell’Occidente in un quadro di unità tra le due sponde dell’Atlantico. E gli europei dovranno inverare la possibilità di diventare un “global player” non da soli, unilateralmente, ma con gli americani. Così l’Ue dovrà fare in modo che si torni tutti in Occidente al principio della multilateralità, che negli ultimi due anni gli Stati Uniti  hanno abbandonato. A Washington, secondo l'ex presidente del Consiglio dell’ultimo governo di centrosinistra, devono rendersi conto del rischio che corrono coltivando l’unilateralismo nelle decisioni di politica estera ed economica, mentre gli europei devono evitare di seguirli, “alla francese”, su questa strada; ma semmai sentire la responsabilità di aiutarli a ripristinare quell’unità atlantica che ha funzionato tanto bene negli ultimi cinquant’anni. Europa ed America, insieme, dovranno comunque essere capaci di venire incontro all’area povera del mondo, evitando d’ora in avanti flop come quello verificatosi al vertice del G7 il 20 settembre a Doha. Amato condivide infine la posizione di Fini sulla NATO, che Kupchan definisce come un organismo morto, superato, quando invece vi stanno entrando tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia. “Perché dovremmo essere proprio noi, i Paesi fondatori dell’Unione europea, a mettere in discussione questa alleanza?”. Giuliano Amato riconosce peraltro a Chrales Kupchan, forse con un pizzico di ironia, un merito: “Ci voleva un americano per farci scoprire l’Europa”, comprenderne le potenzialità ed i valori. Un’opera grandiosa quella che i Paesi europei stanno portando avanti, ora con la Costituzione, ma negli ultimi dieci anni riuscendo ad integrare ben 27 Paesi.

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Il Sole 24 Ore

TRA EUROPA E USA MEGLIO
LO SPIRITO DI COLLABORAZIONE

Di Ettore Gotti Tedeschi

E’ vero , come dice  Charles Kupchan nel suo libro The end of the american era , che lo scontro futuro fra civiltà sarà tra Europa e Usa e non tra occidente e Islam ? E può esser vero che avverrà  grazie al declino del predominio americano e all’ascesa dell’Europa ? Questo è un tema continuamente dibattuto negli ultimi anni, di globalizzazione accelerata,  dopo le tesi provocatorie di  Samuel  Huntington (The clash of civilizations) e le antitesi di chi lo contraddice ( da Francis Fukojama a Robert Nye).
Dal mio punto di vista, i rapporti tra Usa ed Europa non potranno che migliorare ,  facendo di necessità virtù se volete , ma l’alleanza sarà  forzatamente la cosa più logica. Ciò per varie ragioni, economiche  anzitutto, poiché   l’Europa non è così forte come si vorrebbe. E il consolidamento industriale  in grado di creare gruppi europei capaci di competere con quelli USA è lungo e difficile. Le dimensioni delle industrie poi non sono tutto , se non l’avanzamento tecnologico si è grandi e inefficienti  e si cerca di diminuire i costi di  solo riducendo la mano d’opera, che in tempi in cui si sente l’ esigenza di far crescere i consumi non sembra esser una buona soluzione.
La capacità competitiva europea   va poi  dimostrata non difesa , il caso Cina lo dimostra  , senza la loro presenza in quei territori molte imprese europee(e italiane ) perderebbero persino  la loro capacità di restare in Europa. Riguardo alle relazioni tra le industrie europee e Usa, potremmo poi avere  alcune sorprese scoprendo quante eccellenti compagnie della Ue sono già partecipate da gruppi Usa direttamente o indirettamente .La presenza dei fondi di investimento  nel capitale di gruppi quotati dovrebbe anche  far riflettere sull’azionariato di riferimento potenziale .
Pensando alle ristrutturazioni che stanno avvenendo in settori maturi, l’acquisto da parte di imprese Usa può esser preferibile al consolidamento europeo proprio per  evitare troppi tagli al personale  e per aver transfer tecnologico  .Per le imprese Usa l’Europa rappresenta un’area omogenea con potere di acquisto alto e risparmio disponibile, dove il transfer tecnologico è un vantaggio immediato. E certamente una ristrutturazione non ha lo stesso impatto di una fusione sulla mano d’opera.
Molti non saranno d’accordo  ma, da trent’anni sento  eurofanatici affermare che gli USA temono e ostacolano un’ Europa forte  e sento euroscettici che temono  che gli Usa stimolino invece la creazione di un mercato unico europeo per conquistalo meglio. Entrambi hanno torto , l’Europa  e gli Usa  necessitano uno dell’altro  e svilupperanno una partnership diversa, più matura , più coerente con i tempi e le sfide, i rischi e le opportunità . Questa sembra esser anche l’opinione di Gianfranco Fini  e Giuliano Amato  , espressa in un recente dibattito a Roma. Fini  auspica un’Europa che cresca con gli Usa, ma con maggior responsabilità ,ciò grazie ai valori che li   accomunano e grazie al fatto che collaborare in aree dove abbiamo  capacità competitive differenti ( pensiamo alla ricerca , la tecnologia, ecc…)  e’ più produttivo  che competere. Anche  Amato  auspica  un Europa più responsabile per poter realizzare il necessario  multilateralismo,  ma gli  europei  devono essere più orgogliosi  dei propri pregi .
Due fatti poi hanno recentemente cambiato il mondo  unendo di più Europa e USA : il crollo del muro di Berlino e l’attentato alle due torri a New York. Un successivo evento ha poi  diviso  Europa e Usa : la guerra in Iraq. E un fatto ancor più recente li ha riuniti ancora : l’atteggiamento protezionistico verso i Paesi poveri  del vertice di Cancun. Ecco  un’alleanza che preferiremmo veder evolvere in qualcosa di più adatto alla grandezza  e magnanimità di questi due  grandi Paesi .

