Il principio di autorità
martedì 30 ottobre 2007
Il principio di autorità  
 

Agenzia repubblica

Agir - 31/10/2007 - 14:32 - (POL)
Disciplina e autorità, le colpe del '68 e i giusti valori da riconquistare
Convegno al Centro Rebecchini con i professori Bernhard Bueb ed Ernesto Galli Della Loggia
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Il libro del professor Bernhard Bueb "Lob der Disziplin" (Elogio della disciplina) è stato lo spunto per un interessante convegno del Centro di Orientamento Politico all'interno dello splendido scenario di Palazzo Colonna a Piazza Santi Apostoli. Il presidente Gaetano Rebecchini (di fronte ad una platea di illustri ospiti tra i quali spiccavano i parlamentari Publio Fiori, Gustavo Selva, Gianni Alemanno, l'ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma Emmanuele Emanuele, oltre a vari esponenti del mondo ecclesiastico e nobiliare) ha aperto l'incontro che aveva per tema "Il principio di autorità. Relatori erano il professor Bueb, rettore per oltre 30 anni del prestigioso Collegio internazionale di Salem nel Baden-Wurtenberg, e il professor Ernesto Galli Della Loggia, noto editorialista del Corriere della Sera, professore di storia contemporanea e Rettore alla facoltà di Filosofia al San Raffaele di Milano. Moderatrice la dottoressa Eugenia Roccella, giornalista e saggista, alla ribalta recentemente per essere stata assieme a Savino Pezzotta l'organizzatrice del Family Day.
  Diversi gli argomenti toccati. Il professor Bueb ha parlato di come attraverso la disciplina l'individuo possa arrivare più facilmente alla felicità, una disciplina che arrivi da un'autorità che attraverso il proprio esempio sappia infondere il senso di autodisciplina. Il giusto uso delle punizioni, ad esempio, fa sì che un ragazzo, un giovane, possa capire meglio alcuni concetti. Il professor Galli Della Loggia ha replicato affermando come certe considerazioni, in larga parte condivisibili, siano valide soprattutto in paesi e realtà dove non sia così vivo come in Italia il concetto di "consenso". L'autorità ha valore solo se nasce dal consenso e la democrazia che ne scaturisce non ne accetta altre, con tutte le alterazioni che ne possano nascere. Infatti, ha ribadito Galli Della Loggia, il potere politico in Italia paralizza ogni situazione e non si fa nulla che non sia deciso dai politici. Il valore della meritocrazia, ad esempio, è fuori dalla nostra mentalità, così come è fuori ormai il ruolo del padre, sorpassato dagli eventi e dal progresso. L'autorità svuotata? Il padre, e quindi la famiglia stessa, sono in pericolo? Questi timori sono stati espressi dalla dottoressa Roccella che ha evidenziato come l'esempio che scaturisce dal libro del professor Bueb possa essere di aiuto al nostro Paese, dove i giovani non si sentono di obbedire ad alcuna autorità e dove scuola e famiglia hanno perso ormai ogni prestigio e valore. Del resto, ha aggiunto Galli Della Loggia, ciò di cui parla il professor Bueb avviene all'interno di un Collegio e non in una scuola pubblica dove ormai i veri padroni sono diventati i sindacati, fatto unico nel panorama europeo.
  Si è poi parlato dell'effetto dirompente che ha avuto sul concetto di autorità il '68 e tutto quello che ne è conseguito. Ma anche in questo caso non c'è stata concordanza di pareri: secondo Galli Della Loggia non bisogna ingigantire i danni di quel periodo perché quella rivoluzione non è stata la causa scatenante ma l'effetto di un malessere diffuso, di una situazione politica violenta, di un forte contrasto tra le parti sociali. Emmanuele Emanuele, nel suo intervento, ha respinto però la valenza di rivoluzione culturale e spirituale di quel '68 nostrano, differenziandolo e di molto con quella spinta che in quegli anni arrivava dall'America. Lì la rivolta era di tipo spirituale, di atteggiamenti pacifisti per un mondo migliore da combattere non con la violenza o le armi ma con l'amore, la fratellanza, la libertà. In Italia, ha proseguito Emanuele, il '68 è stato unicamente un movimento della sinistra per scardinare lo Stato, un attacco mal riuscito però i cui effetti si risentono ancora oggi con gli ex bombaroli ora ai vertici delle istituzioni più importanti e soprattutto con iniziative, anche legislative, che vanno sempre più verso una disgregazione della famiglia, dell'uomo e della donna, dell'essere comunque diversi l'uno dall'altro. Insomma, un genere umano tutto uguale per un caos culturale da usare come vero e proprio attacco alla libertà, alla religione, ai valori.
  Difficile alla fine stilare una sintesi, ma sicuramente dal convegno del Centro di Orientamento Politico di Gaetano Rebecchini sono scaturiti diversi spunti interessanti di riflessione sui quali magari molti politici di casa nostra dovrebbero soffermarsi. Anche perché i giovani non sono né eterni Peter Pan né dei "bamboccioni" ma individui che senza i giusti insegnamenti, i giusti esempi, i giusti valori rischiano di perdersi in un mondo all'insegna del caos, di scelte che nulla hanno a che fare con parole quali amore, rispetto, felicità.

