Gli Stati Uniti e l'Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo
mercoledì 29 gennaio 2003
Gli Stati Uniti e l'Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo  
 

Agenzia Repubblica (14/01/2003)

Convegno del Centro di Orientamento Politico il 29 gennaio a Roma
Usa e Ue di fronte alle sfide del XXI Secolo

Il Centro di Orientamento Politico, istituzione culturale promossa tre anni fa dall'ingegner Gaetano Rebecchini (dopo un lungo lavoro "missionario" nella Destra italiana come presidente della Consulta per i problemi etico-religiosi di Alleanza nazionale) su di una linea cattolica liberale ma non necessariamente liberista, aperta a tutte le esperienze maturate in questa Seconda Repubblica, ha la peculiarità ed il merito di saper intervenire con tempestività e rigore sulle problematiche che assumono di volta in volta il valore dell'attualità. Importanti e molto seguiti i dibattiti sul fenomeno della globalizzazione che va informando di sé l'inizio del nuovo millennio, insieme ai processi in corso con la Convenzione per dare un'anima all'Europa. Il prossimo appuntamento, sempre a Palazzo Colonna di Piazza Santi Apostoli 66 in Roma, affronterà il 29 gennaio prossimo - sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica - un tema intorno al quale rotea ormai l'intero sviluppo della civiltà occidentale: "Gli Stati Uniti e l'Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo".
L'Atlantico è più largo, come si diceva del Tevere nei primi decenni dell'unità d'Italia? Dall'attacco di Al Qaeda dell'11 settembre 2001 ai prodromi di una guerra contro l'Iraq che sta maturando in questo inizio del 2003 il rapporto tra Usa e Ue subisce il più paradossale dei ribaltoni. Si potrebbe dire, usando parole un pò grosse che pur volano tra le due sponde dell'Atlantico, di una precipitazione in atto (dopo la commozione universale di circa un anno e mezzo fa, ed i conseguenti inni spontanei all'unità dell'Occidente contro il terrorismo islamico) verso un clima da parenti serpenti. Una corrente di eurofobia si è andata alimentando in America, e di americafobia in Europa. C'è il rischio che a Washington - commentava l'Agenzia Repubblica il 28 ottobre scorso, con un articolo dal titolo "Al di là del terrorismo islamico e degli Stati canaglia sintomi di una futura guerra civile americana" - si dia spazio e peso alla lettura si un saggio di Charles Kupchan annunciante che la guerra civile occidentale non è remota. Questo giovane studioso, si dice, sarebbe ascoltato da Bush quando espone la sua tesi di fondo: "L'alleanza atlantica tra Usa e Ue è al tramonto. E sarà proprio l'Europa il prossimo avversario dell'America". Sottolineavamo come Kupchan preconizzi una lotta per l'egemonia sul pianeta tra le due "confederazioni" che esprimono un'economia tendente a pareggiarsi. Nel suo libro "The end of the American era" crede che a vincere la sfida sarà addirittura l'Europa, così come avvenne per l'America dopo la sua unificazione nei confronti dell'imperialismo inglese. Una profezia azzardata, ma che si riaffaccia in altri libri e articoli d'intellettuali americani i quali, più realisticamente, scommettono sulla preminenza degli Usa nell'eventuale conflitto all'interno dell'Occidente. Anche se il potere militare da solo non può produrre i risultati desiderati, come insegna del resto la storia dell'impero globale dell'antica Roma.
Quale sia il punto di riferimento sostanziale del Centro di Orientamento Politico su questo tema scottante lo si capisce dal nome del politologo statunitense Joseph S. Nye jr (direttore della Kennedy School of Government a Harvard), che Gaetano Rebecchini (nella foto) ha chiamato al convegno del 29 gennaio, dove uno dei relatori - coordinati dal dottor Salvatore Rebecchini - sarà Ernesto Galli della Loggia, professore all'Università di Perugia nonché columnist del maggiore quotidiano italiano, il quale proprio ieri firmava un fondo sul CORRIERE DELLA SERA (titolo "La pace ha due volti anche per la Chiesa") sulle diverse guerre che sono in atto nel mondo, da quella in Cecenia a quella a Timor Est, con la sottolineatura di fondo che il Vaticano vuol "usare Arafat per far dimenticare Ratzinger", il Cardinale "conservatore" che presiede la Commissione Interdicasteriale per il Catechismo. Ma proprio ieri il Papa, nel suo discorso al corpo diplomatico, non ha parlato solo dell'Iraq ma di tutte le guerre sparse per il mondo, dall'Africa all'Asia, alla Russia. Ma, in primo luogo, sarà relatore monsignor Rino Fisichella, Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense. Una