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Avvenire

LA NUOVA UNIONE
A un convegno romano la provocazione dell’ex consigliere di Clinton Kupchan: l’America vuole isolarsi. Amato: «Evitiamolo»

Radici cristiane della Ue
Fini: più vicini alla meta

Ottimismo del vicepremier, che annuncia passi avanti sul Preambolo della Carta

Da Roma Giovanni Grasso

America al tramonto, Europa in ascesa. Una tesi controcorrente, che fa persino strabuzzare gli occhi all’inizio del nuovo Millennio – segnato appunto dalle difficoltà dell’Europa a trovare una comune politica estera e dall’interventismo americano dopo l’11 settembre – ma che è portata avanti con rigore e con dovizia di argomenti dal giovane professore americano Charles Kupchan. A discuterne, insieme allo stesso Kupchan (ascoltato consigliere di Clinton e autore di un apprezzato e fortunato libro, intitolato appunto The end of the American era), il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e l’ex premier Giuliano Amato nel corso di una tavola rotonda a villa Pallavicini organizzata dal Centro di orientamento politico, presieduto da Gaetano Rebecchini. In margine del convegno, Fini ha anche parlato della Costituzione Ue, annunciando dei progressi sulla possibilità di inserire nel preambolo il riferimento alle radici cristiane dell’Europa: «Il numero dei Paesi favorevoli è aumentato e quelli dei governi contrari diminuito. Ci stiamo avvicinando alla meta».
Ed ecco la tesi di Kupchan: secondo il politologo statunitense nel medio periodo finiranno per prevalere negli Stati Uniti le spinte all’isolazionismo, del resto sempre presenti nella tradizione politica e culturale di quel Paese. «Sono già in molti gli elettori di Bush, quelli dell’America rurale, che si chiedono perché i soldati americani debbano continuare a morire in Iraq», spiega. Le nuove generazioni, inoltre, che saranno «a prevalenza ispanica e comunque molto cosmopolite» tenderanno a allentare il legame storico con l’Europa, mentre quest’ultima «sta compiendo, nonostante le difficoltà che si vedono oggi, passi enormi verso l’unificazione». Kupchan, dunque, profetizza, a breve, il disimpegno americano dalla sua funzione, contestata all’interno e all’esterno, di gendarme del mondo e un conseguente aumento del peso, anche militare, dell’Europa unita. E la prima a farne le spese sarà sicuramente la Nato. «Una mattina gli europei si sveglieranno e non troveranno più le basi militari americane sul proprio territorio». Gianfranco Fini non è d’accordo, considera le tesi dello studioso americano «suggestive, ma non realistiche». Secondo il vicepresidente del Consiglio ci sono troppi valori e interessi anche economici in comune per poter pensare a una sorta di deriva tra le due sponde dell’Atlantico. E, quanto alla possibile competizione tra Usa e Ue, essa ci sarà senz’altro, ma sarà nella linea della collaborazione che è l’unica che conviene ad entrambe. Amato è invece dell’idea che i rischi dell’isolamento americano ci siano tutti, ma ha chiesto all’Europa di fare di tutto per evitarli. «Guai a dire – è la sua opinione – agli Usa: ora che vi siete cacciati nella trappola irachena senza di noi, sbrogliatevela per conto vostro».
 