 

 

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Avvenire

Avvenire 31/10/2007
DIBATTITO. Rivalutare la «severità amorosa» come base per il pensiero critico. Faccia a faccia a Roma l’educatore tedesco e lo storico italiano
 Politica & scuola, più disciplina!
 DA ROMA PAOLA SPRINGHETTI
 B ernhard Bueb, 35 anni da educatore (a scuola, in famiglia e nella società) e un messaggio da consegnare: «Per favore, torniamo alla disciplina». Lo ha affidato ai suoi libri, l’ultimo dei quali,
 Elogio della disciplina, è stato tradotto l’anno scorso in Italia da Rizzoli. E lo dice nei suoi numerosi interventi nelle scuole, nelle conferenze che tiene, ai convegni. Ieri, per esempio, è stato protagonista con Ernesto Galli della Loggia di quello su «Il principio di autorità», organizzato a Roma dal Centro di Orientamento politico «Gaetano Rebecchini» e moderato da Eugenia Roccella.
  Per Bueb la disciplina non è un’opzione possibile tra le altre. «È un diritto – spiega –, perché senza non si può sviluppare cultura. Cioè non si potrà un domani svolgere una professione, ma soprattutto non si potrà fare qualcosa di buono in nessun ambito della cultura».
  Eppure negli ultimi decenni la disciplina è stata rifiutata, quasi temuta. «Il problema è che nel XX secolo abbiamo avuto, sia in Germania che in Italia, il culto della disciplina fine a se stessa.
  Ma la disciplina non ha senso se non ha uno scopo, che è l’autodisciplina: è quest’ultima il presupposto per ogni pensiero critico, umanistico o scientifico che sia». Il problema, insomma, non è delle nuove generazioni, ma degli adulti. Ne è una prova il fatto che, quando Bueb è chiamato nelle scuole a parlare di questo tema, nessuno pensa di tirargli i pomodori, anzi: «Le nuove generazioni sono molto più aperte a questi discorsi delle precedenti, che ricordano la storia e ne sono condizionate.
  Gli studenti sono sostanzialmente d’accordo con me quando dico 'no' ad una educazione democratica nella scuola, e chiedono insegnanti più severi e genitori che facciano più richieste e siano più coerenti». Bueb non è l’unico che, negli ultimi anni, alza la voce per chiedere più decisione nell’imporre le regole.
  Tanto che viene un dubbio: non sarà che, poiché il mondo adulto non riesce a capire e soprattutto a convincere i giovani, deve ricorrere a una maggiore disciplina per tenerli sotto controllo? I valori, però, non si impongono... «La disciplina, in sé, non è un valore, ma un metodo – obietta Bueb –. Verità, giustizia, pace, famiglia, libertà: questi sono valori, e vanno trasmessi con l’esempio. Spero che gli adulti tornino disponibili a porsi come esempi, perché la sofferenza suscitata dalla mancanza di modelli è insostenibile». Resta un pericolo: che a forza di disciplina si tirino su persone capaci di obbedire, ma non di assumersi responsabilità. «Il pericolo di abusare di disciplina e autorità c’è sempre. Ogni educatore ha sui ragazzi un potere che è legittimo solo se viene esercitato per amore. A chi diceva che la disciplina era la virtù dei kapò, Helmut Schmidt rispondeva che era anche la virtù di chi aveva aperto i lager e liberato i prigionieri. E d’altra parte ogni esagerazione in pedagogia è male. Lo è sia se ci si arrocca sul versante della disciplina, sia se ci si ferma solo a quello dell’amore. La via maestra è quella intermedia».
  Per questo non è giusto dividere i compiti, come invece qualcuno fa, assegnando alla scuola la disciplina, alla famiglia l’affetto e la protezione: «La disciplina in realtà inizia in famiglia, perché inizia per amore. Anche l’amore senza disciplina non è amore, tant’è vero che porta alla gelosia e all’egoismo. Perfino l’erotismo, senza una forma giuridica, diventa un peso insostenibile per la persona. Per questo dico che amore e disciplina sono una dicotomia che inizia in famiglia e continua a scuola». Il problema della disciplina, però, è assai ampio, e travalica i confini di scuola e famiglia.
  Ernesto Galli della Loggia lo allarga a tutta la società, investendo nella sua riflessione i meccanismi fondanti della democrazia: «L’unica possibilità di esistere, per la democrazia, è avere una base di consenso, per questo è inevitabilmente poco incline a dare grande spazio alla disciplina». È per questo che la crisi del sistema educativo ha investito un po’ tutti i Paesi occidentali. «Nel rapporto educativo è inevitabile che chi insegna sia superiore a chi apprende, e che questi lo riconosca. Non c’è eguaglianza insomma, ma è proprio grazie a questo che si possono far crescere personalità autonome, libere, responsabili. Ed è di queste che la democrazia ha bisogno, solo che la scuola democratica non riesce a formarli». Un paradosso, ma inevitabile. «Sia la democrazia sia il capitalismo per sopravvivere hanno bisogno – spiega della Loggia – che alcune parti della società siano sottratte a se stessi. Ci sono merci che non possono essere comprate e vendute. E la scuola non può essere democratica». Ma neanche la famiglia, visto come «la figura del padre è stata messa in crisi dalla democrazia». Prova ne sia che la fine della disciplina «ha fatto emergere il narcisismo e il branco: i giovani, che per definizione non sono formati, trovano sicurezza nel gruppo.
  Ma così sono destinati a crescere gregari. Non è un caso che tutti i dittatori hanno sempre trovato accesi ed entusiasti sosteni tori nei giovani». Il problema è, dunque, «trovare il consenso su quelle parti di società da tenere al riparo dal meccanismo del consenso democratico».
 