delle massime autorità teologiche, quest'ultimo, della Chiesa di Roma, che, pur giudicando l'identità cristiana dell'Europa un dato incontestabile (come ieri, del resto, ha ribadito Giovanni Paolo II ai diplomatici), riconosce che la fede in Cristo non si identifica in una cultura, essendo questa Chiesa "cattolica", cioè universale e quindi multiculturale, ben presente anche nell'America del Nord e del Sud, in Africa, in India. Una posizione, questa di Monsignor Fisichella certo non di divisione con il resto del mondo e soprattutto all'interno dell'Occidente. Ed è proprio per questo che il Centro presieduto da Gaetano Rebecchini lo ha scelto ancora una volta come testimonial di una posizione ecclesiale equilibrata.
I due relatori discuteranno di Europa ed America con il professor Joshep Nye jr, della Harvard University, anch'egli molto seguito nell'establishment Usa all'interno dei due partiti, di governo e di opposizione. Una scelta, questa dell'esecutivo del Centro, non necessariamente di destra estrema, né di europeismo autoctono, bensì consapevole della superiore necessità che le due sponde dell'Atlantico costruiscano un solido "ponte sullo stretto": un pò come quello, per dire una battuta, che il governo Berlusconi ha deciso di realizzare tra la Sicilia e il Continente. E' la prova più significativa del ruolo occidentalista in senso cristiano che il Centro di Orientamento Politico ha assunto nel nostro Paese. D'altro canto non si può sottacere che la dialettica all'interno dell'Occidente si sia rovesciata, nel senso che il ruolo tradizionale di Stato-Nazione sia oggi interpretato da Washington, mentre la posizione idealista (che fu da Wilson in poi propria dei presidenti americani) è adesso occupata da Bruxelles e dalle grandi Capitali che fanno corona alla sede dell'Ue. Anche perché l'Unione Europea è ancora una potenza disarmata, mentre gli Stati Uniti d'America puntano all'espansione della democrazia nel mondo attraverso un wilsonismo a mano armata.
Il relatore al convegno di Roma Joseph S. Nye Jr, già Sottosegretario di Stato Usa sotto la presidenza Clinton, nel suo ultimo libro (edito in Italia da EINAUDI, col sottotitolo significativo "Perché l'unica superpotenza non può più agire da sola") contrappone ai falchi della Casa Bianca e del Pentagono il principio di un "potere soffice" per un'America capace di convincere oltre che di vincere. Una "teoria" che, in questi ultimi mesi, ha influenzato non poco la linea di Bush, sino all'accettazione della copertura dell'Onu in vista delle operazioni in Medio Oriente. Una teoria che si fonda in primo luogo, appunto, sul consenso Usa-Ue intorno alle Nazioni Unite, unico modo per non rendere utopistico il governo mondiale. Due influenti senatori, il repubblicano Chuck Hogerl ed il democratico Joe Biden, hanno per fine anno preso l'iniziativa (desueta nella prassi Usa) di lanciare un appello congiunto alla Nazione americana: "Abbiamo bisogno di una coalizione di alleati per dividere i costi della guerra all'Iraq, guadagnare in legittimità e pacificare infine il Medio Oriente". E' il teorema del professor Nye, secondo cui qualsiasi ritorno ad una politica tradizionale incentrata sull'unipolarità, l'egemonia, l'autorità - cioè all'unilateralismo, la cui tentazione resta fortissima in America ma anche per contraccolpo in Europa - non provocherebbe i giusti risultati, e l'arroganza che l'accompagna intaccherà il "self power" che spesso è parte della soluzione.
L'illusione dell'impero, insomma, non deve rendere ciechi di fronte alla crescente importanza per l'America e per l'intero Occidente dell'esercizio in modo soffice e intelligente del potere, sì da accompagnare l'egemonia militare all'egemonia della cultura e dello stile di vita. Una posizione strategica che s'incontra in modo dialettico con gli atteggiamenti (seppur qualche volta sin troppo dogmatici perché prepolitici) del Papa, che spezzoni radicali quanto minoritari della Chiesa cattolica sfruttano quale cassa di risonanza: malgrado gli sforzi della Segreteria di Stato vaticana d'impedirne una strumentalizzazione anti-occidentale. Dipingere il Papa ed il Segretario di Stato come pacifisti unilaterali (anche se per altri esponenti di Curia si può) è erroneo. Ne sono consapevoli anche a Washington, tanto che si parla dell'inclusione della Santa Sede come una delle tappe del previsto giro diplomatico che il Segretario di Stato Usa, Powell, dovrebbe compiere in Europa per spiegare dopo i risultati delle ispezioni la posizione americana nei riguardi dell'Iraq.