 


 

 

 

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Il Giornale (stralcio articolo dell'11/10/03)

Gianfranco Fini …………va dritto per la sua strada. E per farlo capire ad abundantiam coglie l’occasione di un seminario di studi dedicato al rapporto Usa-Europa (in cui dibatte con Giuliano Amato e l'ex consigliere di Clinton Charles Kupchan).………………………………………………………………………………     
Anche al suo partito guarda con disincanto, concedendo solo qualche minuto al governatore del Lazio Storace, accorso a palazzo Pallavicini – un tiro di schioppo dal Quirinale…………..…………………E’ un Fini molto determinato quello che si fa vedere nella capitale……………………………………………………………………
 Dalla sua ha una accresciuta valenza internazionale, contatti di buon livello, la convinzione di non dover rimanere impastoiato tra gli affari di governo, gli attacchi della Lega, il rapporto con Berlusconi e le risse interne ad AN. Così cerca di alzare il tiro anche quando – come ieri sera – controbatte le ipotesi di Kupchan di una rottura alle viste tra le due sponde dell’Atlantico e di Amato che non la vede imminente ma ne teme il rischio. Per il vicepremier invece, il clash non ci sarà:  “Non credo – dice convinto – che si possa  pensare al superamento della tradizionale politica di amicizia con gli Usa”. Certo occorre prendere coscienza che problemi esistono, ma questo si può fare come nel casi della Nato che “finora è stata sulle spalle americane” ma che in un futuro non lontano dovrà “poggiare, economicamente, anche su quelle degli europei”. Anche a Washington, aggiunge, facciano comunque la loro parte: “scegliendo di condividere con la Ue la logica bipolare, soprattutto in termini di sicurezza comune”.
 Né scorda Fini di far cenno al faticoso processo per dotare la Ue di una nuova costituzione. Che il compito sia ancora duro, lo fa capire con una battuta rivolta ad Amato (“non vorrei rimpiangere il clima della Costituente”), ma accanto alla constatazione delle difficoltà aggiunge un pizzico di ottimismo per quello che concerne l’inserimento dei valori giudaico-cristiani nell’introduzione della nuova carta. “Rispetto ai lavori della Convenzione – ha rivelato – è aumentato il numero dei paesi che si dicono favorevoli a questo inserimento. Lo scorso 4 ottobre in apertura della conferenza intergovernativa, a Roma, ho constatato poi che per altrettanti governi non c’è una opposizione”. Dunque, anche se la battaglia continua viste le “forti perplessità” della Francia “che però non ha mai detto che porrà un veto”, forse si può essere un pizzico “più ottimisti”.
 Guarda all’Europa Fini e auspica un’intesa, parla del rapporto con gli Usa da consolidare. Ma su quanto avviene a Roma si spende meno:………………………………………………………………………………….