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Bueb: «Spero che gli adulti tornino disponibili a porsi come esempi, perché la sofferenza suscitata dalla mancanza di modelli oggi è insostenibile» Galli della Loggia: «La democrazia ha bisogno di consenso, per questo è inevitabilmente poco incline a dare spazio ad autorità e obbedienza»


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Foxnews

 
Interview with Dr. Bernhard Bueb: Education and Discipline
By Father Jonathan Morris
 
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The famed headmaster of Germany’s most elite boarding school has committed a national sin — he is calling for a return to discipline, order, authority and obedience as hallmarks of effective educational institutions.
Dr. Bernhard Bueb’s best-selling book, “Lob der Disziplin” (In Praise of Discipline) is challenging the establishment and jolting national sensibilities.
Spurred on by the 1968 student movement, post-Nazi intellectual elites and educators have spent the last 40 years purging German schools of all remnants of Hitler's heavy-handed national-socialist regime. In particular, they have done away with the principle of authority. But according to Dr. Bernhard Bueb, this well-intentioned campaign has been disastrous for German kids. He believes its proponents have thrown out the baby with the bathwater.
Today, Dr. Bueb spoke with me by phone before giving his keynote address to the Center for Political Orientation in Rome, Italy. What follows are snippets of our conversation. I think his reflections about the state of education in Germany are applicable to the challenges parents and educators now face in America.

Father Jonathan: Dr. Bueb, you started as headmaster of the Salem boarding school in 1974. What were things like at the time?

Dr. Bueb: When I started, we were going through an extreme revolution of the youth. Until 1968, young people were quite normal. Everything was about order and discipline, perhaps a bit excessive, I admit. But then, as a reaction, the authority of teachers and parents was abolished. When I started in 1974, the school had no idea of where to go. People were uncertain about what is the right way to educate children. Even the conservatives decided that liberalism was the best way to educate.

Father Jonathan: What do you mean by “liberalism”, in relation to education?

Dr. Bueb: I mean “laissez faire," don’t interfere, discuss everything with the kids. The big thing back then — and still today — was to be against “anti-authoritarian” education. And I agree that we shouldn’t be authoritarian, but what they meant was that you shouldn’t practice authority as a father, mother or teacher. “Just let them grow,” they would say. These people were pupils of Rousseau ... they were followers of the Enlightenment. They insisted young people should use their own brains, but I would say how will young kids find the way to use their brains if they are not taught? These people thought educators should give kids freedom at a very early age.