 


 

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Agenzia Repubblica (31/01/2003)

Alla presenza di Gianfranco Fini, Rocco Buttiglione e Gianni Letta
La guerra al terrorismo sotto esame al convegno del Centro di Orientamento Politico sui rapporti Ue-Usa

Quando l'ingegner Gaetano Rebecchini, presidente del Centro di Orientamento Politico (organismo indipendente costituito nel 1999 per fornire alle forze politiche occasioni di approfondimento sui grandi temi del momento nell'ottica della dottrina sociale della Chiesa), pensò di dedicare un nuovo convegno su "Gli Stati Uniti e l'Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo", non poteva prevedere che questo appuntamento, dopo quelli sulla globalizzazione e sulla convenzione europea, finisse con il coincidere con l'inizio del conto alla rovescia per l'intervento in Iraq. Ogni tentativo di tenere la discussione su livelli più asettici è diventato pertanto impossibile, malgrado la buona volontà dei relatori. La presenza di mezzo governo nella sala di Palazzo Colonna, dal vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini al ministro Rocco Buttiglione che poi avrebbe preso la parola ed ai sottosegretari alla Presidenza Gianni Letta (in rappresentanza di Berlusconi) e degli Esteri Margherita Boniver, forniva il segnale di una attenzione di grande attualità e di alto livello per un tema, quello dei rapporti tra Ue ed Usa, davvero prioritario. L'Alto Patronato del Presidente della Repubblica al convegno aggiungeva del resto quel pizzico di solennità in più all'avvenimento culturale. Come la presenza in sala dei cardinali di Cura Giovanni Batista Re e lo statunitense James Francis Stafford.
Con il dottor Salvatore Rebecchini, uno dei più giovani direttori della BANCA D'ITALIA, nelle funzioni di abile presentatore e coordinatore dei lavori, il primo ad intervenire è stato Monsignor Rino Fisichella (nella foto), Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense e membro della Congregazione per la dottrina della fede, il quale ha voluto muoversi entro una linea di realismo. Si è detto personalmente contrario alle istanze estreme, sì da giudicare illogici il no ed il sì assoluti alla guerra. La guerra resta comunque l'estrema ratio, sempre. Una posizione realistica, che ci sembra coincidere con quanto ha dichiarato in contemporanea, in sede diversa, il Segretario di Stato di Sua Santità, Cardinale Angelo Sodano, quando si è chiesto: "Ci sono anche ragioni pragmatiche per non fare la guerra all'Iraq: perché irritare un miliardo di musulmani?". Gli Stati Uniti si muovono male - come sostiene l'altro relatore Joseph Nye ir, direttore della Kennedy School of Government a Harvard - sul piano del soft power, dimostrando cioè scarsa capacità di leadership malgrado in termini di potere politico e militare non abbiano più rivali al mondo? Monsignor Fisichella ne conviene, e del professore americano, già sottosegretario alla Difesa nel governo Clinton, apprezza il profondo equilibrio e il senso di responsabilità, il suo giusto richiamo a Bush di non mostrare i muscoli. Questa mancanza di un potere soffice è forse una prerogativa del popolo americano, la cui composizione etnica è però in fase di trasformazione, tanto che già oggi la presenza ispanica negli States, e quindi di una popolazione a base culturale cattolica, diventa maggioritaria. Anche da qui effetti salutari sull'orientamento politico potrebbero diventare decisivi. "E' la nostra forza". In Occidente si deve comunque evitare di camminare da soli, ma accettare tutti nel senso della "pax augustea" e dell'insegnamento universalista, cioè cattolico.
Sul pensiero del professor Nye, il quale ha sostenuto nella sua relazione al convegno (come nel suo libro più famoso: "Il paradosso del potere americano") che anche dentro l'Amministrazione Bush c'è una dialettica vera ("lo scontro di agosto fra Colin Powell e Donald Rumsfeld non era un gioco delle parti, e la dialettica sfociava nella vittoria del Segretario di Stato sul Segretario alla Difesa con il passaggio della linea che rispetta il ruolo del Consiglio di Sicurezza dell'Onu"), concorda anche Rocco Buttiglione. Il soft power nell'azione politica ma anche militare è indispensabile. E qui il ministro delle Politiche comunitarie porta l'esempio della lotta al terrorismo, che in Italia fu soprattutto impostata sull'isolamento delle BR, senza gravi perdite di vite umane, mentre ad esempio in Argentina, dove venne scelta la via della repressione militare e poliziesca, si ebbe un mare di sangue. Anche per la guerra odierna al terrorismo islamico America ed Europa ("ma è proprio così grande la differenza di potere tra Usa e Ue?") convengono su interventi intelligenti: pochi morti, bombardamenti al minimo, occupazione del territorio nemico in tempi brevissimi. Il che presuppone forze armate con armamento sofisticato, e quindi costose, qualora si debba proprio arrivare all'uso della forza. Comunque, ha ragione il professor Nye: "Prima potere politico, poi militare".
Richiamo al realismo anche nella relazione di Ernesto Galli della Loggia, editorialista e docente all'Università di Perugia. Ma proprio l'essere realistici significa per lui prendere atto che l'Europa oggi non è più (e non è ancora) un soggetto politico, ma una galassia nella quale non si crede più alla dimensione dello Stato nazionale. Per cui chi si definisce democratico in Italia non può che guardare agli Stati Uniti piuttosto che all'Unione europea, dove soltanto la Gran Bretagna possiede le capacità di svolgere una politica coerente. La Superpotenza non deve agire da sola? Per Galli della Loggia bisogna capovolgere il concetto: è costretta ad agire da sola. Forse l'Amministrazione Bush non è capace di abbellire le sue strategie, come sostiene Nye, ma la sostanza è questa. Il soft power serve semmai, in stile Hollywood, ad aiutare l'unilateralismo. Secondo il relatore, non è nemmeno esatto quanto sostenuto da Buttiglione in merito alla repressione del terrorismo; e non solo perché non si può fare un parallelo tra quanto accadde in Argentina, dove l'eversione fu di massa, e l'Italia, dove si trattava di frange isolate del tutto prive di un retroterra, ma anche perché qui da noi la repressione "militare" fu in realtà molto forte. Come forte è la guerra alla Mafia, portata avanti anche con metodologie e leggi non certo liberali. Un accenno molto crudo, infine, alle ragioni di un antiamericanismo montante nel nostro Paese e in tutta l'Unione europea: non nasce da ragioni ideologiche, come quelle che caratterizzarono la sinistra comunista durante la guerra fredda, ma da una presa di coscienza popolare che l'Europa è stata cancellata come potenza mondiale dagli Usa nel 1945, dopo secoli di egemonia da parte del vecchio continente. La necessità di recuperare il legame atlantico è stato comunque posta in primo piano, nell'interesse generale dell'Occidente, da tutti gli intervenuti.