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La Stampa

FINI: COMPETIZIONE, NON SCONTRO, TRA UE E USA
“Europa più forte non significa rotta di collisione con l’America”

di Emanuele Novazio

La crisi irachena condannerà Europa e Stati Uniti alla rottura della solidarietà transatlantica o per far riscoprire – all’una e agli altri – l’indissolubilità e indispensabilità di quel legame? Di certo, dopo l’11 settembre e la caduta di Saddam, Europa e Usa sembrano affrontare con sguardo e logica diversi un problema che arriva alla radice dell’attuale dibattito geostrategico: lo confermano al convegno del “Centro di orientamento politico” dedicato ai rapporti Usa-Europa Charles Kupchan – già consigliere del presidente Clinton e direttore degli studi europei al “Council on Foreign Relation” di Washington – Gianfranco Fini, vice presidente del Consiglio e rappresentante del governo italiano alla Convenzione di Bruxelles, e Giuliano Amato, che della Convenzione è stato vice presidente.
 La tesi di Kupchan è intrigante: “Il dominio americano nel sistema geopolitico mondiale comincia ad affievolirsi”, sostiene: con una conseguenza che potrebbe esserne contemporaneamente la causa remota, il rafforzamento del potere dell’Europa. E una ricaduta strategicamente dirompente, la fine della Nato: anche  Paesi come la Polonia, e come l’Italia che preferiscono un continente a forte presenza Usa – sostiene l’intellettuale democratico – capiranno che non è più possibile e finiranno per scegliere il rafforzamento di un’Europa che dal punto di vista economico già rappresenta un’entità pressappoco uguale a quella americana. Ci si avvicina ad un’Europa grande potenza anche dal punto di vista militare, dunque? Certamente no: ma rispetto a un decennio fa, quando l’Ue era considerata all’establishment politico “una scelta tra pace e guerra”, l’Europa non serve più per sfuggire al passato ma per guardare al futuro. Quella che è in corso, avverte Kupchan, è “una separazione strategica”: l’Europa sarà sempre meno dipendente da un punto di vista militare dagli Stati Uniti.
 Ma la competizione “non è necessariamente scontro”, ribatte Fini, e se è vero che l’Europa immagina se stess come un’entità geopolitica capace di essere protagonista sulla scena mondiale, è altrettanto vero che un’Europa più forte non va immaginata in rotta di collisione con gli Usa. Allo stesso modo il rafforzamento dell’Europa non deve essere inteso come un indebolimento della nato, “che finora è gravata quasi del tutto sulle spalle americane”: al contrario, sottolinea Fini, l’Ue deve porsi il problema di una maggiore responsabilità all’interno dell’Alleanza. Il vantaggio è reciproco: “gli interessi nazionali americani non possono essere intesi soltanto in modo unilaterale”, la competizione può arricchire entrambi e non esclude sinergie, dal momento che sulle due sponde dell’Atlantico esistono regole e valori comuni radicati.
 Ma se davvero l’Ue vuol diventare un “global player”, si chiede Giuliano Amato, “gli europei dovranno inverare questa possibilità con gli Stati Uniti o da soli?”. Dovranno farlo insieme, risponde l’ex premier: se c’è “un bisogno crescente di recuperare multilateralità”, gli europei devono fare in modo che “questo bisogno prenda quota e trovi delle risposte”: Per questo servono cambiamenti da entrambe le parti, suggerisce Amato: gli Usa devono rendersi conto del rischio che corrono coltivando l’unilateralismo, gli europei devono capire di avere la responsabilità di riportarli al multilateralismo. Soprattutto “non rispondano all’unilateralismo con un altro multilateralismo”, magari alla francese: nessuno può essere indipendente in un mondo interdipendente.


 

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Il Secolo d'Italia

UN CONVEGNO A ROMA DEL CENTRO DI ORIENTAMENTO POLITICO
USA E UE, ALLEANZA COMPETITIVA?

