CENTRO DI ORIENTAMENTO POLITICO

 

 

 

 


“Natura umana e biotecnologie”

Convegno del 10 Ottobre 2005

Rassegna Stampa


Intervento di apertura del Presidente Ing. Gaetano Rebecchini


Relatori: prof. Fukuyama, S.E. Mons. Fisichella e il direttore Giuliano Ferrara


RELAZIONI

Dott. Giuliano FERRARA

S. E. Mons. Rino FISICHELLA

Prof. Francis FUKUYAMA

Dott. Giuliano FERRARA

S. E. Mons. Rino FISICHELLA

Prof. Francis FUKUYAMA


Intervento di apertura del Presidente Ing. Gaetano Rebecchini

Eccellenze, Autorità, amici del Centro di Orientamento Politico, rivolgo a tutti un caloroso benvenuto e vi ringrazio per aver accolto l’invito a questo incontro. Un particolare grazie rivolgo ai tre autorevoli Relatori.

Questo Convegno, nono nell’ordine tra quelli qui svolti dal Centro di Orientamento Politico, si ricollega a quello dell’ottobre dell’anno passato, che di certo rappresentò ilmomento più significativo della nostra attività; mi riferisco al convegno su “Storia, politica e religione”, che vide a questo tavolo, insieme al prof. Ernesto Galli della Loggia, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, S. Em.za il Cardinale Joseph Ratzinger, oggi S. S. Benedetto XVI.

All’ingressosono stati consegnati gliAtti di quel Convegno, ed a quellimi richiamo per introdurre il tema di questa sera, prendendo spunto dalprimo intervento dell’allora Cardinale Ratzinger, il quale dopo aver accennato alla rapida enorme crescitadelpotere dell’uomo, che per molti versi è fatto positivo,concludeva dicendo:“ ……….. a questa capacità di fare, a queste conoscenze della ricerca che arrivano fino alle radici dell’essere, non ha fatto riscontro una pari crescita del nostro senso morale”.

Questaconsiderazione, quanto mai semplice nella sua enunciazione, come è nello stile di questo grande Pontefice, non può non indurci a riflettere su i molti pericoli che possiamo correre obbligandoci, tra l’altro, ad aprire bene gli occhi sullo sviluppo delle“biotecnologie” e su quella “questione antropologica”, lasfidaforsepiù inquietante che l’uomo del XXI secolo ha di fronte, come in più occasioni ci ha ricordato S.E. Mons. Rino Fisichella, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense,uno dei tre relatori di questa sera che ringrazio per essere qui presente nonostante l’impegno del Sinodo che, come sapete, è da oltre una settimana in pieno svolgimento in Vaticano.

Su questi temi sarà poi di particolareinteresse ascoltare quantoci dirà il prof. Francis Fukuyama,professorealla Johns Hopkins University nonché membro del “Council of Bioethic” organo della Presidenza degli Stati Uniti,autore, oltre che del noto libro “La fine della storia”, anche di quellopubblicato in Italiacon iltitolo “L’uomo oltre l’uomo”. Libro nel quale l’autore, dopo aver ricostruito la storia del concetto di “natura umana”, denuncia i pericoli della “rivoluzione biotecnologica” ed a questo proposito desideroqui riportare le parole con cui conclude il primo capitolo: “ ……. saranno le decisioni politiche, che prenderemo nei prossimi anni a proposito del modo di rapportarci con queste tecnologie, che decideranno se entreremo o no in un futuro post-umano e nel potenziale abisso morale che un tale destino ci prospetta”.

I pericoli della “rivoluzione antropologica” el’importanza del conseguenteruolo che spettaalla classepoliticasono stati ben compresida diversi intellettuali e studiosi, sia “cattolici” che“laici”, e tra questi basterebbe citare il nome di Habermas -che, come ricordava qui nel precedente Convegno l’allora Cardinale Ratzinger, ama definirsi il più puro tra i laici di Germania , e del quale mi limito qui a ricordare il significativo titolo del suo più recente lavoro: “Il futuro della natura umana – i rischi di una genetica liberale” – quanto poi ai “laici” italiani spicca, per l’intensa ed efficace azione mediatico-culturale il direttore de “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, terza illustre voce di questo confronto.

Abbiamo quindi qui questa sera trestudiosi di quella “sfida” che possiamo ben definire“epocale”, i quali , in base alle loro competenze ed in virtù dei loro specifici ruoli, affronteranno il tema da diversi punti di vista.

E’ quindi auspicabilecheda questo Convegno possano emergere riflessioni utili per tutti e spunti per ulteriori incontri ed approfondimenti.

Numerosi sono le lettere ed imessaggi pervenuti di compiacimento ed auguri per questa nostra iniziativa tra i quali quelli del Cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano, del Vice Presidente e Ministro degli Esteri on. Gianfranco Fini, e del Sindaco di Roma on. Walter Veltroni.

Prima di cedere la parola ai relatori desidero qui ringraziarei sostenitori del Centro di Orientamento Politico: la Fondazione Salvatore Rebecchini e la Società Elettronica, ed in particolare il suo Presidente, Enzo Benigni, qui presente.

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Dott. Giuliano FERRARA

La tesi che intendo sostenere è questa. Non è nuova, ma ha una nuova urgenza e va dunque enunciata con maggiore chiarezza.

L’etica laica o secolare o moderna è stata l’etica del dubbio sistematico. Nella nostra percezione del mondo, della società e della condizione umana il dubbio e la libertà sono inseparabili, sono fratello e sorella. Ma ora bisogna scegliere. Bisogna cioè smettere di dubitare, almeno entro certi limiti. Bisogna ricominciare, entro certi limiti, a sapere per credere e a credere per sapere. E’ un percorso pericoloso, esposto a dottrinarismi equivoci e a una riduzione della complessità infelice della cultura alla chiarezza troppo felice del dogma, ma è un percorso obbligato. Se tutto viene messo in dubbio, è ora di credere in qualcosa. E cercherò di spiegare in che senso e perché.

Il corollario di questa tesi è evidente di per sé. La politica laica o secolare o moderna è nata con Machiavelli come autonomia dalla morale e come profetismo ateo (quest’ultima interpretazione è di Leo Strauss). La politica moderna ha esaurito l’uomo fino alla feccia e lo ha insignorito del mondo nella sua naturalità, nel suo carattere di animale sociale e di specie dominante, specie razionale. Ora la politica si deve in un certo senso “convertire”. L’umanesimo senza Dio, l’affermazione della libertà umana “come se Dio non ci fosse”, è un progetto eseguito, riuscito nel suo scopo, ha vinto. E nella sua vittoria provvisoria, questo è il paradosso del nostro tempo, sta il suo fallimento provvisorio. Dunque la libertà moderna è diventata un problema.

C’è una crisi di senso della religione illuminista del dubbio sistematico. Dobbiamo infatti una risposta all’appello che ci rivolgono i tempi e le cose: mettere in dubbio il dubbio.

All’origine della questione sta un complesso di fattori, ma quello decisivo è lo sviluppo della biogenetica nella forma della tecnica genetica. E’ semplice: l’uomo può “fare” l’uomo a immagine e somiglianza dei suoi sogni o dei suoi incubi. Può predeterminare, predestinare divinamente il sesso e il carattere dell’individuo nascente. Può serialmente moltiplicare via clonazione una identica struttura genetica. Può pretendere di sovrapporre la nozione di salute al concetto di salvezza. Possiamo scavare nel racconto biblico e trovare in laboratorio il contrario di quella genealogia abramitica: un figlio può avere due madri o due padri, naturalmente al costo di una allegoria artificiale della maternità e della paternità naturale, di un uso spurio del seme e del seno.

Durante la campagna referendaria sulla fecondazione medicalmente assistita dello scorso mese di giugno, un settimanale italiano favorevole alla più ampia libertà nell’ingegneria genetica ha messo in copertina la Madonna e ha cercato di gridare lo scandalo della “fecondazione eterologa” di Gesù Cristo. Molti hanno protestato perché un dogma cristiano di fede veniva per così dire “abbassato” alle questioni sperimentali di laboratorio e ai loro riflessi sulla legislazione civile. Ma nessuno ha notato l’effetto collaterale decisivo: il laboratorio veniva innalzato al significato narrativo del presepe. Il laboratorio diventava per allegoria un nuovo presepe. In questa inconsapevole divinizzazione della tecnica, idolatrata come pegno di un nuovo parto virginale, però c’era una logica.

Infatti la generazione e la famiglia diventano una scelta, una eventualità, una proiezione possibile del desiderio inverato dalla tecnica: in sostanza, diventano una creazione dell’uomo invece che l’origine della creatura. Se Cristo è il nuovo Adamo e la sua incarnazione pretende il compimento del tempo messianico, il messianismo della biogenetica produce un Adamo nuovissimo, e con questo mette in discussione le radici giudaiche e cristiane della nostra cultura, trasforma l’homo faber in uomo divino. La procreazione diventa un diritto che si può negare o produrre, bastano una pillola agitata come bandiera del parto negativo, del flusso indolore, o una provetta in cui si realizza la vita come anonimo incontro su ordinazione. L’amore si scatena letteralmente, si rende libero dalla stabilità dell’essere, si emancipa dalla realtà data dopo essere fuggito dalla realtà rivelata. E’ una pura energia prometeica tecnicamente al servizio dell’Io. E’ una creatura della psicoanalisi soffiata nella provetta del desiderio tecnicamente esaudibile. E’ la sceneggiatura di un film di Pedro Almodóvar. Non è più il nesso delle generazioni ma l’organizzazione seriale, volontaria, opinabile della vita umana. Il libertinismo non è più trasgressione, ma regola e prassi alla portata di tutti.

Questo fare che è già un fatto e un già fatto, questo poter fare che non è più un’ipotesi o un poetico patto faustiano con il diavolo, ma un dato di laboratorio, è l’assoluta novità che mette in crisi il vecchio relativismo. E’ un “assoluto innaturale” che sterilizza la fecondità del dubbio. Fino a ieri, dubitavi in quanto razionalista; da oggi, il dubbio ha una curvatura, una parvenza direttamente nichilista.