 

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AP BISCOM

 

“THINK THANK” DESTRA CATTOLICA CHIAMA A ROMA GURU AMERICANO
Nye accetta l'invito di Rebecchini per parlare del ruolo Usa

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano, 28 gen. (Ap.Biscom) –

Il 'think thank' della destra italiana di area cattolica si interroga sul ruolo che può giocare l'Europa - e quindi l'Italia- nella guerra preventiva voluta da George Bush per deporre il rais di Baghdad. A questo argomento il Centro di Orientamento Politico fondato da Gaetano Rebecchini tre anni fa ha dedicato la tavola rotonda in calendario per domani, chiamando a Roma il 'guru' americano Joseph Nye jr., già sottosegretario alla Difesa durante l'amministrazione Clinton, ora columnist di punta di testate come il "Wall street Journal", il "Washington post"
nonché autore di un best seller che ha fatto discutere, intitolato "Il paradosso del potere americano”perché l'unica superpotenza non può più agire da sola (in Italia edito da Einaudi).
La riflessione sul momento che viviamo e sull'ipotesi bellica cui stanno lavorando gli strateghi del Pentagono, verrà portata avanti da altri due intellettuali: il rettore dell'Università Cattolica, monsignor Rino Fisichella, uno dei più ascoltati collaboratori del Papa e dallo storico Ernesto Galli della Loggia.
La tesi che da tempo sostiene Nye e che proporrà anche domani a Palazzo Colonna riguarda sostanzialmente la posizione dell'America: senza gli Usa non si risolve nessuna crisi, ma gli Usa da soli non riescono a risolvere nessuna crisi. L'enorme potere economico, culturale e militare degli Stati Uniti da solo finora si è rivelato insufficiente per risolvere problemi globali come il terrorismo, il degrado ambientale, il proliferare di armi di distruzione di massa. Nye, nel suo volume, espone ed argomenta la necessità da parte di Washington di adottare
una politica sotto tutti gli aspetti più cooperativa con l'Europa, creando una rete di relazioni costruttive con gli altri
Paesi.
 

 

 

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Avvenire

La guerra si farà Possiamo solo sperare che sia breve e sotto il mandato dell'Onu. Parola di Nye, politologo Usa