Esiste una divergenza di prospettive strategiche tra Vecchio Continente e America?
La condivisione di valori e la comune radice storico-culturale rendono impossibile una frattura all’interno dell’Occidente. Ne hanno discusso Gianfranco Fini, Giuliano Amato e il politologo statunitense Charles Kupchan.

di Antonio Saccà


 Il Convegno che si è appena tenuto al Casino dell’Aurora di palazzo Pallavicini fa parte di quegli incontri che il Centro di Orientamento Politico fondato e diretto da Gaetano Rebecchini, offre ormai con apprezzata consuetudine a chi ha interessi culturali, etici, politici, sociali. Il tema “I rapporti tra Stati Uniti ed Europa :valutazioni e prospettive”, non poteva essere più attuale. Inutile illudersi a riguardo, vi saranno rapporti drammatici tra Europa e Stati Uniti, e quando dico drammatici dico movimentati, con alti e bassi, ala ricerca di un equilibrio. Il problema è stato affrontato da Charles Kupchan dell’Università di Georgetown, dal vice Presidente del Consiglio e rappresentante del governo italiano alla Convenzione europea Gianfranco Fini, dal vice presidente del medesimo organismo del Consiglio Giuliano Amato. Dopo la premessa di Gaetano Rebecchini, che sottolineava il rilievo del tema e la drammaticità di cui ho accennato, sotto la direzione moderatrice di Ettore Gotti Tedeschi, Charles Kupchan iniziava a relazionare. Kupchan è assurto a notorietà, pur giovanissimo, in quanto autore di un volume il quale pone come inevitabile o assai probabile un contrasto dell’Europa con gli Stati Uniti e degli Stati Uniti con l’Europa. Le motivazioni di Kupchan sono le seguenti: l’Europa per la prima volta si presenta non come singola nazione ma come Europa, più o meno unita, in ogni caso in via di unificazione; la moneta europea è potentissima e in competizione con il dollaro; gli Stati Uniti sono in fase di declino; da ciò che i rapporti del passato non valgono per il presente e si volgono alla conflittualità, o in ogni caso a un mutamento dei rapporti. A tale impostazione replicava Gianfranco Fini, il quale evidenziava che per quanto si possa parlare di conflitto, di concorrenza tra Europa e Stati Uniti, non bisogna mai dimenticare che i valori degli Stati Uniti e i valori dell’Europa sono simili e sono i valori che unificano i popoli e gli stati. Anche perché, ed è un aspetto che andava ripreso più ampiamente, come dirò, vi sono competizioni con l’esterno da parte dei paesi che hanno comuni valori, i valori occidentali. Simile ma più dubitativa la posizione di Giuliano Amato. Anche Amato riprendeva l’idea dei valori comuni prospettata da Gianfranco Fini , ma riteneva che l’unilateralismo americano inficia alquanto questa possibilità di unione nei valori comuni. Amato ritiene che una risposta unilateralistica europea all’unilateralismo americano sarebbe la peggiore risposta. Quindi occorre, occorrerebbe tornare a collaborare, a proporsi con unità di intenti anche perché, in ciò concordavano Gianfranco Fini e Giuliano Amato, le sfide contemporanee sono talmente pressanti e devastanti che affrontarle con una sola parte o con la divisione delle parti, intendo le parti occidentali, significherebbe disporsi alla sconfitta. Nessuna potenza, per quanto potentissima, è capace di reggere la globalizzazione da sola. Lo stesso Occidente deve ricongiungersi per far fronte alle situazioni globali. Replicando, Kupchan sembrava attenuare alquanto la sua posizione, rendendola empirica, ossia non si tratterebbe di un inevitabile conflitto tra Stati Uniti ed Europa, ma piuttosto di un conflitto tra forme radicali presenti oggi nella guida statunitense e forme radicali europee. Quando si avrà una sorta di ripresa delle parti moderate il dialogo potrebbe e dovrebbe riaffermarsi. E’ bene aggiungere qualcosa. Riprendo la posizione di Gianfranco Fini: la sfida globale obbliga i paesi che hanno valori comuni ad accomunarsi per fronteggiarla, e la sfida globale viene, come tutti sappiamo , dal terrorismo ma anche dall’area orientale. Può sussistere un conflitto