C’è un precedente storico che può chiarire meglio il concetto che cerco di esprimere. Nella seconda metà del secolo scorso il mondo si raggelò, lungo la via d’uscita dai

totalitarismi europei e dallo sterminio degli ebrei d’Europa, quando scoprì la infinita capacità distruttiva della fisica atomica, il tema apocalittico della bomba. Intorno ai sintomi della paura si dispiegò per contrappasso, come sempre succede, una sindrome della speranza. Dovendo dubitare del destino della terra, in mano alla scissione dell’atomo per eventuale decisione politica, si ricominciò a credere. Ma in un modo particolare. Il pensiero della Chiesa e del cristianesimo occidentale si fece più debole, si incontrò con il precetto del liberalismo che di tutto dubita e dell’essenziale affida il senso alla libertà di coscienza: scomparve l’infallibilismo del Concilio Vaticano I e apparve il dubbio radicale che nutre la fede spirituale e irrazionalista. All’umanizzazione radicale di Cristo, presente nel cattolicesimo di base, nei dintorni del Concilio Ecumenico Vaticano II, fece da contrappunto un innalzamento altrettanto radicale dell’uomo e della sua coscienza, testimone quasi solitaria della grazia. Il prete voltò le spalle all’altare a incontrare il soggetto, la comunità, il popolo di Dio: nacque una sorta di misticismo dell’immanenza, una grande ondata spirituale di ottimismo storico, una fede sempre più disancorata dalla ragione e sempre più legata al dubbio spirituale, esistenziale, rigeneratore della calda speranza e critico della fredda ragione. L’obbedienza si fece ascolto e disponibilità anche nella cultura secolare e laica, e il mondo liberale moderno si separò definitivamente, compiendo la sua parabola, dal concetto di autorità e di verità: materialismo e idealismo razionalista divennero puro soggettivismo, si affermò la funzione sostitutiva del linguaggio rispetto al fondamento di realtà. Fu una rivolta finale contro la pretesa di verità, l’ossimoro del relativismo assoluto, del relativismo come nuova religione laica del dubbio universale.

La bomba di questo secolo non è distruttiva, al contrario: la nuova bomba è invece l’infinita capacità creativa del laboratorio. Questa arma ha però una forza devastatrice infinitamente superiore a quella dell’atomica. La creatività genetica può infatti anche curare la vita, non solo farla o predeterminarla secondo i suoi principi. Si presenta cioè con benevolenza. Anche l’atomica ebbe un suo volto benigno, poteva essere convertita a un uso civile, come fonte di energia, ma questo interessava l’economia, lo sviluppo, i costi industriali. La cura delle malattie, la fine virtuale dell’ereditarietà genetica, la produzione del magazzino ricambi del corpo umano, la scelta del “figlio sano” non riguardano invece il budget delle imprese o il prodotto interno lordo, bensì la vita quotidiana di tutti gli uomini e di tutte le donne. Riguardano l’investimento crescente nel mito dell’immortalità biologica come segnacolo nel vessillo del progresso. Riguarda direttamente l’ansia di vivere e la paura del morire. La biogenetica è già di per sé un fatto para-religioso, una promessa. Ma il contenuto della promessa biogenetica è il miglioramento, il meglio, solo a patto di disancorare totalmente il meglio dal bene (e dal male, assenza di bene). Possiamo stare meglio, concetto relativo, solo a patto di rinunciare alla buona vita, concetto assoluto.

E’ tutto qui il relativismo transumanista: avrai un sempre maggiore benessere, migliorerai la tua condizione esistenziale, ma solo a patto di rinunciare all’ultimo sedimento oggettivo, stabile, della vita buona. Avrai un “figlio sano”, ma il prezzo è la distruzione dei suoi fratelli e sorelle embrionali. Sarai capace di controllare la procreazione, ma dovrai banalizzare l’aborto e renderlo indolore, anestetizzarlo socialmente e moralmente. Ti curerò il maggior numero possibile di malattie per il maggior numero possibile di anni calcolabili nell’aspettativa di vita, ma il prezzo è considerare la vita come “vita sana”, il prezzo è che tu firmi un testamento biologico che dichiari decaduta al momento giusto, da te scelto, la vita malata o disabile. Con la conseguente svalutazione della vita come dato, come limite e come oggetto della compassione, della carità. Oppure: il prezzo è che tu accetti la fabbricazione seriale non soltanto di organi, ma anche di organismi ibridi e di individui umani come il bebè-farmaco. La salute secolare ha un prezzo altissimo, cioè la rinuncia alla fede nella salvezza, per i credenti; e la rinuncia alla regola della vita buona codificata nella saggezza antica, nel razionalismo oggettivistico, in quella ragione filosofica che non è strumento per fare ma funzione del conoscere, misura del ricordare, memoria di qualcuno o di qualcosa che sia altro da te, dal soggetto pensante e senziente. Il risultato è che ci distacchiamo non soltanto dalla “vita morente” di sant’Agostino, pensata nel crinale tra mondo antico e mondo medievale, ma anche dalla modernissima malinconia di Don Chisciotte, che diceva a Sancio Panza: “Io sono nato per vivere morendo”.

Le idee chiare e distinte di Cartesio, il suo metodo e il suo “cogito”, hanno diradato le nebbie della scolastica medievale, come direbbe un professore di filosofia; hanno ucciso la scienza come scienza di Dio. Ma la grande giornata della scienza come scienza dell’uomo, una volta trasformata al suo tramonto in tecnica del transumanismo, ci ha immesso nella notte del dubbio universale: sappiamo chi siamo, perché pensiamo, e sappiamo pensare e trasformare il mondo fino all’ultima stilla di materia, fino alla legge della materia vivente, ma non sappiamo più che cosa dobbiamo essere, che cosa dobbiamo fare. Non è una questione di morale, di valori, è una questione di conoscenza e di ragione.

Pensate a questa strana situazione. Si fa di nuovo un gran parlare di evoluzionismo, di selezione naturale e di disegno intelligente. Se ne parla nelle scuole, nei tribunali, nei giornali, nei discorsi politici. Ma si trascura quel che a me sembra l’argomento decisivo. La biogenetica cambia radicalmente tutto il quadro filosofico in cui è stato inscritto il naturalismo darwiniano e la sua ideologia epistemologica, il neodarwinismo. Fino alla nascita dell’uomo biogenetico era possibile la guerra di chi crede che il caso e la necessità, cioè un processo integralmente naturale e solo naturale, senza interventi provvidenziali e creazionistici, governino dall’inizio esistenza e vita. Il caso e la necessità contro l’intelligenza e il suo disegno fino a ieri avevano ingaggiato un duello comprensibile.

Ma ora? Ora che la selezione naturale diventa selezione umana, selezione tecnica, selezione libera affidata a quella specie a sua volta selezionata che si chiama umanità; ora che possiamo creare i nuovi fossili studiati dai naturalisti di domani, gli ibridi animali a scopo terapeutico che saranno gli scimpanzé di un Darwin dei prossimi secoli: che senso ha ancora quel duello? Se non ci fosse stato disegno intelligente all’inizio del mondo, nella cosmo-gonia, ecco che ce lo ritroviamo qui, per così dire alla fine del mondo, nella cosmo-agonia. Insomma, il tema del creazionismo non spunta più fuori da vecchi libri, ci assale dai laboratori biogenetici dove si danza intorno alla doppia elica.

Da tutto quel che ho cercato di argomentare, torno all’ipotesi da cui sono partito. Il dubbio etico ha consentito alla libertà di nascere come libertà della coscienza e del pensiero.

Nel non sapere come vivere, siamo stati liberi di vivere come desideravamo. Ma questo è un processo di liberazione che si è sviluppato, che è progredito nel mondo storico e naturale, nel mondo della genealogia biblica e della successione ordinata delle generazioni, nel mondo in cui la libertà era data, non fabbricata e predeterminata da una tecnica che si fa divina. Di fronte alla libertà di fare, di fabbricare e predestinare l’esistenza umana biologica, che è libertà di abolire la libertà, bisogna che il dubbio etico relativista si scuota e opponga la ricerca di un fondamento assoluto, di un limite assoluto, di un mistero assoluto, all’assoluto innaturale che ci insegue, anzi ci bracca e ci ha già agguantati.

Qui è il nostro scacco: siamo stati raggiunti e catturati dalle conseguenze del nostro potere, e non abbiamo ancora il potere di reagire. Siamo eredi del progetto umanista e ateo, ne siamo dunque anche i curatori fallimentari. Da millenni la fede si riconosce e si conferma nella liturgia e nella preghiera. La conoscenza deve inventare una sua nuova liturgia, deve reimparare a conoscersi come etica, come potere etico capace di stare alla pari con il potere tecnico. Forse gli uomini e le donne abitano la terra per migliorarsi, forse, ma comunque non possono farlo se non arrivano a distinguere razionalmente il bene e a riconoscerne l’assenza.

Il corollario che procede da quanto si è detto finora riguarda la necessità di una “conversione” della politica moderna, nata dal profetismo ateo di Machiavelli e dalla separazione di politica e morale da lui scoperta nella realtà del suo tempo ed elevata a codice universale della politica di tutti i tempi. Per Leo Strauss Machiavelli era il Cristoforo Colombo della politica: approdò in questo continente nuovo, quello della politica come pura efficacia, come specifica tecnica che basta a se stessa, e lo battezzò come terra puramente umana, come natura separata dal divino, dalla legge morale, dai comandamenti. Fu in questo senso definito il “fondatore dei tempi moderni”, e a buon diritto. E’ dalla politica intesa come tecnica, invenzione teorica cinquecentesca, che si passa alla tecnica come “creazione politica”, come reinvenzione libera dell’umanità, ed è la scoperta del XX e del XXI secolo.

In un certo senso, gli uomini hanno oggi in mano un potere divino di creazione perché per mezzo millennio si sono progressivamente liberati dall’obbedienza al potere divino di interdizione. Se rinasce l’esigenza della conversione, intesa come posizione di un limite etico alla tecnica e alla politica, è perché l’emancipazione da qualunque rilevanza pubblica di Dio si è integralmente compiuta. In epoca di fondamentalismi fanatici e di teocrazie armate, riproporre la questione della relazione tra politica e religione è un rischio calcolato. Ma dobbiamo correrlo.

Negli Stati Uniti d’America, un paeseche considera Machiavelli un interessante antropologo europeo di cinque secoli fa, Dio è il protagonista della coscienza politica nazionale. Ma le chiese sono congregazioni estranee alla vita pubblica. I dieci comandamenti in bronzo del giudice Roy Moore sono stati espulsi dal palazzo di giustizia dell’Alabama e viaggiano solitari a spese dei credenti. In Europa, dove Machiavelli è l’origine o il timbro dell’umanesimo radicale e del repubblicanesimo laico, la Chiesa cattolica è un interlocutore dello Stato, ha un trattato che regola i rapporti di scambio con il potere dei governi e consente in molti paesi la collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche. Ma Dio è rigorosamente escluso dalla vita pubblica. Quando Benedetto XVI pone questo problema non interferisce per ragioni confessionali con la cultura moderna degli europei; ne rende semmai intelligibile, comprensibile, il passo nel tempo nostro e la proiezione nel futuro. La questione della verità come etica della ragione si ripropone come questione politica. Dio è il chiaro nome di tutto questo per il capo della Chiesa cattolica. Noi laici dobbiamo trovare a tutto questo un nome, e in fretta.