Father Jonathan: And what exactly did they mean by giving kids “freedom”?

Dr. Bueb: They meant independence. Don’t interfere. Don’t ever compel kids to do anything. Then their good natures will help them find the way.

Father Jonathan: It sounds like you disagree with that philosophy?

Dr. Bueb: Well I saw in my own school, and all over the country, adults just got tired. Kids got used to arguing about everything. They had to discuss why they should have to empty the garbage or help in the kitchen. This is still the problem in Germany. And the result is teachers can’t cope any longer.

Father Jonathan: If the system has not been working, why have they followed it for so long?

Dr. Bueb: They said it was a recall of national-socialism. Authority, obedience must go. But the problem is not authority and discipline. It is when you exercise them without love. Now there is a general movement toward more discipline, more order. 95 percent of people in practical education are in favor of my proposals. I mean, the teachers and the kids have no problem with going back to being more strict. It is the 5 percent of people who only dedicate themselves to academic theory who are against it.

Father Jonathan: In the United States we have similar challenges. In a study released by U.S. News and World Report a few years back, the biggest discipline problems in high schools in 1940, as reported by teachers, were talking out of turn, chewing gum, making noise, running in the halls, cutting in line, dress-code violations and littering. Just 50 years later, in 1990, teachers listed the biggest discipline problems as drug abuse, alcohol abuse, pregnancy, suicide, rape, robbery and assault. How does your educational philosophy relate to what seems to be a moral decay in American society?

Dr. Bueb: You should have the courage to demand discipline of children. You should stand up for your authority, with love, but you should also be more strict. People have said to me, "but this is the same thing that the national-socialists demanded." But those are just the academic elite who say that, and some older people. But teachers and young people and children agree with me. As long as you educate them with love, then there is no danger of falling back into national-socialism. Very strict education helps people to become democratically-minded. Absolute freedom is not the way. Self-discipline is not learned by too much freedom, too early.

Father Jonathan: When you talk about “strict education” and “discipline” what are you referring to?

Dr. Bueb: The requisite of all culture growth is asceticism … learning to postpone or renounce wishes and desires. You have to learn to work. Kids need to live a rational life, meaning to submit themselves to reason. You shouldn’t barter with your child. To a three or four-year-old boy or girl, you just say, “You have to do this or that.” People say you need to discuss everything with a child as young as possible. I am proposing finding the middle ground, a third way, to be strict with love.

Father Jonathan: How did you do this in your boarding school?

Dr. Bueb: I am for punishment. The kids knew that there were consequences. They would have to spend the weekend at the boarding school, for example, if they misbehaved. They didn’t like that. Or they would have to stay indoors. Or in the case of sports, if they missed a practice, they would have to go jogging on Sunday morning.

Father Jonathan: What about the moral decline in society as a whole? Isn’t the problem bigger than just discipline in schools? Do you have a sense of why we are going in this direction?

Dr. Bueb: When a nation gets too rich, people begin to lose morals. Riches are hard to cope with. My book is now in eight languages. Germany is not the only country with the problem. Taiwan, China, and Korea, for example, are now trying to cope. When you are rich, you are seduced to enjoy life and not to work on yourself as a person. On the other hand, the poorer you are, the harder you must work to get along. Also, I think that families no longer exist in the same way as you had 50 years ago. Divorce, single mothers, we see the very negative effects in education.

Father Jonathan: OK, so what are the solutions?

Dr. Bueb: The best solution would be to renew family life, but I think it is almost impossible to educate adults. I wish we could bring back the family culture from one day to the next, but I don’t think this is possible, so we must find ways for young people to grow up in a well-settled environment. The real enemy of education is television and internet because children just live through the media. I think, instead, we need to help them live their own experiences and live these out with their peers under the leadership of adults who enforce discipline. Especially in poor, urban communities, we should compel children to get involved in extra-curricular activities. Lots of sports, games, music, theater, outdoor events. We need to create community for them, and you can’t have community without discipline. They will then see that happiness is the consequence of hard work, and not just being beautiful, or doing drugs and alcohol.

Father Jonathan: Any final thoughts?

Dr. Bueb: My main message is this: Parents and teachers should be adults again.