L'ideologia dello scontro


Di Giovanni Grasso


Settanta probabilità su cento che la guerra in Iraq si farà. È questa la previsione dell'americano Joseph Nye junior, professore ad Harvard, già sottosegretario alla Difesa nell'amministrazione Clinton. Nye, che ha pubblicato in Italia il suo saggio Il paradosso del potere americano (Einaudi), è a Roma per partecipare a un convegno del «Centro di orientamento politico», presieduto da Gaetano Rebecchini.
Professor Nye, buona parte dell'opinione pubblica europea non è convinta del legame tra Saddam e il terrorismo internazionale. Ci si chiede, insomma, se l'Iraq rappresenti davvero un pericolo tale per la nostra sicurezza da giustificare una guerra...
«Legami diretti tra al Qaeda e l'Iraq obiettivamente non ce ne sono. Benladen è un integralista religioso, l'Iraq uno Stato laico. Ma nel passato sappiamo che Saddam ha appoggiato il terrorismo. Il punto centrale è un altro: l'Iraq continua a violare tutte le dis posizioni dell'Onu sulle armi di distruzione di massa, che ha usato (penso ai gas) contro i suoi oppositori interni e nella guerra contro l'Iran. Armi che rappresentano un pericolo concreto per la sicurezza del mondo intero».
Lei pensa che la guerra sia inevitabile: non crede che si possa tentare ancora con le armi della politica?
«Io credo che sia saggio da parte dell'amministrazione Bush concedere altre sei settimane di tempo agli ispettori dell'Onu. È possibile che Saddam per evitare il conflitto e sopravvivere dichiari agli ispettori dove ha nascosto le armi chimiche e permetta così di distruggerle. In questo caso sarebbe difficile da parte degli Stati Uniti dichiarargli guerra. Ho detto difficile, non impossibile».
Lei crede che sia eventualmente necessario agire militarmente in Iraq sotto l'egida dell'Onu o sarebbe favorevole a un intervento unilaterale da parte degli Stati Uniti?
«Io credo che sarebbe importante agire dopo una seconda risoluzione dell'Onu, che permetterebbe di dar vita a una coalizione militare multinazionale. I sondaggi di opinione in America indicano un 60 per cento di cittadini favorevoli all'intervento armato multilaterale contro Saddam. Questa cifra scende al 40 per cento se l'America dovesse restare da sola a combattere sul fronte iracheno».
Alcuni Paesi europei si sono già pronunciati: scontato il sì di Blair e forse della Spagna, problemi si registrano invece in Francia e in Germania.
«Per questo insisto sul coinvolgimento delle Nazioni Unite. Io credo che un documento dell'Onu sull'intervento - è una previsione, non una certezza - potrebbe alla fine passare con il sì della Francia e l'astensione della Germania».
Quanto pesa nell'opinione pubblica americana questa presa di distanza di Francia e Germania?
«L'atteggiamento della Francia pesa molto di più, per i legami culturali con noi ma anche con i Paesi confinanti dell'America Latina».
Non c'è il rischio di una frattura forte, a livello culturale oltre che politico, tra Europa e America se quest'ultima decidesse di agire da sola contro Saddam?
«Tutto dipenderà dall'esito della guerra. Se sarà una guerra breve, con pochi morti da una parte e dall'altra, se non ci saranno troppe vittime tra i civili, l'eventuale crisi politica tra Usa e parte dell'Europa sarà superata facilmente. Diverso, certo, sarebbe il caso di un conflitto che duri mesi o anni e che faccia registrare molte perdite, anche tra la popolazione civile... Ma io credo che il legame che unisce l'Europa e gli Stati Uniti sia talmente profondo che non potrà mai essere reciso, anche di fronte a una valutazione diversa sulla situazione internazionale. In passato ci sono stati diversi momenti di incomprensione, ma sono stati s empre superati».
C'è, anche in America, chi dice: se le risorse per la guerra fossero utilizzate per combattere la povertà e la fame nel mondo, probabilmente il terrorismo non attecchirebbe...
«È un discorso parzialmente vero, perché ci sono popoli poveri che non forniscono braccia al terrorismo e Paesi ricchi che lo sostengono. In linea generale, condivido l'affermazione di chi sostiene che l'Occidente debba fare di più sul fronte della fame e dello sviluppo. Ma questo è un programma a lunga scadenza, che richiede anni di lavoro. Il terrorismo è, invece, un'emergenza che va affrontata e sconfitta immediatamente. Ci sono dei casi in cui agire è immorale, altri in cui è immorale non agire. Io credo che nel caso dell'Iraq valga la seconda considerazione».
La prima Guerra del Golfo fu provocata dopo l'aggressione irachena al Kuwait e vide la partecipazione di molti Stati arabi nella coalizione anti-S addam. Stavolta non c'è il rischio che un intervento si possa configurare, agli occhi dei musulmani, come un conflitto di civiltà tra islam e Occidente? Penso anche alle conseguenze sulla stabilità interna di Paesi arabi moderati, che devono fronteggiare una crescente ondata integralista...
«Il rischio c'è. Credo però che sarà depotenziato se verranno rispettate le tre condizioni che io auspico per l'eventuale intervento: breve durata, via libera dell'Onu e coalizione multilaterale più ampia possibile».
Quale futuro immagina per l'Iraq del dopo Saddam?
«Penso a un'amministrazione internazionale che rimanga sul posto per diversi anni e faccia sviluppare un sistema politico basato su un accettabile livello di democrazia».

 


 
 


 


 

 