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S. E. Mons. Rino FISICHELLA

"Vi è certamente molta differenza tra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l'età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona. Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell'uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia, quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell'embrione; sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale. Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l'ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Se con l'andare del tempo, la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l'organismo risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso" . Sfiderei molti a riconoscere l'autore di questo testo; non è un biologo di fama mondiale, neppure uno dei tanti vincitori di premi Nobel. Non è un grande cattedratico né uno dei nouveaux philosophes. E', invece, un autore del V secolo sconosciuto ai molti, Vincenzo (+ 445/450), monaco a Lérin un'isola vicina a Cannes, che ha scritto una delle pagine più interessanti nella letteratura circa la differenza tra progresso e alterazione, intitolandola con il nome espressivo di Commonitorium cioè un aiuto per la memoria perché rileggendo spesso quelle pagine non ci si incammini per sentieri sconosciuti che non portano a buon fine. Se si vuole entrare più direttamente all'interno del nostro testo, è facile cogliere lo stupore dell'uomo antico che con meraviglia si pone dinanzi alla creazione con i pochi strumenti a sua disposizione e, tuttavia, non manca l'acume della ragione con la quale analizza il fenomeno. Egli sa cogliere il permanere intatto della natura umana all'interno dello sviluppo della realtà individuale. Non è un ingenuo come potrebbe apparire; la sua analisi, infatti, permane carica di attualità e di significato fino ai nostri giorni. Dovrà pur esserci una ragione!

Ci sono nuovi linguaggi nel mondo contemporaneo e sono imposti dalla televisione, probabilmente senza che gli autori siano consapevoli fino in fondo del significato delle immagini proposte. Mi ha colpito di recente una pubblicità che mostra la parabola verso la quale stiamo camminando allegramente, inconsciamente, ma inesorabilmente. Si vede un bel bambino biondo con i suoi riccioli che cammina a quattro zampe, ma subito cresce davanti ai nostri occhi e raggiunge l'altezza per cui può premere il pulsante del semaforo pedonale e, incredibilmente mentre attraversa la strada continua a crescere e corre, si arrampica per i muretti, scavalca un ponte a forma di sospensioni e quando finalmente scende ormai giovane, bello e aitante, in un sottopasso si trasforma in una macchina… la nuova Clio! Paradossale eppure vero; la pubblicità diventa parabola dell'attuale momento storico che l'uomo vive: è destinato a diventare una macchina?

La domanda non è retorica. Che siamo sotto il predominio della tecnica non ha bisogno di grandi dimostrazioni. Ciò che preme, piuttosto, è cercare di comprendere se ci sono strade alternative che possano risvegliare dall'attuale sonnolenza generale in cui siamo immersi e far prendere coscienza che il vero progresso che ci attende o è segnato dalla forza della ragione che recupera obiettivi fondamentali per l'esistenza personale e sociale oppure l'uomo è destinato a giocare un ruolo sempre più secondario e insignificante all'interno del suo stesso mondo. Per alcuni versi, da questa prospettiva, sono ottimista: finalmente ritorna in primo piano il tema della vita e della morte. Guardandomi intorno sembrava che tutto fosse ormai diventato divertimento, piacere, comodità, concerti rock… in una parola, effimero. Contento di sbagliarmi: se la vita e la morte ritornano ad essere contenuto privilegiato dei nostri dibattiti, allora qualcosa sta veramente cambiando e ci si accorge che la posta in gioco è davvero grande. Forse, l'icona di Prometeo che per decenni ha dominato la scena con la sua arroganza lascia il posto a qualcun altro che riporta in equilibrio il mondo, l'uomo che in esso vive e la sua apertura al trascendente che non può essere repressa senza pensare di ridurre l'uomo al solo composto chimico. Mi auguro solamente che l'uscita dal labirinto non avvenga alla maniera di Icaro. Bisognerà non illudersi che le ali con cui si sta volando sono di cera; dimenticare gli insegnamenti del padre Dedalo può far innalzare per un po' oltre il labirinto, ma avvicinandosi al sole quelle ali si sciolgono e la caduta è inevitabilmente mortale. A poco possono valere le lacrime di quanti piangono per la morte se prima non ci si è preoccupati di dare solidità di insegnamento e far prendere coscienza dei propri strumenti.

Un ultima premessa mi sembra necessaria, soprattutto in risposta a quanti ritengono che su tali questioni i vescovi debbano tacere. Ritorna in questi giorni con una forte carica di arroganza il comando laicista: sileant catholici in campo alieno. I cattolici non prendano la parola su questioni che non li riguardano. Ci sono questioni che non devono interessarmi? Potrebbe, ma vorrei essere io a deciderlo. Quando, tuttavia, si parla di problematiche che toccano in primo piano la natura umana, i principi su cui si è costruita e sviluppata la civiltà a cui appartengo e le leggi a cui dovrei obbedire io e il popolo cristiano che ha sempre manifestato lealtà nei confronti dell'autorità costituita , allora l'imposizione del silenzio diventa una violenza. I cattolici hanno acquisito una maturità tale nei loro duemila anni di storia che li ha portati a condividere una responsabilità civile e sociale da cui non possono esonerarsi neppure se lo volessero. Verrebbero meno nel loro stesso compito di credenti che li obbliga a impegnarsi nel mondo ben sapendo che le radici di quella sana distinzione tra Chiesa e Stato appartiene proprio a loro. Il cristianesimo, a differenza di altre religioni, non si è mai voluto proporre come religione di Stato, ma ha sempre cercato di distinguersi dallo Stato. Siamo disposti a pregare per quanti ci governano, ma non ad offrire loro sacrifici. Rivendichiamo la nostra identità che ci fa dire quanto il cristianesimo non potrà mai essere un semplice sentimento soggettivo, ma una verità che siamo chiamati a rendere pubblica, in modo palese e nei luoghi pubblici; sappiamo che questa verità non appartiene agli uomini e per questo chiediamo che anche chi non crede si confronti con essa per verificare le ragioni delle proprie posizioni.

Il nostro dibattito verte su diverse questioni che toccano ambiti differenti. Pur nella genericità del titolo ci si incontra con questioni di ordine culturale, etico, morale, politico e legislativo. Ognuno, a secondo della competenza che possiede, esprime la sua visione del mondo sapendo che l'obiettivo primario rimane la partecipazione diretta alla crescita della società in cui vive. Non possiamo dimenticare, d'altronde, che il sistema democratico in cui viviamo è costituito primariamente dalla forma della rappresentanza non della delega. Non posso delegare nessuno su questioni che toccano la mia coscienza, ma posso essere rappresentato nelle istituzioni competenti perché ciò che costituisce la mia visione del mondo abbia la sua voce diretta nelle sedi legislative. In un sistema democratico dove sono presenti istanze culturali differenti non chi grida di più ha ragione, ma chi presenta le ragioni che possono aggregare il massimo del consenso. Certo, la verità non è data dal consenso –oggi, tra l'altro, troppo facile da essere acquistato- ma dalla oggettività delle ragioni che permettono di raggiungere l'essenza stessa della realtà di cui si discute.

Siamo giunti in questo modo, finalmente, al primo termine del nostro dibattito: la natura umana. Nel contesto contemporaneo siamo posti dinanzi a una duplice tendenza in proposito: da una parte, si pensa che l'uomo non abbia alcuna essenza naturale; esiste evidentemente una dimensione naturale dell'uomo motivo per cui il biologo studia alcuni dati della natura, ma questo non costituisce la sua identità, ciò che interessa è solo l'intenzionalità e la libertà personale che costituiscono la sua natura e la sua persona. Dall'altra parte, si sostiene che l'uomo deve essere inserito sempre di più all'interno della stessa natura e quindi egli risulta il prodotto di un processo biologico evoluzionista in grado di dare spiegazione a ogni possibile modifica inserita nella natura. Queste due prospettive sono rinvenibili facilmente nel dibattito odierno e in tutte le scienze che se ne occupano. E' chiaro che una simile divisione di comprensione porta anche a una concezione antropologica differente con le inevitabili conseguenze nel vivere sociale e culturale.

Il concetto di natura umana, comunque, da qualsiasi parte lo si voglia porre rimane un concetto filosofico, nonostante la sua dipendenza dalle scienze naturali. La filosofia della natura, per alcuni versi, è la più antica riflessione che gli uomini hanno iniziato a fare. Prima di compiere i primi passi nella scienza, comunque, l'uomo ha dovuto capire chi era e in cosa consisteva la natura di cui era formato. Purtroppo, con il passare dei secoli, la natura non è stata più studiata per ciò che essa era in se stessa, ma solo in forza della sperimentazione che in essa si compiva; la natura, progressivamente, è diventata il banco di prova delle teorie più svariate. Non riusciremo in poche battute a riportare ordine in questa giungla. Ciò che importa sottolineare è che si deve raggiungere una visione organica del rapporto tra ciò che viene espresso nella natura e ciò che l'uomo pensa e progetta di sé. La natura umana, insomma, non può essere divisa alla maniera cartesiana in due settori chiari e distinti: res cogitans e res extensa; da una parte, la materia che posso manipolare come voglio e, dall'altra, lo spirito dell'uomo che provvede alle scelte e alla progettualità. La natura umana, invece, è caratterizzata da una profonda e inscindibile unità dove la mano non è meno importante dell'occhio e insieme non sono inutili nei confronti della mente. Siamo dinanzi, pertanto, ad un'unità che si esprime con l'intelletto, con i sensi, con il proprio corpo e con il proprio spirito. Il tentativo di desacralizzare la natura, rendendola un semplice surrogato di materiale da laboratorio ha creato, inaspettatamente, lo spazio per addentrarsi ancora di più all'interno del mistero della vita. Si può spiegare sempre di più in forma scientifica il sorgere della vita e, nello stesso tempo, diventa sempre più misteriosa la materia stessa. Insomma, quanto più comprendiamo di dominare la natura e possiamo scrutare e rendere attuali le sue possibilità tanto più essa diventa misteriosa.

Arriviamo al secondo termine del nostro discorso: le biotecnologie. Una natura sempre più somigliante a un laboratorio aperto, diventa oggi soggetta anche alla bioingegneria genetica; in una parola, l'uomo è giunto ad agire direttamente nel suo patrimonio genetico. Questo può avvenire in duplice modo: sia a livello molecolare, introducendo nella cellula un gene sia a livello cellulare, intervenendo direttamente sui nuclei e modificando così il patrimonio genetico della cellula stessa. Le potenzialità inscritte in questo processo sono davvero entusiasmanti. Il campo di ricerca può arrivare a modificare ed eliminare dei geni patogeni permettendo il miglioramento della vita e sconfiggendo patologie ereditarie. Porre tutte insieme queste possibilità per giungere a un giudizio etico non è corretto. E' necessario considerare ogni caso specifico ed entrare nel merito delle soluzioni che vengono apportate. Solo una facile demagogia, che è sorretta da una latente ignoranza e da un'arroganza del potere finanziario, può pensare di mescolare le carte impunemente. Le conquiste della bioingegneria possono portare certamente a grandi benefici per l'umanità, ma non è oro tutto ciò che luccica . La possibilità –divenuta in diverse parti del mondo già concreta- di manipolare l'embrione umano porta in primo piano il giudizio etico, il rispetto per la dignità dell'essere umano e, non da ultimo, il diritto inalienabile di ogni individuo di essere concepito e nascere nel rispetto della propria natura. Il dibattito che si è avuto nel nostro Paese nell'occasione del referendum sulla legge 40 circa la procreazione assistita ha mostrato con ampia dovizia di particolari la posta in gioco.