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Il giornale

“IL RIGORE E’ UN’ARMA PER DIFENDERE I RAGAZZI”
Articolo di Giovanni Mellone. (07/11/2007)

In un Paese in cui la maleducazione raggiunge ritmi isterici e il bullismo adolescenziale timbra il cartellino alla stazione della monotonia, parlare di disciplina è come mettere il dito negli occhi di un poppante. Bernhard Bueb ha osato in Germania con il suo Elogio della disciplina (Rizzoli), sfoderando un vocabolario dato per pensionato dopo il Sessantotto che, per rifondare i modelli educativi per gli adolescenti, non si vieta di parlare di autorità, disciplina, severità, imposizioni, punizioni, obbedienza. E ha fatto dibattito, eccome, persino tra gli adolescenti che sono l’oggetto di questa requisitoria in fondo diretta agli adulti smidollati, e se n’è parlato molto anche in Italia.
Bueb è così venuto a discutere a Roma, tra gli arazzi severi, i Tintoretto e i ritratti papali del settecentesco Palazzo Colonna. Di fronte, curioso contrappasso, c’è l’ufficio dell’Ulivo, ma stanno sbaraccando. Noi abbiamo avuto la fortuna, incontrando l’autore, di chiacchierare anche con un «testimone-chiave», la figlia Leonie. Insomma: lei dovrebbe essere il byproduct, l’epifenomeno, il prodotto semantico dei metodi e delle teorie di suo padre, che certo non poteva permettersi di fallire in famiglia. Camicetta bianca appena scollata, pantalone nero aderente, un filo di trucco a sottolineare la maggiore età appena conquistata, non ci pare la cavia di un esperimento. Ma lo chiediamo a lei.
Permette un attimo, fraülein Bueb?
«Sì, prego?».
Elogio della disciplina, il librino del suo papà, ha venduto centinaia di migliaia di copie suscitando un vespaio di polemiche... Lei lo ha letto? (ride)
«Sì».
E cosa ne pensa?
(ride a crepapelle) «Non so, io penso...». Pausa. Dobbiamo capire.
Allora, il libro?
«Mi è piaciuto, va bene per i miei coetanei, perché ci sono troppi ragazzi che non ricevono una buona educazione».
Poche ciance, l’atmosfera di Palazzo Colonna è fatta apposta per meditazioni serie. Passi di fronte al ritratto di Martino V e già sei nel grande salone dove staccano imperiosi i ritratti di Marcantonio Colonna, che portò a Lepanto le navi del Papa. Resta giusto un attimo per riflettere sullo scontro di civiltà accompagnati dalla sagacia organizzativa di Gaetano Rebecchini, che con il suo «Centro di orientamento politico», punto di fusione calda tra il cardinalizio e l’aristocratico e il mondano, ha portato a Roma calibri intellettuali del peso di Francis Fukuyama o Jeremy Rifkin.
E questa volta è il turno di Bueb, storico preside del prestigiosissimo collegio di Salem, dove gli alunni si alzano in piedi quando entrano i professori e se si comportano male, tipo se si fanno le canne, scatta il processino interno e l’ipotesi di mandarli di corsa ai lavori manuali. Il paradiso tecnico per i nostalgici del rigorismo. Torniamo a Leonie.
Leonie, ci sveli qualche segreto del professor Bernhard come padre. Avrà un punto debole...
«Be’, è più buono di quanto traspaia dalle pagine del libro. Si è sempre sforzato di spiegarci il “perché si fa” o “non si fa” di ogni cosa. Lui scrive che non bisogna guardare la televisione, ma poi... l’abbiamo sempre vista».
Anche i programmi frivoli?
«Anche».
Lei ascolta il rock?
«Certo, io amo il rock. Perché me lo chiede?».
Perché leggendo Elogio della disciplina sembra che l’unica musica buona per l’elevazione dello spirito dell’adolescente sia quella classica, tanto che Bueb non va per il sottile: se non piace, va «imposta».
E allora lo chiediamo direttamente al professor Bueb. Lo ha spiegato tante volte: il suo libro in realtà è un appello agli adulti perché si assumano la responsabilità di guidare e condurre i propri figli, «ritrovare il coraggio di educare» anche accettando la prova del conflitto. I ragazzi, ha scritto, «hanno diritto alla disciplina», se li lasci vivere alla Pippi Calzelunghe solo in pochi sapranno sopravvivere in quell’atmosfera di «fantasiosa anarchia». Detto da un tedesco fa già scattare un carnevale di luoghi comuni, ma detto da Bueb, che del professore tutto d’un pezzo è una specie di raffigurazione idealtipica, la severità dei termini, dei presupposti e delle conclusioni miracolosamente si stempera nell’umanità del confronto. Accomodati sul rosso porpora di poltrone patrizie, cominciamo.