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Corriere della Sera

Monsignor Fisichella: il conflitto? Mi sembra illogico un no assoluto

di Latella Maria


ROMA - Trovare un punto fermo, la credibilità in quanti hanno la responsabilità delle scelte. «È la credibilità che manca in questi nostri tempi - riconosce monsignor Rino Fisichella, magnifico rettore della Pontificia Università Lateranense -. Guard i alle cose italiane, alle statistiche che registrano l' indice di fiducia dei nostri concittadini. Perché ai primi posti ci sono sempre la Chiesa e i carabinieri? Perché il loro messaggio viene riconosciuto come credibile, portatore di un contenuto» . E quali messaggi arrivano, invece, oggi, dai governanti impegnati a decidere sul sì o sul no alla guerra? «Personalmente, sono contrario alle istanze estreme. Il "no" assoluto alla guerra o il "sì" alla guerra preventiva mi sembrano illogici, entra mbi - risponde il magnifico rettore -. La guerra è l' estrema ratio, sempre». Anche nel caso in cui emergessero le famose prove contro Saddam? Monsignor Fisichella accarezza i bottoncini della sua veste vescovile, calibra le parole: «Prima andrebbero comunque esperiti tutti i tentativi, diplomatici, economici, religiosi. Un anno fa il Papa ha riunito gli esponenti di tutte le confessioni, e non fu un caso. Le prove oggettive non bastano, da sole, per poter dichiarare una guerra. Potrebbero, inve ce, essere utilizzate per mettere con le spalle al muro Saddam. A questo punto potrebbe entrare in gioco il soft power, il consenso ottenuto mediante il convincimento: "Vedete, abbiamo fatto tutto quanto era in nostro potere per evitare una guerra"». Soft power, potere morbido del consenso, opposto all' hard power, il potere delle armi. È quanto teorizza Joseph Nye, sottosegretario alla Difesa quando alla Casa Bianca c' era Bill Clinton e oggi piuttosto noto, anche in Europa, per via di un saggi o dedicato a «Il paradosso del potere americano». Nye è un convinto sostenitore del principio secondo il quale gli Stati Uniti dovrebbero adottare una politica più persuasiva che aggressiva, usare più del «soft power che dell' hard power». Di fronte alla concreta ipotesi di un conflitto che rischia di incrinare il fronte dell' Europa, è ai rapporti tra Stati Uniti e Vecchio Continente che va l' attenzione di monsignor Fisichella. «Non condivido del tutto il punto di vista di Joseph Nye, non quan do parte dal presupposto che nei rapporti tra Europa e Stati Uniti si debba tener conto della supremazia di questi ultimi perché, comunque, "gli altri sono più deboli". Non è su queste basi che si conduce un dialogo. E, poi, Nye considera l' Europa u na realtà unitaria, mentre invece di unico, per ora, c' è solo la moneta». Qualche mese fa, reduce dalla lettura de «Il paradosso del potere americano», monsignor Fisichella aveva confidato a Gaetano Rebecchini, presidente del Centro di orientamento politico e della Fondazione che porta il nome di suo padre, sindaco di Roma negli anni ' 60: «Sarebbe interessante dibattere con Nye in Italia». Non immaginava certo che l' incontro sarebbe avvenuto alla vigilia di una possibile entrata in guerra. Og gi pomeriggio, invece, Joseph Nye, Ernesto Galli della Loggia e, per l' appunto, monsignor Fisichella si incontreranno a Roma, nel dibattito promosso dalla Fondazione Rebecchini per discutere dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. «Di quel libro mi sono piaciuti il profondo equilibrio, quel senso di responsabilità che talvolta sembrano mancare, universalmente, alla vita pubblica. Mostrare i muscoli senza un approfondimento del pensiero è del tutto inutile». In passato, la Chiesa ha dovuto e vol uto confrontarsi con la «guerra giusta». Nel caso del Kosovo, per esempio. «È vero - riconosce il monsignore -, è una di quelle ipotesi che purtroppo, in casi estremi, vanno prese in considerazione. La Chiesa è sempre ferma nella difesa della vita in nocente». Ma è difficile immaginare che la guerra preventiva di Bush possa diventare una guerra giusta. Il massimo che gli Stati Uniti possono attendersi dal Vaticano, si raccoglie Oltretevere, è il distacco. Qualche segnale di disgelo c' è stato, è vero, e anche di recente: un mese fa all' Onu è stato inviato monsignor Celestino Migliore, sostituisce monsignor Martino, noto per aver espresso giudizi assai netti contro la guerra preventiva. Ma, come ammetteva giorni fa lo stesso Jim Nicholson, a mbasciatore americano presso la Santa Sede: «Ho discusso con molti dirigenti vaticani. Mi hanno ascoltato, ma non hanno cambiato il loro punto di vista. Per la Chiesa alcune guerre possono essere giustificate, altre no». Quella contro Saddam resta, p er ora, del secondo tipo.


 

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Il Foglio

 Hard power

        Galli della Loggia spiega
   al professor Nye perché gli Usa
   devono decidere anche da soli