Sorge, a questo punto, un'ultima questione: quali sono i principi fondamentali che regolano il vivere dell'uomo all'interno dello sviluppo della scienza che chiamano in causa direttamente la sua libertà? Chi formulerà i principi a cui doversi attenere e chi ne possiede l'autorità? Andremo verso una sorta di Stato etico di venerata memoria hegeliana oppure la scienza saprà darsi da sé delle regole quasi uno statuto etico di autoregolamentazione a cui attenersi? Conosciamo il giuramento di Ippocrate per sapere quanto venga disatteso da molti che lo hanno ridotto a un atto di laurea o a un documento da appendere alla parete. In ogni caso, l'interrogativo non sarebbe risolto. Permane il problema di fondo: chi stabilisce i principi a cui tutti sono sottomessi? La risposta tocca lo spazio dell'etica, cioè dei principi razionali universali. La scienza, lo Stato, la religione e la singola coscienza sono chiamati a riconoscere, rispettare ed osservare il principio primo del vivere personale e sociale. La risposta, quindi, consiste nell'affermare che l'uomo è chiamato a fare il bene ed evitare il male. Questa è un'intuizione fondamentale che caratterizza l'agire di ogni persona. Ora, chi stabilisce il confine tra i due e dove si situa il bene e il male? Domanda perenne che rimarrà tale anche per i secoli futuri e che, comunque, deve non solo essere posta, ma anche trovare risposta.

Si deve ritornare, a nostro avviso, alla tanto vituperata legge impressa nella natura che permane come regola suprema di vita e principio etico, nonostante lo slittamento che si è creato con i "diritti fondamentali dell'uomo". Questa legge non è una coercizione perché andrebbe contro la stessa natura dell'uomo; essa, al contrario, è una perenne sfida che si pone all'uomo perché in essa possa scoprire come esercitare la sua libertà e la sua progettualità. L'uomo non potrebbe mai porsi dinanzi alla natura in maniera passiva, quasi da essere asservito dalla natura. Conforme alla sua stessa natura, invece, è chiamato a far emergere dalla natura tutte le potenzialità che la spingono ad essere ciò per cui è. Solo in questa reciproca relazionalità, si può pensare di creare progresso coerente tra lo sviluppo della natura mediante l'intelligenza dell'uomo e la realizzazione dell'uomo stesso. Quando ambedue, ciascuno conformi a se stessi, tendono verso la finalità impressa in loro, allora siamo dinanzi a una reale conquista per il progresso della specie e a un'applicazione coerente del principio etico. La natura, pertanto, ha bisogno dell'uomo per manifestare ciò che è; la cosa straordinaria è che in questa conoscenza, l'uomo scopre di essere uscito lui pure da questa natura e che quindi è il fine verso cui essa tende. Ciò non significa che l'uomo possa fare con la natura tutto ciò che desidera o che vuole. Qui viene ad inserirsi il primato dell'etica nei confronti di ogni potenzialità che l'uomo scopre nella natura. L'uomo non può creare progresso distruggendo se stesso o sperimentando nella natura umana; questo non è conforme né alla natura che appunto tesa verso l'uomo né alla natura umana che è tesa alla rigenerazione di sé in conformità con ciò che essa naturalmente produce. In questo contesto entra, inevitabilmente, il tema della dignità della natura umana. Proprio perché non è mai un semplice complesso di tessuti, organi e funzioni, ma sempre unità inscindibile di corpo e spirito, la natura umana non potrà mai essere sottoposta alla sola legge biologica senza attentare alla propria salvaguardia. La scienza e la tecnica dinanzi alla natura umana hanno non solo la responsabilità, ma l'obbligo etico di porsi al servizio della persona e dei suoi diritti inalienabili. Ogni altra strada, se mai percorribile, diventerebbe coercitiva nei confronti della stessa natura umana che si vuole promuovere.

Queste brevi riflessioni portano a una conclusione: fin dove può osare l'uomo? O detto altrimenti: ci sono confini che l'uomo è chiamato a rispettare nella sua azione di progettazione di sé e del mondo? A me sembra che l'uomo deve osare fino all'estremo delle sue possibilità, fin dove lo porta l'uso corretto della sua ragione, fin dove l'istanza più profonda della sua natura lo orienta. Se questi elementi sono accolti nella loro coerente accezione è evidente che all'uomo sono aperti spazi non estranei alla sua natura né al suo profondo senso di trascendenza che porta incondizionatamente dentro di sé. In questo senso, mi piace l'espressione riportata dal Direttore del National Institute for Human Research, dopo la scoperta del genoma: "We are at the end of the beginning". Questo è ciò che l'uomo di scienza percepisce e con onestà professa. Da quando esiste l'uomo come essere vivente su questa terra, siamo giunti alla fine dell'inizio nella scoperta di una parte essenziale del nostro corpo. Per quanto concerne l'animo, la mente e ciò che ci caratterizza come spirito il tempo ha bisogno di trascorrere, lasciando sempre e in ogni caso la possibilità di andare sempre oltre a ogni conquista. Essa apparirà come una tappa che deve essere percorsa, ma superata; la chiamata dell'uomo è sempre verso l'infinito che porta dentro di sé.

L'uomo ha un limite nel suo osare e questo limite è determinato dal prendere coscienza di ciò che egli è. Questo è l'unico limite che io riconosco; egli non può essere dio e non può sostituirsi a lui. E' illusorio pensare che sarà immortale e onnipotente. Non lo sarà, non lo potrà mai essere. Se non accoglie in sé questa certezza basilare, si autodistrugge. Il limite del suo osare è dato da se stesso senza dover ricorrere a nessun comando divino. Più crea in sé l'illusione e più si allontana dalla realtà e muore. I principi dell'etica non sono, in primo luogo, dei confini posti al tentativo dell'uomo di ricercare tramite la scienza e al suo desiderio di andare sempre oltre ciò che ha trovato; al contrario, l'etica è la delineazione di uno spazio d'azione su cui regolare la propria esistenza in coerenza alla propria natura.

Una conclusione spontanea mi viene riprendendo tra le mani il pensiero di un autore che dinanzi al successo di una ragione che tutto spiega e comprende ebbe il coraggio di mostrarne gli insormontabili limiti. L'insegnamento di Pascal resta attuale nel periodo in cui la supremazia della tecnica tende a marginalizzare l'uomo senza rendersi conto che così facendo dichiara la propria fine. "Io non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né che cosa sono io stesso: io sono in una ignoranza terribile circa tutte le cose; non so cosa è il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa parte di me che pensa ciò che dico, che riflette su tutto e su se stessa e non conosce sé più di quanto conosca il resto. Vedo questi spaventevoli spazi dell'universo che mi rinchiudono e mi trovo attaccato ad un angolo di questa vasta distesa, senza che io sappia perché sono stato collocato piuttosto in questo luogo che in un altro, né perché questo poco tempo che mi è dato di vivere mi è assegnato a questo punto piuttosto che ad un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e che mi seguirà... tutto quello che io conosco è che debbo morire, ma quel che ignoro di più è proprio questa morte che non saprei evitare. Come non so da dove vengo, così non so dove vado e soltanto so che uscendo da questo mondo, io cado per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato senza sapere quali di queste due condizioni mi deve toccare eternamente in sorte" . Il mistero permane come l'espressione culminante a cui ognuno guarda con meraviglia. Esso non umilia, ma innalza a percepire la grandezza della propria natura come è uscita dalla mani del Creatore.

Vincenzo da Lérin, Commonitorium, 23

cfr Rm 13,1-7; 1 Tm 2,2; 1 Pt 2,13-17.

Sintomatica, in proposito, l'espressione è del Prof. Panayotis Zavos, ricercatore cipriota in un'università del Kentuky il quale, secondo quanto scrive Sunday Times nel suo tentativo di clonazione dell'essere umano sostiene di "essere riuscito a creare embrioni ibridi di uomo e mucca che avrebbero potuto in teoria essere impiantati nelle tube di una donna". Un suo collega dell'università di Shangai, mesi prima aveva provato un esperimento simile, solo che l'ibrido era uomo-coniglio, DNA umano e ovuli di coniglia privi di nucleo ma che mantenevano tracce di DNA, cfr. Il Mattino 15 settembre 2003, 15. Su questo aspetto cfr. pure il documentato testo del relatore a questo dibattito F. Fukuyama, L'uomo oltre l'uomo, Milano 2002.