Professore, le piace il jazz? (Bueb resterà perfettamente immobile durante tutta l’intervista)
«Sì».
E il rock?
«Sì, se di qualità».
Per esempio?
«Non saprei».
Ma come, un educatore dovrebbe conoscere le icone dei suoi ragazzi...
«Non mi chieda troppo».
A questo può rispondere, però: si parla tanto di disciplina nel libro, come norme interiorizzate. Ma come distinguerla da un semplice rispetto formale di norme che non si accettano e che in fondo preparano alla rivolta il bulletto di domani?
«Partiamo da una constatazione: nel XX secolo, a causa dell’infezione totalitaria, abbiamo sofferto dell’imposizione di una disciplina fine a se stessa. La disciplina è un metodo, non un valore. Io parlo di formazione all’autodisciplina, che è una dote interiore ed è il presupposto della formazione di un pensiero critico. E ciò rafforza la regola per cui io devo sempre seguire ciò che mi detta la mia coscienza. Anche l’abuso, come l’assenza di disciplina, è un male da combattere, per cui qualche volta è giusto che io mi debba ribellare. Nell’esercito tedesco esiste un diritto sancito: si può rifiutare di eseguire un ordine se così detta la coscienza. Questo significa praticare una forma alta di autodisciplina».
In Italia si fa tanta retorica sui ragazzi ridotti a «bamboccioni». Non è un rischio anche nel suo modello, quello di trasformare l’adolescente in un soggetto eterodiretto da regole imposte e non scelte?
«Nooo. L’obiettivo dell’educatore deve sempre essere rafforzare nel giovane il senso del valore di sé. Una buona riuscita del metodo della disciplina insegna all’adolescente a eccellere nei campi in cui si impegna».
Come prendono i diretti interessanti, gli studenti-figli, i suoi richiami alla disciplina?
«Quando li incontro nei licei - perché, sa, mi invitano - le critiche che arrivano al libro sono sui particolari, non sulla tesi generale. E mi sono convinto ancora di più che i ragazzi hanno “desiderio” di disciplina, di insegnanti decisi, di genitori amorevolmente autorevoli».
Lei ripete agli studenti, quando la invitano a scoprire che hanno bisogno di professori con il cuore e con le palle, che senza amore la disciplina è una procedura vuota, un atto autoritario senza autorità: ma ogni tanto per amore, anche per sovrabbondanza d’amore, si può anche sbagliare. O no?
«Certo, per amore si sbaglia. Ma i figli, e pure gli studenti, perdonano gli errori fatti per amore, se sanno che sono amati. E lo fanno anche quando gli educatori ammettono di aver sbagliato».
E lei ha mai sbagliato, professor Bueb?
«Non sono stato sempre coerente, e questo è un errore fondamentale. In alcuni casi non sono stato onesto, e mi è costato molto ammetterlo. I miei studenti mi hanno riconosciuto lo sforzo».
Il suo errore più grande?
«Non aver formato bene come avrei dovuto gli insegnanti di Salem».
Domanda di rito. Ci stiamo avvicinando al quarantesimo anniversario del Sessantotto. Elogio alla disciplina è un meticoloso «ribaltamento del ribaltamento»: il Sessantotto ha criticato e destrutturato quei modelli di autorità intergenerazionale che lei vuole riportare al centro della vita collettiva. Ma è tutto da buttare, il Sessantotto? In fondo, prima di essere ingoiato dall’ideologia, è stata una rivolta contro una società ossificata, ancora divisa per ceti, noiosa.
«No, non tutto nel Sessantotto è da buttare. I sessantottini sono stati degli illuministi romantici. Io stesso sono stato uno di loro...».
Professore, è una notizia. (sorride anche lui)
«Mai marxista, però».
Tiriamo un sospiro di sollievo...
«Avevo trent’anni... I sessantottini, nella loro ansia iconoclasta, hanno buttato a mare troppe cose della vecchia società. In Germania, però, sono stati bravi a ricordare ai tedeschi di usare la propria intelligenza, lottare sempre per la libertà e la democrazia, e seguire la propria coscienza».

 

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