   Roma. Il “Centro di orientamento politico” presieduto dall’ingegner Gaetano Rebecchini ha battuto un bel colpo, mercoledì scorso. Uno storico italiano di orientamento liberale ha spiegato la inevitabilità dell’unilateralismo americano a uno studioso e politico americano. La vecchia Europa ha tenuto banco nell’ammaestrare con ironia un rappresentate intelligente dell’America
meno certa delle scelte del team di George W. Bush. Si presentava il libro “Il paradosso del potere americano” (Einaudi) di Joseph Nye jr., professore ad Harvard e già sottosegretario alla Difesa nell’amministrazione Clinton. A discuterne sono stati chiamati oltre all’autore il vescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense e membro della Congregazione
per la dottrina della fede, e il professor Ernesto Galli della Loggia, docente di storia ed editorialista del Corriere della Sera. Nel ruolo di moderatore, Salvatore Rebecchini.
   Monsignor Fisichella pur avendo mostrato interesse per alcune delle tesi espresse nel libro non ha voluto entrare troppo nel merito. Ha scelto, come si dice, di volare alto. Il professor Nye ha presentato le sue tesi sulla necessità da parte americana di usare in politica estera non solo il bastone (hard power) ma anche la carota (soft power) e si è concentrato su questo paradosso: oggi gli Stati Uniti d’America sono il paese più potente mai esistito dai tempi dell’impero ro-mano e nello stesso tempo un paese che non può difendersi da solo dagli attacchi dell’11 settembre, ma che deve cercare una risposta multilaterale e non unilaterale.Nye ha comunque appoggiato la dottrina della “guerra preventiva” di George W. Bush, precisando però che anche in questo caso si tratta di una dottrina che deve essere applicata multilateralmente e non unila-
teralmente.
   Ma proprio contro questa opzione obbligata del multilateralismo ha argomentato,  nel suo intervento, Galli della Loggia. Per lui, l’unica superpotenza oggi sopravvissuta alla Guerra fredda può agire, decidere, soltanto da sola. Il multilateralismo, secondo Galli della Loggia, è nei
fatti impossibile, al massimo si potrà assistere ad alcuni “aggiustamenti estetici” dell’unilateralismo che lo faranno apparire multilaterale, il che in politica e in diplomazia ha la sua importanza formale, ma niente di più.
   E questo per quattro solidi motivi. Il primo concerne “l’incommensurabilità” della forza degli Stati Uniti rispetto a quella dell’Unione europea, sia come potenza militare sia come “percezione del mondo”. Il secondo motivo risiede nella diversità culturale e politica del nuovo continente rispetto al vecchio, con l’eccezione della Gran Bretagna. In Europa, spiega Galli della Loggia, hanno dominato politiche socialdemocratiche e democristiane di tipo solidaristico, ma su un fondo di valori laico; in America una cultura politica individualistica e liberale con accenti fortemente religiosi nel senso dell’“american religion” di cui parla Harold Bloom. Terzo motivo: in Europa non si crede più alla dimensione dello Stato nazionale (la Francia al massimo ne può avere nostalgia); gli Stati Uniti invece nella sovranità nazionale ci credono e la praticano,
sono sempre attenti a che gli organismi e gli accordi sovranazionali, anche quelli sponsorizzati da loro, non prevarichino gli interessi nazionali. Quarto: gli americani sono convinti che la dimensione ideologica della democrazia esiga a volte di fare la guerra, e infatti la fanno, in cinquant’anni ne hanno fatte molte. In Europa invece si è assistito al “divorzio tra democrazia e potere”, a livello politico ma anche a livello culturale e sociale, sui media e nelle scuole.
Hard o soft power, non è che cambi molto
   Per Galli della Loggia, quindi, il soft power valorizzato da Nye può poco contro il terrorismo e contro gli Stati canaglia, e può poco nel costruire il multilateralismo. E poi il soft power americano non è meglio sopportato dell’hard power. Fra i giovani dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina ma anche nei movimenti no global e new global europei il cosiddetto soft power è fortemente criticato. Infine, un riferimento personale: Galli della Loggia ha ricordato la
passata appartenenza di Nye alla National Security Agency, l’ente che gestisce Echelon, “quanto di meno multilaterale si possa immaginare”, al massimo “è anglolaterale”.
Il professor Nye non ha battuto ciglio. In prima fila c’erano: Gianfranco Fini, Gianni Letta, Rocco Buttiglione, Margherita Boniver, i cardinali di curia Giovanni Battista Re e l’americano James Francis Stafford.

 

 

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La Stampa

USA e EUROPA DI FRONTE ALLE SFIDE DEL XXI SECOLO

Oggi all’incontro partecipano monsignor Fisichella, Galli della Loggia; coordina Salvatore Rebecchini.

 Iniziano oggi a Palazzo Colonna (Piazza Santi Apostoli 66 ore 17,30) i lavori del convegno dal titolo “Gli Stati Uniti e l’Europa di fronte alle sfide del XXI Secolo”.
 L’incontro si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica ed è organizzato dal Centro di Orientamento Politico.
 Partecipano ai lavori Monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e il professor Ernesto Galli della Loggia dell’università di Perugia assieme al professor Joseph Nye jr. della Harvard University, autore del libro “Il paradosso del potere americano”. Coordina il dottor Salvatore Rebecchini.
 Il Centro di Orientamento Politico, costituito nel 1999, è un organismo indipendente, ispirato alla dottrina sociale cattolica, che intende fornire al pubblico e alle forze politiche occasioni di approfondimento e diffusione di alcuni temi di grande rilevanza per la nostra società.
 Questo convegno fa parte del ciclo di incontri dedicati alla globalizzazione. Con questa giornata si intende contribuire attivamente al dibattito in corso proprio in uno dei momenti cruciali della storia contemporanea.

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National Catholic Reporter (versione inglese)

di John Allen

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Joseph Nye, a former Assistant Secretary of Defense in the Clinton administration and now the dean of the Kennedy School of Government at Harvard, was in Rome this week. Nye is the author of The Paradox of American Power, where he argues that the U.S. would make a mistake by going it alone in world affairs. He says we should rely less on “hard power,” meaning military might, and more on “soft power,” meaning the power of our ideals to persuade.
Nye spoke at a Jan. 29 conference on “The United States and Europe: The Challenges of the 21st Century” along with Bishop Rino Fisichella, rector of the Lateran University, and Italian scholar Ernesto Galli della Loggia. I was invited to a lunch with Nye and Fisichella before the event, along with a few Italian journalists. The event was sponsored by the Centro per Orientamento Politico, a think tank founded by Italian Gaetano Rebecchini, a councilor of the Vatican city-state and the son of a former mayor of Rome.  