B. Pascal, Pensieri, 149.

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Prof. Francis FUKUYAMA

Vorrei innanzitutto spiegare il mio punto di vista su questi argomenti. Non intendo farlo da una prospettiva religiosa, - io sono di religione Protestante, ma in questa sede non vorrei affrontare questi argomenti da un punto di vista strettamente religioso, e non condivido il punto di vista della Chiesa Cattolica sullo statuto morale dell’embrione. Ritengo tuttavia che la religione contenga importanti verità morali e che quindi una visione religiosa sia estremamente importante, perché le verità religiose contengono qualcosa di universale. Inoltre, ho notato che nel dibattito pubblico attuale in Italia e negli Stati Uniti, i pensatori secolari non accettano le premesse religiose, che vi sono alcune argomentazioni religiose che non possono proprio convincere nessuno e quindi, per imporre le necessarie limitazioni alle infinite manipolazioni della natura, occorre partire da altre basi che prescindano dalla dottrina. Le mie inquietudini sull’argomento, in quanto scienziato politico, sono partite dall’osservazione delle terribili realtà politiche del ventesimo secolo, che è stato contraddistinto da vari tentativi di applicare agli ideali un’ingegneria sociale, attraverso il fascismo e in particolare attraverso il comunismo, che intendevano creare società che potessero essere perfettamente giuste, mediante programmi morali astratti che in ultima analisi sono falliti alla fine del ventesimo secolo, poiché si sono schiantati contro la roccia della natura umana Il comunismo si è sforzato di creare esseri umani che fossero infinitamente altruisti, e la cui lealtà fosse riservata allo Stato, e all’umanità nel complesso, anziché alle loro famiglie e ai loro cari. E questo molto semplicemente non si accordava con il modo in cui funzionano gli esseri umani. Questo è in ultima analisi il motivo del collasso di questi progetti utopistici. Ma, nel cercare di dar vita a questo tipo di obbiettivi sociali molto ambiziosi, queste ideologie hanno creato condizioni di vita orribili, nei campi di lavoro e di rieducazione, e hanno provocato milioni di morti che possono essere attribuiti ad una ingegneria sociale utopistica. Ho cominciato a temere che nel ventunesimo secolo si possa cercare di attuare nuovamente dei tentativi per applicare questa ambiziosa ingegneria. Ma questa volta, potremmo usare degli strumenti della scienza che nel ventesimo secolo non esistevano.A quell’epoca si ricorreva agli agit-prop e alla rieducazione, oggi abbiamo a disposizione la scienza neurologica cognitiva, l’ingegneria genetica, i farmaci che agiscono sulla psiche, e abbiamo molti altri modi per interpretare il comportamento umano e controllarlo, e concedere – come ha detto il Monsignore – ad alcuni uomini il dominio su altri uomini. E questa è la questione politica fondamentale che mi spinge ad affrontare questo argomento. Vorrei iniziare con la questione della natura umana e anche in questo caso sono perfettamente d’accordo con il Monsignore sul fatto che il concetto di natura umana è assolutamente fondamentale per la definizione dei confini morali di qualunque scienza e tecnologia futura. Ho l’impressione che il concetto di natura umana non sia più molto di moda. Ogni filosofo, prima di Emanuel Kant, basava i suoi insegnamenti etici e la sua filosofia politica su una visione sostanziale del modo di essere dell’uomo. Ho molto apprezzato che il dottor Ferrara abbia citato Machiavelli perché Machiavelli è stato il primo a ridurre gli obiettivi della politica, allontanando le finalità politiche in favore della vita pura e semplice. Su questo non ci sono dubbi. Ma molti importanti filosofi, dopo Machiavelli, ad esempio Hobbes, Locke, i Padri Fondatori Americani, avevano tutti un visione sostanziale di ciò che era bene per l’uomo e hanno basato la dottrina moderna dei diritti umani su fondamenti assolutamente primari per la nostra attuale comprensione. Indubbiamente, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e la loro Costituzione sono basati su argomenti filosofici. Tutto è cominciato con gli autori classici, Platone e Aristotele, i quali si sono impegnati in una discussione razionale del loro punto di vista su ciò che la natura dettava. I pareri possono andare in direzioni opposte, e soltanto la filosofia può additarci una vita buona che sia in accordo con la nostra natura. Ovviamente, ci sono stati poi gli insegnamenti di tutta la tradizione Cattolica riguardante la legge naturale, che contiene una dottrina sulla natura umana che sostiene che la natura umana è fondamentalmente buona. L’uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio, e uno dei doni che Dio ha dato all’uomo è una natura integra e buona di per sé. Questo ha costituto la base della dottrina moderna dei diritti di umani e dell’ordine politico moderno. Questo punto di vista sulla centralità della natura umana venne scosso alle fondamenta all’inizio del XVIII secolo. Jean-Jacques Rousseau cominciò a parlare del fatto che la natura umana veniva ricevuta come un accrescersi di pratiche sociali elaborate durante la storia, e la libertà umana diventò così l’agente per la trasformazione della nostra guida umana verso la società moderna.Questo punto di vista venne ripreso dall’idealismo tedesco con la distinzione fra il regno della natura e il regno della libertà. Hegel e Marx consideravano il regno della natura come un regno di povertà, limitazione, coercizione, che doveva essere superato dagli esseri umani che agivano nella realtà storica. E ovviamente questo pone le basi per la radicalizzazione della libertà e l’elevazione della volontà dell’uomo su ogni altro bene umano in precedenza individuato dalla filosofia occidentale tradizionale. Nel lavoro del filosofo Frederic Nietzsche e in quello di tutti gli altri filosofi postmoderni del ventesimo secolo, i de-costruzionisti e i loro simili sono sostanzialmente gli eredi di Nietzsche, il quale ha elevato la volontà dell’uomo e la scelta dell’uomo al di sopra di tutti gli altri tipi di bene sociale. Questo è il problema filosofico che ci troviamo di fronte nella crisi della razionalità occidentale e a cui fa riferimento il filosofo Levy-Strauss. L’ironia della sorte sta nel fatto che le scienze naturali da parte loro avevano fatto ogni possibile sforzo per ripristinare una visione sostanziale della natura umana. Verso la metà del ventesimo secolo, il punto di vista dominante nelle scienze sociali, in antropologia culturale, in sociologia, era che in realtà, la natura umana non esisteva, cioè che non esisteva un universale umano empiricamente verificabile che fosse caratteristico degli esseri umani in quanto specie. La mente umana era una tabula rasa. Se le bambine si comportavano in modo diverso dai bambini, non era perché esisteva una differenza tra natura maschile e natura femminile. Si trattava semplicemente di una costruzione sociale, di un condizionamento sociale. E di conseguenza, tutti i comportamenti che noi riteniamo tipici degli esseri umani erano creati dalla società e quindi potevano essere manipolati dai vari attori sociali. La cosa affascinante dello sviluppo della scienza moderna nel corso delle ultime due generazioni sta nel fatto che la visione della malleabilità infinita della natura è stata sostituita da un tipo di analisi che ha ripristinato l’idea che esista una umanità comune che sottende la nostra specie. Questa idea proviene da una varietà di discipline, ad esempio la genetica comportamentale che ha usato i cosiddetti modelli (si è preso l’esempio di due gemelli, gemelli monovulari, per misurare ciò che viene ereditato attraverso i geni), si basa sulla biologia molecolare che ha preso avvio dalla scoperta del DNA e del meccanismo effettivo di trasmissione delle caratteristiche biologiche. Anche la biologia evoluzionista ha fornito numerose prove del modo in cui determinate caratteristiche, quali ad esempio le differenze tra maschio e femmina si sono evolute nel tempo, dimostrando che non erano semplicemente una creazione della società del ventesimo secolo o dell’era moderna ma in realtà risiedevano in un livello molto più profondo del cervello umano. E questo ha fornito le basi per il ripristino di un’etica che sarà basata su quello che io ritengo possa essere un punto di vista morale intuitivo comune a quasi tutti: cioè che è ovvio che noi esseri umani abbiamo delle nature, degli obiettivi che sono più alti di quelli stabiliti dalla natura che ci è stata data in quanto specie. Quindi si reintroduce la possibilità di una filosofia basata su una teoria sostanziale della natura. Anche i filosofi che elevano la volontà al di sopra di tutti gli altri beni umani hanno una teoria velata secondo cui la natura umana èoperante, anche se non sono abbastanza onesti di da ammettere che sia così. E in un certo senso è da questo punto che siamo partiti alla fine del secolo. Ma noi, come hanno sottolineato i due oratori che mi hanno preceduto, ci troviamo di fronte numerosissime sfide, derivanti dal progresso della tecnologia di fronte all’integrità di quella che riteniamo essere la natura umana. Mi limiterò a parlare soltanto di tre di esse che sono importanti. La prima riguarda i farmaci e la neurofarmacologia, la seconda il prolungamento della vita umana e l’ultima l’ingegneria genetica. Nel caso della neurofarmacologia abbiamo assistito ad enormi progressi riguardo alla comprensione delle basi biologiche della conoscenza umana. Verso la metà del secolo Sigmund Freud era allo scienziato più rispettato nel campo della comprensione della mentalità dell’uomo. Oggi, almeno negli Stati Uniti, nessuno prende più sul serio Freud, perché Freud non aveva riconosciuto le fonti biologiche della mente umana. Il farmaco Litio, quando è stato introdotto per la terapia delle psicosi gravi o disordine bipolare, si è dimostrato molto più efficace della terapia di Freud, molto più efficace della psicoanalisi, perché si è scoperto che queste turbe mentali in realtà avevano una base biologica. Oggi esistono modi per manipolare questi neurotrasmettitori chiave, elementi chimici come la serotonina e la dopamina, che si dimostrano fondamentali per la formazione della personalità umana. Abbiamo anche il Prozac, usato per il trattamento della depressione grave. È definito inibitore della ricaptazione di serotonina. Gliinibitori della ricaptazione di serotonina possono manipolare i livelli di questo elemento chimico fondamentale nella serotonina del cervello. La serotonina è fortemente collegata al senso di autostima degli esseri umani, ed è per questo motivo che funziona nel trattamento delle persone affette da depressione grave. Ma questo costituisce una sfida alla nostra visione morale di fondo della personalità umana. Il punto di vista della morale tradizionale sull’importanza dell’autostima sostiene che noi attribuiamo valore all’autostima perché gli esseri umani desiderano compiere azioni degne e meritare la stima del loro prossimo attraverso il conseguimento di obiettivi che la società ritiene validi, mentre la neurofarmacologia si basa sul presupposto cheun basso livello di autostima sia da attribuirsi semplicemente alla mancanza di serotonina nel cervello, e oggi esiste una scorciatoia grazie alla quale, anziché compiere azioni degne di stima, è sufficiente prendere una pillola. La serotonina è un farmaco che ha una particolare rilevanza politica poiché, come sosteneva Hegel, è proprio la lotta per il riconoscimento che guida il processo storico. È questo che guida la lotta per la dignità, che dà origine ai nazionalismi e alle guerre di religione, e in ultima analisi al movimento in favore della moderna democrazia. E all’improvviso, oggi è possibile procurarsi questa stima prelevandola da un flacone. Non è necessario entrare nel mondo politico per ottenerla. Il farmaco Ritalin che è una anfetamina usata per il trattamento dei bambini iperattivi è quanto di più vicino ad un agente di controllo sociale – come quelli descritti da Aldous Huxley nel libro “Il Mondo Nuovo” – di qualsiasi altro farmaco di cui io abbia avuto notizia. Viene usato per trattare un’affezione denominata deficit dell’attenzione/iperattività o disordine bipolare. Ma come molte turbe psichiatriche, l’iperattività in realtà non è una malattia. È soltanto la descrizione di una serie di caratteristiche normalmente presenti in tutti i bambini. Riuscire a mantenere l’attenzione è difficile per qualunque bambino. Se si esamina la distribuzione di queste caratteristiche, si nota che alcuni bambini, soprattutto maschi, manifestano particolare difficoltà a mantenere l’attenzione e a rimanere seduti in classe. Ho l’impressione che la natura non abbia progettato un bambino di otto anni perché rimase tranquillamente fermo e seduto in classe… ma naturalmente nel ventesimo secolo noi ci aspettiamo che i bambini sappiano farlo, e invece loro non ci riescono. E allora noi affermiamo che si tratta di un problema medico. Non è una debolezza morale, è un problema medico. Ma, chiaramente, si tratta soltanto di una descrizione arbitraria di un certo tipo di comportamento naturale che noi, all’improvviso, abbiamo descritto come malattia. E ancora una volta questo ha il risultato di insidiare la comprensione morale del significato del concetto di essere umano. Tradizionalmente, abbiamo insegnato ai nostri bambini a rinunciare ai piaceri immediati in favore di obiettivi a lungo termine, a pensare a ideali più alti e ad imparare l’autocontrollo, e in sostituzione di tutto questo ora abbiamo un farmaco che offre queste capacità morali dentro un flacone. Sull’argomento di questi farmaci, Prozac e Ritalin, la mia impressione è che effettivamente esistono dei bambini il cui comportamento è tanto biologicamente determinato da far ritenere legittima la somministrazione di questi farmaci a scopo terapeutico. Il problema, nella