multilaterale, Europa in conflitto con gli Stati Uniti, Stati Uniti in conflitto con l’Europa,  Stati Uniti in conflitto con l’area orientale e segnatamente con la Cina, Cina in conflitto  con l’area europea, Europa in conflitto con la Cina? Questo tipo di conflitti, questa multilateralità di conflitti, che è l’esatto opposto della multilateralità del mondo, del multilateralismo, ma in un certo senso un suo risvolto, non comporterebbe la devastazione dei valori occidentali, di cui Amato e Fini discutevano? Ma basta il nemico comune per unire Europa e Stati Uniti? E’ una questione essenziale. Se è vero, ed è vero, che nessuna potenza, anche la più enorme, è capace di fronteggiare le sfide che si presentano in forma globalizzata, ossia mondiale ne deriverebbe la necessità non già della competizione tra Stati Uniti ed Europa , ma della collaborazione tra Stati Uniti ed Europa. Amato aggiungeva che l’Europa e gli Stati Uniti sono percepiti dal Terzo mondo e dal mondo extra occidentale come mondo unico , unito anche se vi è tensione tra Stati Uniti ed Europa. Essendo noi percepiti come il Nord, come paesi ricchi, come paesi tutto sommato nemici o sfruttatori dei paesi poveri o dei paesi in via di sviluppo o dei paesi non occidentali, ne verrebbe che sarebbe davvero rovinoso se, combattuti, non fossimo uniti. Ma si può evitare un andamento storico che porta l’Europa a diventare più forte? Si può evitare un andamento storico che porta l’Europa ad avere un esercito suo proprio, una moneta sua propria, una politi a estera sua propria, interessi suoi propri, non necessariamente legati ai passati e presenti organismi  di un’Europa tutta integrata agli Stati Uniti?! E come rimediare il fatto che gli Stati Uniti si trovano imbarazzati di fronte a questa rinnovata potenza europea? In poche parole: la storia è dinamica, noi possiamo essere gratissimi agli Stati Uniti di averci liberato dai totalitarismi, ma non per questo dobbiamo rinunciare ad una nostra potenza. Perché percepire questa nostra potenza, questo nostro accrescimento di potenza, come un’ostilità agli Stati Uniti? Non si tratta del fatto che vi è tra gli Stati Uniti ed Europa un conflitto inevitabile. Si tratta del fatto che le situazioni stanno cambiando, e l’Europa si sta presentando come Europa, come entità più o meno unitaria, almeno nel corso del tempo e dei decenni. Perché gli Stati Uniti dovrebbero percepire una più forte Europa come rivale e non piuttosto come un’amica che può essere maggiormente efficace nella lotta ai comuni nemici?! Perché la maggior potenza europea dovrebbe apparire agli Stati Uniti come inimicizia? Questo mi pare il vero punto della questione. E’ stata espressa durante il Convegno un’affermazione molto appropriata: bisogna pur dare qualche ideale alle generazioni presenti, e l’ideale stimolante per l’Europa unita fornisce un dinamismo di speranza di cui abbiamo assolutamente bisogno. Bisogna considerarci amici  paritari degli Stati Uniti. Se questa convinzione si affermerà ne trarremo vantaggio sia noi sia gli Stati Uniti, e quel che prospettavano Fini  ed Amato, un'alleanza in difesa  degli stessi valori, si renderà concreto. Perché in verità questo è il dilemma del futuro: che vi sia alleanza per i comuni valori occidentali, la libertà, la democrazia  e però senza che una delle due grandi aree dei valori, Stati Uniti ed Europa, cerchi di sopraffare l’altra. In poche parole, l’Europa tenta di riequilibrare il rapporto con gli Stati Uniti. Su questo si può manifestare una certa sfiducia, ma non capisco e non si capisce perché non tentare. Non tentare per paura di diventare nemici degli Stati Uniti è un errore prospettico. Può darsi che gli Stati Uniti scopriranno molto presto, o forse lo stanno  già scoprendo, o forse lo hanno già scoperto, che, al contrario, una grande Europa potente è molto più appropriata alla potenza degli Stati Uniti di un'Europa debole come in passato o la cui forza dipende soltanto dagli Stati Uniti.


 

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