Nye told reporters that he believes the Bush administration needs to do a better job of making the case that Iraq poses an imminent threat, but he thinks a war may be justified.
Nye observed that it’s interesting how American attitudes have mutated since the 1991 Gulf War. The Kennedy School hosted a debate on Dec. 3 between Fr. Brian Hehir, president of Catholic Charities USA, and journalist Christopher Hitchens, in which Hehir opposed a war in Iraq on grounds of Catholic just war theory, while Hitchens argued for it from a leftist human rights viewpoint. Both men, Nye noted, took the opposite positions in 1991. Hehir felt that the Gulf War could be justified, while Hitchens opposed it.
I asked Nye, who is not Catholic but very attentive to the Catholic world, what impact the strong Vatican line against the war was likely to have. The Vatican is, after all, a state with nothing but “soft power.”
Nye said given the fact that there are 65 million Catholics in the United States, positions taken by the Vatican are taken seriously. At the same time, he said, it’s clear to the White House that not all American Catholics agree with the pope on the merits of a war in Iraq. Hence the more the pope turns up the volume, thus bringing the American church along, the more seriously policy-makers will take what he’s saying. The pope’s opposition won’t necessarily stop the president from going to war, but it will be heard.
“Compared to Greenpeace or Oxfam or something like that, the Vatican is, if you like, an NGO with a much greater standing,” Nye said.
Nye pointed to the evolution of American policy on Latin America in the 1980s, where growing Catholic criticism eventually prompted a cluster of American Catholic members of Congress, in tandem with others, to adopt policies hemming in the Reagan administration. “That’s what eventually got John Poindexter into trouble,” Nye said. “So you can sometimes trace an influence.”
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National Catholic Reporter (versione italiana)

Joseph Nye, ex Sottosegretario di stato per la difesa nell ‘Amministrazione Clinton ed ora Preside della Kennedy School of Government a Harvard, era a Roma questa settimana.  Nye è l’autore de Il paradosso del potere americano, nel quale sostiene che gli Stati Uniti commetterebbero uno sbaglio ad agire da soli in politica estera. Egli dice che l’America deve basarsi meno sulla sua “hard power”, cioè sul potere militare, e più sulla “soft power”, l’insieme di ideali che permettono ad un paese di persuadere gli altri paesi a fare quello che altrimenti non farebbero.
 Il 29 gennaio Nye ha parlato ad una conferenza dal titolo: Gli Stati Uniti e l’Europa: le sfide del XXI secolo insieme a Mons. Rino Fisichella, Rettore dell’Università Lateranense ed allo studioso Ernesto Galli della Loggia. Sono stato invitato a colazione con Fisichella e Nye prima della conferenza, insieme a pochi altri giornalisti italiani. La conferenza era organizzata dal Centro di Orientamento Politico, un think tank creato da Gaetano Rebecchini, consigliere del Vaticano e figlio dell’ex sindaco di Roma.
Nye ci ha detto che una guerra contro l’Iraq potrebbe essere giustificata, ma che Bush dovrebbe essere più convincente nello spiegare le ragioni per le quali l’Iraq rappresentano  un pericolo imminente. 
Nye  ha osservato che è interessante notare come le posizioni americane siano mutate dai tempi della guerra del Golfo del 1991. La Kennedy School ha organizzato un dibattito il 3 dicembre scorso tra Padre Brian Hehir, Presidente delle organizzazioni caritatevoli americane (Catholic Charities USA), ed il giornalista Christopher Hitchens, durante il quale Hehir si opponeva alla guerra in base alle teoria cattolica della guerra giusta, mentre Hitchens sosteneva una posizione di sinistra ispirata ai diritti civili. Nye ci ha fatto notare che questi due personaggi avevano sostenuto tesi opposte nel 1991: allora Hehir riteneva  che la guerra poteva essere giustificata, mentre Hitchens era contrario.
Ho chiesto a Nye, che non è cattolico ma  dà molta importanza al pensiero della Chiesa, quanta importanza potesse avere la forte opposizione vaticana alla Guerra. Il Vaticano è, dopotutto, uno stato che non ha altro a disposizione se non “soft power”. Nye mi ha risposto che la posizione del Vaticano va presa molto sul serio, considerando il fatto che negli USA vivono 65 milioni di cattolici.  Allo stesso tempo, Nye ha anche detto che è evidente all’amministrazione che non tutti i cattolici americani sono d’accordo con il Papa riguardo alla guerra contro l’Iraq.  Comunque, più il Vaticano esprime la propria posizione con forza, portandosi dietro la Chiesa cattolica americana,  più la sua posizione  sarà ascoltata attentamente dai politici americani.  La posizione americana non impedirà la guerra, ma sarà ascoltata attentamente.
“Paragonata a Greenpeace o a Oxfam o a qualcos’altro del genere, il Vaticano è un ONG con importanza molto maggiore,” ha detto Nye.
Nye ha anche fatto notare l’evoluzione della politica Americana nei confronti dell’America Latina durante gli anni ’80, quando le crescenti critiche del mondo cattolico hanno portato un gruppo di rappresentanti del Congresso americano ad intervenire contro le politiche dell’amministrazione Reagan.  “E’ questo che procurò dei guai per John Poindexter.  Questo dimostra che è a volte possibile risalire alla fonte di un evento”.

 

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