società moderna, sta nel fatto che i farmaci funzionano anche sui bambini normali, e noi non abbiamo stabilito dei limiti che possano impedirci di usare questi farmaci per migliorare l’attenzione di un bambino perfettamente normale, o per far sentire un adulto perfettamente normale e non depresso – come ha affermato un medico – “più che bene”. E questa è un problema ancora aperto, a causa della presenza di questi nuovi farmaci. Una sovversione della tradizionale interpretazione della provenienza del carattere morale. Passiamo ora alla questione del prolungamento della vita. Abbiamo già assistito a mutamenti sensazionali della nostra popolazione mondiale, dovuti all’insieme dei progressi ottenuti dalla biomedicina negli ultimi 100 anni. Cent’anni fa la vita media in Europa e nell’America settentrionale era compresa fra la seconda metà dei 40 anni e la prima metà dei 50; oggi arriva a circa ottant’anni per gli uomini mentre per le donne supera gli 80, e questo ha rappresentato un’enorme conquista per la vita e la felicità degli essere umani che nessuno può negare.Sono pochissimi, oggi, i genitori che devono preoccuparsi dell’eventualità che i loro figli muoiano prima dei dieci anni, cosa che invece nello scorso secolo era molto frequente. Perciò, questo è considerato un importante aspetto positivo. Tuttavia, unito alla diminuzione della fertilità dovuta all’invenzione della pillola anticoncezionale, e al diverso status sociale delle donne nelle economie moderne, ha determinato una caduta enorme dei tassi di fertilità, che ha modificato il ruolo della riproduzione nel ciclo di vita umano in modi eccezionalmente rilevanti. Oggi in Italia, in Spagna, in Giappone, in altri paesi sviluppati, poiché il tasso totale di fertilità è sceso a 1,2 o 1,3, si sta perdendo fino all’1% di popolazione ogni anno, un anno dopo l’altro. Questo significa per ogni generazione si perde ¼ della popolazione nativa, e che la popolazione decresce fino a raggiungere numeri infinitesimali. Un mio amico, un demografo americano, ha calcolato come potrebbe apparire l’Italia nell’anno 2050 se venissero mantenuti gli attuali tassidi fertilità italiani. In assenza di un aumento repentino della fertilità dei nativi italiani, l’età media degli italiani nell’anno 2050 sarà di 65 anni.In altre parole, metà della popolazione avrà più di 65 anni, e soltanto il 5% degli italiani avrà parenti collaterali (un parente collaterale è un fratello, una sorella, un cugino o una cugina, uno zio o una zia) ognuno sarà legato soltanto ai genitori e al suo unico figlio o in alcuni casi molto rari ai suoi due figli. E tutti gli ai aspetti della parentela scompariranno semplicemente. Quindi, immaginate che cosa potrebbe voler dire vivere in una società come questa, dove la metà della popolazione ha già raggiunto quella che oggi consideriamo l’età pensionabile. Immaginate quale potrebbe essere il totale sconvolgimento e il totale indebolimento del ruolo del ciclo riproduttivo che è già iniziato. Tutto questo, senza tener conto della possibilità che si verifichino ulteriori aumenti della durata della vita umana dovuti ad altri mutamenti della tecnologia biomedica. A questo proposito sono convinto che una delle previsioni più certe che si possano fare è che fra cinquant’anni ci saranno molte innovazioni in grado di permettere agli esseri umani di vivere molto più a lungo di oggi. In effetti, ci sono alcuni biologi che ritengono che esista una fonte molecolare comune di invecchiamento e che se riuscissimo a scoprire quale sia questa fonte potrebbe non esservi quasi più limite alla durata della vita umana. Quindi non si tratta di vivere fino a 80 o a 90 o 100 anni. Si potrebbe arrivare fino a 150 e oltre. Immaginate quale potrebbe essere la vita in una società di questo tipo. Una società in cui la morte può essere ritardata così a lungo. Se esaminiamo il nostro mondo, vediamo che dappertutto siamo circondati da gerarchie che sono determinate dall’età: nelle università, nelle aziende, nei sindacati, in ogni tipo di organizzazione. Ognuno presume che l’età porti con sé uno status più elevato, maggiore dignità, un più alto reddito, maggior potere. Ovviamente, se la gente arriverà a vivere e a lavorare fino a 90 o 100 anni, vi saranno varie generazioni che vivranno fianco a fianco, e ci saranno figli, nipoti e pronipoti che dovranno competere con i loro bisnonni per un insieme di attività lavorative che saranno fondamentalmente le stesse.Questo ha in sé il potenziale di un conflitto intergenerazionale di un livello mai visto prima.Significa che gli anziani dovranno entrare in concorrenza con i giovani, e saranno costretti a ristrutturare le loro carriere, dovranno abbandonare la gerarchia di status in un modo mai visto prima dalla società umana.Questo in un certo senso ci riporta al punto già toccato da Monsignor Fisichella a proposito dell’integrità della natura umana.Nel ciclo vitale naturale, nel ciclo vitale generazionale fatto di nascita, sviluppo durante l’infanzia, età adulta, riproduzione e infine vecchiaia, vi è qualcosa che ha un senso in termini umani, in termini di esperienza umana universale.Tutti questi periodi del ciclo di vita umano hanno e hanno sempre avuto un importante significato sociale e morale per le persone che li vivono.E se si disturba l’integrità di questo ciclo vitale, si creano possibilità nuove che semplicemente non sappiamo come affrontare.Questo è il panorama dei mutamenti racchiusi in questa ricerca, e non è il caso che noi prendiamo in giro noi stessi.Ciò che spinge a questo tipo di ricerche non è altro che la ricerca dell’immortalità.Il mio ultimo argomento riguarda l’ingegneria genetica.Ne hanno parlato entrambi gli oratori che mi hanno preceduto.Vorrei soltanto offrirvi un esempio del motivo per cui l’ingegneria genetica minaccia anche il modo di intendere moderno.Non è necessario risalire alla dottrina della legge naturale Cattolica, anche la comprensione moderna dei diritti contenuta nella Costituzione Americana e nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti è minacciata da questo sviluppo tecnologico.La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, scritta da Thomas Jefferson, dice: “Siamo convinti che queste verità siano evidenti di per sé, e cioè che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. All’epoca in cui Jefferson scrisse queste parole, nel 1776, gli schiavi neri e le donne non avevano diritto di voto. Negli Stati Uniti i neri hanno ottenuto quel diritto solo dopo il 1865 e la Guerra di Secessione, mentre le donne lo hanno ottenuto soltanto nel 1970, durante il ventesimo secolo.Tutte le lotte politiche nella storia politica americana hanno riguardato la definizione di essere umano dotato di questi diritti fondamentali.Non c’è dubbio che lo status umano conferisca i diritti politici, per partecipare alla vita politica, parlare liberamente, entrare a far parte di un’associazione, adorare il Dio che ognuno sceglie.La questione è: quali sono le qualità che definiscono un essere umano?E se si dispone di una tecnologia oppure una serie di tecnologie sufficientemente potenti, ad esempio, per creare un ibrido uomo-animale, per poter creare una creatura i cui i geni siano metà di uno scimpanzé e metà di un essere umano, quale sarà lo status morale di questa creatura?Avremo il diritto di mettere in schiavitù questa creatura?Supponiamo che questa creatura non sia in grado di svilupparsi mentalmente oltre le capacità intellettuali di un bambino delle elementari.Non sarà mai un adulto normale.Nelle democrazie moderne, soltanto gli adulti possono votare.Potremo permettere a questa creatura di avere diritti politici oppure avremo il diritto di usarla e di sfruttarla semplicemente come oggi usiamo gli animali?E così, offuscando la linea che divide l’umano dal non umano, abbiamo intaccato il punto di vista contemporaneo sulle origini della dignità umana e quindi l’intero sistema dei diritti.Ma questo è un sistema molto fragile.Spesso rimango colpito quando sento i discorsi politici degli europei.I politici europei usano continuamente i termini dignità umana.Questi termini sono contenuti nella Costituzione Europea, nelle leggi fondamentali di molti paesi europei, ma per molti europei moderni il concerto della dignità è ormai completamente avulso dal suo originale significato religioso cristiano.La dignità si basava sul fatto che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.La maggior parte dei politici moderni, dei politici secolari, non crede più in Dio e quindi questo tipo di dignità non esiste, e per la maggior parte di essi è molto difficile spiegare da dove provenga questa dignità che essi celebrano e proteggono nelle leggi.Vorrei suggerireche è possibile difendere il concetto di dignità umana in base ad una comprensione secolare della natura umana, ma si tratta di una fonte filosofica straordinariamente fragile su cui basare le cose. Questo è l’argomento che noi dobbiamo affrontare. Queste tecnologie pongono una serie di problemi utilitaristici che a mio parere chiunque – sia chi crede nella natura umana sia chi non ci crede – può accettare.Vorrei farvi qualche esempio.Personalmente, non sono favorevole al ragionamento utilitaristico, ma è la forma più universalmente valutabile di ragionamento morale e quindi quella che convince il maggior numero di persone.Vi darò a qualche esempio delle cose che succedono in questo mondo.Oggi è possibile scegliere il sesso del proprio figlio, grazie alle ecografie e all’aborto selettivo.In Corea, all’inizio degli anni ’90, nasceva il 20% in più di maschi rispetto alle femmine, perché i feti femmina venivano abortiti.Oggi in Cina il rapporto tra maschi e femmine è circa 170:100. Questo significa che in queste società asiatiche, per motivi culturali, un quinto dei bambini maschi, una volta diventato adulto, non potrà avere una moglie. E secondo me non esiste una formula migliore per la rivoluzione, il crimine, la tensione sociale, che avere un quinto della popolazione maschile giovane impossibilitata a crearsi una famiglia e a sistemarsi, conducendo una vita sociale normale. E questa situazione è già stata creata dalle tecnologie semplici di cui disponiamo, senza arrivare a parlare di ingegneria genetica. Si tratta di un problema che già esiste.Abbiamo già creato una grave crisi con l’invecchiamento.Attualmente l’aspettativa di vita per le donne è superiore agli 80 anni, e all’età di 85 anni circa il 50% delle persone si ammala di Alzheimer. Il motivo è che tutti i progressi ottenuti finora in biomedicina permettono ormai di sopravvivere agli infarti, agli ictus e al cancro, e di vivere fino all’età in cui questa malattia molto più degradante e debilitante può essere contratta. E quindi, una delle prospettive più certe che ci si presentano per il futuro è quella di vivere altri 50 anni,ma 30 di questi anni saranno vissuti in condizioni in cui noi saremo meno di noi stessi. Questi sono semplici esempi di problemi pratici. Uno dei problemi più grandi in relazione alle biotecnologie e al modo in cui discutiamo questo argomento in una società democratica secolare è il fatto che l’argomento utilitaristico tende ad avere la meglio su gli argomenti morali più sostanziali.E quindi, è facile argomentare contro il fumo poiché fa male alla salute, ma è molto difficile argomentare contro la clonazione sostenendo che dal punto di vista spirituale non è bene essere allevato da una copia identica di se stesso.Tuttavia io sono convinto che questi siano gli argomenti che dobbiamo affrontare.Ci sono molti altri problemi che possiamo facilmente prevedere, il problema dell’ingegneria sociale ad esempio: la natura umana è un tutto integrato e se cominciamo a modificare certi aspetti di essa produrremo conseguenze impreviste che si verificheranno in altri ambiti.È estremamente probabile, tenuto conto della storia della politica sociale delle ultime due generazioni che in relazione ad ogni tendenza politicamente corretta che emerge nella nostra società, noi cercheremo di usare queste tecnologie per introdurla nei nostri figli.Decidiamo che i maschi sono un po’ troppo turbolenti e mascolini, che le femmine non hanno abbastanza autostima, e attualmente gli somministriamo farmaci per rendere i maschi meno maschili e le femmine meno femminili … e domani potremmo avere altre opportunità di farlo in maniera genetica o attraverso tecniche molto più potenti. Questo a mio parere è una cosa di cui ci pentiremo in quasi tutti i casi, poiché in ultima analisi non siamo abbastanza saggi da comprendere questa interezza della persona umana. Infine, sono convinto che in assenza di un concetto di natura sarà semplicemente impossibile far sì che la moralità moderna venga contenuta in alcunché, e questa è in effetti la possibilità intravista da Nietzsche quando si rese conto che era felice perché, come affermò, questo taglia alla base l’intera struttura morale della civiltà occidentale, ora ogni cosa è permessa perché in realtà non siamo più ancorati né alla natura né a Dio. Penso che questa sia la visione fondamentale di molte persone religiose e anche di persone come me, che non sono religioso ma comprendo che avere una serie trascendentale di limiti è importante per non sollevare il coperchio di quello che sarebbe un vaso di Pandora in relazione alle possibilità morali umane.Quindi a mio parere è un problema che riguarda tutti noi, un problema che riguarda coloro che credono in determinati valori religiosi di base, ma anche un problema per la sinistra, poiché la sinistra non può mantenere il suo impegno verso l’uguaglianza naturale degli uomini in presenza di una tecnologia che può minacciare di sovvertire questa uguaglianza.Mi fermerò questo punto, perché credo che ci sia un’altra serie di interventi e potremo parlare di alcune delle cose che è possibile fare, e vorrei anche fare alcuni commenti sulla religione e la politica.

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Dott. Giuliano FERRARA

Mi soffermerei soltanto sulla dimensione etica, razionale ma anche intrinsecamente religiosa, cioè con un pregiudizio di tipo religioso che sta al fondo di tutta la nostra discussione. Giustamente il prof. Fukuyamaafferma che è più facile spiegare la pericolosità delle sigarette piuttosto che della clonazione umana. Infatti, come possiamo essere chiari se portiamo argomenti che hanno una caratura religiosa in una discussione pubblica sulle grandi opportunità, ma anche sui grandi pericoli ai quali ci siamo esposti in virtù del nostro potere tecnico-scientifico? Quindi, attenzione a tirare in ballo ragionamenti non secolari, cioè spiegabili attraverso un trattamento del tutto laico della realtà di cui si discute. Peraltro, io comincio a pensare che ciò sia impossibile, ed è per questo che ho incentrato la mia riflessione sulla necessità di una messa in discussione della religione ed ho parlato di un problema di conversione, che non significa semplicemente la registrazione battesimale dentro una confessione, ma è un concetto insieme religioso e filosofico estremamente complesso.

Il pensiero cristiano ha elaborato il pensiero umano generale, non soltanto quello evocato dalle Chiese dei cristiani, e sarei lieto di conoscere cosa ne pensano Mons. Fisichella e il prof. Fukuyama. Non per caso siamo diventati capaci di programmare la popolazione cinese, di determinare il sesso e certi caratteri genetici della persona o – mi riferisco all’esempio degli psicofarmaci citato dal prof. Fukuyama - di intervenire chimicamente sul composto unitario che è l’uomo, fatto di materia e spirito, scindendolo attraverso gli psicofarmaci o comunque manipolandolo. Non siamo più intelligenti di Platone o di San Tommaso; la storia, il progressus, ha una sua dinamica e una sua logica interna e noi siamo così forti nel dominio della natura non perché siamo migliori o peggiori, più capaci o meno capaci dei nostri antenati, ma perché ci siamo liberati dagli interdetti. Il pensiero mitico aveva Icaro, che si è bruciato le ali; le cattedrali gotiche del Medioevo erano il luogo dove si misurava la distanza tra l’uomo e Dio; le università il luogo dove si cominciò a discutere quando entrò in crisi l’ultima incarnazione unitaria del pensiero cristiano, la Scolastica, e iniziò a germinare il dubbio. Poi tutto è cambiato, ci sono stati Pico della Mirandola, gli umanisti più radicali, Marsilio Ficino, e ad un certo punto è arrivata la modernità - la formazione del moderno è un processo che non possiamo giudicare moralisticamente – e con essa la libertà, i diritti, una rivoluzione antropologica straordinaria.

Non c’è nessun moralismo antimoderno in quello che sto dicendo, ma una questione va affrontata: come negare agli uomini e alle donne di oggi la prospettiva di un miglioramento della loro vita, un sempre maggiore benessere? Come si può spiegare che, nei termini posti dall’ingegneria genetica ma anche in altri termini ben illustrati dal prof. Fukuyama, questi miglioramenti che alimentano grandi miti (il figlio sano, la maternità dilazionabile oltre i limiti della fertilità naturale, la maternità artificiale legata al desiderio e alla costruzione di famiglie non biparentali e non eterosessuali) hanno un costo che viene pagato ed è essenzialmente di carattere etico? Cos’è poi il progresso in senso nietzschiano, come sempre maggiore affermazione del ruolo e del peso della volontà su tutto il resto, se non la scelta per il miglioramento esistenziale, sperando di non dover pagare nessun prezzo, o ritenendo di non dover pagare nessun prezzo, oppure essendo disposti a pagare qualunque prezzo?

Ho apprezzato il riferimento del prof. Fukuyama alla cura di depressioni marginali con psicofarmaci quali il Prozac. Quando è morto il ciclista Pantani ho scritto un articolo sul mio giornale intitolato: “La depressione non esiste”, che ha voluto essere un modo estremo di contrastare la riduzione universale di tutto a depressione, per cui non esiste più la malinconia, la tristezza, non esistono più le ragioni reali. Invece queste esistono: la mancata vittoria del Giro d’Italia, il processo per doping che a Pantani è sembrata un’ingiustizia, il vivere male le relazioni umane, l’assunzione di sostanze psicotrope che devastano la personalità, il senso di solitudine, il disaccordo con i genitori, la tristezza fino a morirne. Ma subito viene fuori la spiegazione medicalizzata.

Sarei lieto se si potesse discutere tra noi contemporanei in modo del tutto sgombro da qualunque ipoteca religiosa. Teniamo Dio fuori dalla vita pubblica, consideriamo manichea qualunque idea che si debba discutere del bene e del male, stiamo alla scala del progresso, dunque allo star meglio, all’incremento di benessere; se però facciamo questo, non riusciamo a trovare la giusta misura per affrontare i problemi. Se si è liberi di vivere come si vuole e la libertà come assoluto diventa produzione manipolativa e creazione di natura, se c’è questa profonda trasformazione della condizione umana che nel XXI secolo emerge con grande chiarezza, è evidente la necessità di alcuni divieti, o comunque di una logica fatta non di divieti moralistici. Non mi riferisco a valori ma ad un autoconoscersi o riconoscersi degli uomini moderni, al comprendere che la modernità è diventata un problema. Sarebbe già un progresso straordinario capire che non deve essere né idolatrata come una sorta di nuova divinità, né esorcizzata come una diavoleria; è diventata un problema, discutiamone liberamente le conseguenze.

Sarei lieto se fosse possibile far questo continuando a dubitare di tutto e a pensare che la politica è una tecnica che basta a se stessa. Sono un europeo, un italiano di formazione, e inoltre con una formazione da non credente; l’essere cattolico per me è un’ovvia e generica dichiarazione di appartenenza, ma non vita vissuta, non pensiero né tanto meno fede, che non ho. Sarei quindi ben felice se si potesse risolvere la questione mantenendo un muro di separazione non fra Chiesa e Stato, ma tra pensiero religioso e pensiero laico. Penso però che non sia possibile.

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S.E. Mons. Rino FISICHELLA

Desidero ringraziare i miei interlocutori per le espressioni che ci siamo reciprocamente scambiati riguardo al tema che ci è stato affidato. Non voglio apparire come colui che dà risposte, poiché siamo tutti in un percorso di ricerca, però il direttore Ferrara e il prof. Fukuyama hanno toccato alcuni punti sui quali ritengo necessario espormi un po’ più direttamente.

Stiamo vivendo un momento tra i più belli; nonostante le lamentele più volte espresse anche da parte nostra io credo che, culturalmente parlando, il momento attuale sia uno dei più significativi. Che ci piaccia o no, la modernità si è conclusa; già nel 1950 un grandissimo pensatore come Romano Guardini parlava della fine dell’epoca moderna. Occorre ora fare i conti con questa fine della modernità, con ciò che di bene e di male ha costituito, con ciò che ha permesso di essere quello che oggi noi siamo. Stiamo andando verso un’altra epoca, che in modo alquanto banale viene definita post-modernità; io sono però tra quelli che ritengono non si sia ancora entrati nella post-modernità. Siamo in un momento di passaggio che apprezzo, in cui un’epoca si è conclusa e dinanzi abbiamo tutte le sfide poste sul tappeto, dalla depressione dei bambini alle tecniche biogenetiche, alle strutture democratiche che dobbiamo darci a livello di globalizzazione. Stiamo preparando qualcosa che ancora non sappiamo cosa sarà, e illuderci di saperlo potrebbe significare fare un danno a noi stessi.

Che cosa lasciamo e che cosa prendiamo? Su che cosa dobbiamo orientarci? Nessuno dei miei interlocutori potrà dire che ho citato la parola “Dio”, né che ho fatto un discorso da teologo. Il mio è stato un discorso il più possibile razionale, nonostante sia ritornato al diritto naturale come la capacità di sintesi di tutto questo. Condivido molte delle domande poste dal direttore Ferrara e ben comprendoil significato del termine “conversione”. /Ricoueur/, che non era cattolico, ha scritto pagine interessantissime riguardo alla filosofia della conversione, che mostrano l’intelligibilità di tale categoria che non necessariamente deve essere religiosa. Anche Gadamer ha scritto pagine stupende sul tema della conversione nel suo “Verità e metodo”. Quindi, dal punto di vista filosofico sappiamo di cosa si tratta e quali strumenti potremmo utilizzare; ci manca però la capacità di incidenza nella formazione culturale, nei comportamenti che vengono assunti. Abbiamo una capacità intellettiva che individua alcuni principi, ci mancano le mediazioni e a volte non comprendiamo fino in fondo la funzione della legge.

Mai mi stancherò di affermare che inevitabilmente la legge crea cultura, crea comportamenti. Può piacere o non piacere, ma è inevitabile che nel momento in cui si è arrivati ad una legislazione sul divorzio, nelle generazioni successive si è modificato il concetto stesso di famiglia. Può piacere o non piacere, ma una volta fatta una legge sull’interruzione della gravidanza, si è dato luogo a una concezione diversa del proprio corpo. Può piacere o non piacere che in Gran Bretagna, a fronte di gestazioni che tra le minorenni sono tra le 30 e le 60 mila l’anno, lo Stato decida di distribuire a scuola la pillola del giorno dopo. Ma quale cultura si crea nelle ragazze? Quale rapporto esse avranno con il proprio corpo? Che rapporti con l’altro sesso? Che tipo di mentalità scaturirà da tutto questo? Queste domande non ce le poniamo.

Abbiamo un problema di mediazioni per poter entrare nei comportamenti e quindi creare una cultura basilare. Purtroppo, però, mentre un tempo si guardava la natura con l’occhio dello stupore - come Platone e lo stesso Aristotile, anche se non credeva alla creazione - oggi non ci sono più stupore e meraviglia, ma dominio: si è creata una cultura del dominio e quella dimensione attraverso la quale tutto ciò che si può fare sperimentando diventa lecito. Questo è un salto che non ritengo fattibile, che alla fine ritorna a Nietzsche. In occidente non vogliamo comprendere cosa ha significato Nietzsche per la nostra storia di oggi: il nichilismo è entrato nei nostri comportamenti per cui non abbiamo più consapevolezza del significato del bene e del male, poiché ne siamo andati al di là. Quando Nietzsche afferma che non esistono fatti ma solo interpretazioni, si può pensare che questo non abbia delle conseguenze nell’ambito comportamentale? Il risultato è che tutto diventa opinione e che ognuno dice la sua. Su questo non posso evidentemente essere d’accordo.

Ma perché, se ci manca questa dimensione, non recuperiamo il tema della coscienza? Il fatto è che la coscienza non è facile da gestire. Si nasce con la capacità della coscienza, ma da cosa viene nutrita? La coscienza, il giudizio etico, il giudizio dei comportamenti si forma laddove ci sono punti di riferimento, di confronto, che potranno essere la legge, la Sacra Scrittura, il giornale. È inevitabile che da parte mia sia riproposta la coscienza, che per noi cristiani, non solo per noi cattolici, è l’ultima istanza. Ma al di là della coscienza c’è l’amore di Dio. Un brano molto significativo nella prima lettera di San Giovanni così recita: “Qualora la tua coscienza ti dovesse rimproverare di qualche cosa, sappi che Dio è ancora più grande”. Inevitabilmente noi facciamo riferimento alla coscienza, ma poi c’è un’apertura ancora più grande, perché la coscienza retta sa anche capire di entrare in situazioni conflittuali.

Vorrei sottolineare che quando parlo di diritto naturale lo faccio perché ha una consequenzialità storica. Oggi citiamo spesso l’espressione: etsi Deus non daretur, che il Papa Benedetto XVI ha riproposto in positivo: velut si Deus daretur, quindi viviamo nel mondo come se Dio esistesse. Ma etsi Deus non daretur è un’espressione di Hugo Crotius, colui che si viene a trovare nella condizione del tutto particolare per cui l’Europa non è più unita nel Cattolicesimo, ma ci sono le separazioni. In queste separazioni, quale criterio può essere unificante? Mettiamo in disparte Dio, che divide. Oggi nella società vogliamo mettere anche Dio, ma da teologo io domanderò di quale Dio si stia parlando. Il Dio dei cristiani non è Allah, è un’altra cosa; io credo che Dio sia Padre, Figlio e Spirito Santo, ma tra i nomi che il Corano dà ad Allah quello di padre non esiste. E allora, di quale Dio si parla? Evidentemente questo discorso deve essere messo da parte. Poiché vi è una divisione tra le religioni e all’interno della stessa religione esistono divisioni che sono scandalo per gli altri, etsi Deus non daretur vuol significare che si trovino espressioni che diano garanzia di arrivare a dei principi fondamentali che possono determinare i comportamenti delle persone e ispirare il legislatore nel momento in cui fa le leggi. Con il giusnaturalismo Crotius aveva trovato questo principio.

Il prof. Fukuyama ha fatto una lettura fenomenologica di grande apertura ed estremamente puntuale. Vogliamo violentare la natura? Ma chi è l’uomo davanti alla natura? Come possiamo accendere il televisore in questi giorni e non vedere quanto si è verificato in Guatemala, negli Stati Uniti, a Islamabad? Di fronte a un terremoto, a un ciclone noi chi siamo? Possiamo fare tutte le sperimentazioni possibili, ma la natura è più grande; è fatta ad immagine del Creatore, ma non può prenderne il posto. Anche in essa è impressa l’azione del Creatore, ma purtroppo pure quella del peccato: il disordine dell’uomo si è impresso nel disordine della natura e per questo che noi crediamo - come dice San Paolo - che oltre alla redenzione dell’uomo ci sarà anche la redenzione della natura.

Dinanzi alla natura, che è più grande di noi, dobbiamo recuperare lo stupore. Dopo Popper, la scienza ha inserito il dubbio all’interno di se stessa e l’unica certezza che può avere è probabilistica. Si potranno manipolare quanti embrioni si vorrà, ma non potrà mai esservi alcuna certezza.

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Prof. Francis FUKUYAMA

Vorrei concludere dicendo semplicemente che è molto importante in un convegno di questo tipo non disperare, o decidere che poiché la scienza ha ottenuto i progressi a cui è giunta negli ultimi 100 anni noi non possiamo fare nulla per rispondere al tipo di preoccupazioni morali che è stato espresso in questa sede, perché in realtà io sono convinto che la scienza è una creazione umana e come tale può essere controllata dagli esseri umani.Non ha nulla di inevitabile di per sé e in realtà è compito dei politici porre delle limitazioni.Vorrei fare un esempio.Nella sperimentazione sugli esseri umani esistono oggi regole universali seguite da tutte le società civilizzate, con cui si limita la possibilità degli scienziati di eseguire esperimenti sugli esseri umani se questi non forniscono il loro consenso informato. Questo è una cosa che dobbiamo alla stagione Hitler e di /Nott/, a causa degli esperimenti di/Nott/, a cui il mondo ha reagito con orrore. Oggi abbiamo le Convenzioni di Norimberga e altre leggi molto rigide che regolano la possibilità della scienza di andare avanti. e in realtà è la politica sovrana che crea queste barriere ed è questa politica in fin dei conti che impedirà che si manifestino gli eccessi peggiori della tecnologia. Monsignor Fisichella ha detto cose molto interessanti sul ruolo delle persone religiose e sul ruolo della religione nei confronti della vita politica e dello Stato. Io sono perfettamente d’accordo con lui sul fatto che niente nella dottrina attuale di separazione della Chiesa dallo Stato può impedire alle persone religiose di portare nell’ambito politico le proprie preoccupazioni religiose e di argomentare in base a convinzioni totalmente basate sulla religione.Per alcuni tipi di risultati immorali, la gente non sarebbe sincera con se stessa se non si comportasse così.Naturalmente, come è già stato accennato, il problema stafatto che noi viviamo in società pluralistiche, in società che non possono dare per scontato nessun tipo di consenso morale di base.Le nostre società sono sempre più multiculturali, e molto più della metà dei loro componenti sono persone secolari, e inoltre queste persone secolarinon hanno una base comune di interpretazione dei propri impulsi morali.Perciò, da questo processo pluralistico democratico derivano risultati che non soddisferebbero mai nessuno.Sono giunto alla conclusione che questa sia semplicemente una caratteristica della vita moderna a cui non possiamo sottrarci, ma che è sufficientemente buona per le finalità morali che desideriamo servire.In ogni paese sviluppato vi sono leggi contro l’incesto.Perché non vogliamo che vengano commessi incesti?Alcuni ritengono che si tratti di una legge morale legata a motivi religiosi, altri ritengono che sia un male perché produrrebbe ritardi mentali, o semplicemente che sia sbagliato per motivi di salute, altri non sanno semplicemente dire il perché, ma si tratta di una convenzione sociale molto forte.In realtà, nessuno approfondisce l’argomento per arrivare a capire quali siano le motivazioni reali.Ciononostante una simile struttura morale continua ad esistere fino a quando non sarà messa in discussione.In questo caso, fortunatamente non è successo.E sono convinto che purtroppo moltidei nostri compromessi politici sono di questa stessa natura, ma questo non significa che i limiti che politica può mettere allo sviluppo tecnologico non siano del tutto decisivi.Se ci chiediamo, a livello altamente teorico chi debba decidere quale sarà il risultato giusto, io sono d’accordo sul fatto che in ultima analisi dovrebbe essere qualcosa di simile alla legge naturale.In ultima analisi Dio sarebbe sovrano, ma nel contesto della politica pluralistica, in fin dei conti sono i sistemi politici che decidono:cioè le persone che votano attraverso i loro legislatori, e noi non possiamo evitare una discussione politica su tutte queste questioni morali.Io ritengo che in realtà abbiamo dato inizio a questo processo di discussione sul referendum – anche i dibattiti che si sono avuti in Italia rientrano in questo processo -e questo richiede istruzione e informazione. A proposito della clonazione e delle cellule terminali, negli Stati Uniti il dibattito è stato molto aspro.Nonostante questo, ritengo che non sia possibile sottrarsi all’esigenza di lavorare attraverso il processo politico esistente per arrivare a stabilire regole socialmente accettabili che possano rispondere alle inclinazioni morali delle nostre società, e ho l’impressione che ogni società lo farà in un modo diverso.Sono molti gli argomenti di cui non abbiamo potuto parlare.Noi viviamo non solo in singole società che sono pluralistiche, ma anche in un mondo che è globalizzato, nel quale c’è un costante movimento oltre i confini degli Stati e nel quale la concorrenza è globale.Anche se i paesi Europei stabiliranno delle leggi per imporre limitazioni alla ricerca sulle cellule staminali e alla clonazione, i coreani, i cinesi, i singaporesi andranno avanti perché i loro sistemi culturali non prevedono per questo genere di attività lo stesso tipo di limitazioni morali condivise da coloro che sono stati allevati in una tradizione occidentale.E questa è un’ulteriore complicazione che dovremo affrontare.Ma sono convinto che la questione sia non soltanto morale ma anche pratica e durante il mio lavoro nel Consiglio Bioetico di cui ho fatto parte sotto la presidenza Bush, la mia unica speranza era che in futuro sarà possibile fare dei passi avanti pratici che possano limitare le capacità della scienza di manipolare all’infinito le conseguenze per gli esseri umanidal momento che in effetti – come sapete - vi sono ottimi precedenti che dimostrano che le società sono in grado di farlo.Sono lieto di prendere atto che anche l’Italia è impegnata in questo tipo di dibattito, e sono convinto che questo sia il percorso da intraprendere in futuro.

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Ing. Gaetano REBECCHINI

Ringrazio il prof. Fukuyama, S.E. Mons. Fisichella e il direttore Giuliano Ferrara.